Creato da aliasnove il 10/01/2013

IL LAVORO

Nell'era della globalizzazione

 

STRAGE DI MILANO, TUTTE LE DOMANDE

Post n°226 pubblicato il 10 Dicembre 2017 da aliasnove

Martedì 12 sono 48 anni dalla strage di Piazza Fontana. Quell’attentato del 12 dicembre del 1969, che provocò 17 morti e 87 feriti, continua a trascinare con sé, a tanti anni di distanza, domande e interrogativi. Che cosa accadde veramente quel giorno a Milano?

QUATTRO E NON DUE LE BOMBE?
La mattina del 13 dicembre sulla prima pagina del quotidiano della Democrazia cristiana, Il Popolo, comparve la clamorosa notizia del ritrovamento verso la mezzanotte del giorno prima, «in via Monti», di un «altro ordigno», poi «disinnescato e reso inoffensivo» dagli artificieri. Notizia rimasta senza alcun seguito. «l’Unità», a sua volta, il 18 dicembre, a pochissimi giorni dalla morte di Giuseppe Pinelli, precipitato dal quarto piano della questura, pubblicò in edizione nazionale il resoconto di una conferenza stampa tenuta dagli anarchici del Circolo Ponte della Ghisolfa, con la denuncia del ritrovamento di altre due bombe inesplose, taciute dalla polizia, nella sera stessa del 12 dicembre, una in una caserma militare e l’altra in un grande magazzino. La questura smentì immediatamente.

Su questa vicenda il quotidiano comunista ritornò mesi dopo, il 26 febbraio, scrivendo di «due ordigni» rinvenuti «presso il negozio di abbigliamento della Fimar in corso Vittorio Emanuele» e la «caserma di via La Marmora» (nei pressi di via Monti), denunciando il giorno successivo con un altro pezzo in prima pagina come ai vigili urbani, autori del rinvenimento, e «ai loro dirigenti», fosse stato «imposto il silenzio».

QUALI PROPORZIONI avrebbe dovuto assumere la strage di Milano? Di chi furono le eventuali responsabilità nell’occultamento degli ordigni ritrovati? Domande che meriterebbero una risposta, pur a distanza di tanti anni. Domande non inutili per sapere chi decise di manipolare la verità. Si spiegherebbe finalmente in questo modo anche il motivo dell’acquisto da parte di Franco Freda, riconosciuto come uno dei corresponsabili della strage, di quattro borse a Padova, solo una delle quali fu rinvenuta intatta con dentro la bomba inesplosa alla Banca commerciale di piazza della Scala.

UNA STRAGE ATTESA DA ORE
Anche un’altra concatenazione di fatti, antecedente la strage, non è mai stata sufficientemente indagata. Nel memoriale di Aldo Moro redatto nei cinquantacinque giorni della sua prigionia ad opera delle Brigate rosse, tra il 16 marzo ed il 9 maggio 1978, rinvenuto nell’ottobre del 1990 in via Monte Nevoso a Milano, leggiamo testualmente: «Ma i fatti di Piazza Fontana furono certo di gran lunga più importanti. Io ne fui informato, attonito, a Parigi dove ero insieme con i miei collaboratori in occasione di una seduta importante dell’assemblea del Consiglio d’Europa che per ragioni di turno dovevo presiedere Proprio sul finire della seduta mattutina ci venne tra le mani il terribile comunicato d’agenzia, il quale ci dette la sensazione che qualcosa di inaudita gravità stesse maturando nel nostro paese.

Le telefonate, intrecciatesi fra Parigi e Roma, nelle ore successive non potettero darci nessun chiarimento Io cercai di sapere qualche cosa, rivolgendomi subito al Presidente Picella, allora segretario Generale della Presidenza della Repubblica, uomo molto posato, centro di molte informazioni (ovviamente ad altissimo livello) ma non con canali propri. I suoi erano i canali dello Stato. Alla mia domanda sulla qualifica politica dei fatti, la risposta fu che si trattava di gente appartenente al mondo anarchico».

UN RICORDO SINGOLARE. Come è noto, la strage di Piazza Fontana avvenne solo alcune ore più tardi, alle 16.37. L’Ansa diramò la notizia alle 17.05 e solo nel dispaccio delle 18.30 parlò di una bomba. Si potrà certamente pensare ad un cattivo ricordo anche per le difficili condizioni di prigionia in cui versava Moro.

