Creato da oltre.le.righe il 28/12/2008

OLTRE LE RIGHE

Spazio multimediale di conoscenza alternativa

 

 

TEMPUS FUGIT

Post n°26 pubblicato il 09 Marzo 2011 da oltre.le.righe
 
Foto di oltre.le.righe

E' il titolo del cortometraggio presentato al concorso del Nonantola Film Festival, Edizione 2010 nel quale ho collaborato fornendo un contributo rilevante per quanto riguarda il soggetto, la regia e il montaggio ma che non sarebbe stato possibile realizzare senza il contributo gratuito di tutti gli attori e gli altri collaboratori indicati nei titoli di testa e di coda del filmato.

I vincoli imposti dal concorso prevedevano: una durata massima di 4 minuti, scene inedite non girate in precedenza in una delle quali doveva essere riconoscibile Nonantola, la frase obbligatoria "dobbiamo resistere a tutti i costi" e due elementi di scena: un compasso e una mascherina sanitaria.

Come l'anno scorso, l'eccessiva brevità del filmato ci ha costretto a tagliare diverse scene che per noi erano fondamentali per la comprensibilità e l'efficacia della storia e così non siamo riusciti a qualificarci tra i 20 finalisti. Abbiamo così relaizzato una versione con durata di 8 minuti che comprendesse tutte le scene che avevamo programmato in modo da far comparire tutti gli attori e soprattutto rendere la storia più aderente all'idea originale.

Siamo a Nonantola nell'anno 2010. Al Centro di Fisica Sperimentale degli Universi Paralleli, il Professor Adelmo scopre il modo di far viaggiare nel tempo un essere umano. Convince il suo amico Andrea a compiere il primo viaggio sperimentale attraverso una porta dimensionale costruita in laboratorio. Andrea sarà proiettato nell'anno 2011 ma un problema tecnico sovvertirà la fase di rientro con conseguenze del tutto impreviste.


 

 
 
 

LA GRANDE GUERRA 1915-1918 SULLE DOLOMITI

Post n°25 pubblicato il 25 Gennaio 2010 da oltre.le.righe
 

 

E’ difficile pensare che in uno spettacolare mondo di pietra come quello rappresentato dalle vette dolomitiche possa essere stata combattuta una guerra. Eppure nel periodo dal maggio 1915 all’ottobre 1917 centinaia di migliaia di soldati scavarono trincee e ricoveri e vissero giorno per giorno su queste montagne: facevano parte dell’esercito italiano e di quello austro-ungarico che si fronteggiarono su queste cime durante la prima guerra mondiale. Il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra contro l’Austria-Ungheria: il confine di stato attraversava un territorio prevalentemente montuoso, soprattutto in Trentino dove le cime superano i 2000 metri e, a volte, anche i 3000. 
 

La mancanza di uno sbalzo offensivo italiano costrinse gli eserciti a combattere una guerra di posizione in alta montagna, nell’impervio territorio dolomitico, difficilissimo da presidiare, soprattutto nei mesi invernali e proibitivo da superare se ben difeso da postazioni scavate nella roccia munite di cannoni e mitragliatrici. Per gli italiani la guerra si trasformò in una serie di tentativi per occupare le cime più alte dalle quali poter poi ridiscendere nei fondovalle ed aggirare le linee nemiche più avanzate. Ma il territorio si rivelò molto difficile: fitte reti di reticolati, mitragliatrici, cannoni e lanciabombe ben protetti in postazioni in caverna erano in grado di vanificare qualsiasi avanzata. Per entrambi gli eserciti fu necessario presidiare un gran numero di avamposti, anche nelle zone più esposte ed impervie: era fondamentale controllare metro per metro l’intero territorio lungo la linea del fronte ed impedire che i reparti di montagna italiani o austriaci, provetti alpinisti, potessero arrampicarsi su posizioni dominanti dalle quali poter aggirare la loro linea di difesa. Tale presidio doveva rimanere anche nei rigidi mesi invernali per evitare di ritrovare in primavera la posizione occupata dal nemico con tutti i problemi di rifornimento che ne sarebbero conseguiti.

La guerra in montagna impone una vita di privazioni e di solitudine estrema; richiede una certa sicurezza per poter camminare in terreni accidentati e pericolosi e una grande resistenza fisica per sopravvivere per mesi al freddo, al vento, alla neve all’interno di ricoveri di fortuna, appostati nelle trincee o in postazioni di vedetta. In questo settore del fronte il maggior numero di caduti è da attribuire alle difficoltà ambientali piuttosto che al fuoco nemico. Spesso ci si affidava ad azioni di pattuglie che avanzavano di nascosto con il favore dell’oscurità o della nebbia per attaccare postazioni nemiche utilizzando difficili percorsi di accesso in modo che l’avversario fosse colto di sorpresa: più che il fucile erano utili la bomba a mano, in grado di snidare il nemico dai suoi rifugi nascosti dietro le rocce. Solo così era possibile conquistare le difficili postazioni di alta montagna ma si trattava pur sempre di risultati di rilevanza locale non di grado di influire, se non in rari casi, sullo sviluppo generale del fronte.

 

Per approfondire l'argomento guarda il video sottostante:
 

 
 
 

UNA VALIGETTA DA 134 MILIARDI DI DOLLARI

E’ il 3 giugno del 2009. Ci troviamo lungo i marciapiedi della stazione ferroviaria di Chiasso, vicino a Como, al confine tra Italia e Svizzera. I militari della guardia di finanza italiani e svizzeri, nell’ambito dei normali controlli di frontiera per contrastare il traffico illecito di capitali, hanno incontrato due distinti signori giapponesi che stavano viaggiando su un treno locale per pendolari diretto in Svizzera con due valige sospette. Si accerterà che i due giapponesi, invece di salire su un treno a rapida percorrenza come un Intercity in partenza dalla stazione centrale di Milano, dove avevano dormito in un albergo del centro la sera precedente, e arrivare direttamente a Lugano, hanno preferito passare inosservati e partire dalla più periferica stazione di Porta Garibaldi per passare il confine a Chiasso su un treno di pendolari che ferma in tutte le stazioni, il Regionale n.10854 delle 13:38. I finanzieri hanno chiesto loro se avevano qualcosa da dichiarare e, a fronte del loro diniego, hanno proceduto con una perquisizione dei bagagli. All’interno della prima valigia, occultati in un doppio fondo, i finanzieri hanno rinvenuto 249 certificati rappresentativi di obbligazioni della Federal Reserve americana per una valore di 500 milioni di dollari ciascuno mentre nell’altra valigia erano contenuti 10 certificati rappresentativi di Kennedy Notes per un valore di 1 miliardo di dollari ciascuno, oltre ad una dettagliata documentazione bancaria in originale. In totale, 134,5 miliardi di dollari!

