Creato da Ra.In.Me il 19/09/2014

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tutti i colori del buio interiore

 

 

 

 

 

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ansia

Post n°54 pubblicato il 07 Marzo 2017 da Ra.In.Me
 

Ansia: forse sono riuscita a dare un nome al malessere che mi coglie nelle situazioni che coinvolgono in maniera esagerata la mia emotività. Un nome al malessere che non mi permette (solo in certe situazioni) di vederci chiaro, di riordinare i pensieri per poter agire o parlare in modo coerente rispetto al mio pensiero.

Ecco perchè scrivo: perchè quando scrivo non entra in gioco l'emotività, e riesco ad esprimere tutto come vorrei.

Non si tratta di essere "leoni da tastiera": se non c'è la volontà di trasgredire e di offendere, ma solo di "tirare fuori" cercando di non danneggiare nessuno, non ci vedo nulla di criticabile.

Quante teorie... "chi non ti guarda negli occhi non è sincero". Non so cosa succeda agli altri, ma quando succede a me la causa è solo la paura.

Dicono che le difficoltà temprino, fortifichino. E questo è vero per alcuni soggetti, o forse entro una certa misura. Altrimenti, secondo me, logorano, spengono, indeboliscono.

A volte le difficoltà di un soggetto sono palesi e (giustamente!) suscitano la comprensione altrui. Altre volte le cause di un disagio sono nascoste ed inafferrabili, e dall'esterno se ne percepiscono solo le conseguenze.

Tante sono le "vie di fuga", sacrosante per ognuno di noi ed in particolare per chi avverte un disagio interiore; ma sono comunque un palliativo.

A volte il fiume straripa, anche se non vorremmo. Il corpo esprime un disagio: niente di patologico, magari. Però, come si dice, somatizza.

Raffaele Morelli dice (con parole mie però) che se il nostro corpo ci manda un segnale, significa che c'è qualcosa da rivedere nella nostra vita, qualcosa che non combacia con la "strada" che dovremmo realmente percorrere.

Allora quando il respiro si fa corto e affannoso, le mani tremano e il cuore batte all'impazzata, anche se potrebbe sembrare il contrario, forse è un buon segno, perchè almeno è un segno chiaro.

E poi oggi c'è il sole, e la primavera è rinascita.

 
 
 

La musica aiuta a non sentire dentro il silenzio che c'è fuori

Post n°53 pubblicato il 28 Febbraio 2017 da Ra.In.Me

 

Il titolo di questo post sembra una di quelle frasi oggi tanto amate da quegli adolescenti sempre in giro con gli auricolari, invece è di Johann Sebastian Bach, grande genio della musica vissuto nella prima metà del Settecento. mio figlio adolescente dice che la musica colma il vuoto che c'è dentro. Dunque c'è un vuoto da colmare, un silenzio da riempire di luce e colore.

L'altro giorno mi sono imbattuta nel post "undici abitudini di chi soffre di depressione nascosta". A mio parere molti dei punti elencati riguardano gran parte delle persone, quindi verrebbe da concludere che siamo tutti un po' depressi; io ad esempio in molti ci sono dentro in pieno.

Gli artisti, e i geni in ogni campo, dovrebbero quindi essere necessariamente soffrire di questo "male di vivere" se si considera il punto 8; anzi, una cosa che un po' m'indigna è constatare che si parla di veri e propri "disturbi mentali" a proposito delle persone di talento. E se è vero che sono esistiti alcuni geni "mentalmente disturbati", mi pare offensivo considerarlo una condizione necessaria della genialità.


Diverso è parlare di questo vuoto, di questa voragine che si sente dentro, avvertita in maggior misura dagli artisti o dalle persone particolarmente sensibili ed introspettive, ma presente in ognuno di noi, esseri incompleti ed imperfetti per natura.


Ma io dico che il vuoto è necessario: il musicista riempie il silenzio di suoni meravigliosi, il pittore illumina ilbuio con colori luminosi e lo scrittore riempie di sogni e di parole le pagine altrimenti vuote e bianche di un libro.

Comunque, a parte le persone davvero disperatamente tristi, non penso che coloro che si ritrovano nei punti di questo elenco sentano una grande necessità di essere aiutate: aiutate a fare cosa poi, a diventare "normali"? O a diventare perfette (ben sapendo che la perfezione non esiste)? Piuttosto preferirebbero non essere considerate "incomplete" o "difettose", tutto qua.

Si ricade nel discorso dei post precedenti, viviamo in una società che emargina chi si discosta dalla normalità, chi non ha sempre il sorriso sulle labbra, o chi è - in qualche misura - fragile.

