Creato da aliasnove il 10/01/2013

IL LAVORO

Nell'era della globalizzazione

 

SMOG, UNA GUERRA INVISIBILE DA 9 MILIONI DI MORTI

Post n°217 pubblicato il 21 Ottobre 2017 da aliasnove

Un valore economico di 4,6 trilioni di dollari all’anno andato in fumo. Equivale al 6,2% della produzione mondiale; più della ricchezza complessiva generata annualmente in Giappone, l’equivalente di Regno Unito e Italia messe insieme.

Un trilione è una cifra impegnativa: si scrive con 18 zeri e si fatica a pensarla. Ma ne abbiamo esperienza quotidiana: è la quantità di ricchezza e benessere distrutta ogni anno dall’inquinamento atmosferico.

Le cifre dell’economica sono sbalorditive ma fredde, quelle della medicina dicono meglio: la somma degli inquinanti in atmosfera, acqua e suolo, a livello globale, causa annualmente 9 milioni di morti.

Quindici volte le vittime di tutte le guerre in corso sul Pianeta e di tutti gli atti di violenza. La mortalità generata dall’inquinamento atmosferico è stimata in circa 6,5 milioni.

Questi dati emergono dal rapporto preparato dalla Lancet Commission on Pollution & Health, pubblicato da poche ore. Vengono resi noti in giornate in cui sulla Pianura Padana, come immortalato da una foto dell’astronauta Nespoli, si stende una cappa di smog visibile dallo spazio.

“Torino come Pechino” è stato il titolo giornalistico, facile ma veridico, coniato per rendere l’immagine di quanto avviene. Nel capoluogo sabaudo la concentrazione delle polveri è salita a oltre il doppio del valore individuato dalla normativa come soglia di allarme.

Dal Comune raccomandano di tenere le finestre chiuse, limitare gli spostamenti, non riscaldare i luoghi indoor oltre i 19 gradi. E partono anche misure di limitazione al traffico privato che sembreranno draconiane – in un Paese in cui per molti l’automobile è vettore solo e unico della mobilità – e che invece sono insufficienti ed emergenziali.

E come tali destinate solo a tamponare un fenomeno che ha invece una portata cronica.

Le fonti dell’inquinamento atmosferico, in un ambiente urbano, sono molteplici. Dipendono principalmente dalla mobilità, dall’edilizia, dall’industria. Variano da contesto a contesto ma, in generale, il loro contributo specifico al problema complessivo, inquinante per inquinante, è noto.

La situazione, da vent’anni a questa parte, nelle nostre città è in parte migliorata. Ma i miglioramenti sono appunto settoriali e non sufficienti.

Le città italiane – e quelle del nord padano in particolare – sono meno esposte ai fumi dell’industria; e l’efficienza energetica sta riducendo (anche se troppo lentamente) le emissioni che vengono dall’edilizia. Il settore che meno di altri contribuisce al risanamento dell’aria che respiriamo nelle nostre città è certamente quello della mobilità.

Greenpeace si sta occupando, in questo periodo e su scala europea, di un inquinante specifico: il biossido di azoto, un gas cancerogeno emesso in larga quantità dai veicoli diesel.

In una città come Roma oltre tre quarti del NO2 in atmosfera viene dai veicoli a gasolio. In difformità dall’immaginario collettivo, benché sia un inquinante precursore anche delle polveri sottili, non è un inquinante “padano”: la capitale e Palermo, ad esempio, registrano concentrazioni medie annue non dissimili da Milano e Torino, e sempre ben al di sopra della soglia indicata dall’Oms per la protezione della salute umana (40 microgrammi/metro cubo).

Secondo un recente rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente l’Italia è il paese europeo dove l’NO2 ha gli impatti sanitari maggiori: oltre 17mila casi l’anno di mortalità prematura.

I bambini sono i soggetti più esposti agli effetti patogeni del biossido di azoto. Per questo, nelle ultime settimane, Greenpeace ha monitorato l’aria in prossimità di dieci scuole romane, asili ed elementari.

Dieci monitoraggi su dieci mostrano livelli di inquinamento costantemente allarmanti, con picchi – in concentrazioni medie su dieci minuti – fino a 111,4 μg/m3: un valore abnorme, se si considera che già nel 2005 l’Oms segnalava come nei bambini gli effetti patogeni sul sistema respiratorio siano provati anche per concentrazioni inferiori ai 40 μg/m3.

