Creato da aliasnove il 10/01/2013

IL LAVORO

Nell'era della globalizzazione

 

 

MINNITI COME FACTA NEL 1922

Post n°240 pubblicato il 13 Febbraio 2018 da aliasnove

«Il fascismo è morto per sempre» sostiene il ministro degli interni. Mercoledì scorso, per Marco Minniti, ci avrebbe pensato il suo ministero dell’interno a impedire che la manifestazione antifascista di Macerata si facesse. Per fortuna alla fine il governo Gentiloni ha autorizzato tale manifestazione.

Minniti avrebbe dovuto ricordare che il 22 ottobre 1972, un suo predecessore, Mariano Rumor, l’allora ministro democristiano degli interni, consentì la più grande manifestazione antifascista nella nera Reggio Calabria: Minniti è nato proprio a Reggio Calabria, allora aveva 16 anni e si sarebbe iscritto alla Fgci.

Purtroppo oggi non si è ispirato a Rumor. E tantomeno si è ispirato al Pci del 1972. Minniti sembra incorrere nell’errore del presidente del consiglio Luigi Facta nell’ottobre 1922.

Il neofascismo oggi si ripropone per due ragioni.

In primo luogo lo Stato non garantisce il pieno rispetto della legalità costituzionale; il governo Monti e i successivi governi del Pd varano politiche di austerità alle quali si oppongono solo le destre razziste. E così l’operaio impoverito, l’esodato, lo sfrattato o il disoccupato votano a destra perché considerano il centrosinistra complice dell’austerità.

La memoria del 1900 dovrebbe aiutare su tre nodi.

1) DOPO IL 1945, la determinazione antifascista di Pci, Psi e Pri e il rispetto della Costituzione da parte della Dc hanno fermato il neofascismo. Non l’ignavia, bensì il coraggio ha fermato il neofascismo.

Ecco un celebre esempio. Dopo le prime elezioni regionali del 1970 il governo nazionale avrebbe voluto nominare Catanzaro capoluogo della regione Calabria. Al contrario i reggini volevano la loro città capoluogo.

Dall’agosto 1972 il sindacalista della Cisnal, Ciccio Franco, guidò a Reggio Calabria la rivolta neofascista del “boia chi molla”, rivolta che ambiva a rappresentare gli emarginati da destra. Squadristi fascisti assaltarono sezioni del Pci, del Psi e la Camera del Lavoro. Nel contempo il Fronte Nazionale, Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale presero parte ai cosiddetti “moti di Reggio Calabria”: il 22 luglio 1970 a Gioia Tauro una bomba fece deragliare il treno “Freccia del Sud” e morirono 6 persone.

Il 4 febbraio 1971 venne lanciata una bomba contro un corteo antifascista a Catanzaro. Malgrado le bombe e il terrore fascista fossero ben più pericolosi del nazista Luca Traini oggi, Claudio Truffi, leader degli edili Cgil, Bruno Trentin, Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto, alla guida dei metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil, organizzarono due cose a Reggio Calabria: una Conferenza sul Mezzogiorno e una grande manifestazione di solidarietà al fianco dei lavoratori calabresi il 22 ottobre del 1972.

I neofascisti provarono ad impedire ai manifestanti di arrivare a Reggio Calabria: nella sola notte tra il 21 e il 22 ottobre 1972 otto bombe furono poste sui treni che portavano i metalmeccanici da tutta Italia a Reggio Calabria.

Cgil, Cisl e Uil non ebbero paura. Oltre 40000 manifestarono a Reggio Calabria. Giovanna Marini immortalò il coraggio degli operai e degli edili nella sua celebre canzone “I treni per Reggio Calabria”. Oggi cosa rimane di quel coraggio?

2) NEL 1922 UN’IGNAVIA analoga a quella attuale e la complicità della monarchia portarono il fascismo al potere. Di fronte a Mussolini che organizzava la marcia su Roma, il presidente del consiglio Luigi Facta molto tardivamente nella notte del 27-28 ottobre 1922 stilò e proclamò lo Stato d’assedio.