Ho comprato l'ultimo libro di Alessandro D'Avenia "L'arte di essere fragili - come Leopardi può salvarti la vita". Dietro alla copertina ho letto questo pensiero:

"viviamo in un'epoca in cui si è titolati a vivere solo se perfetti. Ogni insufficienza, ogni debolezza, ogni fragilità sembra bandita. Ma c'èun altro modo per mettersi in salvo, ed è costruire, come te, Giacomo, un'altra terra, fecondissima, la terra di coloro che sanno essere fragili".

Mi ha subito "fatto simpatia" questo modo di vedere le cose, e così ho comprato il libro, che ho appena iniziato a leggere. Mi fa simpatia che sia un prof, in un'epoca in cui è difficile e considerato "da sfigati" scegliere questo lavoro.

E poi nell'ultima pagina c'è "L'Infinito" di Leopardi (guarda caso questo splendido componimento fa bella mostra di sè in fondo a questo blog dal momento in cui l'ho aperto!)

Senza le sue fragilità Leopardi non sarebbe stato quello che è stato. Oggi forse ci saremmo preoccupati di aiutarlo, ovvero di farlo diventare "normale".

Insomma, senza il riconoscimento delle proprie fragilità ed imperfezioni non può germogliare la crescita, la bellezza, il miglioramento.

Dato che mi piace curiosare in internet e leggere articoli di psicologia, trovo più utile il post: "star bene con se stessi: ecco come fare", e il punto di vista di Raffaele Morelli, che invita ad accettare il disagio per trasformarlo in un momento di crescta interiore.

 
 
 

Quale rimedio per la tristezza?

Post n°52 pubblicato il 08 Febbraio 2017 da Ra.In.Me

Nel 2012 scrivevo il post - uno sfogo personale - che pubblico qui sotto (spero sia leggibile); più volte sono andata a rileggermelo nei momenti bui.

Parlando di depressione, scrivevo:

 
 
 

tristezza

Post n°51 pubblicato il 02 Febbraio 2017 da Ra.In.Me

 

 
 
 

considerazioni in ordine sparso (o quasi)

Post n°50 pubblicato il 31 Gennaio 2017 da Ra.In.Me

VIE DI FUGA - Quante vie di fuga conosciamo? Sono necessarie per sopravvivere, o meglio, per poter affrontare serenamente la quotidianità. Per me la musica è via di fuga, questo blog è via di fuga, tutto il mondo virtuale, e qualsiasi strumento che mi permetta di comunicare ed esprimermi in modo più o meno virtuale è via di fuga. La meditazione è via di fuga. L'arte è via di fuga. La spiritualità è via di fuga. Esiste una sconfinata quantità di vie di fuga: attività o situazioni, prese di posizione, ideali a cui si dedica un'intera vita.
Vie di fuga, efficaci e salutari finchè non diventano prepotente priorità, oppure vuoto e rigido castello di "regole", moda, ossessione o mezzo strumentalizzato ad un interesse, che sia economico o di "potere"sugli altri.


IL TROPPO STROPPIA - A volte strumenti e situazioni che permettono di "fuggire" dal grigiore diventano facile capro espiatorio per chi ama criticare: gli strumenti tecnologici e tutto il mondo virtuale, ad esempio, sono spesso oggetto di critica.
Un tempo era "tutta colpa della televisione": ogni male che affliggeva la società sembrava originarsi dall'invadenza dei programmi televisivi; adesso la tv è passata in secondo piano, il diavolo è il web.
Però la colpa non è degli strumenti, ma del modo più o meno equilibrato di utilizzarli. L'esagerazione, a seconda dei casi, può diventare strumento di sopraffazione, oppure droga che genera dipendenza. Qualsiasi cosa, anche la più buona e virtuosa di questo mondo, può generare mostri se non si è capaci anche di prenderne le giuste distanze.

Anche riguardo alla fiducia nelle proprie capacità, nelle proprie conoscenze o nella propria struttura di regole "morali", gli eccessi possono essere dannosi: la troppa sicurezza nel valutare o nel giudicare gli altri fa sì che non ci si metta mai in discussione e che si commettano errori in grado di danneggiare le persone con cui si ha a che fare, soprattuttole più deboli.

ANCORA A PROPOSITO DI "ETICHETTE" - Come ho già avuto modo di esprimere, quanto le etichette (ormai sempre più diversificate e diffuse) che vengono date a bambini e ragazzi soprattutto in ambito scolastico, condizioneranno la loro vita futura? Quanto tarperà loro le ali ingabbiare la  prospettiva di sviluppo di ciascuno entro limiti stabiliti da adulti "esperti"? Limiti che vengono stabiliti solo in base all'acquisizione di un bagaglio culturale strettamente legato all'ambito delle discipline scolastiche, e che non valorizza capacità che esulano da tale ambito.
Voglio chiarire che considero sacrosanto comprendere le debolezze di un ragazzo per cercare di aiutarlo a crescere e a sviluppre la propria persona in modo pieno ed adeguato ma, come affermavo prima, sono convinta che l'esagerazione possa essere dannosa anche quando si parte dalle buone intenzioni.

