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Indagine al buio (7)

Post n°3069 pubblicato il 22 Maggio 2023 da paperino61to

Riassunto: Nonostante il commissario Berardi sia convalescente con la perdita della vista dopo un conflitto a fuoco, con i suoi colleghi è impegnato nello scoprire l'assassino o gli assassini che hanno ucciso un uomo. La vittima senza documenti e con volto sfigurato, unica traccia un tatuaggio sul braccio: Adua. Berardi per puro caso riesce a collegare quella parola alla disfatta subita dal Regio esercito ad Adua. Chiede aiuto a Farinacci per avere il via libera a porre domande ai vertici militari e grazie a quest'ultimo riesce a ottenere una lista dei morti e dispersi piemontesi. Solo due di essi hanno subito scempio dai nemici in modo da renderli irriconoscibili, uno di essi è il tenente Basile Vettini e il suo attendente Ciardi. Il tutto mentre il commissario combatte una battaglia interiore nella paura di rimanere cieco per sempre.

 

Usciti i due colleghi mi alzo e lentamente vado a sdraiarmi nel letto. La signora Desio domanda se ho bisogno di aiuto, rispondo di no, che l’unico aiuto sarebbe se potesse ridarmi la vista. La sento singhiozzare e le domando scusa per la mia indelicatezza verso chi si prodiga per farmi stare meglio.

Nel pomeriggio Maria mi domanda se ho voglia di uscire, le rispondo di no: “Se vuoi torna pure in negozio”:

“Marco ti farebbe bene uscire, oggi c’è un bel sole”.

“Non ti offendere ma preferisco rimanere qui, dovrebbero venire Perino e Tirdi a trovarmi. Dimenticavo, ha chiamato il mio amico Ettore, ti saluta Lidia”.

“Grazie, stasera magari la richiamo, spero stiano bene”.

“Si, bene…però se puoi…”.

“Non gli hai detto cosa ti è successo vero?”.

Il mio silenzio è la risposta alla sua domanda”.

“Ettore è tuo amico, perché mentirgli?”.

“Non lo so, mi è venuto spontaneo non metterlo al corrente, lo so che è sbagliato, ma non voglio che mi si …mi si compatisca”.

“Nessuno ti compatisce amor mio, tutti noi vogliamo solo il tuo bene e se Dio decidesse di non farti vedere più la luce vorrà dire che bisognerà seguire ciò che ha deciso”.

“Dio? Mi farebbe piacere scambiare due parole con lui…ma non ho voglia di discutere di teologia…vieni qui Maria ho voglia di abbracciarti”.

Le novità sull’indagine non fanno sostanziali passi avanti. I superstiti di Adua nati a Torino sono per fortuna tutti residenti in città e verranno convocati in questura domani, gli altri due verranno convocati il giorno seguente.

“Se vuole assistere commissario la vengo a prendere” domanda Tirdi.

“No grazie, fate voi a me basta essere messo al corrente, lo vedi un testimone che parla con un commissario cieco?”.

Il giorno dopo il solerte Tirdi accompagnato da Perino vengono a farmi il resoconto delle deposizioni dei due ex militari. 

“Il primo si chiama Filiberto Massa e abita con la moglie in via Cigna al numero 34, il secondo si chiama Gianni Chetto, vive con la madre in via Val della Torre al numero 10. Entrambi appartenevano al XI battaglione comandato dal tenente Basile Vettini di Leinì, ma avevamo già questo nome. E ‘uno di quelli con il volto sfigurato”.

“Non ti hanno detto nulla dell’altra persona irriconoscibile?”.

“Entrambi credono sia Gianluca Ciardi attendente del Vettini, erano sempre insieme”.

“Non hanno trovato strano che siano stati sfigurati fino a renderli irriconoscibili?”.

“A questa domanda hanno risposto in maniera diversa, il Massa non si è stupito più di tanto, il popolo del Negus erano dei selvaggi, mentre il Chetto non si capacita di tale ferocia. Quest’ultimo ha visto i corpi, era legato al tenente da una vecchia amicizia”.

“Gli altri due che vivono fuori città?”.

