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Post n°232 pubblicato il 02 Febbraio 2012 da le_corps
Ci sono solo io, con i piedi assiderati e un ombrello in mano: nevica. Le rotaie del tram sono lucenti di ghiaccio. Ci sono solo io, e aspetto. Anzi, siamo io il silenzio e la neve, e aspetto comunque. La città è soffice sotto la neve, ovattata e senza persone. È lenta. Ha una giacca di pile, in una mano la scatola di un cellulare, un dente d’oro e una fronte spaziosa. Naso affilato occhi piccoli e accesi. Sei gentile, mi dice. L’accento mi ricorda quello del mio amico albanese che non vuole più parlarmi. Lui invece vuole parlarmi, per farlo mi chiede il permesso. Dividiamo lo stesso ombrello, quindi parliamo. Non è lineare, è contorto. Viaggiare sul tram mi piace. I binari non consentono scarti ma solo scambi. Lo scambio è il massimo della divagazione; stare sui binari è, dopo tutto, rassicurante. Contorsione e linearità unite a rigidità, ché nella vita ci vuole anche quella. Occhi come i tuoi non ne trovo in giro nemmeno su cinquemila. Sei gentile e begli occhi. Forse sono un po’seccata, distolgo lo sguardo e lo faccio girare tutto intorno: intorno solo neve e buio, buio interrotto dai riflessi di luce sulla neve; cerco di indovinare il muso metallico del tram dopo la curva ma dopo la curva, solo binari vuoti.
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Post n°231 pubblicato il 31 Ottobre 2011 da le_corps
Mi prendi non mi prendi, mi scopri non mi scopri. Sento i tuoi passi sento il respiro che si avvicina e resto ferma: fermo le mani fermo i capelli fermo il cuore: non esisto: sono muro pianta intonaco legno. Mi trovi non mi trovi; aspetto. Fruscio scricchiolio, neanche tendo l’orecchio, sicura del mio non essere anzi dell’essere altro: non mi troverai non mi troverai. Niente più carne niente più fiato ma sono viva, viva altrove. Passi e ripassi, con circospezione, dissimuli i passi, sparigli il conto dei gradini, tendi i muscoli, fletti la schiena ma non mi trovi. Getti un sasso nel pozzo, ma non mi trovi. |
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Post n°230 pubblicato il 14 Gennaio 2011 da le_corps
Prima R. faceva il pasticciere ma dice che era un lavoro di merda, ora sta seduto davanti ad un monitor dieci ore al giorno con cuffia e microfono come naturale prolungamento del suo corpo, la lunghezza del cavo che lo lega al telefono è la lunghezza della sua autonomia, il cavo definisce un raggio di azione, gli permette di stare in piedi, di girarsi a destra a sinistra e di arrivare fino al cestino della spazzatura che s’affaccia sul corridoio che costeggia la grande vetrata della grande facciata aziendale. Oltre il cestino, no. Il cavo lo richiama, e con un colpo secco lo riconduce nello spazio assegnato, deputato, concesso: la postazione. O, meglio, position: come vuole il gergo aziendale. |
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Post n°229 pubblicato il 04 Gennaio 2011 da le_corps
Per il nuovo anno ricevo un messaggio di auguri da Pierre: creare è resistere, resistere è creare (Stéphane Hessel). Sotto la frase, l’immagine di un'opera di Pierre. Installazione, la definirebbe qualcuno. Ma ciò che è nuovo ha bisogno di parole nuove. Movimento nella fissità, ovvero il montaggio dentro il quadro. Ma non si tratta di quadro né di fotogramma: è un’idea che balena, s’affaccia compiuta e poi scompare, si disfa, mutandosi in qualcosa di altro. Arte impermanente, grazie al movimento di idee. Arte che non si affeziona a se stessa, unica nel germe e non nel sembiante, fissa come chiodo piantato nella testa dell’artista ma scomposta e ricomposta nel gioco del linguaggio che si ricombina incessantemente per restare vivo. |
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Post n°228 pubblicato il 18 Novembre 2010 da le_corps
Evito il bianco per un disturbo di visione. Il bianco ha perso nitore e fissità. Davanti alla pagina bianca i miei occhi si ritirano offesi.
