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Testo unico di riforma delle pensioni

Post n°539 pubblicato il 26 Novembre 2016 da meninasallospecchio

Quella che segue è la mia proposta di riforma del sistema pensionistico. Lancio una raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare.

Art. 1. La presente legge sostituisce ed abroga ogni precedente disposizione in materia.

Art. 2. L’età della pensione è fissata per tutti a 65 anni o 40 anni di contributi, qualora a 65 non si sia ancora raggiunta tale contribuzione.

Art. 3. E’ possibile interrompere l’attività lavorativa prima dei 65 anni se si sono già maturati 40 anni di contributi. La pensione verrà comunque erogata a partire dai 65 anni di età.

Art. 4. Per chi prosegue l’attività lavorativa oltre i 40 anni di contributi, è previsto un aumento della pensione che verrà successivamente erogata, pari al 5% della pensione calcolata sui 40 anni per ogni anno di lavoro ulteriore.

Art. 5. E’ fatto obbligo ai datori di lavoro di cambiare mansione al lavoratore che svolge un lavoro usurante, a partire dai 55 anni. Sono considerati lavori usuranti quelli che comportano uno sforzo fisico o turni di lavoro notturni. Agevolazioni sono previste per le aziende che mettono in atto politiche di facilitazione per tutti i lavoratori al di sopra dei 55 anni.

Art. 6. Se si sono raggiunti i 40 anni di contributi, è obbligatorio abbandonare l’attività lavorativa al compimento dei 65 anni.

Art. 7. I cittadini che percepiscono la pensione non possono svolgere un’attività lavorativa.

Art. 8. Per tutti i cittadini di qualsiasi età che non svolgono un’attività lavorativa (compresi quindi i pensionati) è previsto, su base volontaria, il servizio civile. Le modalità e il trattamento economico dovranno essere definiti con apposita legge di riordino della materia.

Art. 9. La pensione di reversibilità viene erogata ai figli fino ai 25 anni senza ulteriori condizioni. Viene erogata al coniuge superstite soltanto se ha un reddito inferiore a 20.000 euro. Il cumulo fra reddito e reversibilità non può in ogni caso superare i 30.000 euro: la reversibilità sarà decurtata di conseguenza. E’ necessario che il matrimonio o l’unione civile sia in essere da almeno 5 anni al momento del decesso. Il diritto alla reversibilità decade nel caso di un nuovo matrimonio o unione civile. Qualora il coniuge superstite abbia meno di 55 anni al momento del decesso del consorte, la pensione di reversibilità sarà erogata soltanto per i primi 10 anni. Qualora il coniuge superstite non svolgesse, al momento del decesso, alcuna attività lavorativa, gli anni di contribuzione del defunto andranno a sommarsi a quelli successivamente maturati ai fini del raggiungimento dei 40 anni di contributi.

Art. 10. L’ammontare della pensione verrà calcolato sulla base dei contributi versati. La pensione minima sarà di 1.200 euro, quella massima di 5.000.

Art. 11. Non verrà corrisposta alcuna pensione a chi non abbia svolto attività lavorativa e maturato contributi. Chi non possiede alcun introito o altra risorsa avrà diritto a un reddito minimo (o di cittadinanza), indipendentemente dall’età. Tale reddito è definito con apposita legge attualmente in fase di studio.

Art. 12. Sono fatti salvi i diritti acquisiti con le seguenti limitazioni:
Comma 1: Nessun adeguamento ISTAT è previsto per i percettori di pensione che non abbiano compiuto i 65 anni di età
Comma 2: Nessun adeguamento ISTAT è previsto per le pensioni superiori a 5.000 euro.
Comma 3: Per le pensioni di reversibilità le norme sono immediatamente applicabili. 

 

 
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Nativi digitali (la serie) - Poche parole

Post n°538 pubblicato il 13 Novembre 2016 da meninasallospecchio

Domanda: Che cosa si intende per risoluzione di un monitor?