Secondo lo storico Aldo Mola, autore del saggio Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce, la mattina del 28 ottobre, Facta, a colloquio con il re Vittorio Emanuele III, esordì con le seguenti parole: «Mi creda, maestà, basterebbero quattro cannonate a farli scappare come lepri».

Il re si rifiutò di firmare lo Stato d’assedio e chiese al Generale Diaz, Capo di Stato Maggiore, se l’esercito sarebbe rimasto fedele alla corona in caso di repressione delle camicie nere. Diaz rispose al re così: «L’esercito farà il suo dovere, come sempre, ma è meglio non metterlo alla prova».

Al contrario, qualora l’esercito avesse bloccato la Marcia su Roma ci saremmo risparmiati vent’anni di dittatura.

3) IL CONSENSO AL NEOFASCISMO e alle destre razziste ha origine nel neoliberismo.

Oggi l’austerità europea è l’ostetrica di nuovi fascismi come il Trattato di Versailles del 1919: esso, vessando economicamente la Germania dopo la prima guerra mondiale, favorì l’ascesa di Hitler durante la Repubblica di Weimar.

I nazisti prevalsero non tanto per l’esplosione dell’inflazione bensì per l’alta disoccupazione.

Oggi l’austerità dei vincoli Ue di bilancio in Italia produce esodati (riforma Fornero) disoccupati e precari dei voucher: costoro, i colpiti dalla crisi, ritenendo il centrosinistra corresponsabile dell’austerità, voteranno Salvini e Meloni.

L’austerità morde anche in Germania.

Analogamente, chi guadagna 450 euro al mese con i minijobs non vota più la Spd di Schultz perché ricorda che i minijobs sono stati ideati dall’ex manager Wolkswagen Peter Hartz e varati dall’ex cancelliere socialdemocratico Schroeder.

Nel 2018 la situazione si incrudelirà per poche semplici ragioni.

L’addendum della Bce di ottobre impone indirettamente alle banche italiane la svendita dei loro crediti deteriorati ai fondi avvoltoio; essi compreranno aziende in crisi e faranno licenziamenti; rileveranno mutui non pagati, acquisiranno le case su cui insistevano i mutui e sfratteranno i morosi. Quindi aumenteranno sfratti e licenziamenti.

Nel contempo il Presidente della Bundesbank Weidmann chiede alle banche italiane di svendere i loro Btp, i titoli di Stato italiani, e comprare Bund, i titoli di Stato tedeschi.

Tale operazione farà aumentare lo spread Btp-Bund e i tassi di interesse sul nostro debito e imporrà nuovi tagli alla spesa pubblica. Infine i tedeschi vogliono trasformare il Meccanismo Europeo di Stabilità, l’ultimo strumento Salva-Stati, in Fondo monetario europeo affidandolo ad un teutone.

Non si fidano della Commissione europea considerata troppo flessibile.

Il Fondo monetario europeo sarà il definitivo cavallo di Troia della Troika in Italia.

Le manovre di finanza pubblica saranno risibili e l’intervento dello Stato azzerato. Se le classi dirigenti di sinistra accettano tutto ciò e lasciano la lotta contro l’austerità alle destre si candidano alla scomparsa.

E spalancano le porte al neofascismo.

Carlo Freccero Andrea Del Monaco  il manifesto

 
 
 

FOIBE, LA LUNGA MARCIA DEL REVISIONISMO STORICO

Post n°239 pubblicato il 10 Febbraio 2018 da aliasnove

Il revisionismo ha compiuto una lunga marcia, a partire dagli anni Sessanta, tra Francia, Germania, Italia, essenzialmente. In Italia ha riscosso notevole fortuna, e ha riguardato essenzialmente la vicenda del comunismo e del fascismo: alla squalificazione del primo, ha corrisposto, in contemporanea, il recupero del secondo.

Il processo ricevé una formidabile accelerazione con «la caduta del Muro», e l’immediata sentenza di morte autoinflittasi dal Partito comunista, quando si accettò non soltanto il terreno dell’avversario ma la sua tesi di fondo: la intima natura maligna, del comunismo.