Ma Moro non fu il solo a ricordare male. Anche Alberto Cecchi, già parlamentare del Pci, nella sua Storia della P2 incorse in un identico infortunio: «In Italia l’inizio del secondo tripudio (quello delle armi e del terrorismo) è contrassegnato da una data e da un’ora: il 12 dicembre 1969, intorno alle 11 del mattino. È la strage di Piazza Fontana».

Forse a monte di tutto c’è una spiegazione molto semplice: già 5 o 6 ore prima in ambienti politici e militari si era diffusa la notizia dell’imminenza di un fatto di eccezionale gravità. L’allarme era già diffuso. Da qui l’anticipazione in alcuni protagonisti politici dell’epoca del ricordo della strage. Andrebbe, sotto questo profilo, ancora una volta ricordato l’interrogatorio reso il 7 settembre 2000 dal senatore a vita Paolo Emilio Taviani, più volte ministro e figura tra le più prestigiose della Dc. Interrogatorio rilasciato nell’ambito delle nuove indagini sulla strage di Piazza Fontana. Uno dei documenti in assoluto più illuminanti proprio sulle ore antecedenti i fatti. «La sera del 12 dicembre1969», disse, «il dottor Fusco defunto negli anni ’80, stava per partire da Fiumicino per Milano, era un agente di tutto rispetto del SID Doveva partire per Milano recando l’ordine di impedire attentati terroristici. A Fiumicino seppe dalla radio che una bomba era tragicamente scoppiata e rientrò a Roma. Da Padova a Milano si mosse, per depistare le colpe verso la sinistra, un ufficiale del SID, il Ten. Col. Del Gaudio». Una ricostruzione ribadita dalla stessa figlia del Dottor Fusco, Anna, solo pochi mesi dopo, il 13 marzo 2001. «Posso dirvi», ribadì riferendosi al padre, «che il non aver impedito la strage di Piazza Fontana fu il cruccio della sua vita».

IN QUESTA ULTIMA DEPOSIZIONE la signora Fusco aggiunse anche un particolare su cui mai si è forse riflettuto sufficientemente. «Mio padre», sostenne, «era un ‘rautiano di ferro’ e ho sempre avuto l’impressione che abbia appreso l’episodio del 12 dicembre non dai servizi ma dalle sue conoscenze di destra». La verità, anche in questa versione, continua a dirci dell’intreccio fra neofascisti ed apparati statali.

Saverio Ferrari  il manifesto

 
 
 

POVERTA', LA BEFFA DEL POTERE

Post n°225 pubblicato il 05 Dicembre 2017 da aliasnove

Grottesca e crudele. La vicenda del Reddito di inclusione (Rei) sta raggiungendo vette di insipienza inimmaginabili anche per chi è da tempo abituato a commentare le imprese di una classe di governo difficile da qualificare. Che la marea dei poveri fosse in Italia in tumultuosa crescita era cosa conosciuta da chi si occupa professionalmente del fenomeno, anche se mascherata nel racconto pubblico da una buona dose di ottimismo a buon mercato.

I 4.742.000 «poveri assoluti» certificati dall’ Istat nel suo ultimo rapporto parlano di una vera e propria emergenza sociale. Ma oggi sappiamo che quella marea montante, sollecitata dalla promessa di un pur parzialissimo sollievo alla propria condizione costituito dalla annunziata e strombazzata possibilità di accesso a un frammento di reddito, si è messa in movimento. Ha invaso le sedi comunali, poi – non trovandovi risposte adeguate- è trabordata verso i Caf (Centri di assistenza fiscale).

Ne ha travolto le deboli strutture, è dilagata verso l’Inps, alla ricerca disperata di un ufficio, un funzionario, un responsabile che sapesse dar loro risposte che nessuno sapeva articolare per la semplice, atroce ragione che nessuno sapeva che fare, che cosa suggerire. Nessuno aveva indicazioni «dall’alto», strutture attive o attivabili, linee di comportamento definite…

Secondo un copione troppe volte ripetuto, la «politica» (i partiti di governo, i ministri e le ministre che ne elaborano i provvedimenti, gli uomini e le donne che siedono in parlamento e votano le leggi) ne aveva elaborato il testo curandone la funzione-annuncio ma si era del tutto disinteressata delle procedure e delle strutture necessarie per renderlo operante. E quando l’esercito dolente dei poveri tra i poveri si è presentato agli sportelli, cercando di indovinare quale potesse essere quello giusto, si è assistito all’ennesimo 8 settembre della nostra burocrazia.

