Come la lavatrice.

L’ultima volta che ti ho accesa una decina di giorni fa.
Alla sera, così da risparmiare sulla luce… mi poso sul letto in attesa che tu finisca.

Ad un certo punto mi sembra di sentire uno scroscio improvviso, potente, come fosse un fiume in piena dopo un temporale di giorni; non mi stupisco, ne fa uno al giorno, più o meno sul calar della sera.

Quando sento che l’oblò stacca la sicurezza mi alzo, scopro che il fiume in piena è passato sul mio balcone, il tubo di scarico dell’acqua si è logorato fino ad aprirsi, dopo un primo momento di incredulità, beh un gran profumo di bucato. sgrunt!

Stendo e rifletto.

Penso che non ho intenzione di investire in un tecnico per il cambio del tubo, non riesco a guardarlo subito, comincio ad accumulare la biancheria da lavare.

A inizio settimana mi cimento, naturalmente la mia lavatrice non ha lo sportello sul retro, comincio a cercare su vari tutorial, il compito di per se è banale ma nessun tutorial racconta la mia lavatrice.

Mi armo di cacciavite, e svito le uniche due viti “in vista”. Tolgo il top superiore, vedo il tubo ma non arrivo in nessun modo a vedere dove è agganciato. il blocco esterne è un tutt’uno, non mi capacito di come io possa arrivare sotto il cestello.
Comincio a svitare, tolgo il cassetto svito il supporto, smonto la mascherina anteriore computerizzata, tolgo il filtro, in basso, e ci trovo pure dieci centesimi, cerco di capire se è possibile smontarlo, ma no.. e quindi comincio a svitare l’oblò cercando di arrivare via vai sempre più in basso. Poi mi fermo,  il cambio del tubo è una cosa troppo semplice, non può essere possibile tutto quel lavoro.

Mi rassegno demoralizzata e rimonto uno dopo l’altro tutti i pezzi.
Faccio la prova accensione e funziona.
Ottimo, non ho danneggiato la centralina.

Abbandono la missione per qualche giorno, poi provo a inventarmi una soluzione.
Silicono il tubo lì dove si è lacerato.

Questa mattina controllo e il risultato è pessimo, il silicone gli ha fatto il solletico.
Decido che è giunta l’ora di portare tutto alla lavanderia a gettoni, ma no, prima voglio tentare di nuovo.

Banalmente, penso:
se non ci arrivo dall’alto, forse potrei arrivarci dal basso?!

Ruoto la lavatrice su un lato e la appoggio in orizzontale. Tadannn!
Il sotto è vuoto e l’accesso al tubo è immediato!
5 minuti e smonto tutto, esco, acquisto il ricambio, torno, lo monto, pulisco, lavo, sistemo.

… faccio due lavatrici, non una goccia d’acqua sul balcone, stendo, fiera…. 11, 50 euro di felicità.

 

Penso.
“da che punto guardi il mondo tutto dipende”

Ci incaponiamo spesso su strade tortuose, lunghe, faticose, devastanti, stressanti, sofferenti, umilianti. Ci incaponiamo rimanendo lì, non dandoci nessuna possibilità, non vedendo nessuna alternativa, non riuscendo talvolta a mettere insieme anche solo un pensiero diverso. Sfregiamo i nostri pensieri, le nostre azioni, le modelliamo per provare a passare, a farci strada, a raggiungere quell’obiettivo che talvolta neppure vediamo da dove siamo, ci intestardiamo, fissi e coi paraocchi.

Poi ci allontaniamo.

Ma tant’è per risolvere dobbiamo tornarci, con aria al cervello, con una lente nuova, con idee diverse.
Cambiare la prospettiva.

Non una consapevolezza nuova, però così in un’azione semplice è stato chiaro vedere la strada e pensare che le alternative ci sono, sì, ci sono.

 

 

 

Vento in faccia

seduta nel marciapiede in campagna.

sul calar del giorno, i colori che cominciano a divenire arancioni.