“Biossido di azoto” è una dizione sconosciuta ai più. “Dieselgate” lo è certamente meno. I veleni che respiriamo sono anche e soprattutto il risultato composito di una gigantesca frode industriale, dell’attività di lobbying dell’industria automobilistica, di controllori “distratti”, di decisori pavidi. La sfida immediata resta quella di salvarci i polmoni. E una tra le poche soluzioni a disposizione, la più urgente, è una rivoluzione della mobilità.

il manifesto 21/10/2017

 
 
 

Fico, McDonald's, Zara e altre 100mila: quando il personale è a costo zero

Post n°216 pubblicato il 15 Ottobre 2017 da aliasnove

È il frutto più amaro della buona scuola. E sta facendo letteralmente impazzire un milione e mezzo di studenti e di famiglie che in quest’anno scolastico – il primo a pieno regime per chi frequenta l’ultimo triennio delle scuole superiori – dovranno trovare una sistemazione, un «tutor esterno», per i mesi che passeranno fuori da scuola: 200 ore per i licei, 400 ore per tutti gli altri istituti.

L’alternanza scuola-lavoro italiana è un «unicum» di cui lo stesso ministero si vanta sul proprio sito: «L’estensione delle attività di alternanza anche ai licei rappresenta un unicum europeo. Persino in Germania, con il sistema duale, le esperienze scuola-lavoro riguardano solo gli istituti tecnici e professionali. Il nostro modello supera la divisione tra percorsi di studio fondati sulla conoscenza ed altri che privilegiano l’esperienza pratica. Conoscenze, abilità pratiche e competenze devono andare insieme», si legge.

PECCATO CHE «IL MODELLO ITALIANO» sia ridotto ad una totale subalternità verso le imprese – definite con un eufemismo «realtà ospitanti» – che in gran numero sfruttano l’alternanza scuola-lavoro semplicemente per avere manodopera gratuita e risparmiare milioni e milioni di costo del lavoro.

I numeri sono impressionanti: 131 mila imprese coinvolte – si arriva a 200mila con associazioni sportive e di volontariato, enti culturali, istituzioni e ordini professionali – finanziati con 100 milioni l’anno più altri 140 milioni stanziati nell’ambito del Programma operativo nazionale scuola. Il tutto con l’obiettivo di «favorire lo sviluppo del senso di iniziativa ed imprenditorialità», si legge sempre sul sito del ministero.

LA DIMOSTRAZIONE VIENE leggendo i testi degli accordi – è tutto trasparente sul sito del Miur – sottoscritti con le imprese. Non a caso le associazioni d’imprese più grandi sono state le prime a firmare «protocolli d’intesa» con il ministero dell’Istruzione: Federmeccanica è stata la prima – addirittura nel 2014 – Confindustria poco dopo, seguita poi in massa ad esempio da Federalberghi – 7 marzo 2016 – mentre tra le aziende più grandi la più pronta è stata Enel – 9 giugno 2016 – seguita da McDonald’s – 29 luglio del 2016 – ed Enel – 2 agosto 2016.

L’ESEMPIO PIÙ LAMPANTE dell’utilizzo dell’alternanza come taglio del costo del lavoro è invece recentissimo. Si tratta di quello sottoscritto da Fico, la Disneyland del cibo, dell’agricoltura e della filiera alimentare che aprirà i battenti a Bologna il 15 novrembre grazie all’alleanza fra Farinetti di Eataly e le coop (ex) rosse emiliane.

Qui il progetto ha addirittura un nome specifico: «Un giorno da Fico», un gigante delle agenzie interinali come attuatore – la Randstad – e numeri monstre: oltre 300mila ore di alternanza scuola-lavoro per circa 20mila studenti di 200 scuole sparse sull’intera penisola. In compenso è previsto un ulteriore sfruttamento: tutte le scuole partecipanti potranno anche richiedere un tirocinio di due settimane nelle filiali Randstad.

IL TUTTO FINALIZZATO a trovare manodopera a costo zero: «La collaborazione con Randstad è per noi molto importante – dichiara Tiziana Primori, amministratore delegato di Fico Eataly World – per la possibilità di coinvolgere giovani e studenti in percorsi finalizzati all’orientamento al lavoro».

PER QUANTO RIGUARDA gli «utilizzatori» la palma tra le imprese se la contendono McDonald’s, Zara e Autogrill. Per quanto riguarda il colosso del fast food non serviva un genio per capire come sarebbe finita: dei 530 ristoranti in Italia oltre il 70 per cento è in franchising – dunque autonoma – e non in grado di assicurare la formazione promessa nel «protocollo» – «moduli teorici formativi sul modello aziendale», «norme di igiene e di sicurezza alimentare». Come denunciano le associazioni degli studenti «il tutto si riduce a dare lo spazzone in mano per pulire i cessi» o «la paletta per girare gli hamburger».

Tutte cose che il fantomatico «comitato paritetico» Miur-azienda per «monitorare la realizzazione degli interventi e proporre gli opportuni adeguamenti» ignora bellamente. Per fortuna anche il Comitato paritetico non costa nulla: «La partecipazione è a titolo gratuito», specifica il protocollo.