SE SEI BELLO TI TIRANO LE PIETRE - "Se sei buono ti tirano e pietre, se sei cattivo tirano le pietre". E' proprio vero: sia che si abbia un detrminato atteggiamento, o che se ne adotti uno diametralmente opposto, c'è sempre qualcuno che manifesta scontento, e anche questa leggerezza nel manifestare con aggressività il proprio scontento nasce dall'incapacità di mettersi in discussione e dalla difficoltà ad accettare modi di vivere o pareri diversi dal proprio.

A volte manifestare il proprio scontento, il proprio dissenso, diventa priorità. A Natale, su facebook, è stata postata la foto dell'albero di Natale della mia città. Che discussione infinita è nata tra i commenti! Un mare di critiche: chi la voleva cotta, chi la voleva cruda, a volte con toni accesi. E poi per cosa? Un albero di Natale.
Qualcuno afferma che "è tutta colpa dei social network", che permettono di dire qualsiasi cosa a persone talvolta protette dall'anonimato, o che danno voce a chi non ha il coraggio di dire le cose in faccia. Io invece, come sempre, dico che il social network è un prezioso strumento di condivisione e di espressione. Il problema è di ciascuno di noi, della fatica ad immedesimarsi nell'altro, quell'"altro" che riceve la critica. Inutile scappare da questa realtà e cercare un capro espiatorio.

Sicuramente anch'io sono caduta e forse cado ancora in questa incapacità di prevedere le conseguenze di ciò che scrivo. Mi faccio comunque mille domande prima di affermare qualcosa, e, dopo aver pubblicato, mi tormenta il pensiero che il mio scritto abbia potuto nuocere a qualcuno. Però, evitando di esprimere il mio pensiero con l'arroganza di chi crede di avere in mano vertà assolute, spero e mi auguro di non ferire nessuno.

L'IMPORTANZA DELL'ANONIMATO - Il perchè dell'anonimato l'ho già spiegato quando ho aperto il blog e in parte l'ho ribadito in questo post: ogni cosa che si esprime, soprattutto se non si conforma al pensiero comune, crea problemi nella vita reale di chi scrive: chi, utilizzando il web, si mostra fiero e felice della propria esistenza e condivide con gli altri la bellezza e il piacere di ciò che fa viene considerato una persona piena di sè e vanitosa; chi sfoga debolezza e/o rabbia viene visto come un "perdente", un "fallito": e la nostra società non accetta il fallimento. Tempo fa in tv ho visto un film carino: "Noi e la Giulia", che metteva l'accento sul valore dell'amicizia in una sgangherata compagnia di persone autodefinitesi "fallite", ovvero"inappetibili"per la società. 
Anche e soprattutto in ambito lavorativo, su chi si mostra debole non si fa nessun affidamento; se poi è vero che "la lamentela spegne i neuroni", dalle persone insoddisfatte si fugge anche per non farsi contagiare. Ma non sarebbe più giusto aiutare queste persone a vedere la vita  in modo più positivo? La tristezza non è una malattia infettiva! Se poi in alcuni momenti sei contento e in altri triste sei "bipolare"...

L'UTOPIA DELLA "NORMALITA'" - "Bipolare"... anche questa, è un'"etichetta" tra le tante. Ad ogni atteggiamento, modo di essere, sembra che oggi venga associata una "patologia" della sfera psicologica o cognitiva. Chi sono i "normali"? Sempre di meno, ma non perchè l'umanità stia progressivamente impazzendo o perdendo delle capacità, soltanto perchè esiste questa smania sempre più pesante di definire una normalità... obiettivo impossibile da raggiungere perchè ogni persona è un mondo a sè, ognuno di noi è diverso dal'altro (e meno male!).
Abbiamo difficoltà sempre maggiori ad accettare qualsiasi tipo di diversità, anche quelle un tempo considerate positive. Sto leggendo "una barca nel bosco" della Mastrocola, che esprime bene questa tendenza.

 
 
 
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e mentre marciavi

con l'anima in spalle 

vedesti un uomo

in fondo alla valle 

che aveva il tuo stesso

identico umore 

ma la divisa

di un altro colore

(F. De Andrè, La Guerra di Piero)

 

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