I Comuni – i primi a esser presi d’assalto – hanno dovuto ammettere di «non essere attrezzati a dar risposte ai cittadini», in particolare di non avere «gli strumenti per strutturare il percorso di inserimento al Rei», e ciò nonostante che la legge istitutiva del Rei stanzi il 15% delle (già miserrime) risorse disponibili proprio per l’istituzione degli sportelli comunali. Ma, come dovrebbe essere noto ai decisori pubblici, buona parte dei Comuni italiani sono paralizzati sul versante degli organici dalle regole sul pareggio di bilancio, per cui anche se ricevessero quei fondi non li potrebbero spendere.

Così in molte realtà i questuanti sono stati reindirizzati ai Caf (come accade in rete quando un sito è «andato giù»), che però stentano già a star dietro alla domanda ordinaria, figurarsi a un’onda di piena, e poi hanno un contenzioso aperto con lo Stato per i fondi loro promessi per le dichiarazioni Isee (l’Indicatore della situazione economica equivalente, necessario anche per accedere al Rei). E considerano i compensi attualmente previsti dalla convenzione con l’ Inps drammaticamente insufficienti, tanto che sollecitano un’integrazione in Legge di Bilancio. Così quel passo a suo tempo definito «epocale», che avrebbe dovuto dare anche all’Italia un brandello di reddito di emergenza (come chiamarlo altrimenti), si è trasformato in un’altra atroce beffa ai danni dei poveri.

Beffa burocratica, questa volta. Inescusabile, perché se già appare intollerabile l’inefficienza amministrativa in generale, quando questa si rivela una forma di vessazione verso la parte più fragile del Paese la cosa assume tutti i caratteri del sadismo sociale, da autocrazia d’altri tempi.

Un racconto crudele – di ordinaria crudeltà burocratica – degno di Gogol che anticipò il diluvio che spazzò via la dinastia degli zar. Forse non vedremo nascere un’opposizione sociale forte almeno quanto è grande l’oltraggio che il privilegio compie ai danni degli ultimi, ma magari – chissà -, potrebbe comparire, tra le nebbie del tempo, un altro padre Gapon, il prete ortodosso che nel gennaio del 1905 organizzò la celebre marcia dei poveri passata alla storia come il punto culminante dell’anteprima della rivoluzione russa. Allora la marea dei poveri di Pietroburgo giunse fino alle porte dei palazzi del potere con le croci di Cristo e i cappelli in mano, chiedendo «giustizia e protezione» a nome di «un popolo intero lasciato all’arbitrio del governo dei funzionari, formato da dilapidatori e saccheggiatori».

Marco Revelli  il manifesto

 
 
 

IL FALLIMENTO ITALIANO IN AFRICA NON INSEGNA NULLA

Post n°224 pubblicato il 28 Novembre 2017 da aliasnove

Che cosa è andato a fare in Tunisia il Presidente del Consiglio?

Ecco la risposta sintetica di diversi quotidiani: «Portare aiuti alla Tunisia perché chiuda la rotta ai migranti». Gentiloni visiterà altri paesi africani, ma non andrà in Libia.

Comunque, già che era da quelle parti, si è espresso anche sulle relazioni sulla ex-colonia: dopo aver dichiarato che le condizioni dei migranti sub-sahariani in Libia sono «terrificanti» e «disumane», ha auspicato un miglior coordinamento con le «autorità libiche» per lottare contro «il traffico di essere umani».

Gentiloni è uomo sensibile ai diritti umani e sociali, sembra. E allora perché rilasciare dichiarazioni tanto contraddittorie, al limite dell’insensatezza, per chi lo legge o lo ascolta?

Se le condizioni dei migranti sono così atroci – come riportano i media di tutto il mondo, Ong varie e Nazioni Unite – perché accordarsi con i responsabili delle atrocità, cioè fazioni che non governano nulla, signori della guerra e capi delle milizie che imperversano in Libia?