Tale revisionismo estremistico toccò punte clamorose dopo l’avvento di Berlusconi, e lo «sdoganamento» della destra «postfascista» e il suo ingresso in area governativa.

Il giudizio riduttivo sulla Resistenza, la banalizzazione e la successiva demonizzazione del partigianato, in specie comunista, l’equiparazione tra repubblichini e combattenti per la libertà, la retorica della memoria condivisa, e così via, condussero alla celebrazione del «sangue dei vinti».

Il revisionismo giungeva così alla sua fase estrema, il «rovescismo». E qui si pone la «questione foibe», lanciata da un programma televisivo nei primi anni ‘90.

Una vicenda drammatica della storia dell’Europa che tentava di risollevarsi dalla catastrofe della guerra scatenata dal nazifascismo, finiva in show ma, nella disattenzione degli apparati culturali della democrazia, generava rilevanti esiti politici e persino giuridici.

Da capitolo della storia la foiba diventava un marchio propagandistico: il luogo, il simbolo, la bandiera da agitare in ogni situazione, come in passato si fece con l’Ungheria del 1956, o la Cecoslovacchia del 1968. La foiba fu il nome del martirio subìto da centinaia, migliaia, decine di migliaia (l’andamento delle cifre è grottesco) di italiani «colpevoli solo di essere italiani».

Non si vuole sottovalutare la questione dell’esodo forzoso dei connazionali dalle terre del Nord-Est, che comunque va tenuta distinta da quella delle foibe.

In passato, studiosi come Enzo Collotti e Giovanni Miccoli ci misero in guardia però dalla necessità di non sottovalutare il nesso tra foibe e risposta ai crimini del fascismo. Ma già da allora apparve difficile opporsi all’«operazione foibe». La foiba diventò un tabù: l’invito a riconsiderare scientificamente il problema veniva bollato con l’etichetta di «negazionismo».

E nelle foibe venivano affossate le colpe della nazione italiana, che anzi ne usciva con una sorta di lavacro che le restituiva l’innocenza. La foiba diventava, al contrario, il trionfale verdetto sulle irredimibili colpe del comunismo.

La storia, invece, che ci dice? Che il 1945, con le sue tragedie e le sue atrocità, fu la conseguenza di una politica italiana all’insegna di un razzismo antislavo (la «barbarie» di quella gente), fin dalla stessa origine del Regno dei serbocroati e degli sloveni, verso la fine della Grande guerra.

Nell’Italia dannunziana la «Vittoria mutilata», l’impresa fiumana, furono base culturale dell’ondata antislava, che giunto Mussolini al potere, sedimentò nella pretesa di sottoporre la Jugoslavia al «protettivo» controllo italiano, tanto meglio se si fosse potuto frammentare l’unità di quei popoli faticosamente raggiunta.

Il fascismo non arretrò davanti alla pulizia etnica, che nella Seconda guerra assunse le tinte fosche di una violenza inaudita, nella quale gli italiani fascisti non furono inferiori ai tedeschi nazisti. Noi fingiamo di dimenticarlo, o semplicemente lo ignoriamo; ma come si poteva pretendere che quei popoli dimenticassero?

Le foibe, di cui si è volutamente e grottescamente esagerato numero e portata, sono la risposta jugoslava: e i primi a servirsi di quelle cavità per i «nemici» peraltro furono gli italiani. E il più delle volte erano tombe naturali in cui in guerra si dava sepoltura ai morti, sia le vittime di combattimenti, sia persone giustiziate, accusate di crimini di guerra: in quella situazione vi furono probabilmente anche innocenti infoibati. Ma ridurre tutta la vicenda a questo è esempio di profonda disonestà intellettuale e di un pesante uso politico della storia, tanto meglio se i fatti vengono direttamente «adattati» all’obiettivo perseguito.

Che fu più chiaro, con l’istituzione, nel marzo 2004 (II governo Berlusconi), con voto condiviso dal centrosinistra, di una legge istitutiva del «Giorno del ricordo» («dell’esodo degli italiani dalle terre dalmato-giuliane dei “martiri delle foibe”»).

Sabato 10 febbraio ne discutiamo in un convegno a Torino.