“Nulla di interessante, l’unica cosa che gli accomuna è che anche loro hanno trovato strano che ai due commilitoni abbiano usato una tale violenza”.

“Erano tutti aggregati a quel battaglione se non ho capito male”.

“Si! Tutti agli ordini di Vettini…c’è una cosa che mi ha lasciato stupito, quando ho domandato che ufficiale era, tolto Chetto, tutti gli altri hanno detto che preferivano tenersi per loro la risposta, solo Massa si è sbilanciato facendo capire che non era certo un cuor di leone il loro superiore”.

“Perino, prova a sentire il comando militare per sapere cosa ne pensano del tenente Vettini. Tu Tirdi prova a contattare i parenti dell’ufficiale e di Ciardi”.

“Già fatto commissario, a Leinì paese di nascita del tenente, il padre è morto qualche un paio di anni fa mentre la mamma di Vettini è morta nel 1925. L’ufficiale non è sposato anche se aveva una relazione con una ragazza del paese, tale Lidia Fusaro. Ho sentito anche lei e ha riferito che già alla partenza per l’Eritrea non erano più insieme”.

“Bravo Tirdi, ora vedi di scoprire qualcosa di Ciardi…adesso se volete vi offro il pranzo da mamma Gina, dovete però farmi da guida”.

Entro all’ospedale con passo lento e schiena curva, Maria e Tirdi mi accompagnano, oggi è il gran giorno, il luminare proposto dal medico che mi ha preso in cura darà il suo responso.

“Marco, stai tranquillo d’accordo? Qualunque cosa ti dica tu stai tranquillo, non ti lascio solo e lo sai manco Tirdi e tutti i tuoi amici…me lo prometti?”.

 

Bella parola la promessa, vorrei ribattere ma rinuncio, non ne la forza né la voglia.

Ci sediamo nella panchina posta nel corridoio e aspettiamo. Il via vai di gente è continuo, tra dottori, infermieri, parenti e pazienti.

“Venga signor Berardi, l’accompagno dal dottor Sommi è lo specialista di Marsiglia…si appoggi a me”.

L’infermiera mi aiuta ad entrare nella stanza e sedermi.

“Il dottore arriva subito”.

Poi sento una mano che si infila nella tasca della giacca, domando cosa stia succedendo ma non ottengo risposta. Dentro di essa tocco un foglio di carta, maledetta mia cecità e impreco ad alta voce.

“Buongiorno signor Berardi, sono il professor Sommi, il mio collega mi ha spiegato cosa le è successo. Ho letto con interesse la sua cartella medica e credo di poter dire che la sua cecità non è definitiva, ma lo potrò dire con più sicurezza dopo averla visitata. Infermiera, aiuti il signore a sedersi sulla poltrona”.

La voce della donna è diversa da chi mi ha accompagnato nello studio. Non so dire quanto tempo sia rimasto, il tempo è relativo nelle mie condizioni. Nonostante il parlare del medico, la mia mente è proiettata su quel foglio che ho in tasca, a pensare cosa potesse esserci scritto.

“Bene, abbiamo finito. Ora le prescrivo delle gocce, sono da mettere due volte al giorno inoltre dovrà fare degli impacchi con acqua calda assieme alla medicina che le prescrivo, sono sincero quando le dico che riprenderà a vedere. Il riposo accompagnato a ciò che le ho segnato farà il suo corso. Capisco che per una persona attiva come lei sia difficile rimanere fermo, ma se vuole che i suoi occhi tornino come prima deve seguire le mie indicazioni”.

“Seguirò le sue indicazioni professore”.

“Perfetto, so che lo farà, le fisso un appuntamento tra quindici giorni, secondo me un miglioramento ci sarà già e potremo valutare il da farsi, arrivederci e mi raccomando segua le prescrizioni”.

Quando esco dallo studio Maria viene chiamata dallo specialista e sento che confabulano tra loro. Tirdi mi domanda come è andata e rispondo che devo seguire attentamente ciò che mi ha detto.

“Conoscendola ci credo poco commissario”.

“Abbiamo un delitto da risolvere, questo è il foglio che qualcuno mi ha messo in tasca quando ero nello studio”.

 (Continua)

 
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