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... Paris (Cronache Francesi e altro)

 

« DE L'AFFECTIONA PERPETUITÀ »

...E FRANTI RISE...

Post n°140 pubblicato il 22 Maggio 2015 da Coralie.fr
 

 

Nel corridoio, in un cambio d’ora, subito dopo la Festa della Liberazione incontro Valentina. «Hai visto la trasmissione di Fazio sul 25 aprile?» Lo sguardo brilla, è il desiderio di trasmettere e condividere, il piacere di aver visto, sentito, vissuto qualcosa di importante. Le pupille hanno la luce di chi, all’inizio di carriera e pieno di energie, vuole fare, insegnare, dare.  Decido di dar retta al guizzo di quegli occhi, alla contenuta eccitazione, a quella fugace vitalità, perché è lì che si nasconde ancora un po’ di intelligenza e di senso e chiedo quindi alla giovane collega di creare un’occasione didattica per vedere con una classe quinta, tutti insieme, parti scelte dello spettacolo che tanto l’ha colpita. L’intento immutabile e secolare è di porgere, mostrare, condurre, indicare, raccontare delle storie per riflettere, emozionare, crescere e imparare a vivere. Anche la bontà degli insegnanti è sempre la stessa. L’attenzione per gli studenti, l’amore che mettono in ciò che fanno, la stanchezza davanti agli insuccessi, la testardaggine con cui insistono su tutto, l’accoglienza delle fragilità e delle arroganze dei tanti. Tutto è come deve essere, da sempre. Ebbene, siamo lì, seduti in biblioteca assorti nell’ascolto di quella storia che tutti pensano di conoscere, ma che in realtà ci riserva continuamente sorprese e scoperte impensabili. Si parla della vita eroica e mirabolante del generale polacco Ander, del popolo polacco sempre così sfortunato, martoriato, eppure sempre così generoso e leale, una vera e propria leggenda che veniva nel racconto paragonata all’esodo di Mosè. Sullo sfondo della scena l’imponente cimitero militare di Montecassino che occupa la mente e blocca il cuore. Poi la storia di un ragazzo di 17 anni uno dei tanti, una vita semplice a Correggio. Il paese di Ligabue. Ed è lo stesso Ligabue che con dolcezza, nostalgia e affetto racconta la vicenda del suo conterraneo e si prepara ad eseguire la canzone che ha scritto in sua memoria. E’ compito, assorto. E’ vero, è un rocker, ma in quel momento è un italiano, ha un compito e se lo sente tutto addosso. Deve impedire che ci si dimentichi di Luciano Tondelli. Parte la musica. Sono le note della canzone intitolata I campi d’aprile. Mi commuovo così come credo accada anche a Valentina. Non lo so, non ci guardiamo. Per pudore, in quella silenziosa vicinanza delle persone per bene che si trovano di fronte alle cose per bene. Per discrezione, in un mondo che non ha più vergogna, per non mostrare a tutti quanto quelle parole ci abbiano emozionato. Lontane eppure vicinissime in quel sodalizio di lacrime trattenute a fatica. Piango senza singulti, in silenzio, liberata. Ed è a questo punto che ti alzi per chiedermi il permesso di andare in bagno. Tu. Uno dei tanti miei studenti. Uno studente tipo, direi. Con solo un anno in più di Luciano Tondelli. Che tempismo queste impellenti esigenze fisiologiche. Vorrei spiegarti l’inopportunità di quella richiesta così fuori luogo, irrispettosa, insensibile, banale, povera, e andando in fondo, a mio giudizio, anche offensiva. Ma il terrore che mi possa rispondere che è urgente e che non puoi procrastinare oltre, mi fa desistere. Ti lascio andare in bagno. Pur di non perdere la magia di quel momento. Tutto, pur di lasciare agli altri la possibilità di provare emozioni belle, forti, di senso e di valore, emozioni che spero inducano alla riflessione. A qualsiasi tipo di riflessione. Purché ce ne sia una. La musica è finita e la tensione emotiva si è allentata. Grande commozione nella stanza. Esco anch’io per bere un bicchiere d’acqua. Ed ecco che con meraviglia ti vedo, mio studente tipo, sulla porta di un’altra classe, ridanciano, allegro, tronfio, parlare amabilmente con alcune belle ragazzotte di un’altra quinta. Il viso disteso, sereno, soddisfatto di te e della tua misera furbizia: essere riuscito e passare un bel po’ di tempo fuori dall’aula, occupandoti delle tue relazioni sentimentali affettive nella speranza, forse, di rimediare qualcosa. Lascio correre. Voglio bere subito. Ne ho bisogno. Lungo il corridoio incontro il collaboratore scolastico che mi dice: «Ha visto che bella trasmissione professoressa?» io annuisco ed egli aggiunge: «Eppure, professoressa, è uscito quel suo alunno, come si chiama? Non mi ricordo, comunque, quello lì, che con gesti di insofferenza ha detto: “Ma mi posso sentire pure Ligabue? A me Ligabue non piace!”» Mi sento scoppiare. Tanto coraggio, tanto valore, tanta dedizione, tanta vita e tanta morte. Perduto, annullato, inutile? Lo so che non è così, ma non so resistere all’amarezza e alla delusione. Qualche volta anche noi cediamo. C’è ancora sangue nelle nostre vene! Accettiamo e combattiamo ogni giorno la loro strutturale indifferenza, la loro apatia, il loro esserci sempre a metà e sempre per pochissimo tempo. Ti ho rimproverato, mio caro studente tipo, ti ho redarguito a dovere e non mi  pento. Ci voleva. Non tutto può essere ridotto a “quieto vivere”. E la forza e il vigore con cui l’ho fatto sono proporzionali all’affronto che sono convinta sia stato da te riservato a quei ragazzi, a quegli uomini e a quelle donne che sono morti, a quelle sofferenze indicibili che hanno dovuto subire, alle umiliazioni con cui hanno dovuto convivere. Ti ricorderai di me caro studente tipo, ne sono sicura. Ma sono sicura che ti ricorderai anche di un Luciano Tondelli. Eccome se te ne ricorderai! Poi, per riconciliarmi con il mio lavoro, un lavoro che faccio da anni, ripenso alle parole d’esordio della trasmissione, pronunciate dal conduttore, di quelle che ti fanno fare un passo avanti. «Buonasera signori e signore e buon 25 aprile a tutti. Ben trovati dalla piazza del Quirinale. Dobbiamo essere felici perché oggi è una festa di compleanno, è la festa di compleanno della libertà, compresa, ovviamente, la libertà di non festeggiare.» Liberi tutti, dunque, di esserci o non  esserci, di crederci o non crederci. Ma è grazie al 25 aprile che questa libertà ce la siamo conquistata, anche per conto di chi non la voleva.

 
 
 
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