Soffia un vento leggero che profuma di pianura, di erba tagliata fresca mista a fieno, secco, steso ancora nei campi.

C’è tantissimo verde, verde nuovo, chiaro, fresco, di germogli nuovi, rose rampicanti che sbocciano in moltitudine, galline nell’aia, galli che mangiano latte coi gatti.

 

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….

un post in bozza, lasciato lì il 18 maggio.
un mese dopo, e scivola via il tempo, di giorni e di notti, di albe e di tramonti, di routine e di urgenze, di attimi, di pensieri, di fronti corrugate e di malessere, di fatica del corpo, di mani sporche, di testa nella sabbia.

 

Apertura.
Ho bisogno di aprire.

 

Giugno 1996

Lo ricordo come un’ingiustizia.

Da sempre era passata all’orale prima la sezione A poi la B.
Ero “tranquilla”.

Quell’anno no.
Una mia compagna di classe avrebbe poi dovuto sostenete un esame per entrare al conservatorio e il mio professore di musica, nonché suo padre, fece in modo di invertire l’ordine degli orali così da permettere alla figlia di avere qualche giorno in più per studiare e prepararsi al conservatorio.

Andai su tutte le furie perché iniziare dalla sezione B voleva dire iniziare da me!

“Dai, ma così finisci prima e quando tu sarai già libera gli altri dovranno ancora finire”

Nella stessa scuole era passato anche mio fratello, un paio d’anni prima, stessa sezione, stessi professori.
Avevo il “merito” di essere la più brava tra i due, tranquilla, pacata, sempre al proprio posto, mai sopra le righe, mai in evidenza.
E io mi immaginavo lui, col banco attaccato alla cattedra della professoressa di italiano, alla quale la sua classe faceva di tutto, raccolta dei piumini in primavera da infilare nel registro di classe (lei ovviamente allergica al polline), biro bic che diventavano cerbottane dalle quali partivano infiniti micro pezzettini della gomma bianca staedtler,

Lui con i suoi mozziconi di gomma nell’astuccio, io che la pulivo contro il muro per averla sempre bianca.
Lui attaccato alla cattedra, io sempre in fondo alla classe.

Comunque…

“ti prendiamo il motorino se prendi un voto alto”

All’epoca facevo il corso di chitarra e mio fratello invece suonava a scuola la tastiera.
Mi ero impegnata a preparare il pezzo di musica con entrambi gli strumenti, ero fiera di poter dimostrare quello che avevo imparato.
Mi presentai all’appello.
Non ricordo più nulla se non l’agitazione all’ingresso dell’aula di musica, dove in semicerchio erano disposti i professori e la delusione quando, felice, annunciai di voler suonare il pezzo con la tastiera:

“Non ci interessa il pezzo al piano, a scuola il tuo strumento è la chitarra”

Durò poco, fui bloccata a metà esposizione e liquidata.
Uscii dall’aula in un bagno di sudore e trovai quella sensazione di libertà che tanto mi avevano promesso.

Presi sufficiente.

“ti prendiamo il motorino se prendi un voto alto”

Mi rimbombavano in testa quelle parole, uscii dalle medie col voto più basso.
Non mi meritavo il motorino.
Ho pianto tanto, perché quel ricatto era fortissimo nella mia testa. Non lo volevo più, il motorino.
Non volevo essere accontentata, l’accontentarmi mi faceva ancora più male.
Dietro quella loro frase c’era forse la certezza che non potevo essere “giudicata” allo stesso livello di mio fratello.
Ma davanti a quel voto pubblicato io mi sentivo svalutata, non ero stata sufficientemente brava, oddio sufficientemente si, ma non abbastanza.
Sentivo l’ingiustizia del cambio delle sezioni e l’arroganza con quale mi aveva detto di no, sentivo l’amarezza di non aver potuto dimostrare il mio impegno, sentivo di non essere stata compresa.