Si tratta di obbligazioni emesse dal Governo e dalla Federal Reserve degli Stati Uniti d’America riservate alle transazioni tra Stati visto l’elevato ammontare unitario. E’ difficile pensare ad un privato, quant’anche rappresentato da una grossa società, in grado di disporre e di scambiare titoli per somme tanto ingenti. Si tratta di emissioni speciali della Federal Reserve e di particolari banconote stampate direttamente dal governo americano che, grazie ad un ordine esecutivo firmato il 4 giugno 1963 dal presidente J.F. Kennedy e mai abrogato, può emettere moneta al di fuori del controllo della banca centrale. In base alle prime dichiarazioni del comandante provinciale della Guardia di Finanza, sono emerse perplessità riguardo all’autenticità dei Kennedy Notes mentre per le obbligazioni della Federal Reserve è emerso che la carta è filigranata e di ottima fattura lasciando intravedere la possibilità che i titoli siano autentici.

In modo davvero sorprendente, i due giapponesi sono stati rilasciati quasi subito nonostante pendesse su di loro il sospetto di traffico di titoli falsi. Solo se i titoli fossero stati autentici, i due giapponesi potevano essere liberati salvo poi essere costretti a pagare una sanzione pari al 40% della somma eccedente la franchigia di 10.000 Euro e che nel caso specifico ammonterebbe a 38 miliardi di Euro! La vicenda appare incredibile, perfino grottesca, al punto da sollevare dubbi sull’autenticità dei valori trasportati dai due giapponesi. Quale falsario avrebbe interesse a mettere sul mercato obbligazioni o banconote per tagli così elevati? Per tali somme, gli eventuali acquirenti sarebbero persone molto qualificate in grado di smascherare con facilità un imbroglio di tale portata e non certo dei comuni commessi di negozio. Per di più, l’emissione dei Kennedy Notes è un’operazione straordinaria nota solo agli addetti ai lavori e pare risalga al 1998: un falsario non avrebbe interesse a riprodurre banconote poco conosciute la cui immissione sul mercato desterebbe non pochi sospetti. Al di là di queste semplici constatazioni e alla facilità con cui i giapponesi sono stati rilasciati, sono emersi altri elementi che fanno sospettare un complotto internazionale sulla vicenda.

Come scrive il New York Times del 25 giugno, il portavoce della CIA, Darrin Blackford, ha comunicato alla magistratura italiana che si trattava di titoli chiaramente falsi, mai emessi dal governo americano. Tale dichiarazione, tuttavia, non è conseguente a nessuna verifica effettuata dalle autorità americane sui titoli originali e sulla documentazione bancaria che li accompagnava dato che al momento del comunicato risultavano ancora in possesso dei finanziari italiani mentre la delegazione di esperti americani attesi in Italia non era mai arrivata. Pochi giorni prima, il 20 giugno, la Turner Radio Network (TRN), una stazione radio indipendente che opera via Internet diffondeva un comunicato nel quale si affermava che i giapponesi fermati a Chiasso dalle autorità italiane erano funzionari del Ministero del Tesoro giapponese: Akihiko Yamauchi, cognato di Toshiro Muto, fino a poco tempo prima vice governatore della Banca del Giappone e Mitsuyoshi Watanabe. Il comunicato non citava le fonti ma il fatto che pochi giorni dopo, il presidente della radio, Hal Turner, sia stato arrestato per questioni che nulla avevano a che fare con il sequestro di Chiasso, ingenera non pochi dubbi sulla vicenda. Hal Turner sosteneva che il governo giapponese stava cercando di collocare all’estero l’ingente ammontare di titoli del Tesoro americani temendo un peggioramento della qualità del credito e una svalutazione del dollaro conseguenti alla crisi finanziaria che ha colpito i mercati alla fine del 2008; ciò sarebbe stato possibile grazie all’anonimato garantito dalla legislazione elvetica. Inoltre, proprio in concomitanza con l’emissione dei Kennedy Notes nel 1998, il Giappone fu investito da una grave crisi finanziaria che lo portò sull’orlo della bancarotta e che fu superata grazie all’intervento della Federal Reserve americana che acquistò Yen in cambio di Dollari, una parte dei quali potrebbero essere quelli sequestrati a Chiasso. A difesa delle sue affermazioni, Hal Turner sosteneva di poter citare i numeri di serie dei titoli sequestrati.

Tutta la vicenda è passata quasi sotto silenzio. Solo pochissime testate giornalistiche hanno segnalato il caso e senza tuttavia dare quel rilievo che una tale incredibile notizia avrebbe meritato (Brevi articoli su “Repubblica” il 5 Giugno e su “Il Giornale” il 6 giugno). Il sospetto è che ci siano state pressioni per limitare la portata dell’evento nei confini di una banale burla senza far trapelare i misteri che lo avvolgono sia nel caso di falsità sia nel caso di autenticità dei titoli americani sequestrati. Come tanti altri misteri che nel corso degli anni hanno coinvolto i governi di molti paesi, è presumibile che calerà definitivamente il silenzio sulla vicenda e che nessuna spiegazione plausibile potrà mai essere diffusa. Nel frattempo continueranno a proliferare su Internet le ipotesi più diverse e il sequestro dei “Chiasso Bonds” entrerà a far parte dei sempre più numerosi segreti governativi.

 
 
 

SGUARDI TIPICI: UN CORTOMETRAGGIO CHE RACCONTA UNA STORIA BASATA SULL'ACETO BALSAMICO TRADIZIONALE DI MODENA

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Sguardi Tipici è il titolo di un concorso per audiovisivi indetto per la prima volta nel 2009 al fine di promuovere le tradizioni gastronomiche locali e organizzato dall'Associazione Esperti Degustatori di Aceto Balsamico Tradizionale di Modena e dall'ARCI di Modena. Quest'anno oggetto del concorso è l'aceto balsamico tradizionale di Modena. Una tradizione che si tramanda da generazioni, anche per il lungo invecchiamento di 25 anni necessario per ottenere un buon prodotto; l'aceto balsamico tradizionale viene realizzato da un gran numero di piccoli e piccolissimi produttori disseminati sul territorio che portano avanti con passione un paziente lavoro in acetaia.

Personalmente ho collaborato alla realizzazione del cortometraggio dal titolo "il profumo della memoria" che ha vinto il primo premio nella categoria corti. In particolare ho curato la parte tecnica del montaggio e collaborato nella varie fasi di realizzazione, dalle riprese al reperimento di una parte del materiale di scena, dalla fotografia alla registrazione dei DVD. Grande merito va alla regista Anna Rita Rapanà che ha saputo scrivere e realizzare una storia originale e coinvolgere emotivamente gli attori e gli altri collaboratori tra cui il sottoscritto, il musicista Alberto Baroni e tanti altri che troverete indicati nei titoli di coda.