In proposito mi limito qui a ricordare quanto scrisse un testimone d’eccezione, Boris Pahor, che giudicò che quella legge «monca, unilaterale, parla del ricordo italiano, tralascia il ricordo altrui», ossia della parte jugoslava, specificamente slovena, che ha subìto un’ampia gamma di crimini e nefandezze da parte italiana.

Angelo d' Orsi il manifesto

 
 
 

SI CHIAMA TERRORISMO

Post n°238 pubblicato il 04 Febbraio 2018 da aliasnove

Di colpo, il buio. A Macerata, ieri, siamo caduti in uno dei punti più oscuri della nostra storia recente. Di quelli in cui sembrano materializzarsi i peggiori incubi, da «scene di caccia in Bassa Baviera». Il folle tiro al bersaglio su base etnica, i corpi che cadono uno dopo l’altro, la corsa dell’auto alla ricerca di nuove vittime di colore, la città paralizzata, rinchiusa in casa, tutto questo ci dice che un nuovo gradino dell’orrore è stato sceso.

Non è il primo caso di violenza sanguinosa di tipo razzista: il 13 dicembre del 2011, in Piazza Dalmazia a Firenze, due giovani senegalesi,  Samb Modou e Diop Mor, caddero sotto i colpi della 357 Magnum di Gianluca Casseri, un fascista di Casa Pound che poco dopo, braccato dalla polizia, si suicidò. Ed è di appena un anno e mezzo fa l’omicidio di Emmanuel Chidi Namdi, nigeriano, massacrato a botte da un energumeno di estrema destra mentre cercava di difendere la fidanzata a Fermo, non molto lontano da Macerata.

Ma questo di Macerata sta ancora un passo oltre. Per la modalità e il movente del fatto: l’intento di vendicare l’atroce morte di Pamela Mastripietro, secondo le cadenze tipiche del linciaggio nell’America dell’apartheid, colpendo indiscriminatamente i presunti compatrioti del presunto assassinio (e dimenticando, fra l’altro, che la rapidissima cattura di questo si deve alla preziosa testimonianza non di un italiano ma di un africano).

Per le caratteristiche del protagonista, ancora un fascista, candidato senza fortuna nella Lega, ma prima già vicino a Forza nuova e Casa Pound come Casseri, che però a differenza di quello non si è suicidato ma ha inscenato una teatrale rappresentazione, salendo sulla base del monumento ai caduti avvolto nel tricolore, quasi a lanciare un proclama alla nazione. Prontamente accolto, d’altra parte, da un impressionante seguito sui social, ed è questo il terzo fattore che colloca Macerata «oltre»: energumeni della tastiera che invocano «Luca Traini Santo Subito», invitano a fare altrettanto e proclamano che «questo non è che l’inizio» scaricando su «chi apre le porte all’invasione» degli africani la colpa sia dell’uccisione di Pamela che della reazione del «giustiziere» di Corridonia. Un argomento quest’ultimo, sostanzialmente in linea con le prime esternazioni di Matteo Salvini, che nel segno di una feroce campagna d’odio sta conducendo il proprio giro elettorale.

Non possiamo più ignorarlo. Macerata non è un fatto isolato. Né semplicemente opera di un disadattato. Macerata si inserisce in un quadro spaventosamente degradato. Ci parla di un vero sfondamento antropologico del nostro Paese. Viene dopo le oscene esternazioni della sindaca di Gazzada sul giorno della memoria nella terra del leghismo. Dopo la pubblicazione in rete di un aberrante fotomontaggio in cui la testa mozzata della Presidente della Camera Boldrini appare sotto la scritta  «Sgozzata da un nigeriano inferocito, questa è la fine che deve fare così per apprezzare le usanze dei suoi amici», e dopo il rogo del manichino che la rappresentava, da parte dei «giovani padani» di Busto Arsizio. Dopo un lungo rosario di dichiarazioni, atti, ordinanze di sindaci leghisti, sfregi da parte di squadristi fascisti di cui si va perdendo il conto.