Qualche settimana dopo ci fu il saggio della scuola musica, il mio professore delle medie, che ne faceva ovviamente parte, mi chiese di prestargli la chitarra per accompagnare un paio di ragazzi, visto che alla sua aveva rotto una corda.
Naturalmente accettai.

Suonò.
Applausi.
Scese dal palco.
Mi consegnò la chitarra.

Rimasi impietrita, nella foga con cui aveva suonato, aveva rigato tutta la cassa sotto le corde e aveva divelto mezza rosetta.
Glielo feci notare con imbarazzo e incredulità

“massì, puoi prendere i pennarelli e disegnare il pezzo mancante”

Non una scusa, nulla.
Mi aveva nuovamente banalizzato, spento e anche umiliato.

Mi impegnai a disegnare la rosetta, ma il colore sbavava sul legno infilandosi tra le venature..
capii che non era possibile, lasciai perdere..
Inutile dire che di lì a poco “appesi” la chitarra al muro.

Ecco è per tutto questo
che ti ho invitato a credere in te stessa,
ad alimentare il tuo sapere
e a far brillare sempre i tuoi occhioni,
perché le promesse non diventino delusioni
perché nessuno possa spegnere la tua luce
perché tu possa vivere ogni emozione, attraversandola…
Ed ora che il traguardo lo hai raggiunto, vola, ancora e ancora!

Perfezione

Che all’improvviso ti ritrovi zia.

nelle mani un frugoletto, che è il più bello, il più profumato, il più delicato, il più indifeso, il più..
che si scioglie in una forma e che ti rapisce nei lineamenti, morbidi, pieni, rotondi, perfetti.

la guardo e mi emoziona, come emoziona chiunque forse.
Mi commuove la meraviglia della creazione, nella vita della vita.

Mi commuove guardare i suoi genitori, nuovi anche loro, a questa vita.
Ascolto le loro paure e “educo” i loro sogni.. che sognare le loro passioni nel frugoletto mi rompe dentro.

Guardo i nonni e li penso genitori.
La passione e la protezione una e l’indifferenza, il distacco, il disinteresse l’altro.
Ruoli diversi medesimo approccio.

Vite diverse e famiglie diverse ad accoglierli ed accompagnarli a loro volta nella vita.

Un turbinio di dentro e fuori, di cura dell’altro e di protezione di me stessa, un vortice di paragoni tra i vissuti che conglobano tutti a lei.

Pensando sempre che ci si muova per il meglio, del proprio meglio nel dare il meglio. Eppure.

 

Ancora non ti ho scritto per benedirti a questa vita, ma lo farò, presto.

 

La bellezza dell’incontro

 

Riflettendo in questi giorni, cerco di sviscerare qualcosa che è ancora un embrio-pensiero.

Penso alla bellezza dell’incontro.

Ci sono incontri che trasformano, portano luce, gioia, movimento, costruzione, proiezione, mutamento, condivisione, motivazione, evoluzione.

Ci sono incontri che trasformano, portano buio, spengono, fermano, sfioriscono, distruggono, annientano, tolgono valore.

Incontri, rapporti, che siano di lavoro o di relazione.

Dovremmo scegliere ogni giorno di essere felici, che quante volte lo abbiamo sentito.

Dovremmo scegliere ogni giorno chi ci fa stare bene, chi ci comprende, sprona e supporta; chi ci fa crescere e chi ci crede, in noi.

Dovremmo essere capaci di scegliere di stare bene, semplicemente.

Dovremmo alzare la voce e avere parole per raccontare la bellezza e la felicità.. da uno a dieci come stai?

Dovremmo cercare di non dare voce, invece, alle lamentele di quello che ci infastidisce, che ci fa arrabbiare, che ci accende emozioni di timore, paura, rigidità.

Poi penso a quanto facciamo immensa fatica a lasciare andare ciò che ci fa male e cerco di pensare al perché.