Questa è la storia. Un giovane artista ritrova per caso l'invito a partecipare ad un concorso pittorico in scadenza dal titolo "IL PROFUMO DELLA MEMORIA". Alla ricerca dell'ispirazione, l'artista trova in vecchie scatole di latta i giochi della sua infanzia che gli fanno ricordare le belle giornate trascorse nell'acetaia con il nonno, depositario di antiche tradizioni e di quella saggezza che nel suo sapersi svelare nel tempo, continua ancora a sorprendere e ad emozionare. Ecco il cortometraggio, pubblicato su Youtube:

 

 

 
 
 

4GIORNI CORTI: IL CONCORSO DI CORTOMETRAGGI DEL NONANTOLA FILM FESTIVAL

Post n°21 pubblicato il 08 Giugno 2009 da oltre.le.righe
 
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Quest'anno si è svolta la terza edizione del Nonantola Film Festival, dal 22 aprile al 3 maggio 2009. Si tratta di una rassegna cinematografica organizzata da un gruppo di volontari con il sostegno del Comune di Nonantola (in Provincia di Modena).

Nell'ambito di questa manifestazione si svolge un concorso di cortometraggi chiamato 4GIORNI CORTI che, come dice il titolo, richiede la consegna di un cortometraggio da realizzarsi in 4 giorni e dalla durata massima di 4 minuti. Inoltre, nella serata di presentazione della gara, la cui partecipazione è gratuita, viene assegnato a ciascuna troupe partecipante un genere cinematografico e devono essere inclusi obbligatoriamente nella sceneggiatura 2 elementi obbligatori (che quest'anno erano una clessidra e un paio di guanti di gomma o lattice) e dove essere pronunciata una frase obbligatoria (che quest'anno era "dipende dai punti di vista"); inoltre deve essere riconoscibile Nonantola almeno in una scena.

Quest'anno anche io ho collaborato alla realizzazione di un cortometraggio occupandomi del montaggio e contribuendo alla stesura della sceneggiatura. Anche se il film non è stato selezionato tra i 20 finalisti, è stata comunque un'esperienza coinvolgente, istruttiva e divertente.

Per visitare il sito internet della manifestazione clicca qui.

Questo è invece il cortometraggio di 4 minuti presentato al festival nella sua versione originale, dal titolo "Le parti del tempo" (genere thriller).

Per vederlo ad alta definizione su Youtube e per altre informazioni sul corto e sulla persona che ne ha curato sapientemente il soggetto, la sceneggiatura e la regia, clicca qui.

 
 
 

I QUIZ TELEVISIVI SONO PILOTATI: alcuni filmati rivelatori

Post n°20 pubblicato il 02 Aprile 2009 da oltre.le.righe
 

Dopo aver analizzato in un precedente articolo la finzione che caratterizza i Reality Show, ritorno sull’argomento delle trasmissioni televisive parlando dei Quiz. Quando guardiamo la televisione non possiamo mai fidarci di ciò che accade al di là dello schermo. Nei varietà non dobbiamo mai illuderci che esista qualcosa di autentico: tutti i partecipanti conoscono già, ancor prima che inizi la trasmissione in diretta, ciò che devono fare e ciò che accadrà in base ad un dettagliato copione. Tutti coloro che appaiono in televisione sono attori o aspiranti tali che accettano per contratto di svolgere un ruolo che viene loro assegnato dai produttori, all’insaputa del pubblico a casa o presente in sala e, spesso, anche dello stesso conduttore. Tutto viene organizzato in modo da pilotare gli eventi per catturare il più possibile l’attenzione del pubblico grazie alla costruzione di situazioni che in apparenza generano nei protagonisti forti emozioni in modo tanto più coinvolgente quanto più bravi sono gli attori ingaggiati. 
 

In base ai filmati tratti da varie trasmissioni televisive, pare che anche i quiz televisivi non sfuggano a questa logica: i partecipanti sono selezionati con criteri simili a quelli di un cast cinematografico, si attengono ad un copione grazie al quale conoscono già le domande e le relative risposte e il momento in cui devono ritirarsi sbagliando. I più bravi ricordano tutto a memoria mentre altri scrivono le risposte sulle mani o su biglietti che riescono a sbirciare senza farsi scoprire. I partecipanti accettano un compenso già stabilito rinunciando per contratto a qualsiasi vincita. Tali contratti sono formulati in modo tale da mettere al riparo i produttori da eventuali ricorsi dei concorrenti. Sono molti i casi smascherati ma nonostante tutto queste trasmissioni hanno un grande seguito di pubblico: per chi le guarda l’importante è rendersi conto, come nel caso dei Reality, che si tratta solo di finzione televisiva finalizzata allo spettacolo e all’intrattenimento.

 
 
 

LA CIVILTA’ PERDUTA DI ATLANTIDE: elementi costitutivi del mito

Un’ipotetica ricostruzione. Porto di Atlantide, un giorno funesto di circa 11.500 anni fa: una moltitudine di persone si accalca attorno alle grandi navi per imbarcarsi e sfuggire così all’acqua il cui livello sale in modo rapido e preoccupante allagando campi e villaggi. Per molti di loro non ci sarà scampo: saranno inghiottiti dalle acque insieme ad un’intera civiltà a causa di una catastrofe di cui nessuno comprendeva davvero le cause e l’estrema violenza. Solo pochi fortunati riusciranno a prendere il largo sulle navi guidati da abili condottieri, esperti navigatori da generazioni, in possesso di evoluti strumenti di navigazione e di mappe all’avanguardia. Molti di loro faranno naufragio nel mare tempestoso ma altri, dopo un viaggio da incubo interminabile, riusciranno ad approdare sulla terraferma, una volta che il livello delle acque si sarà stabilizzato e le piogge saranno cessate. Un evento catastrofico di cui l’umanità ha mantenuto il ricordo e lo ha tramandato di generazione in generazione trasformandolo in un mito di cui rimane traccia ancora oggi in molte culture diverse: quello del diluvio universale. Questi grandi condottieri, tra cui il Noè biblico, insieme ai loro compagni di viaggio, incontrarono nelle nuove terre di approdo i nativi delle civiltà primitive che erano scampati alla catastrofe rifugiandosi sulle montagne e, insieme, iniziarono faticosamente una lunga attività di ricostruzione per ritornare alla vita dignitosa di un tempo. Tuttavia, la maggior parte degli uomini di cultura e di scienza erano morti nel diluvio e molte delle conoscenze di Atlantide andarono perdute per sempre. Rimanevano tuttavia le grandi opere di pietra costruite dal popolo atlantideo nelle tante colonie disseminate in vari continenti che costituirono dei modelli di grande utilità per l’attività di ricostruzione di questi pionieri. Passarono tuttavia diversi millenni prima che potessero risorgere grandi civiltà come quella egizia, babilonese e maya. Si tratta evidentemente di una ricostruzione ipotetica non suffragata da prove oggettive ma possiamo esaminare gli indizi che potrebbero confermarla.