Macerata ci dice che l’azione dei tanti «imprenditori dell’odio» in felpa o in camicia bianca, sta tracimando oltre il terreno delle propaganda, e generando vere e proprio azioni terroristiche. Perché quello che si è visto a Macerata è in senso proprio un episodio di terrorismo, non diverso da quelli organizzati dall’Isis o dai suoi cani sciolti a Barcellona, Londra o Bruxelles, con le persone inermi fatte bersaglio e le città chiuse nel terrore. Come tale va trattato l’attentatore di Macerata. E come tale il mondo democratico dovrebbe trattare l’evento, organizzando subito una risposta di massa, lì dove il fatto è avvenuto, mobilitando chi ancora crede che quella deriva possa essere arrestata. E che la notte della memoria non è del tutto caduta su di noi. Se non ora, quando?

Marco Revelli  il manifesto

 
 
 

BREVETTI AMAZON, IL PADRONE TI SPIA

Post n°237 pubblicato il 02 Febbraio 2018 da aliasnove

Alla fine di ottobre 2017 Amazon ha depositato due brevetti per un braccialetto che serve a monitorare l’esecuzione dei compiti assegnati a un lavoratore attraverso un sistema di rilevamento a ultrasuoni del movimento delle mani. Il braccialetto emette periodici impulsi sonori e vibrazioni sulla pelle di chi lo indossa. Questi impulsi sono inviati e raccolti da trasduttori posizionati nel magazzino di stoccaggio delle merci. Gli impulsi silenziosi sono inviati da una centrale che governa a distanza e in tempo reale anche questa mansione.

IL SITO GEEKWIRE ha rilanciato la notizia dopo la pubblicazione dei brevetti. Il progetto mira a semplificare l’ evasione degli ordini trasmessi ai computer portatili che i dipendenti dei magazzini Amazon portano con loro. Una volta ricevuto l’ordine i lavoratori dovranno ulteriormente affrettarsi a recuperare il prodotto degli scaffali, confezionarlo in una scatola di consegna e passare alla successiva assegnazione. Sembra che Amazon abbia considerato l’ipotesi di usare i bracciali ad ultrasuoni non solo nei magazzini, ma anche all’aperto e sulle navi da carico.

L’OBIETTIVO non è solo quello di tracciare le spedizioni dei pacchi come già avviene, ma di anticipare e controllare i comportamenti in un sistema dove gli umani sono governati come robot. Anche per questo si parla di «Amabot», cioè umani considerati «robot di Amazon». I lavoratori sono un tutt’uno con il sistema computerizzato, sono quasi cyborg incarnati negli algoritmi. Il neologismo «Amabot» spiega, come le numerose inchieste ormai celebri – J.-B. Malet, En Amazonie del 2013 o quella della Bbc nel 2016 – come l’automazione della fabbrica 4.0 porti alla robotizzazione del lavoro, non alla sua liberazione.

«SUI CONTROLLI la legge prevede un accordo con i sindacati e le autorità competenti. Vale per un drone, vale per una bicicletta e per qualsiasi altra cosa» ha detto il ministro del lavoro Poletti. Vediamo allora cosa dice la «legge»: il Jobs Act ha introdotto il «controllo a distanza» sulle tecnologie aziendali prima vietato dallo Statuto dei lavoratori. La «legge» potrebbe persino permettere l’introduzione del braccialetto.

CERTO, LA LEGGE prevede la negoziazione con i sindacati nei casi in cui un’azienda preveda l’uso di tecnologie invasive per il controllo dei lavoratori, magari per garantirne la sicurezza. Ma le tecnologie a disposizione – basta un pc, un tablet o uno smartphone, bastano per ottenere lo stesso risultato a cui mira il braccialetto brevettato. E questo senza aspettare la sua sperimentazione a Seattle e, a cascata, anche in Italia.

SENZA CONTARE che questo nuovo modo di governare la forza lavoro esiste già, e non solo nell’organizzazione produttiva di Amazon nel nostro e in altri paesi. E la legge ha fatto il suo permettendo alle piattaforme digitali di consegna di cibo a domicilio (Deliveroo, Foodora, ad esempio) di appoggiarsi ai contratti di collaborazione continuativa. Non solo il Jobs Act non li ha cancellati del tutto, ma ha negato ai «gig workers» la norma pre-esistente che impediva di pagare una prestazione meno delle retribuzioni minime previste dai contratti nazionali. Il capitalismo digitale usa gli strumenti legali messi a disposizione dai governi.