MOLTO PIÙ ASCIUTTO e internazionale è il protocollo con il gigante (spagnolo e) globale dell’abbigliamento Zara. Sembra una lezione di inglese: ha un hashtag (#zarahighschool) e mira a fare dell’azienda «i campioni dell’alternanza della buona scuola». Il programma prevede l’acquisizione di competenze in «utilizzo tecnologie di supporto come Rfid (radio-frequency identification), e-commerce, e visual Merchandising».

Peccato che i 576 studenti che lo hanno portato a termine l’anno scorso – un numero identico è previsto per questo e il prossimo anno scolastico – raccontano tutt’altro: «Nessuna formazione, solo vestiti da piegare». E qualche buono pasto per mangiare.

Massimo Franchi  il manifesto

 
 
 

JOBS DISFACT

Post n°215 pubblicato il 10 Ottobre 2017 da aliasnove

Avvelenati e licenziati. Sono 4000 gli «esuberi» tra gli operai del gruppo Ilva. Per tutti gli altri 
la mannaia del jobs act con licenziamenti facili e demansionamenti. Il governo se ne accorge 
e ribalta il tavolo con la Arcelor-Mittal. Ieri quattro vittime sul lavoro, una a Mirafiori

il manifesto  10/10/2017

 
 
 

NELLA TORINO SCONFITTA I "GRANDI" NEL VUOTO DEL LAVORO

Post n°214 pubblicato il 30 Settembre 2017 da aliasnove

C’è una buona dose d’ironia, o di faccia tosta, nella scelta dei cosiddetti potenti della terra di tenere a Torino il loro «G7 del lavoro».

Un appuntamento, potremmo dire, nel centro del cratere. Nella città che fu, un tempo, un punto alto, e densissimo, nella vicenda novecentesca del lavoro: capitale industriale e capitale operaia.

Dove produzione di massa e conflitto di massa s’intrecciarono e alimentarono a vicenda, e che oggi porta tutti i segni della spoliazione, dello svuotamento di potere e di vita, nelle sue statistiche negative, di company town dismessa, nei vuoti industriali che disseminano le sue periferie, nella rarefazione delle aree ristrutturate povere di storia e di socialità.

Non vedranno tutto questo i «Grandi» (o i loro vice in visita aziendale): siederanno nelle splendide sale della dimora sabauda di Venaria Reale, il luogo del loisir dei Grandi di ieri, della caccia e del corteggiamento ruffiano, simbolo di ogni Ancien Régime eternamente ritornante.

Parleranno di Scienza, certo. Anche d’Industria (meglio: di affari). Visiteranno qualche punto d’eccellenza nella frazione di città-vetrina che gli sarà offerta, ma se avessero il coraggio di sconfinare dagli itinerari ufficiali, e gettare l’occhio sul paesaggio urbano «vero», anche solo sull’ex quartiere-dormitorio delle Vallette, a pochi passi dalla Reggia di Venaria, o sul fantasma di quella che fu la Grandi Motori, nel cuore della Barriera di Milano, oggi terra di nessuno, potrebbero specchiarsi direttamente nel vuoto che essi stessi, con le loro politiche dissennate, i loro dogmi fallimentari, i loro luoghi comuni frusti hanno prodotto nel corpo un tempo coeso del lavoro.

Torino è il simbolo materiale di una sconfitta del lavoro che viene da lontano. Una sconfitta storica, visibile nei suoi numeri.

Qui, ancora alla fine degli anni ’70, lavoravano 250.000 operai manifatturieri, in prevalenza metalmeccanici, con salari non opulenti ma decorosi, con solidi contratti di lavoro collettivo, nella stragrande maggioranza a tempo indeterminato, oppressi, certo, da un potere padronale avaro e duro ma tutelati da una rete di diritti conquistati con lunghe lotte.

Nella sola Fiat erano occupati in 130.000 (tutti dipendenti diretti). Oggi non superano i 10.000, spesso in cassa integrazione. Per gli altri un lavoro sempre meno «regolato», quasi mai contrattualizzato né tutelato da diritti erosi in forza del motto «arrendersi o perire».

Torino è il simbolo materiale di una sconfitta del lavoro che viene da lontano.

Negli ultimi anni le nuove assunzioni a tempo determinato rispetto a quelle a tempo indeterminato sono state nell’ordine delle otto su dieci. Ed è, grosso modo la stessa media registrabile a livello nazionale: nel secondo trimestre del 2017, ci dice l’Istat, «tre quarti delle nuove assunzioni» sono state a termine, dunque in senso proprio precarie.

E l’Europa non è molto differente, neppure la tetragona Germania, dove i minijob sfiorano ormai dimensioni dell’ordine dei milioni (forse cinque, forse sette, a seconda dei criteri di calcolo), e riguardano donne e uomini, giovani in prevalenza ma non solo, che devono vivere con un salario massimo di 450 euro per 15 ore settimanali a un costo orario oscillante tra i 5 e i 7 euro.