Il ricordo di Atlantide. Il primo a parlare di Atlantide fu Platone, uno dei maggiori filosofi di tutti i tempi, nei suoi dialoghi Timeo e Crizia. Platone riporta il racconto di Solone (un grande studioso e legislatore che visse nell’antica Grecia dal 640 al 560 a.C.) tramandato per diverse generazioni da lontani suoi parenti, Crizia il vecchio e Crizia il giovane. I sacerdoti della città di Sais in Egitto, custodi dell’antica cultura da cui è nata la civiltà egizia, raccontarono al vecchio Solone, in visita presso di loro, di una grande catastrofe naturale verificatasi 9.000 anni prima che cancellò gran parte delle popolazioni di quel periodo. In quell’epoca, l’esercito di Atlantide, proveniente da una grande isola situata oltre le Colonne d’Ercole, stava avanzando nel Mediterraneo ma fu efficacemente contrastato dalle popolazioni residenti nella Grecia contemporanea. Una catastrofica inondazione pose fine alla lotta cancellando nel corso di un solo giorno la maggior parte degli abitanti di queste terre e inghiottendo completamente l’isola di Atlantide. Secondo alcuni studiosi, la catastrofe narrata da Platone non sarebbe altro che il diluvio universale raccontato dalla Bibbia (confrontare l’articolo del blog dedicato all’Arca di Noè). Il mito di un diluvio distruttivo si trova presso varie culture, molto diverse e distanti tra loro. Ad esempio, una storia quasi identica a quella narrata dalla Bibbia, la possiamo trovare nel racconto dell’epopea di Gilgamesh, un eroe celebrato dall’antichissima civiltà dei Sumeri, il quale sfuggì al diluvio costruendo una nave in base alle indicazioni fornite dagli dei.

Descrizione del continente perduto.  Platone ci riferisce il racconto che il sacerdote egiziano di Sais riportò a Solone e nel quale si narra di Atlantide, una grande isola situata oltre le Colonne d’Ercole (lo Stretto di Gibilterra) e dalla quale si poteva raggiungere un continente situato dal lato opposto di quel vero mare che oggi chiamiamo Oceano Atlantico (ricordiamo che, da quanto si sa, nessuno si era mai avventurato oltre le Colonne d’Ercole e l’estensione di quel grande mare non era nota). Il popolo di Atlantide era in grande espansione e aveva occupato parte del continente opposto (le Americhe?) spingendosi anche nel Mediterraneo fino alla Tirrenia (l’Italia?) e l’Egitto. Nel dialogo intitolato a Crizia, Platone fornisce una descrizione di Atlantide, precisando che la storia è certamente vera, anche se in apparenza piuttosto strana, proprio per l’affidabilità del grande Solone. L’isola era ricoperta da una fertile pianura ricca di pascoli e da grandi foreste da cui si poteva ricavare molto legname; era popolata da una moltitudine di animali tra cui anche una grande abbondanza di elefanti. L’isola di Atlantide aveva una superficie di circa 194.400 Km quadrati (540 Km di lunghezza per 360 Km di larghezza). Su di un lato si trovavano montagne di rara bellezza a picco sul mare. Per molte generazioni gli abitanti di Atlantide poterono vivere felicemente tra grandi ricchezze che consentirono di costruire una grandiosa città a pianta circolare disposta su anelli concentrici intervallati da canali navigabili coperti con tettoie il più grande dei quali la attraversava longitudinalmente e collegava il mare aperto con il centro dove si trovava il palazzo reale dedicano a Poseidone, fondatore del regno, circondato da grandi mura dorate e costruito utilizzando i materiali più preziosi: oltre all’oro, anche argento, avorio e un metallo misterioso dai riflessi di fuoco chiamato oricalco; all’interno era collocata una grande statua d’oro che rappresentava Poseidone in piedi su un carro trainato da sei cavalli alati. La città era ricca di templi, palazzi e arsenali e aveva un porto protetto da grandiose mura esterne ricoperte di bronzo. Molti sostengono che la descrizione di Atlantide è fantasiosa e motivata dall’esigenza di Platone di costruire un contesto storico a sostegno delle sue teorie politiche che desiderava vedere applicate nella Grecia dei suoi tempi. Anche lo stesso Aristotele, suo discepolo, non riteneva plausibile questo racconto e scrisse: “colui che ha creato Atlantide, l’ha anche distrutta”. Il video seguente, tratto da uno spezzone della trasmissione Stargate andata in onda su La7, riassume la descrizione di Platone del continente perduto.

Che tipo di catastrofe può essersi verificata? Una così grande civiltà scomparve nel corso di un solo giorno a causa di una tremenda inondazione dalle misteriose origini che furono attribuite a Zeus, il re degli dei, che la scatenò per punire gli abitanti di Atlantide: la loro natura divina che aveva consentito loro di vivere nella felicità, nella ricchezza e nel rispetto delle leggi era venuta meno lasciando spazio alla natura umana caratterizzata da avidità e prepotenza. Al di là di questa interpretazione mitologica, legata all’impossibilità di dare una giustificazione ad un cataclisma di tale portata, esiste una spiegazione scientifica plausibile? E’ possibile che un intero continente possa inabissarsi nel giro di un giorno e una notte come descritto da Platone? Secondo la scienza ufficiale il fondale marino dell’Oceano Atlantico non ha subito modificazioni significative negli ultimi 12.000 anni e di conseguenza nessuna grande isola sarebbe mai potuta esistere. Tuttavia esistono teorie alternative che mettono in discussione gli studi geologici ufficiali: la teoria dello scorrimento della crosta terrestre di Hapgood e quella delle zolle idriche di Brown. Analizziamole brevemente.

Lo studioso Charles Hapgood (1904–1982) sostiene che le calotte glaciali trovano giustificazione esclusivamente nella loro posizione geografica cioè la vicinanza ai poli. Se in passato i territori ricoperti dal ghiaccio e le zone temperate sono diverse da quelle attuali, deve essersi verificato uno spostamento dei poli. La  migrazione dei poli secondo Hapgood è rapida e catastrofica in grado quindi di provocare grandi sconvolgimenti responsabili del diluvio (per lo scioglimento delle calotte glaciali che vengono a trovarsi in una zona temperata) e della morte improvvisa per congelamento dei Mammuth siberiani (che da una zona temperata vengono improvvisamente a trovarsi in una zona polare). La migrazione dei poli sarebbe causata da uno scorrimento della crosta terrestre rispetto al sottostante mantello grazie ad uno strato intermedio sufficientemente fluido e senza che l’asse terrestre subisca variazione alcuna. Tale teoria fu ritenuta plausibile da uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi, Albert Einstein, come risulta da una sua lettera del 24 novembre 1952.