LA CAMPAGNA elettorale, ancora reduce dalla sbornia sulle liste elettorali, si è rianimata. È intervenuto anche il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni che ha ribadito l’impegno a creare «un lavoro di qualità, non lavoro con il braccialetto». Impegno lodevole preso all’indomani dei dati Istat sull’occupazione che hanno confermato l’iper-produzione di contratti a termine prodotta dalla «riforma» Poletti. Un modo per fare «quantità», non «qualità».

AMAZON HA CHIARITO che «i brevetti impiegano anni per essere approvati e non necessariamente riflettono gli sviluppi attuali che stanno avendo i nostri prodotti e servizi». A dire dell’azienda le «innovazioni» sono applicate per la tutela dei dipendenti. Una tesi sostenuta anche dagli inventori del braccialetto sostengono che serve a superare la necessità di un monitoraggio «intensivo e costoso» dei lavoratori.

CIO’ NON TOGLIE che le tecnologie già esistenti, e non solo quelle futuribili, possano trasformare i lavoratori digitali nei «gorilla ammaestrati» di cui parlava Gramsci nel caso dell’operaio fordista. Nel precario equilibrio tra gli annunci e la realtà procede la sperimentazione della logica algocratica. È ispirata al «governo a distanza» della forza lavoro e all’estrazione del valore dei dati per anticipare, e non solo etero-dirigere, i comportamenti 24 ore su 24. La sua applicazione è ben più ampia di un ciclo industriale ed è fondata sulle libere scelte delle persone.

IL BRACCIALETTO PRODUCE raccapriccio perché ricorda quello dei detenuti agli arresti domiciliari o le catene degli schiavi. «I braccialetti ledono il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e dipendente, alla base del lavoro subordinato in Italia» ha avvertito Fiorenzo Molinari, Filcams-Cgil di Piacenza nella cui provincia (Castel San Giovanni) ha sede un magazzino Amazon. Qui a novembre scorso, in occasione del «Black Friday» hanno protestato per ottenere paghe migliori e turni sostenibili.

C’E’ CHI HA CRITICATO Amazon per la «disumanizzazione» del suo personale e ha parlato di «schiavismo del nuovo millennio» (Airaudo, Leu). Da Camusso (Cgil) a Barbagallo (Uil) e Furlan si è levato un coro di «no». Mentre Piero Grasso (LeU) ha parlato di «film di fantascienza». Ma questa è già il presente: basta ordinare un prodotto su Amazon o un pranzo in ufficio da una «app».

L’ALGOCRAZIA (il potere degli algoritmi) governa la nostra vita. Si tratta di contrapporgli un uso politico diverso e comune della tecnologia, negoziando gli algoritmi, modificando la nostra forma di vita che confonde la libertà con la propria e l’altrui servitù.

Roberto Ciccarelli  il manifesto

 
 
 

SCELTE SBAGLIATE SULLA PELLE DEI VIAGGIATORI

Post n°236 pubblicato il 26 Gennaio 2018 da aliasnove

Incidenti come quello accaduto ieri a Pioltello non dovrebbero accadere. Morire nel 2018 viaggiando su un treno regionale, morire da pendolari che si alzano all’alba per raggiungere la metropoli, lasciare la vita sui binari mentre si va incontro al proprio giorno, è assurdo.

Certo un rischio di incidente in ferrovia esiste, ma di questi tempi esso dovrebbe essere ridotto quasi a zero in una nazione «sviluppata» come la nostra, in una regione ricca come la Lombardia.

Le esperienze del passato, i progressi tecnologici, i sistemi di monitoraggio avanzati, gli apparati di sicurezza ridondanti, la robotizzazione spinta dovrebbero tradursi in un innalzamento straordinario dei livelli di sicurezza. A quanto pare non è così.