Penso che probabilmente io senta minare la mia autostima, come se non fossi mai abbastanza, come se il non avere titoli, o la stessa esperienza, o la stessa fluidità verbale, o lo stesso entusiasmante modo di coinvolgere, o le stesse brillanti idee di progettualità, in un qualche modo mi facessero sentire un passo indietro e allora via, a dover dimostrare che invece no, che valgo, valgo anche io, che ho le mie idee, le mie capacità, che posso stupire, che posso arrivare, che possono comunicare.
E così perdo tempo, perdo il mio tempo a dover dimostrare chi sono, perché di essere “sbagliata” e in “difetto” tant’è non mi piace.

Poi penso, ma perché continuo a stare in un posto che mi fa sentire così?
Quante milioni di possibilità possono esserci intorno?
Quanti modi diversi di sbocciare ad ogni primavera?

E parlando e ascoltando e guardando ritorno alla “bellezza dell’incontro”.
A quante possibilità possa darci un bell’incontro, a quanti scalini possa farci salire e a quante porte possa aprirci davanti, quanto sia fluido uno scambio e quanto costruttiva un’incomprensione, quanto sia facile essere, di fronte alla stessa stima.

 

bho… è ancora tutto lì, aggrovigliato.

Abitudine

si perché ormai mi ci sono abituata,
in uno spazio piccolino ed essenziale,
dove basta girarsi di quarto in quarto per essere ora in cucina, ora in bagno, ora in camera da letto, ora in soggiorno.

Mi ci sono abituata ai rumori di fuori, nuovi, diversi,
ai rumori vicini, dei vicini… che la tentazione di prestare lo svitol per il cigolio delle porte d’ingresso mi è salito più di una volta.
A chi rimane in casa e a chi non si è mai fermato davvero.

Mi sono abituata a riconoscere da letto se mi aspettava una giornata di sole o di nuvole,
che il riflesso, in un caso, arriva quasi fastidioso sugli occhi, nell’altro lascia la stanza in penombra.

Mi sono ritrovata ad avere momenti di crisi, di pianto, di giornate improduttive, di sguardi vuoti al soffitto, di ore che non passano, di ansia che sale, di essere fuori luogo, di buttare via tempo.
E giorni in cui il risveglio era propositivo e ho trovato lo spazio del workout, della cucina, della coccola, della meditazione, del lavoro, dello yoga e del divertimento nella creazione.

Giornate in cui ho guardato questa casa con gli occhi di un inquilino che ha concluso il contratto, che prende la valigia e chiude la porta alle spalle; giornate in cui invece ho sentito un forte legame affettivo, di libertà e indipendenza.
Giornate in cui sono stata stanca di essere sola, giornate in cui ho desiderato l’amore.

Di certo mi sono abituata a tempi strani o a tempi veri(?!), in cui si mangia quando si ha fame e si dorme quando si ha sonno… e anche qui, a volte riuscendo a concentrarmi su quanto stessi mangiando, altre volte sfruttando la tecnologia come compagnia.

Mi sono abituata, mio malgrado, a sentire il corpo affossarsi inesorabile.

Mi sono abituata anche al silenzio e anche di questo si è fatto un percorso… le prime settimane avevo sempre un sottofondo musicale, nella ricerca di coccolare le giornate, oggi non solo non ascolto musica ma anche raramente accendo la Tv.
Spesso preferisco silenzio e isolamento, ascolto il mio stare e rimango aderente alle emozioni.
Ammetto a me stessa di star male e prendo consapevolezza anche di essere restia a chiedere aiuto o semplicemente un po’ di compagnia… rinchiudersi in casa, la casa nella casa, come fossi una tartaruga.

Mi sono incazzata nel vedermi passiva, sempre troppo passiva.
Mi sono incazzata nel vedermi spenta e senza una prospettiva lanciata oltre quel tetto mezzo rugiada mezzo marrone, che osservo quotidianamente.
Mi fa incazzare non riconoscere un posto, il mio posto.
Mi fa incazzare non trovare la passione della svolta.
Mi urta barcamenarmi ed essere in costante fluttuare.
Mi fa incazzare sentirmi così, perché infondo di salute sto bene e non mi manca nulla di prioritaria importanza.