Risposta: La risoluzione è in poche parole la scheda video.

Poche parole, ma sbagliate.

 
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Aggiornamenti

Post n°537 pubblicato il 10 Novembre 2016 da meninasallospecchio

Eh, lo so. Latito da un po’ di tempo. Pensare che ho visto proprio ora che ho un post bell’e pronto da pubblicare. Si intitola: Testo unico di riforma delle pensioni; contiene la mia proposta di riforma del sistema pensionistico, ma lo pubblicherò soltanto quando avrò voglia di rispondere a 200 commenti inferociti. Nel frattempo vi racconto un po’ di me.

A quanto pare faccio davvero la prof. No, perché l’anno scorso potevo anche far finta di passare di lì per caso, ma due anni di fila fanno statistica, quindi sono ufficialmente una prof. Ancorché estremamente precaria, ma quelli che insegnano la mia materia sono tutti più o meno piazzati come me; per cui ogni anno si fa una specie di Risiko delle cattedre. E’ una faccenda complicata, non vi voglio annoiare, ma alla fine della fiera quest’anno insegno in due scuole.

Una è un ITIS, ma non è così male come si potrebbe pensare. Ho incontrato un vecchio amico di circa 40 anni fa, insegna nella stessa scuola, ma ai ragionieri.

- E’ poco che insegno ma mi piace molto – gli dico.
- Sì? E dove insegni di bello?
- All’ITIS.
- Ah. E ti piace ancora?

Effettivamente ho una classe di 31 con 29 maschi; poi ne ho una da 27 con 23 maschi e un’altra da 18 con 16 maschi. Insomma, tengono una coppia di femmine per classe, modello arca di Noè, per preservare la specie. Sono molto agitati, molto. Ma vedrò di sopravvivere. Per fortuna non è il mio primo anno di insegnamento, per cui qualcosina l’ho imparato, anche se non sarò mai una di quegli insegnanti che riescono a imporre la disciplina.

Il punto è che a me insegnare piace davvero, e voglio farlo divertendomi, io per prima. Per cui instaurare un clima di terrore non sarebbe proprio nel mio stile. Però un pochino sto imparando, perché se si lascia troppo correre alla fine non si riesce a lavorare.

Oltre all’ITIS ho anche una classe serale di geometri. Da un certo punto di vista è più semplice, corsi agli adulti ne ho tenuti nella mia vita, anche lavorando in azienda. Quello che mi fa impressione è dovergli dare verifiche e voti, sembra di trattarli come bambini. Eppure è così: è scuola normale e bisogna fare tutto.

Poi ho altre due classi in una scuola professionale. Lì in teoria sarebbe ancora peggio, ma in pratica io insegno ai grafici, che sono abbastanza civili (anche se ho dovuto annullare la prima verifica perché non avevano studiato un cazzo e ho fatto una strage). Nella stessa scuola c’è anche l’alberghiero e lì sembra di stare in quei film sulle banlieu parigine; quelli dove l’insegnante arriva in mezzo a una masnada di teppisti e in breve tempo li converte tutti all’amore per la poesia. Ho fatto qualche sostituzione, ma per fortuna non sono i miei, perché nella realtà non funziona come nei film, a parte il fatto che non insegno poesia. Però stare in una scuola con l’alberghiero ha il suo bel perché. Ogni tanto fanno qualche esercitazione di pasticceria e portano l’output in sala professori. C’è anche il ristorante didattico, dei cui servigi ancora non mi sono avvalsa, ma lo farò presto, sperando che non mi sputino nel piatto. Non ne avrebbero motivo, non essendo io una loro insegnante.

Insomma, sono un po’ presa. Ma appena mi sarò un pochino stabilizzata, spero di tornare a scrivere di più. Non perdiamoci di vista.