Ai rilevanti investimenti in apparati tecnologici è corrisposto un salasso occupazionale terribile in Italia: oltre 120 mila posti di lavoro cancellati su 200 mila in 30 anni. E c’è chi sostiene si debba ridurre la forza lavoro: meno manodopera in linea, zero lavoratori nelle stazioni, macchinista unico, manutenzione affidata alle macchine, taglio di numerose linee ritenute improduttive in un’ottica neo-padronale, cancellazione sistematica di raccordi ferroviari e di binari di servizio in stazione. L’unico imperativo è ridurre i costi di impresa, secondo una politica lobbistica, liberista e anti-sociale che si è affermata sul finire del secolo scorso, perseguita senza sosta fino ai giorni nostri. Gli effetti sono devastanti.

A fronte di investimenti per grandi opere inutili come i Tav, relativamente vantaggiosi solo per una minoranza di popolazione, si è prodotto uno dei più grandi scempi della storia delle ferrovie in Europa: l’impoverimento generalizzato della rete ordinaria e dei servizi a danno di chi usa il treno per scelta (come alternativa all’automobile) o per necessità (persone più povere). Nel mentre si insegue il mito dei treni da 400 km/h, i servizi regionali sono lasciati ad un vergognoso degrado; infierendo contro i pendolari e le fasce più deboli.

I boiardi delle ferrovie hanno gioco facile: succhiano risorse allo Stato, agendo da «soggetto pubblico» per investimenti in opere inutili, si trasformano poi in vampiri nei confronti dei viaggiatori con il cappello di ente privatizzato. Contraddizione micidiale che conduce a far pagare due volte la comunità, ed in proporzione maggiore le fasce più deboli. Da soggetto privato si operano le peggiori scelte padronali: i dipendenti sono ormai arruolati senza concorsi e con procedure discutibili, possono essere licenziati o trasferiti come pacchi da una regione all’altra, le tutele in termini di diritti e sicurezza sul lavoro sono scadute a livelli da terzo mondo. I ferrovieri di oggi hanno perso la dignità e la fierezza della divisa che avevano quelli delle passate generazioni; non di rado li si costringe a fare gli esattori di multe vessatorie, a svolgere ruoli più faticosi ed a rischio, ad assumere ruoli polizieschi che non toccherebbero loro, acuendo la conflittualità sociale.

Da soggetto privato le Fs, complici generazioni di ministri, si permettono di cancellare centinaia di km di rete regionali, di lasciare al degrado le linee e le stazioni della provincia e segnatamente quelle del Mezzogiorno, di sopprimere gran parte dei treni a lunga percorrenza fra Sud e Nord, di lasciare in circolazione i treni più vecchi d’Europa, di affidare la manutenzione delle linee a ditte private con procedure dubbie di affidamento e di controllo, di sopprimere centinaia di corse ogni giorno, di generare artificiosamente e consapevolmente il degrado dei servizi in modo da allontanare la domanda potenziale dal treno lasciando spazi di mercato alle autolinee private.

In questi ultimi mesi la frequenza degli incidenti ferroviari sta aumentando, quella dei deragliamenti in particolare. Fra Cosenza e Paola, in piena galleria (unica canna di 15 km), lo scorso 6 dicembre un treno regionale che correva a 130 km/h, pieno di pendolari, è deragliato fermando la sua corsa dopo quasi 1 km; per miracolo non si sono avute vittime. Anche in quel caso, come a Pioltello, pare abbia ceduto un pezzo di binario.

Le notizie non fanno clamore se non si arriva alle stragi come a Corato in Puglia. Inaccettabile morire da pendolari mentre si va al lavoro dice Delrio.

A lui e ai vertici di governo vorremmo dire che inaccettabile è il modo di governare le ferrovie, in una logica di profitto spinto gestita da lobby avide fino all’assurdo di concepire l’aggregazione di Anas e Fs, nel mentre si blatera di concorrenza e di separazione di funzioni.

Forse sarebbe più opportuno rinazionalizzare le Ferrovie e perseguire logiche di Trasporto Equo-Sostenibile. Come chiede la gente di tutta Italia, dalla Val Susa alla Calabria, da Trieste alle Isole.

Domenico Gattuso  il manifesto

 
 
 
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