Sento un tempo sospeso.

Questo tempo nutre il desiderio di volermi portare ancora lontana da “qui”, da tutto.

E’ arrivato anche questo agognato giorno, sono pronta ad uscire? vivo nella paura, l’ultima volta ho sentito l’affanno del vedermi tante persone sconosciute intorno, sempre di più, sempre più vicine, quasi un soffocamento.
No, non sono uscita.

 

“A domani”

 

.. so che il piccolo principe non è un libro che ti piace molto.

però ho proprio pensato a quel passaggio:

“Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore…

E’ stupido ed è quasi imbarazzante scriverlo, è insensato e probabilmente ti procurerà dolore. Ci manco io a complicarti le cose. Ho però necessità di esternare.

E’ stato bello sentire tanta vicinanza soprattutto in questo periodo e anche tu lo hai fatto facendomi recapitare un messaggino da Lei.

Non posso nasconderti il dolore, nella speranza, nel desiderio e nella voglia di sentire il tono della musicalità della tua voce.
Avevo preparato il cuore a quella possibilità, come se mi avessi dato appuntamento.
“Buonanotte, a domani”.
Ero già felice di sapere che ci sarebbe potuto essere, domani. Ero pronta, qualunque ora fosse stata.

Ho messo insieme tutti i pezzi in quell’aspettativa, infinite volte trattata e srotolata, ma non so in quale altro modo chiamarla.
Ho pensato al mio e al tuo.
Alla mia attesa e alla tua lotta.
Alla mia speranza e al tuo fardello.
Al mio desiderio e al tuo subire “incalzante libertà”.

Che poi mi pare sia così, ogni giorno, qualunque giorno sia.

Ma a te cosa rimane di noi in questo costante scontro?
Io lo sento ancora quel Noi e sento tutto, tutto quello che puoi metterci nel tutto.

A questo punto posso scegliere di cercare tutto il bello e ringraziare per tutta l’energia che è arrivata, essere contenta di aver preparato una torta e aver festeggiato a modo mio. Posso far spazio a tutti i pensieri belli soffiando via l’altra parte della medaglia…

Eppure questo tempo, ancora di più, mi fa stare lì e non posso far finta di niente.

Non so dove sono finita,
forse vorrei solo avere uno spaziotempo davanti ai tuoi occhi e tra le tue braccia.

Ti guardo e li vedo tutti, quei particolari,
sei meraviglia.

 

 

 

Poi ci sono loro

 

Da ieri alle 14 so che oggi sarei dovuta uscire.
Ho pensato per tutto il resto del giorno a come sarei arrivata a destinazione, se a piedi, se in bici oppure in macchina.

Da due mesi i miei piedi hanno calpestato la strada giusto giusto 500 metri forse, le due spese fatte al volo.
Delle due uscite il ricordo nitido è la pioggia in faccia e le caviglie informicolate.
Se penso a tutti i chilometri fatti e quanti passi in un solo giorno, quasi mi spaventa.
Sento il corpo tutto intirizzito, scrocchia ogni parte, muta nella forma e si adatta al quotidiano di questo tempo.

Come se l’uscita di oggi fosse un regalo.
In macchina, avrei “buttato” via l’occasione, troppo veloce, troppo chiusa.
A piedi non so se ce l’avrei fatta, così visto la bella giornata di sole ho optato per la bici.