Il geologo Walter Brown sostiene che in passato la metà dell’acqua oggi presente sulla superficie terrestre fosse intrappolata nel sottosuolo a circa 15 Km di profondità. Circa 12.000 anni fa la l’acqua in pressione riuscì a trovare una via di fuga lungo una spaccatura della crosta terrestre in corrispondenza della dorsale medio atlantica: da qui fuoriuscì con una violenza tale da produrre una gigantesca inondazione (il diluvio universale) che ricoprì gran parte delle terre emerse e che provocò una rapida deriva dei continenti ed enormi movimenti tettonici con la conseguente formazione delle montagne e delle fosse oceaniche. La teoria è riepilogata in questo filmato (lo stesso riportato nell’articolo sull’Arca di Noè) e tratto da spezzoni della trasmissione televisiva Stargate andata in onda su La7.  

Un mito comune a civiltà diverse. In molte antiche civiltà precolombiane dell’America centrale e meridionale esistono testimonianze tramandate da generazioni che ricordano l’arrivo dal mare di un popolo saggio guidato da un uomo barbuto venerato come un dio che insegnò loro i segreti delle tecniche costruttive e dell’astronomia: Viracocha per gli Inca, Quetzacoatl per gli Aztechi, Kukulkan per i Maya e Thunupa per la cultura Tihuanaco della Bolivia. Lo stesso re azteco Montezuma raccontò agli spagnoli che le origini del suo popolo erano da ricercarsi negli abitanti di Aztlan, una terra lontana nel mare orientale dove si trovava il giardino degli dei. Gli antichi marinai fenici chiamavano Antilla una ricca isola dell’Oceano Atlantico anche se non vi sono prove che questi grandi navigatori si avventurarono nell’oceano oltre le Colonne d’Ercole. In diverse parti del mondo si trovano i resti di antiche costruzioni che civiltà diverse, molto lontane tra loro, avevano edificato con tecniche costruttive molto simili. Esistono poi antichi monumenti di cui nessuno ancora è riuscito a stabilire con certezza la data di edificazione e che possono avere un’età molto più antica di quanto non si pensi: la Sfinge e le piramidi della piana di Giza in Egitto, le rovine di Machu Picchu e di Sacsahuaman in Perù, i Moai dell’Isola di Pasqua, il complesso megalitico di Stonehenge che alcuni ritengono essere una rappresentazione in scala della cittadella di Atlantide e altri ancora (si veda in proposito l’articolo su questo blog intitolato “Le pietre raccontano”). Questi antichi miti e monumenti di pietra potrebbero essere la prova che gli abitanti di Atlantide, in fuga dal diluvio, trovarono rifugio presso popolazioni di diversi continenti a cui tramandarono le loro conoscenze contribuendo allo sviluppo di grandi civiltà che hanno mantenuto il ricordo di questi antichi progenitori. 

Localizzazione di Atlantide. Il continente perduto è stato posizionato in varie parti del mondo in base alle teorie di vari studiosi. La presenza di una grande isola in mezzo all’Oceano Atlantico contrasta fortemente con conoscenze attuali sulla geologia dei fondali oceanici anche se alcuni ritengono comunque possibile una tale eventualità. C’è chi sostiene che le isole Azzorre e le Canarie siano ciò che resta del continente sprofondato. Recentemente è stato ipotizzato che Atlantide fosse il continente Antartico che prima del catastrofico diluvio si trovava in una zona più temperata (in base alla teoria dello scorrimento della crosta terrestre di Hapgood): le rovine di Atlantide sarebbero quindi scomparse sotto una spessa calotta glaciale. Altri ritengono che Atlantide si trovi nel Mediterraneo e possa identificarsi con l’attuale isola di Santorini dove fiorì una grande civiltà fino a quando una catastrofica eruzione vulcanica nel 1450 a.C. sventrò l’isola cancellandone tutta la parte centrale ora occupata dalla caldera del vulcano. Anche se vi sono molte analogie con il racconto platonico, vari elementi non coincidono per nulla, primo fra tutti l’epoca del tragico evento e la posizione geografica che non ha nulla a che vedere con le Colonne d’Ercole (che la maggior parte degli storici colloca sullo stretto di Gibilterra). Per chi invece crede che tali colonne fossero situate nel canale di Sicilia, in base ai confini del mondo antico di Eratostene, Atlantide potrebbe essere la Sardegna: elementi a favore, coerenti con il racconto di Platone, sono il clima, le risorse naturali, i resti di un’antica civiltà nuragica, la vasta pianura del Campidano sulla quale si trovano tracce di un’antica inondazione (si legga in proposito il libro di Sergio Frau, “Le Colonne d’Ercole” del 2002). Infine, secondo altri, Atlantide deve essere localizzata in Sud America, sugli altipiani boliviani. Fino a quando non si troveranno prove archeologiche dell’esistenza di Atlantide, il mitico continente perduto continuerà ad essere uno dei miti più affascinanti dell’umanità e fiumi di inchiostro continuano a scorrere sui libri che propongono continue rivisitazioni e ipotesi sull’isola scomparsa. L’auspicio è che la scienza ufficiale non disprezzi le teorie di questi ricercatori di frontiera solo perché considera Atlantide un mito fantasioso, ma prenda in considerazione il contribuito di coloro che hanno sacrificato anni di studio meticoloso per fare luce sull’origine delle grandi civiltà antiche.

 
 
 

CALCIO: il declino di uno sport

Milioni di persone rimangono incollate alla televisione e altre decine di migliaia affollano gli stadi quando si giocano importanti partite di calcio della nazionale o delle squadre di club ad ogni giornata di campionato o di coppa; un gran numero di giovani praticano questo sport iscrivendosi nelle scuole di calcio o, più semplicemente, organizzando partite amatoriali tra amici. E’ la dimostrazione della popolarità di uno sport in grado di appassionare in misura più o meno coinvolgente la maggior parte delle persone. Tuttavia, da qualche tempo e in misura sempre più preoccupante, si addensano oscuri presagi sul futuro di questo sport così popolare. In un mondo ormai dominato dai mezzi di comunicazione di massa e dal profitto ad ogni costo, anche lo sport ne subisce drammaticamente le conseguenze e il calcio in modo particolare.