 
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Nabbo

Post n°536 pubblicato il 14 Ottobre 2016 da meninasallospecchio

Qualche giorno fa, leggendo un articolo dalla Newsletter di Linkedin, mi sono imbattuta nel termine newbie. Anche se dal contesto si capiva, ho comunque cercato il significato in rete: newbie sta per new beginner. Sarebbe un neofita, ma il vocabolo ha un’accezione un po’ ironica e dispregiativa, ad indicare chi, ultimo arrivato in un determinato ambito di competenza, mostra molto entusiasmo e buona volontà, ma fondamentalmente non capisce un cazzo.

Il termine è stato storpiato in vario modo, ma anche italianizzato in nabbo, nabbone, ecc., che però deriverebbero dall’inglese noob, quello sì con un’accezione apertamente negativa, in quanto un noob sarebbe un newbie che non fa nessuno sforzo per migliorare.

Appena appresa questa nuova espressione, l’altro giorno mi capita di socializzare con un collega prof, uno come me, too old to rock ‘n’ roll, too young to die: un fisico che sta insegnando matematica per la prima volta in vita sua. Scherzi del destino della crisi economica.

Insomma, gli dico:

- Ah, sei anche tu un newbie come me.

E lui annuisce, mostrando di comprendere.

Dopo di che, questa mattina, spiego ai miei bimbi della prima quello che faremo durante l’anno, che vedremo com’è fatto un computer, ecc. ecc., il file system, le directory, le operazioni su file, creare, modificare, cancellare file…

- Ma prof, se uno non sa cancellare un file è proprio un nabbo!

- Eh sì - ho approvato sorridendo e facendo la mia porca figura di prof al passo coi tempi.

Grandioso, una cosa che ho imparato tre giorni fa. E chissà quante altre me ne perdo.

E comunque sia messo a verbale: adoro questo mestiere. Se solo fosse pagato decentemente, sarebbe fantastico.

 
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Culo

Post n°535 pubblicato il 10 Ottobre 2016 da meninasallospecchio

(dalle tre parole di fran6319)

Ogni tanto sento delle donne asserire che la prima cosa che guardano in un uomo è il culo. Ma davvero?? O lo dite soltanto per darvi un tono spregiudicato? Perché veramente faccio fatica a crederci.

Cosa guardo io in un uomo? Be’, è la solita storia: se uno è bello è bello, non si entra tanto nei dettagli. Ma se dovessi proprio dire, sarebbe qualcosa che c’entra con lo sguardo, l’espressione: maliziosa o intensa, deve promettere che a letto ci divertiremo. Poi, certo, se uno ha qualcosa che non va lo noto, e magari fa sì che non mi piaccia. Che ne so, se ha la micosi alle unghie, ma questo non vuol dire che guardo come prima cosa le mani.

Analogo discorso per il culo. Un bel culo d’uomo corrisponde in generale a un bel fisico, e quello certo ha il suo peso. Tanto per dire, vogliamo parlare di Roberto Bolle?

Roberto Bolle

Sinceramente, dire che ha un bel culo mi sembra riduttivo. E tutto il resto dove lo vogliamo mettere? Ehm… no, non rispondete. Insomma, è tanta roba, mica solo culo, con tutto il rispetto.

Il più bel culo maschile della storia dell’arte è invece questo.

Giovane di Mozia

Appartiene al Giovane di Mozia (secondo alcuni Auriga), una statua di epoca greca classica che si trova appunto nell’isola di Mozia, presso Trapani. Il fatto che persino Wikipedia ne mostri il lato B la dice lunga. Non conoscevo questo aspetto, ma ammetto di averci fatto un lungo giro intorno e successivamente, parlandone con delle colleghe prof, ho scoperto di non essere la sola.

