DUE DI DUE
"...la prima volta che ho visto Guido Laremi eravamo tutti e due cosi' magri e perplessi ,cosi' provvisori nelle nostre vite da stare a guardare come spettatori mentre quello che ci succedeva intorno entrava a far parte del passato. Il ricordo che ho del nostro primo incontro e' in realta' una ricostruzione ,fatta di dettagli cancellati e poi modificati . In questo ricordo io sono in piedi al lato della strada ho le mani in tasca e il bavero del cappotto alzato e cerco di assumere disperatamente un senso di non appartenenza al mondo . Ma ho 14 anni ed odio i vestiti che indosso , odio il mio aspetto in generale , e l'idea di essere qui in questo momento..."
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PARLARE? A COSA SERVE?“Certe volte, ma lo penso veramente, che bisognerebbe piantarla con questa storia del parlare. Perché tanto non serve a niente. Non è questione di capirsi, fare fatica a ritrovarsi sulle cose; non è questo. E’ che nessuna conversazione regge l’argomento per più di un paio di battute; è la pertinenza, il problema. Adesso lasciamo perdere per un attimo che sto parlando con mia figlia. In pratica.. Tu chiedi una cosa a uno, e lo vedi che sorride. Visto che non c’è motivo di sorridere, dal momento che non hai detto niente di divertente, registri l’anomalia (che ti ha dato anche un po’ fastidio, fra l’altro) e abbozzi. Poi quello sorride un’altra volta e quindi glielo vuoi proprio domandare, da dove gli viene quel sorriso lì. E allora lui s’incazza e rivendica il diritto di fare della sua faccia quello che vuole. Come se glielo avessi messo in discussione, quel diritto. Al che tu cerchi di tornare all’argomento, ma quello fa l’offeso e si barrica nella questione di principio (che ovviamente è un’uscita laterale, perché queste sono, le questioni di principio). Così tu perdi le staffe e sbotti, e lui pure sbotta, e alzi la voce, e pure lui l’alza, e poi magari tanto per offendere vi dite una cosa che c’entra ancor meno con l’argomento iniziale (che a quel punto viene completamente schiacciato da quei tamponamenti a catena), e non venite a mani giusto perché non ne avete l’abitudine, e poi rimanete in silenzio a guardarvi di sbieco con odio finchè vi prende un po’ di malinconia, e così uno dei due dice una cosa un po’ divertente (ma di quel divertente stirato, che normalmente non farebbe ridere) e l’altro ride anche se normalmente non riderebbe e si ricomincia daccapo, senza più parlare dell’argomento (che quindi resta aperto), fino alla prossima occasione in cui il parlarsi s’impantanerà nello stesso punto preciso. E così che stanno i rapporti fra le persone, anche fra quelle che si conoscono da una vita, ed è per questo che dire o non dire è la stessa cosa, e la sincerità è un incidente e non è nemmeno che faccia così bene come comunemente si pensa. Parlare non risolve i problemi, semmai gli dà una lisciatine. Non si può fare affidamento sulle parole, e questo è tutto. In certi momenti, quando guardi qualcuno che ti ha detto una cosa che avevi messo da parte convinto che fra voi avesse un qualche valore, e t’accorgi che manco se la ricorda, quella cosa, allora pensi che è proprio meglio che lasci perdere e non ci pensi neanche più.” (dal libro NON AVEVO CAPITO NIENTE di Diego De Silva) |
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POESIA
"Il tempo perso" di Jacques Prévert
Sulla porta dell'officina
d'improvviso si ferma l'operaio
la bella giornata l'ha tirato per la giacca
e non appena volta lo sguardo
per osservare il sole
tutto rosso tutto tondo
sorridente nel suo cielo di piombo
fa l'occhiolino
familiarmente
Dimmi dunque compagno sole
davvero non ti sembra
che sia un po' da coglione
regalare una giornata come questa
ad un padrone?
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