Chissà se i ministri del lavoro europeo hanno letto le statistiche del lavoro che Eurostat fornisce: apprenderebbero allora che le persone “in-work” ma “at risk of poverty”, nel loro continente di competenza – donne e uomini che sono a rischio di povertà nonostante abbiano un lavoro full time – si avvicina pericolosamente al 10% della popolazione. Sintomo di un abbassamento brutale del potere contrattuale del lavoro nei confronti di una controparte padronale in pieno delirio di onnipotenza.

E chissà se quegli stessi ministri hanno dato una sbirciata alle statistiche sulla ripartizione del reddito tra salari e profitti (un indicatore che dovrebbe essere propedeutico a qualsiasi discussione sul destino del lavoro): apprenderebbero che in un quarto di secolo o giù di lì, nei paesi Ocse, quella ripartizione si è spostata a favore dei profitti e a danno dei salari di qualcosa come una decina di punti percentuali di Pil (l’equivalente di centinaia di miliardi di dollari all’anno), a significare che la bilancia sociale è precipitata da una sola parte. E ha eroso le basi di qualunque ragionevole patto.

Di questo dovrebbe ragionare un «vertice sul lavoro»: di come riportare in equilibrio quella bilancia. Di come risarcire il lavoro di quanto gli è stato sottratto negli anni del delirio neo-liberista.

Senza questa premessa etico-politica nessuna «innovazione» potrà rivelarsi socialmente positiva, anzi, rischierà di peggiorare il «bilancio sociale». Né ci sarà legittimità, quali che siano le conclusioni che usciranno dalla Reggia.

Marco Revelli  il manifesto

 
 
 

RAZZISMO A ROMA: FORZA NUOVA ATTACCA UNA FAMIGLIA ITALO-ERITREA

Post n°213 pubblicato il 29 Settembre 2017 da aliasnove

Roma. L’alloggio era stato regolarmente assegnato dall’Ater

 «Andate via zozzoni» urla agitando le braccia una donna con una felpa blu. «Te devi coprì la testa come al paese tuo», grida accanto a lei un energumeno rivolto a una donna che si allontana scortata da agenti in tenuta antisommossa. I due scalmanati non lo sanno, e sicuramente neanche gli interessa, ma il paese della donna contro la quale si accaniscono è il loro stesso paese, l’Italia. La sua colpa sarebbe però quella di essere di origine eritrea, come il marito e la bambina che sono con lei e che, come lei, adesso camminano terrorizzati da quanto li circonda in mezzo a due ali di poliziotti.

La Roma che è forse più ignorante che razzista si è svegliata ancora una volta, aizzata da una trentina di aderenti a Forza nuova che ieri mattina hanno impedito a una famiglia italo eritrea di entrare nell’alloggio popolare dell’Ater che gli era stato regolarmente assegnato. Un appartamento al Trullo, periferia della città occupato abusivamente da tre anni da una ragazza con il suo un bambino. Per impedire ai nuovi assegnatari di entrare nella casa, il manipolo fascista ha iniziato una sassaiola che ha provocato il ferimento di tre agenti. Alla fine degli scontri cinque persone sono state fermate, tra le quali anche Giuliano Castellino, leader della formazione di estrema destra «Roma ai romani». Tutti sono accusati di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale, mentre le immagini registrate dalla polizia scientifica durante gli scontri sono adesso al vaglio degli inquirenti per individuare altri eventuali responsabili. Almeno per ora, invece, la famiglia di origine eritrea ha dovuto rinunciare alla sua casa.

Le stesse scene si erano viste il 6 dicembre scorso in un’altra periferia romana, San Baslio, dove gli abitanti si era rivoltati contro l’arrivo di una famiglia di origine marocchina, e a gennaio sempre al Trullo. E ogni volta a dar man forte c’erano come oggi gruppi di neofascisti.

Solidarietà alla famiglia italo-eritrea è stata espressa da Virginia Raggi. «Roma no farà mai nessun passo indietro davanti alla violenza neofascista, è inaccettabile», ha detto la sindaca che si è anche detta vicina agli agenti feriti. «Siamo fermamente convinti – ha proseguito – che l’inclusione sociale e la legalità siano la strada da pecorrere per non cadere nel buio dell’intolelranza».

Sempre più spesso ormai esponenti di movimenti di destra danno vita a iniziative nella periferia romana che poi sfociano in disordini. Gli ultimi, in ordine di tempo, si sono avuti questa estate al Tiburtino III davanti a un centro di accoglienza di migranti.

A scatenare la rivolta è stata la denuncia – poi rivelatasi falsa – di una donna che ha detto di essere stata aggredita da un eritreo.

FONTE: Marina Della Croce, IL MANIFESTO

(Miccia corta)


 
 
 
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