Tutto questo per dire che non disdegno, anche se normalmente non è che mi cada subito l’occhio lì. C’è da dire che, con l’età, il culo maschile va incontro a un destino avverso: si svuota, per così dire. Rimane la struttura ossea, ma il contenuto tondeggiante tende a svanire. Il culo femminile invece rimane pieno, ma subisce l’onta della gravità; così come le tette, tende a spostarsi verso il basso, assumendo una conformazione a pera

Ecco, mi succede molto più spesso di guardare il culo alle donne. Non so perché. Non sono normalmente attratta dal mio stesso sesso, il mio interesse per i culi femminili è puramente estetico, o forse, chissà, li voglio confrontare mentalmente con il mio. Fatto sta che di una donna, sì, è una delle primissime cose che guardo. Ho scoperto che gli uomini sono attratti anche dai culi molto grossi. Dev’essere un fatto di sesso, un po’ come le tette grandi, che esteticamente non sono belle, ma evidentemente fanno sangue; probabilmente anche un culo grosso accende la fantasia. Quelli che piacciono a me sono invece più piccoli, tondi e sodi: il massimo sono quei culi brasiliani che quasi guardano in su, come il naso alla francese, sfidando la forza di gravità.

Ogni tanto mi capita di rimanere con lo sguardo inchiodato su un bel culo femminile, come ipnotizzata. Se non temessi di assomigliare a Donald Trump, direi che ci sono culi magnetici, che è quasi impossibile non guardare. Non significa affatto che io abbia delle mire sessuali sulla proprietaria, è solo che mi succede così. Non mi è mai capitato con un culo maschile, a parte lo statuone greco, ma forse potrei provare a interessarmene maggiormente. Chissà che non mi esca una nuova interessante perversione. 

 
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Breve interruzione pubblicitaria

Post n°534 pubblicato il 09 Ottobre 2016 da meninasallospecchio

No, volevo dire, io Terranova tutta la vita.

Quest'estate con 6 euro di vestito mi dicevano: come sei elegante.

Ieri con 18 euro di vestito mi hanno detto che sono dimagrita.

Se ne spendo 25 va a finire che mi dicono che sono gnocca.

Terranova

 
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Orologio

Post n°533 pubblicato il 08 Ottobre 2016 da meninasallospecchio

(dalle tre parole di arw3n63)

Certo che negli anni ’80 ne facevamo di minchiate. Oddìo, non che adesso… andare a caccia di Pokemon non si può propriamente definire un’attività produttiva. Ma allora, fra le molte pazzie di quegli anni c’era la mania degli Swatch. Vi ricordate?

Non gli swatch quelli normali, che costavano 50.000 lire o forse anche meno. No, prima gli Scuba, gli swatch subacquei che a dire il vero erano orribili, e poi soprattutto i mitici Cronoswatch, gli swatch con il cronometro, enormi, coloratissimi e rigorosamente inutili, chi mai ha usato un cronometro.

Non so come sia nata questa mania. Certo si è autoalimentata. Perché ad un certo punto questi Crono così ambiti erano diventati introvabili, e quindi bisognava andare a comprarli all’estero. Così i duty-free degli aeroporti di tutta Europa (allora si passava ancora al duty-free negli spostamenti intra-europei) pullulavano di italiani assatanati che si contendevano l’ultimo Crono, senza esclusione di colpi; beandosi magari dei modelli più rari, come quelli che oggi trovano un pokemon Dragonite. Solo italiani naturalmente; gli altri europei assistevano a questo delirio con qualche perplessità, traendone vantaggio ove possibile.

A questo punto il Crono era diventato davvero uno status symbol, perché testimoniava il fatto che il suo possessore era uno yuppie che girava per aeroporti come nei giardinetti sotto casa. O quanto meno conosceva qualcuno che conosceva qualcun altro che lo faceva. In Olivetti c’era un dirigente che commissionava acquisti a tutti quelli che mandava in trasferta.