Sempre più spesso i telegiornali ci parlano di disordini prima, durante o dopo una partita di calcio con le forze dell’ordine impegnate ad evitare che gruppi di tifosi scatenati mettano a repentaglio l’incolumità di coloro che si recano allo stadio solo per assistere ad una manifestazione sportiva. Ma osservando meglio il fenomeno si scopre che la tifoseria violenta non se la prende con i sostenitori della squadra avversaria ma, più spesso, contro le stesse forze dell’ordine: il rilievo mediatico di un evento come una partita di calcio ha assunto un’importanza tale da costituire un catalizzatore per coloro che vogliono sfogare pubblicamente la propria violenza che nasce da un disagio sociale la cui natura ha origini del tutto diverse da quelle sportive. Alla maggior parte di questi scalmanati non interessa affatto il risultato della partita che diventa invece solo un pretesto per le loro violenze: la polizia è vista come quella forza che contribuisce al mantenimento dell’ordine sociale costituito e contro il quale queste persone vogliono combattere. L’origine della loro rabbia non va ricercato nel sostenitore della squadra avversa o nella frustrazione del risultato della partita ma nel loro disagio sociale e, in pratica, in loro stessi. Il gruppo contribuisce ad amplificare la violenza in quanto, come si dice, l’unione fa la forza e determina una riduzione dei freni inibitori che molti tifosi violenti, presi singolarmente, riescono invece a tenere sotto controllo quando devono confrontarsi con la vita di tutti i giorni.

Ma la colpa non è solo della tifoseria violenta. Il buon esempio dovrebbe arrivare prima di tutto dai giocatori in campo che invece, sempre più spesso, si rendono protagonisti di sgradevoli episodi antisportivi che difficilmente sfuggono alle telecamere ma che sono puniti sempre in modo troppo poco severo. Il calcio non rappresenta più come un tempo uno sport in grado di stimolare la crescita morale ed etica delle giovani generazioni.

La partita di calcio tra grandi squadre è diventato un evento in grado di far guadagnare ingenti somme di denaro, soprattutto in termini di diritti televisivi e scommesse sportive. Pur di garantire il maggior numero di telespettatori e scommettitori, le federazioni nazionali e internazionali non si fanno scrupolo di organizzare incontri ad un ritmo difficilmente sostenibile dagli atleti a cui viene di conseguenza proposto l’uso di sostanze dopanti il cui mercato è in continuo sviluppo al fine di individuare farmaci in grado di sfuggire ai controlli antidoping; pertanto è possibile scoprire questa pratica scorretta solo in una minima parte dei casi. Le conseguenze sulla salute dei giocatori sono preoccupanti: il rischio per un giocatore professionista è quello di ammalarsi al termine dell’attività agonistica, un pericolo troppo spesso sottovalutato per un giovane nel pieno della sua vitalità che ha il desiderio di diventare famoso in fretta e di sentirsi osannato dai suoi sostenitori; quindi cede facilmente alle lusinghe delle sostanze proibite proposte dai direttori sportivi della sua squadra.

I grandi club spendono somme enormi per acquistare grandi campioni e costruire squadre sempre più forti che stanno perdendo sempre di più la loro omogeneità e tradizione: si trovano a giocare insieme calciatori dalle provenienze più disparate che non hanno alcun legame con le tradizioni della società sportiva nella quale vengono ingaggiati. A causa di queste spese folli, molte società di calcio si trovano in grosse difficoltà finanziarie e per evitare il fallimento devono ricorrere all’intervento di capitali di dubbia provenienza o fare affidamento alle sanatorie legali che i vari governi hanno sempre concesso di buon grado al fine di non mettersi contro i tifosi che rappresentano un importante serbatoio di voti.

Per fortuna il calcio è ancora un gioco ed esiste pertanto anche un certo margine di imprevedibilità. Ma per i grandi club che devono far fruttare i grandi investimenti effettuati o per i grandi scommettitori questo è un ostacolo di non poco conto. Ecco allora che si diffondono le pratiche di corruzione di arbitri, dirigenti sportivi e giornalisti in modo da riuscire a condizionare lo svolgimento della partita; comportamenti emersi solo in parte con le inchieste giudiziarie volte a smascherare un mondo nascosto di connivenze e condizionamenti conosciuto con il termine di “calciopoli”. Ma anche quando non sono mai state avviate inchieste giudiziarie, è apparso evidente quasi a tutti che alcune partite sono state decise a tavolino, anche in competizioni internazionali di grande livello come i campionati mondiali ed europei. La moviola in campo, di cui tanto si parla, sarebbe un ostacolo formidabile a queste pratiche antisportive e che pertanto sarà difficilmente applicata.

L’attenzione del pubblico viene tenuta viva da un gran numero di trasmissioni che commentano le singole partite o le giornate di campionato, esasperando i toni della discussione su errori arbitrali o scelte degli allenatori, tutti elementi di poca importanza ma che in un mondo in cui il risultato e il profitto prevale sulla prestazione sportiva, diventano cruciali. Intere discussioni riguardano decisioni su singoli episodi o vicende che magari sono pure stati concordati in segreto all’insaputa dei tifosi e della stampa.

Le partite di calcio assomigliano sempre di più agli scontri del wrestling professionistico la cui finalità è quella di intrattenere il pubblico con azioni spettacolari studiate a tavolino prima della competizione e dove i lottatori sono attori esattamente come quelli di una fiction che sanno fin dall’inizio chi sarà il vincitore; e conosciamo tutti le polemiche che circondano questo tipo di competizioni, soprattutto per il danno che possono procurare ai giovanissimi che ancora non sanno distinguere la realtà dalla finzione.

Si auspica quindi, prima che sia troppo tardi, che siano attuati una serie di interventi volti a restituire al mondo del calcio quella natura di competizione sportiva che sempre più spesso pare venir meno. Tutti conoscono gli interventi necessari per ottenere questo risultato ma nessuno vuole davvero applicarli perché gli interessi in gioco sono diventati enormi. Non ci si dovrebbe stupire ad esempio se un giocatore che fa uso di sostanze dopanti venisse squalificato a vita, se un dirigente che commette illeciti venisse radiato dall’albo, se lo stadio di una città venisse chiuso per un intero anno, se un tifoso venisse condannato a risarcire i danni arrecati ad una carrozza ferroviaria, se una società di calcio venisse dichiarata fallita e di conseguenza liquidata coattivamente o se un giocatore venisse sospeso per un intero campionato e denunciato penalmente quando sorpreso a sferrare un pugno contro l’avversario. Senza provvedimenti drastici, il calcio professionistico si avvia a diventare sempre di più uno spettacolo televisivo che si svuota progressivamente di quella parte più genuina di competizione sportiva che ancora per fortuna non manca nel calcio amatoriale e che costituisce una sana forma di svago per moltissime persone.

 
 
 

L’ASTROLOGIA NEL XXI SECOLO

L’astrologia è un’arte divinatoria per mezzo della quale sarebbe possibile trovare un insieme di caratteristiche comuni e poter prevedere il futuro (oroscopo) delle persone che sono nate sotto lo stesso segno zodiacale. Ciascun segno rappresenta una delle dodici sezioni dello Zodiaco con cui gli astrologi suddividono la sfera celeste e viene associato ad una costellazione, cioè un insieme di stelle visibili al quale l’uomo ha dato una forma particolare: ariete, toro, gemelli, cancro, leone, vergine, bilancia, scorpione, sagittario, capricorno, acquario, pesci. L’origine dello zodiaco si perde nella notte dei tempi ma si pensa che i primi ad effettuare elaborate osservazioni astrologiche furono i Babilonesi intorno al 2.000 a.C. ma l’arte divinatoria basata sugli astri era nota anche presso le altre grandi civiltà antiche tra cui quella greca, egizia e cinese.