La risposta è semplice: al governo italiano importa solo che i migranti non partano per l’Italia, quale che sia il loro destino.

E infatti proprio mentre Gentiloni parlava annegavano in mare e pure «dilaniati dagli squali» altri disperati fuggiti dalle coste libiche e i sopravvissuti al naufragi subito sono stati riportati nei centri di detenzione in Libia.

Ecco il senso dei famosi accordi di Minniti, il braccio poliziesco del governo Gentiloni, con il fantomatico governo Serraj e gli altri capi bastone.

Non bisogna stancarsi di ripetere che si tratta di uno scambio orrendo, che copre di vergogna il nostro paese: l’Italia dà aiuti militari ai libici perché ci tengano lontano i migranti, perché insomma se ne occupino loro come preferiscono.

La cosa è talmente ovvia che è stato lanciato dal governo italiano un bando perché le Ong gestiscano i centri di detenzione in Libia. Come dire: sappiamo che quelli li torturano, li derubano e un po’ li uccidono. Andate un po’ a vedere se riuscite a farli torturare e uccidere un po’ meno. Se mai una Ong accetterà, bisognerà denunciarla come connivente del governo italiano e quindi di quei libici che uccidono e torturano.

Il governo italiano ha talmente la coda di paglia in materia che la ministra Pinotti ha dichiarato che il «terrificante» trattamento dei migranti è precedente agli accordi di Minniti con i libici.

E allora, se lo si sapeva – e Minniti, con tutti i servizi segreti che frequenta da anni, non poteva non saperlo -, perché fare accordi con quelli? Non era ovvio, allora come oggi, che l’ossessione per il blocco delle rotte migratorie, nell’Africa sahariana e nel mar Mediterraneo, avrebbe causato una violazione di massa dei diritti umani, e cioè stragi per terra e per mare?

Tra quegli accordi ce n’era uno davvero letale: che sia la guardia costiera libica, dotata di navi italiane, a occuparsi di fermare i barconi in acque internazionali, impedendo i soccorsi alle navi delle Ong umanitarie. Le quali, di fatto, hanno dovuto fermare gli interventi (anche a questo e non altro è servita l’immonda campagna contro i salvataggi promossa dalla destra, da Salvini a Di Maio).

E così si moltiplicano le denunce dell’inazione italiana, come ha fatto ieri Sos Méditerranée e delle aggressioni della guardia costiera libica contro le navi umanitarie. E si moltiplicano nell’indifferenza generale gli annegamenti di uomini, donne e bambini.

Naufragi e sbarchi sono ripresi alla faccia del nostro governo (quanto ad Alfano, il diretto interessato, chi l’ha visto?). Insomma, Minniti ha fallito l’obiettivo che si era posto, e cioè delegare tutta la faccenda agli africani.

Ma il fallimento non insegna nulla. Anzi. Oggi Gentiloni è ad Abidjan al vertice Europa-Africa con un po’ di imprenditori pubblici e privati al seguito.

Ci va, buon ultimo dopo Francia e Germania, per fare un po’ d’affari e soprattutto per generalizzare a tutta l’Africa la lotta contro «il traffico di esseri umani», cioè per bloccare le emigrazioni in partenza.

Visti gli effetti degli accordi con La Libia, nuove stragi si annunciano.

Alessandro Dal Lago  il manifesto

 
 
 

IN TUTTA ITALIA, UN SOSTEGNO DECISO ALLA LOTTA DELLE DONNE

Post n°223 pubblicato il 25 Novembre 2017 da aliasnove

Che sia una panchina rossa inaugurata a Milano, un flash mob a Sassari per dire che «l’unico segno che voglio è quello di un bacio», o ancora un nuovo centro antiviolenza con annessa casa rifugio in Ciociaria, fino alla installazione performativa in quel di Lecce, oggi l’Italia sarà attraversata – in lungo e in largo – da iniziative che aderiscono alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Seppure la qualità e il peso politico di ciascun appuntamento siano assai diversi, è vero che dalla Basilicata al Veneto, passando per Calabria, Sicilia e Liguaria, in ogni territorio (nessuno escluso) si moltiplicheranno gli incontri e in decine di città si scenderà in piazza per dire no alla violenza contro le donne.