Come sia finita questa moda non si sa, come finiscono tutte le mode. Aveva però portato con sé, per chi poteva permetterselo, anche una certa mania per gli orologi autenticamente di pregio. Anche se è una passione che non ha tutta questa ragion d’essere. Un tempo, quando gli orologi erano meccanici, la qualità era importante. Ma gli orologi al quarzo funzionano tutti benissimo, non c’è una vera ragione per spendere più di 5 euro. E infatti, insieme a questa moda, vennero in auge anche i famosi Rolex falsi. A Hong Kong era un delirio. E naturalmente, il solito dirigente di cui sopra, chiedeva di portargli un esemplare.

A Hong Kong, all’epoca ancora sotto il dominio inglese, il commercio di merce falsificata era illegale. Quindi, nei numerosi mercatini notturni, sebbene illegali pure quelli, i Rolex falsi non si trovavano. In realtà, se lo chiedevi, ti accompagnavano in qualche antro oscuro, in cui potevi concludere il tuo business, ma poteva essere rischioso. Più sicuro chiedere ai colleghi dell’ufficio, che facevano venire appositamente in loco il famoso Watch Man, un anziano piccoletto in casacca maoista; il quale apriva un suo involto, scodellando un paio di dozzine di Rolex contraffatti. Si mercanteggiava un po’ sul prezzo (ma tanto il dirigente avrebbe pagato di tasca sua) e si poteva ripresentarsi all’headquarter senza timore di essere biasimati per non aver compiuto il proprio dovere.

I Rolex non mi sono mai piaciuti, ma su quelle bancarelle del sud est asiatico si trovavano anche molti orologi graziosi a poco prezzo. Ormai ci sono anche da noi, sebbene la varietà degli esemplari da mercato si sia molto ridotta. Nel mio cassetto giace un autentico Longines modello Lindbergh, comprato nei miei anni da yuppie. E’ un orologio meccanico che perde almeno 2-3 minuti alla settimana, il cui cinturino ormai consunto non sostituisco perché mi costerebbe come 20-30 orologi da bancarella. Non sono più una yuppie. Cinque euro sono più che sufficienti, l’orologio mi dura un anno, poi lo butto e ne compro un altro. E’ il consumismo, bellezza.

 
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Dimostrare

Post n°532 pubblicato il 07 Ottobre 2016 da meninasallospecchio

(dalle tre parole di sagredo58)

Si possono dimostrare tante cose, ma a me la parola dimostrare fa subito venire in mente la matematica. Sono i teoremi di matematica quelli che si dimostrano.

Si parte con una tesi, l’enunciato di cui vuole dimostrare la verità, appunto. Segue la dimostrazione vera e propria, un ragionamento in cui ogni passaggio è conseguenza logica e inevitabile del precedente, fino ad arrivare alla tesi di partenza. A questo punto si conclude con C.V.D., Come Volevasi Dimostrare.

Una forma particolarmente elegante di dimostrazione è quella cosiddetta “per assurdo”. Si comincia dicendo: supponiamo per assurdo che la tesi non sia vera, persino laddove questa sia anche intuitivamente plausibile. Ma un ragionamento rigoroso non può basarsi sull’intuito e tanto meno sulla plausibilità.

Si nega dunque la tesi e si dimostra che questo porta a una contraddizione intrinseca o in riferimento agli assiomi del nostro sistema. Per esempio, se voglio dimostrare che in una certa situazione due entità A e B sono uguali, procedo negando questa tesi. Allora suppongo prima che sia A minore di B e proseguo nel ragionamento fino a dimostrare che non può essere. Successivamente suppongo che A sia maggiore di B e dimostro che anche questo non può essere. Quindi in conclusione deve essere per forza A=B, CVD.