I popoli antichi avevano una conoscenza dell’Universo molto approssimativa nel quale gli astri erano considerati delle divinità in grado di influenzare il destino degli uomini: l’amore, la salute, gli affari. Era quindi abbastanza naturale credere che nascere sotto una certa costellazione potesse condizionare il proprio destino. Ma oggi la scienza ha fatto passi da gigante ed è ingenuo credere ancora che gli astri possano condizionare la nostra vita.

Ben lungi da costituire una scienza come l’astronomia che studia le leggi fisiche e la composizione dell’Universo, l’astrologia basa le proprie deduzioni sull’effetto che i pianeti e le stelle esercitano sugli essere umani; al momento della nascita, per definire il carattere e, successivamente, per influenzare i comportamenti e di conseguenza per poter prevedere il futuro che riguarda singoli individui o una collettività. Tuttavia, non esiste nessuna prova scientifica o statistica in grado di dimostrare la validità di tali teorie. E’ significativo in proposito il documento redatto nel 1975 da 186 scienziati tra cui 18 premi Nobel e pubblicato da The Humanist di cui si riportano alcuni stralci:

«Coloro che vogliono credere nell'astrologia debbono sapere che essa non ha alcuna validità scientifica. Oggi possiamo renderci conto di quanto infinitesimali siano gli effetti di gravitazione o di altra natura prodotti su di noi dai pianeti e dalle stelle. È semplicemente un errore credere che le forze esercitate da stelle e pianeti al momento della nascita possano in qualche modo influenzare il nostro futuro, o possano favorire certe compatibilità tra gli individui, o possano rendere certi giorni o periodi più favorevoli di altri. Dobbiamo renderci conto che il futuro ridiede in noi stessi e non negli astri. In un'epoca di diffusa educazione e conoscenza non dovrebbe neppure essere necessario parlare di queste magie e superstizioni. Ma dobbiamo constatare che attraverso giornali, settimanali e mezzi di comunicazione la credenza nell'astrologia viene oggi largamente disseminata nella nostra società. Questo fatto può solo contribuire alla crescita dell'irrazionale e dell'oscurantismo. Pensiamo che sia giunto il momento di denunciare, con forza, le affermazioni pretenziose dei ciarlatani dell'astrologia. Bisogna che coloro che continuano a credere in queste cose sappiano che per tali credenze non vi è alcuna base scientifica, e che anzi c'è una forte prova del contrario».

Dobbiamo ricordare che le costellazioni sono una creazione dell’uomo il quale ha unito in modo immaginario un gruppo di stelle per ottenere una figura simbolica che non contiene in sé nessun elemento di omogeneità: le stelle che ne fanno parte possono sembrare vicine tra loro ad un ignaro osservatore ma in realtà sono invece lontanissime tra loro e possono apparire vicine solo per il fatto che la loro luminosità o dimensione possono compensarsi (una piccola stella vicina alla Terra può apparire simile ad una grande stella ma più lontana, o una stella poco luminosa vicina può apparire simile ad una stella molto luminosa ma più lontana).


Per quanto riguarda un eventuale influenza delle stelle e dei pianeti sul nascituro, come indicato dal documento pubblicato su The Humanist, è dimostrato che l’effetto della forza gravitazionale è totalmente ininfluente a causa dell’enorme distanza: parados-salmente, il medico, l’infermiera o i mobili che si trovano nella sala parto potrebbero avere un’influenza gravitazionale sicuramente più elevata di quella degli astri. Inoltre non si comprende il motivo per cui gli astrologi prendano come punto di riferimento per i loro calcoli astronomici il momento della nascita e non quello del concepimento: dopo tutto il parto è solo il momento in cui il nascituro vede la luce ma l’essere umano si è formato molto tempo prima!


Eventualmente possono forse influenzare (negativamente) la salute del nascituro lo stile di vita della madre (ad esempio se beve o se fuma), il luogo in cui si trova a vivere nei primi anni di vita (ad esempio una rumorosa stazione ferroviaria), la presenza di forti campi elettromagnetici, la stagione (freddo o caldo intenso in inverno o estate) ma in nessun caso queste interferenze possono condizionare gli affari o la vita amorosa di una persona.

In base ad una ricerca condotta dagli studiosi dell’Università di Manchester su 10 milioni di coppie inglesi non è stata riscontrata nessuna affinità di coppia da potersi ricondurre ai segni zodiacali ma tali segni sono abbinati in modo del tutto casuale secondo il calcolo delle probabilità. Secondo David Voas (dipartimento di Scienze sociali), «se ci fosse stata anche solo una piccola tendenza per le Vergini ad essere attratte dai Capricorno, lo avremmo dovuto riscontrare nelle statistiche matrimoniali. Su dieci milioni di coppie, se anche solo una su mille è influenzata dalle stelle, dovresti avere diecimila coppie che rispettano una certa combinazione di segni. E invece di questo non vi è alcun riscontro». (confrontare articolo apparso su Il Corriere della Sera del 28/3/2007).


In definitiva l’astrologia, oltre che inutile, può essere dannosa in quanto alcune persone possono modificare le proprie decisioni, anche importanti come la scelta del partner, in base ad elementi del tutto inattendibili. Anche nel migliore dei casi, quando si tratta solo di semplice curiosità, il rischio è quello di non riuscire ad affrontare efficacemente la realtà e di formulare giudizi inappropriati sulle altre persone in quanto ci si affida alle assurde previsioni di un oroscopo. Inoltre, alcuni ciarlatani possono arricchirsi ingiustamente sfruttando l’ignoranza di certe persone che, di conseguenza, rischiano di perdere parecchio denaro inutilmente o subire pericolose pressioni psicologiche: ricordo che in questi casi è previsto il reato di abuso di credulità popolare. Lasciamo quindi che gli oroscopi e i segni zodiacali rimangano solo una credenza irrazionale di popoli antichi e affrontiamo la vita con una mentalità scientifica più moderna adatta all’uomo del XXI secolo.