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Post n°227 pubblicato il 28 Settembre 2010 da le_corps
Quando sai che sta per succedere? |
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Post n°226 pubblicato il 01 Settembre 2010 da le_corps
C’è una stesa di calzini in attesa di fare il paio, prima c’era un mucchio di calzini attorcigliati, corti lunghi a righe lisci di lana di cotone sintetici neri blu grigi marroni; c’era questo groviglio ai piedi del letto e io non mi decidevo a fare il paio, la sola idea di fare il paio mi abbatteva lo sguardo e chiudeva la gola. Nella semioscurità ne ho presi due, e combaciavano; poi altri due, e combaciavano pure quelli, così misurando e tastando ho messo insieme tutte le paia possibili dentro al mucchio. |
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Post n°225 pubblicato il 20 Dicembre 2009 da le_corps
Avevo speso euro 27 di carne speziata locale. Il cartoccio, caldo caldo, lo tenevo tra le mani mentre lui guidava con ai piedi ciabatte di gomma nera. Era estate, fine pomeriggio. Lui era in costume da bagno, un costume a mezza coscia, con una polo rosa-sbiadito sopra. Aveva guidato per cento chilometri in ciabatte e con un costume umidiccio addosso solo per venirmi a prendere e portarmi da lui, o meglio, a cena da una coppia di amici suoi, nella sua città e nella loro villa. L. stava affettando dei peperoni, mi proposi di aiutarla.
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Post n°224 pubblicato il 01 Dicembre 2009 da le_corps
La bimba è stata messa in punizione, la bimba l’hanno chiusa sul balcone. L’hanno nascosta nel pozzo, nel secchio del pozzo; c’era una fune attaccata al secchio, una fune per scendere nel pozzo, ma qualcuno l’ha presa e se l’è messa in tasca: qualcuno se l’è presa, e ha portato via la fune. La bimba è sola. È sola e muove il naso in cerca di compagnia, di un odore di quando era bimba, bimba prima della punizione. Chiusa fuori e chiusa dentro senza una ragione. Ma la bimba fa la bimba, e si fida, e non chiede spiegazione. Non urla non piange, non si lamenta dal secchio giù nel pozzo né dall’angolo su sul balcone. Aspetta. E nell’attesa tiene gli occhi chiusi perché sa che gli occhi ingannano, che si prenderebbero gioco di lei: le farebbero credere ciò che non è, le farebbero credere che ciò che lei vede è ciò che è. Così, le farebbero credere che potrebbe cadere che potrebbe non risalire, le farebbero credere che è senza scampo, nella trappola di un pericolo ineludibile; le farebbero vedere che è piccola con le sue mani piccole, che è sporca con i suoi piedi scalzi e ferita con le sua gambe tagliate: le farebbero credere che quello che vede è quello che è. Gli occhi sono ingannatori. Allora lei li spegne, e annusa.
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Post n°223 pubblicato il 20 Ottobre 2009 da le_corps
Quattro fornelli accesi e nessuna pentola a scaldarsi. Quattro ghiere di fuoco o quattro girasoli, quattro luci. La sera è buia, il freddo è attaccato alle pareti, il pavimento è una lastra ghiacciata, le finestre si stringono a sé, le gambe delle sedie sono intirizzite, e i miei piedi pesanti come sassi. Sul tavolo vedo un piatto e un cucchiaio usati: sporco da incrostazione e odore di pasto lontano.
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"lo non ho alle mie spalle nessuna autorevolezza: se non quella che mi proviene paradossalmente dal non averla o dal non averla voluta; dall'essermi messo in condizione di non aver niente da perdere, e quindi di non esser fedele a nessun patto che non sia quello con un lettore che io del resto considero degno di ogni più scandalosa ricerca."
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