I teoremi all’università cominciavano sempre con questa frase: preso un epsilon piccolo a piacere…

C’era sempre di mezzo ‘sto epsilon. Epsilon è una lettera dell’alfabeto greco, che si scrive come un tre rovesciato. Nei teoremi sta a indicare un’entità algebrica o geometrica alla quale si dà un nome, epsilon appunto, tanto per non chiamarlo Giovanni, ma è pura convenzione. Insomma, preso ‘sto epsilon piccolo a piacere, c’era sempre qualcosa da dimostrare, in genere c’era qualcos’altro più piccolo ancora di epsilon, per quanto epsilon fosse uno schifezzino proprio. Per noi studenti epsilon era quasi proverbiale, roba da farci le battute di spirito, ma solo fra di noi, perché non si possono fare battute che le capiscono in 3 su 1000.

Chi non ama la matematica, o pensa che la matematica sia una materia arida, semplicemente non la conosce. Oppure non ama la bellezza classica, apollinea, la bellezza della perfezione, come nelle sculture di Canova o nei quadri di Botticelli. Un ragionamento limpido, cristallino, il dolce fluire dell’intelligenza attraverso la logica, ha la stessa valenza estetica dell’ineluttabile necessità dei cicli naturali, o del dominio dell’uomo sulla materia che si fa arte.

Fuori dal dominio matematico, per lo più si dimostra qualcosa nell’ambito della dialettica, politica o commerciale. Ma si dice pure: non ho niente da dimostrare, in riferimento alla libertà personale di ostentare anche le fragilità o di assumere comportamenti in apparente contrasto con il proprio personaggio. Hai qualcosa da dimostrare? Si chiede a chi, al contrario, sembra voler tenere il punto a tutti i costi, al di là di ogni buon senso. Non avere niente da dimostrare è proprio delle persone sicure di sé, che non temono il giudizio altrui e sono pronte a sacrificare anche la coerenza in nome di valori superiori, intellettuali o morali.

E io, cosa voglio dimostrare con questo giochino delle parole? 

 
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Ecco

Post n°531 pubblicato il 05 Ottobre 2016 da meninasallospecchio

(dalle tre parole di Prontalfredo)

Leggo dal dizionario Garzanti online:

ecco

1. indica l’avvicinarsi o il comparire improvviso di una persona o di una cosa; si usa anche per richiamare l’attenzione altrui su un fatto che si verifica improvvisamente o su un discorso che si inizia…

2. per dare maggior forza alla frase o per incominciare o riprendere un discorso: ecco, ci mancava anche questa!; ecco, volevo parlarti di questo

3. seguito da participio passato indica che l’azione espressa dal verbo è stata compiuta: eccoci arrivati; ecco fatto

Non avete idea di quante cose interessanti si imparano se uno decide di scrivere un post a tema. L’etimologia innanzi tutto. Perché ecco deriva dal latino ecce (come in Ecce homo, l’espressione abitualmente associata al Cristo della passione), ma curiosamente è rimasto soltanto nell’italiano.

Il francese dice voilà, o voici, letteralmente vedi là o vedi qui.

L’inglese dice here it is, è qui. Così come lo spagnolo aqui, c’è qui.

Il latino usa anche eccum, concordato con l’accusativo, pare sia una forma più tarda, precedentemente usata soprattutto dai comici. Insomma, anche i latini facevano gli spiritosi con i giochini linguistici, un po’ come quando i romani dicono “euri”, al plurale. Magari a forza di fare gli spiritosi, un giorno diremo tutti euri, e così per i posteri diventerà una forma tarda pure quella.

D’altra parte anche Peppino De Filippo, con il suo personaggio di Pappagone, giocava sull’avverbio ecco, trasformandolo in “ecque qua”.

Io me lo ricordo da bambina, Pappagone, ma faceva ridere anche gli adulti? Mio dio, come eravamo ingenui.

Comunque, a proposito di fare gli spiritosi, io uso spesso “ecco” come indicato al punto 2 del dizionario Garzanti, in forma ironico-avversativa. Per esempio, uno pubblica su Facebook una foto molto romantica in bianco e nero, di due che ballano, ma a dire il vero lui le tiene una mano sul culo. Allora io commento: Ecco, ma ai corsi non insegnano a tenere la mano così, al cavaliere.