Il movimento Non Una Di Meno, che lo scorso anno ha portato nelle strade della capitale più di 200mila tra donne e uomini, invita oggi nuovamente a Roma (dalle 14). Partenza da partire da piazza della Repubblica per una grande e – si spera – oceanica manifestazione nazionale; dopo aver rasentato Termini, costeggerà piazza Vittorio, passerà per via Emanuele Filiberto e, tagliando viale Manzoni, arriverà fino a piazza San Giovanni in Laterano. Le varie assemblee cittadine sparse per i territori organizzeranno certo ulteriori incontri nei propri luoghi di provenienza, ma è nella capitale che confluiscono oggi più di 20 città; si attende in questo modo l’addensarsi della marea. Diversi i soggetti politici che hanno aderito all’appello di Non Una Di Meno che ha appena diffuso le 57 pagine del primo «Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere». Dalla Flc Cgil alla Fish, quest’ultima (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) annunciando già da diversi giorni la propria partecipazione per segnalare la maggiore esposizione a violenze e molestie delle donne con disabilità.

Quel che si attende a Roma è una composizione piuttosto vasta, libera e soprattutto organizzata da molti movimenti e associazioni, così come centri antiviolenza e collettivi, che tagliano il territorio italiano da nord a sud e che rappresenteranno la propria parzialità di lotta e sostegno al progetto politico di Non Una Di Meno. Un modo per dire che il femminismo, da cui nell’ultimo anno sono esplose le più incisive forme di dissenso critico a livello mondiale, è inaggirabile. Bisognerebbe imparare dalla propria radicalità generativa, dal proprio smalto insorgente. Le migliaia di donne e uomini che oggi saranno in piazza non faranno altro che testimoniarlo.

Nonostante la pratica politica e i saperi di molte donne rendano grande e sensato lo stesso stare al mondo di tutte e tutti, una scommessa di civiltà, continuano a persistere delle contraddizioni che paiono insanabili, pervicace è infatti la sottocultura che le produce. Tra gli esempi più recenti c’è l’interrogatorio – per 12 ore di fila – si due ragazze che hanno denunciato il proprio stupro, sottoponendole – come è capitato al tribunale di Firenze due giorni fa – allo sfinimento di circa 200 domande tra cui spicca, per eleganza e misura, una relativa all’aver portato o meno biancheria intima.

Nello stesso paese, quello che oggi accenderà calde luci arancioni sui monumenti e in cui Laura Boldrini organizza #InQuantoDonna, lodevole iniziativa a Montecitorio, sembra spuntare sempre la gramigna del sospetto che, in effetti, dietro la parola delle donne possa celarsi un qualche inganno. È su quella, perché risponde a un’esperienza, non importa se riportata dopo un’ora o 20 anni, che invece bisognerebbe puntare tutto. O almeno l’inizio di un ragionamento politico che possa dirsi credibile. Alla vigilia di questa giornata apprendiamo che per il rapporto dell’Eures, presentato giovedì, anche la metà dei femminicidi non sarebbero forse avvenuti se solo si fosse fatto lo sforzo di dare seguito alle denunce da parte delle donne poi uccise. Ancora una volta ciò dimostra che il fenomeno della violenza maschile contro le donne va fermato non in quanto emergenza sociale, bensì con un lavoro capillare e politico che sappia rinnovarsi costantemente in tutti i luoghi della vita. Per decostruire alcune forme endemiche di patriarcalismo. E per dire che nessuna è vittima fino a quando si lotta insieme, per la propria libertà già guadagnata. Oggi, come ieri.

Alessandra Pigliaru  il manifesto

 
 
 

SCONTO DI CLASSE

Post n°222 pubblicato il 23 Novembre 2017 da aliasnove

Hanno deciso di bloccare Amazon nel giorno in cui le vendite raggiungono il picco annuale: il Black Friday degli sconti. Un venerdì, domani, che rischia di rivelarsi davvero «nero» per la multinazionale statunitense leader globale del commercio on line. I 4 mila addetti dell’enorme hub spedizioni di Castelsangiovanni nel piacentino – circa 70 mila metri quadrati, pari a 11 campi di calcio – hanno avuto il coraggio di alzare la testa e rivendicano migliori retribuzioni, turni più sostenibili e un contratto integrativo aziendale.