In bici difficilmente riesco ad andar piano, non so cosa mi prenda ma così è… fino a oggi, che dopo un chilometro ho sentito la milza urlare e così ho rallentato la corsa e ho alzato gli occhi e ho visto i colori.
Non sono riuscita a immortalare un angolo che prendesse tutto quello che i miei occhi stavano guardando con meraviglia.
Quasi come se i colori, non solo della natura ma anche delle case, dei semafori, delle insegne fossero più accesi, il cielo completamente azzurro con qualche nuvola morbidosa sparsa appena sopra la punta delle Alpi imbiancate.
Il cielo, azzurro, ampio, tutto sopra e attorno a me.
Ode degli uccellini in centro, che nel traffico di tempi “normali” l’unica forma di volatile presente potevi vederla ai cassonetti dell’immondizia e sentirla nel loro gracchiare per nulla armonico, morbido o rilassante.

Poi ci siamo noi.
Fino a “ieri” mi sentivo osservata perché attraversavo la città con la mascherina antismog (forse), nera, “aggressiva”, che cambia fisionomia ed espressione. I pedoni se non altro mi lasciavano passare, quasi intimoriti e i cani mi abbaiavano come se stessi per aggredire i loro padroni.

Oggi sei osservato (male) se non hai la mascherina; qualcuno sfila tronfio e fiero passando magari davanti a file rigorosamente distanziate di gente in attesa di fare la spesa, qualcun’altro invece che sfila veloce e con la testa bassa quasi a voler schivare tutti gli sguardi, che se non ti guardo non mi vedi.

Poi ci siamo noi.

C’è:
quello con la mascherina chirurgica
quello con la mascherina FFP2
quello con la mascherina FFP3
quello con la mascherina altaprotezione testata contro i batteri, ma del virus?!
quello con la mascherina di stoffa
quello con la mascherina auto prodotta lavabile
quello con la mascherina fatta in casa con carta forno che non passa niente, neanche respiri

.

poi c’è:

quello che indossa la mascherina solo sulla bocca
quello che gira senza mascherina ma con i guanti monouso forniti nel reparto del fresco
quello che indossa la mascherina sotto il mento
quello che indossa la mascherina sulla fronte
quello che indossa la mascherinacheamalapenaesconogliocchi
quello che ha la supermascherina con le valvole perfettamente incastrata sul mento

.

e poi ci sono loro:

quelli che si incontrano per strada, si abbassano la mascherina  e si mettono amabilmente a parlare!!!

….

 

 

Racconti

 

… di ricordi, ripetuti tante volte.

Mattinata strana, silenziosa, dalla finestra cielo azzurro con nuvoletta soffice, che pare una balena con la bocca aperta appena sopra il filo dell’acqua, pochi uccellini cantano.

Pulisco sotto la cucina, che ormai non so più cosa inventarmi fuori dalla postazione Pc.
Sistemo, riordino, mi guardo intorno.

Oggi è comunque il 25 aprile. Stimoli ce ne sono più d’uno.
Mi vengono in mente alcuni racconti della guerra, qualcuno lo avevo registrato, racconti così, estemporanei, che fluivano nei ricordi; racconti dettagliati che me li immaginavo in testa e racconti compendiosi, quasi a volerli dimenticare.

Cerco nel cellulare, tra le mille tracce presenti, sono salvate con nomi improbabili, che non c’entrano nulla col contenuto, perché andavano presi i momenti dei racconti senza perdere tempo.
E come quelle cosa che sono immortali, ci si lascia trascinare dalla tranquillità del dare per scontato che l’altro ci sarà sempre, così non è stato mai urgente mettere in fila i racconti, i ricordi, gli avvenimenti di una storia perché tanto avrebbe potuto raccontarmeli sempre, ogni volta che ne avrei avuto bisogno e ogni volta che avrei avuto voglia di ascoltarlo.

Peccato che non vada così.