Ecco, era per fare un esempio. Del resto, io inizio spesso le mie frasi con qualche avverbio avversativo: ma, insomma, comunque…Un po’ per far scorrere il discorso, un po’ per introdurre una punta di ironia. Ci sono quelli che scrivono i post su Facebook cominciando con “E niente, ...”. Anche quello è carino, ma non mi viene spontaneo.

Ecco, Alfredo, volevi un vero post sul nulla? Ecco qua il tuo post.

 
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La porta

Post n°530 pubblicato il 03 Ottobre 2016 da meninasallospecchio

Correva l’anno 1989 del secolo scorso, annus mirabilis per tanti eventi internazionali, dalla caduta del muro di Berlino a Piazza Tienanmen, ma che nella mia modesta storia personale si ricorda come l’anno del mio matrimonio. Tuttavia, prima del lieto evento, occorreva dedicarsi per qualche tempo ad allestire il nido d’amore.

La nostra casa era un bell’appartamento in un palazzo del 1888, centro storico di Torino, quello che sarebbe di lì a poco diventato di moda come quadrilatero romano. Lo stabile era stato ristrutturato da un’impresa, mantenendo ove possibile le dotazioni originarie e ammodernando il resto.

La porta era quella originale, come da capitolato. Aveva persino quell’accessorio delizioso e totalmente inutile chiamato bussola: la adoravo. Ma ovviamente non era blindata.

La mia futura suocera però conosceva un artigiano in grado di blindare qualsiasi porta, inserendo un paio di pannelli di acciaio e applicando un rivestimento in velluto. L’artigiano era in realtà un tipico personaggio della fauna torinese dell’epoca: il Cassintegrato Fiat, riciclato a fare ogni sorta di lavoretti, purché rigorosamente in nero. Questo per giunta apparteneva a una sottospecie particolare, il Cassintegrato Fiat Torinese DOC, una razza già allora in via di estinzione: quelli che Porta Palazzo la chiamano Porta Pila, tanto per capirci, se per caso qualche torinese mi legge.

Insomma, un giorno l’omino va a casa nostra, ancora disabitata, a fare il lavoro. Verso sera, rientrato dall’ufficio, il mio futuro marito si presenta per controllare l’opera. Lì per lì sembra che non ci sia nessuno, ma dopo un attimo l’operaio emerge dal bagno.

- Sono andato a fare un goccio – spiega. E aggiunge, in dialetto: - Sa come si dice, non c’è una casa di signori che non ci abbian pisciato i muratori.

Dopo di che mostra orgogliosamente il suo lavoro. La chiusura, il rivestimento in velluto, elogiandone la solidità. Ma c’è dell’altro:

- Sa, ho infilato in mezzo un foglio con il mio nome, indirizzo e numero di telefono, nel caso qualcuno demolisca la casa e la porta. Ho scritto che se mi viene a trovare gli offro un bicchiere di vino.

Ma la vision del Cassintegrato Torinese si proiettava anche verso il futuro:

- E poi ho pensato che magari fra 200 anni, quando demoliscono la casa, potrebbe essere un’epoca di proibizionismo (ha detto proprio così, proibizionismo, ndR). Così ho anche messo una pagina di una rivista con le donnine nude, che magari chi la trova è contento.

Vabbé. La casa, con la porta così farcita, è rimasta al mio ex marito, che credo sarebbe vagamente imbarazzato, se mai dovesse demolirla, nel ritrovarsi a spiegare come mai contiene una pagina di Playboy.

Per parte mia non posso che manifestare la mia ammirazione per chi, nello svolgimento del proprio lavoro, per nulla umile, ma anzi con la consapevolezza di avere un posto nel mondo, si assume l’onere di tramandare qualcosa alla posterità. Magari lo facessero in tanti.

 
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