I 4 MILA NON SONO TUTTI dipendenti Amazon: 1800 di loro lavorano solo nei periodi di picco – dal Black Friday fino a Natale è certamente quello più intenso dell’anno – con contratti di somministrazione, attraverso agenzie interinali. Gli interni, però, hanno tutti un rapporto full time e a tempo indeterminato, il che rappresenta sicuramente una garanzia nell’Italia precaria di oggi. E questo probabilmente ha favorito l’organizzazione dello sciopero da parte di Filcams Cgil, Fisascat Cisl, Uiltucs Uil e Ugl Terziario.

I vantaggi contrattuali però finiscono qui: perché per il resto i lavoratori hanno parecchio da rivendicare e le assemblee che lunedì scorso hanno deciso la mobilitazione erano affollate e molto motivate.

«Di assemblee ne abbiamo organizzate cinque per poter intercettare tutti i lavoratori, l’ultima dalle 1 alle 2 di notte – spiega Fiorenzo Molinari, segretario generale della Filcams Cgil di Piacenza – Sono tutti giovani, all’anno zero rispetto alla cultura sindacale: ma proprio per questo ci stiamo conoscendo reciprocamente e la risposta è stata buona. Quando si parla, e si riesce a spiegare che il sindacato tenta di rivendicare tutele e diritti, anche i più diffidenti escono dallo storytelling in voga negli ultimi anni, secondo cui il nostro lavoro sarebbe inutile se non addirittura dannoso».

E SE È VERO CHE l’enorme hub spedizioni del piacentino è tutto composto da giovani, dall’altro lato secondo la Cgil non dobbiamo pensare a una «fabbrica 4.0», governata dai robot: «Le merci vengono movimentate quasi tutte dai lavoratori, a mano: ci si sposta con dei carrelli o a piedi, ma il fattore umano è fondamentale – spiega il sindacalista Filcams – Se oggi la Fiat è davvero 4.0, visto l’alto grado di automazione delle linee, l’hub Amazon assomiglia di più a quello che era la Fiat negli anni Settanta».

E così il tema dei turni, del logoramento fisico e psicologico e la necessità di riconoscere il ciclo continuo – si lavora anche di notte e nelle domeniche, salvo qualche chiusura per le festività – sono i motori fondamentali della protesta.

I sindacati hanno  presentato già un anno fa una piattaforma per l’integrativo, e richiedono una ripartizione sostenibile dei turni, ma per ora Amazon da questo orecchio non ci sente e i manager italiani non hanno dato risposte.

«NEL CONTRATTO NAZIONALE – spiega Molinari della Filcams Cgil – il lavoro notturno è pensato come un’eccezione, in Amazon invece è diventato strutturale: il 15% di maggiorazione previsto quindi non è più adeguato e in piattaforma chiediamo il 25%. Per le domeniche rivendichiamo un 40% a fronte del 30% nazionale».

«Il logoramento fisico, gli infortuni, lo stress anche psicologico dovuto alla ripetitività delle mansioni e ai turni disagevoli sono tipici di tutto il sistema Amazon, anche negli altri stabilimenti italiani ed europei», aggiunge Massimo Mensi, che per la Filcams Cgil nazionale partecipa all’Alleanza globale dei lavoratori Amazon. «Basti pensare – prosegue – che ogni giorno un addetto degli hub fa dai 17 ai 20 chilometri a piedi per movimentare le merci».

«DA UN ANNO NON abbiamo risposte sull’integrativo – conclude Mensi – I rapporti sindacali sono gestiti dalla multinazionale limitandosi giusto agli obblighi normativi, quindi è arrivato il momento della protesta: mentre accresce i propri fatturati, Amazon deve capire che il lavoro dei suoi dipendenti va tutelato e valorizzato».

In serata la multinazionale ha replicato: «I salari dei dipendenti di Amazon sono i più alti del settore della logistica e sono inclusi benefit come gli sconti per gli acquisti su Amazon.it, l’assicurazione sanitaria privata e l’assistenza medica privata – spiega una nota – In questi anni ci siamo impegnati a costruire un dialogo continuo e una positiva cooperazione con tutti i dipendenti e a creare un ambiente attento e inclusivo nei nostri luoghi di lavoro. Restiamo focalizzati nel mantenere i tempi di consegna ai clienti per il Black Friday e per le giornate successive».  Antonio  Sciotto  il manifesto

 
 
 
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