Cerco e trovo “San Martino 011”, “Pisa 07”, “Storia 01” (sì, questa l’avevo rinominata!!).
E così, tra un canto e l’altro ritrovo le note della sua voce, e lo vedo lì, sulla poltrona e mi vedo lì, con le ginocchia sulla sedie, protesa sul tavolo ad ascoltarlo parlare, ad incalzarlo raccontare.
E racconta dei Tedeschi, dei Polacchi, dei giorni della loro sconfitta e della rabbia con la quale scappavano via uccidendo tutti quelli che incontravano, per paura, per sfregio o per salvarsi, semplicemente. Racconta di quanti erano nascosti in mezzo ai campi, quanti avevano bussato alla porta perché li salvassero, chi lo ha risparmiato e anche la fortuna che ha avuto.
Racconta dell’attesa del pane fatto fresco una volta a settimana, racconta del burro bollito perché durasse più a lungo, racconta dei contadini, che non son mai stati signori ma hanno sempre mangiato bene, che a loro non mancava nulla.
Racconta addirittura della prima volta in cui, accompagnato sul carro dal Casaro insieme allo zio, fecero un giro del cortile di quella che sarebbe diventata la sua casa… e scoprirono che “intanto il bagno sappiamo dov’è!”…e si, perché il bagno era fuori dalla stalla per utilizzare lo stesso scolo, appena al fianco del portone, una turca con 3 mura, un lusso a quei tempi e scoppia in una grassa e sonora risata.

Poi c’è lei, e anche lei intona nel suo dialetto più caldo, più partecipato il racconto della sua di famiglia, no anzi, della famiglia di suo marito, e racconta che loro erano poveri davvero, che non avevano nulla, che si sfamavano prima i figli dei signori e quello che avanzava veniva diviso tra i propri; racconta che però erano sempre vestiti bene, gli uomini con pantaloni di stoffa fine e preziosa, con la piega perfetta, e i bimbi sempre impeccabili, magrissimi, ma impeccabili, le donne in vestiti bianchi di sera… e racconta di un conte, innamorato di una serva, e di un amore impossibile da vivere.
Racconta che talvolta arrivava un baule, pieno zeppo di morbidezza, un segno, un gesto d’amore… che “nessuno” sapeva.

.

Liberazione. Libera azione.

Ieri, oggi e domani, il 25 è solo un giorno convenzionale.
Che questo diritto sia nostro, ogni giorno.

.

E mentre scrivo queste ultime parole si sente “Bella Ciao” in strada, alzo gli occhi la balena ha lasciato spazio alla risacca delle onde, come topini si esce tutti sui balconi e sul finale ringraziamo: Applausi!

Attesa..

 

..Prima!

Forse lo verrai a cercare o magari ci capiterai tra qualche giorno,
in ogni caso, lo troverai e lo troverai qui, perché oggi non ha senso altrove.

Ho tanto pensato a una foto che non abbiamo mai fatto, cioè, che peccato che non l’abbiamo mai fatta.
E’ una settimana che accarezzo linee, invento strade, cerco ricordi e vivo sensazioni.
Provo a immaginare come potesse essere quello scatto,
cosa e quale prospettiva potesse avere, inizialmente ho confuso l’intreccio, poi l’ho ritrovato vivo.

Le diverse dimensioni mi rubano un sorriso, che la differenza ce la rispecchiavano solo le vetrine.

..E mi pulsa la pancia quando leggo “le tue mani” di un paio di giorni fa e rimango senza parole.
Sono giorni che le traccio, le disegno, le guardo, le correggo, le seguo, le accarezzo.

Che bella fatica!
Le curve che danno la forma e intuiscono la morbidezza.
Un’intreccio. Non un aggancio.

Ho disegnato varie dita, che trovare la profondità e la tridimensionalità non è semplice,
e non è semplice neppure voler darci il mio di senso e quello che è stato.

.
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Let’s hold hands

La mia è più veritiera, nella tua riconosco alcuni dettagli, ma non sono riuscita a riprodurla completamente.
Quella mani si prendono ma non si stringono, si incastrano ma non si legano, si accolgono ma non si schiacciano,
semplicemente si tengono, si man-tengono.

Tengono quella distanza che cammina insieme, che non tira e non traina, che non ferma e non paralizza;
quella distanza del “Sì, dai, facciamolo!”.

Così, solo così posso farti i miei auguri.

L’attesa è terminata, mezzanotte è arrivata! : )