 
 
 

REALITY SHOW: cambiamo canale ma comprendiamo il fenomeno

Negli ultimi anni abbiamo assistito alla diffusione sui circuiti televisivi di molti paesi del mondo, Italia compresa, dei cosiddetti reality show. Come molti di voi sapranno si tratta di trasmissioni nelle quali si vuole far credere che i protagonisti si comportino esattamente come se si trovassero nella vita reale, improvvisando le battute senza bisogno di alcun copione; anche la scenografia viene ricreata in modo da apparire il più possibile realistica in riferimento alle situazioni di vita che si vogliono riprodurre: un appartamento condiviso da un gruppo di ragazzi da cui nessuno può uscire, un territorio selvaggio dove occorre procurarsi il necessario per sopravvivere o altre amenità del genere. Nei paesi anglosassoni prevalgono i reality dove i protagonisti sono persone senza particolari esperienze televisive (come ad esempio il Grande Fratello); in Italia hanno avuto più successo quelli dove i protagonisti sono VIP (come ad esempio, l’Isola dei Famosi), provenienti dal mondo della televisione, dello spettacolo, della politica, dello sport o da altri ambiti di notorietà.

Si tratta di trasmissioni con un grande successo di pubblico e per questo possono far guadagnare ai produttori televisivi di tutto il mondo un sacco di soldi. Questi imprenditori possono, da un lato, riproporre per molti anni la stessa versione del format senza modifiche sostanziali (per alcuni siamo ormai vicini al decennio) e, dall’altro, trovare sempre nuove varianti per proporre reality che abbracciano sempre nuovi campi della vita sociale. Ritengo che il pubblico che segue trasmissioni di questo genere si suddivida principalmente in due categorie, non necessariamente distinte e separate, ma che possono parzialmente sovrapporsi. In entrambi i casi l’obiettivo è quello di trovare un modello da seguire a causa della mancanza di importanti valori di riferimento in grado di garantire quell’autostima e quella capacità di giudizio e di critica necessari per un’adeguata dialettica sociale. Si tratta di una motivazione spesso inconsapevole che si nasconde dietro ad una più banale ricerca di umorismo e svago in mancanza di altri stimoli di tipo sociale, ludico, sportivo e culturale. Molte delle persone che seguono queste trasmissioni, cercano di trovare un modello di comportamento utile nella propria vita di relazione sociale nel modo più comodo ma certamente meno appropriato: guardare un reality alla TV senza bisogno di riflettere o di confrontarsi con altre persone.

Siamo davvero certi che i comportamenti siano spontanei e non invece imposti dal regista per ottenere determinati livelli di audience? Questa è forse la questione più importante perché se la risposta fosse negativa, il reality perderebbe quella caratteristica fondamentale di rappresentazione della vita reale e non sarebbe più distinguibile da un comune telefilm, serial o fiction. E’ difficile pensare che un produttore televisivo che ha un legittimo fine di lucro e che può permettersi approfondite analisi di mercato sulle preferenze del pubblico possa subire l’evolversi di una vicenda che, se non controllata in qualche modo, può facilmente sfuggire di mano e arrivare a rappresentare situazioni poco gradite al telespettatore. Possiamo chiederci ad esempio come mai sia necessario abbinare alla trasmissione un gioco ad eliminazione con il quale il pubblico nomina un vincitore a cui spetta un premio in denaro e un “dietro alle quinte” per commentare e criticare il comportamento dei protagonisti. Oppure perché il cast sia selezionato accorpando diversi tipi sociali, tenendo anche conto dei temi di attualità più discussi al momento; pur stimolando un dibattito tra realtà sociali diverse, questo criterio mal si addice ad una spontanea formazione di un gruppo di persone nella vita di tutti i giorni e pare più un trampolino di lancio (o di rilancio) per attori o personaggi di spettacolo emergenti o in fase di decadenza. Si tratta evidentemente di sistemi per caratterizzare meglio i vari personaggi e le diverse vicende in modo da tenere vivo l’interesse dello spettatore e guidare la vicenda verso un obiettivo prestabilito (vincitore compreso). Probabilmente la regia prevede all’inizio copioni molto approssimativi che diventano sempre più dettagliati man mano che la vicenda viene indirizzata verso gli sviluppi preferiti dal pubblico, come emerso di recente anche per la stessa ammissione dei produttori. Escludendo quindi che il reality porti avanti una vicenda che esprime la spontaneità di comportamento dei protagonisti, potremmo evitare di rispondere alle prime due domande.

Tuttavia, supponendo che esista un reality senza copione, proviamo a riflettere sulla validità del modello di comportamento rappresentato. Quello dalla trasmissione è un gruppo sociale ristretto come ne esistono tanti nella vita reale e non esprime necessariamente un modello da seguire: può costituire eventualmente uno dei tanti punti di vista. Se poi si tratta di VIP occorre tener presente che il loro tenore di vita, seppur celato dalla vicenda, esprime un insieme di valori non idoneo a persone comuni con uno stile di vita del tutto diverso e che non conoscono il prezzo della notorietà. Se poi è previsto anche un copione, il rischio è di fare affidamento su presupposti falsi che strumentalizzano i bisogni di socializzazione delle persone all’audience e al profitto.

Non avendo mai seguito nessun reality in vita mia non sono in grado di esprimere un giudizio sulla moralità dei comportamenti in esso rappresentati anche se le voci di dissenso sono molte ed autorevoli. Tuttavia, l’evolversi della vicenda verso un vincitore trasmette un messaggio ambiguo e pericoloso: coloro che vengono eliminati figurano come inadeguati alla situazione e non più ritenuti idonei a partecipare al gruppo dei protagonisti giustificando così anche nella vita reale  l’emarginazione delle persone meno simpatiche o inadatte alla situazione.

Per concludere, vorrei mettere in guardia coloro che seguono i reality e non incorrere in errori di valutazione. La vicenda, tutt’altro che rappresentativa di comportamenti spontanei delle persone comuni, deve essere considerata per quello che è: una finzione televisiva al pari di tante altre e che non deve ingenerare nello spettatore l’aspettativa che quelle persone si comportino davvero in quel modo, mostrato dalla televisione, in analoghe situazioni di vita reale. A dire la verità, cosa è rimasto di reale nella televisione? Forse qualche programma scientifico e qualche notizia del telegiornale. Mai confondere la realtà con la finzione televisiva, soprattutto quando questa seconda pretende di mostrare scene di vita reale: guardatevi piuttosto un bel film dove sapete che la vicenda è una finzione cinematografica ma almeno qui viene dichiarato apertamente: spesso è più istruttivo un film con un contenuto sapientemente costruito ispirandosi a situazioni sociali realistiche piuttosto che un blasonato reality.


 

 
 
 
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Voyager è un programma di RAI 2 nato nel 2003 che si occupa di misteri storici earcheologici. E' condotto da Roberto Giacobbo, docente di Teoria e Tecnica dei nuovi Media alla facoltà di Lettere e Filosofia all'Università di Ferrara; è autore anche di diverse pubblicazioni sugli argomenti trattati nella trasmissione. 

  

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Stargate è un programma di divulgazione culturale andato in onda su La7 (per la prima volta nel 1999) ideato e condotto da Roberto Giacobbo, successiva-mente passato alla RAI per condurre la trasmissione Voyager di analogo contenuto. Le ultime edizioni sono state condotte da Valerio Massimo Manfredi.

 

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