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Creato da le_corps il 27/02/2007

punto sul rosso

il teatro il delirio l'oblio

 

 

Il Neige Sur Liège

Post n°232 pubblicato il 02 Febbraio 2012 da le_corps

Ci sono solo io, con i piedi assiderati e un ombrello in mano: nevica. Le rotaie del tram sono lucenti di ghiaccio. Ci sono solo io, e aspetto. Anzi, siamo io il silenzio e la neve, e aspetto comunque. La città è soffice sotto la neve, ovattata e senza persone. È lenta.

Un uomo attraversa la strada e si ferma sulla banchina. Io ho l’ombrello, lui no. Fa qualche passo verso di me. Porta avanti la testa come per schivare la neve che si è già depositata sui capelli radi e ricci, e sulle spalle. Mi guarda, sollevo l’ombrello per dargli riparo. Il mio è l’unico ombrello di viale Ungheria, è tardi e ci sono solo io il silenzio la neve e il mio ombrello. Ora siamo in due, ad aspettare il tram. 

Ha una giacca di pile, in una mano la scatola di un cellulare, un dente d’oro e una fronte spaziosa. Naso affilato occhi piccoli e accesi. Sei gentile, mi dice. L’accento mi ricorda quello del mio amico albanese che non vuole più parlarmi. Lui invece vuole parlarmi, per farlo mi chiede il permesso. Dividiamo lo stesso ombrello, quindi parliamo.
Della mia gentilezza, dei miei occhi molto belli e della mia bella dentiera – dice così – e a me vien da ridere perché ho tutto fuorché una bella dentatura: è impossibile non notare, nel mezzo, questi due denti sporgenti e bene accavallati.
Un altro che aveva elogiato i miei denti era stato Christian. Tu as des beaux dents, mi disse una sera, a fine turno, mentre pulivamo la cucina del ristorante. Era del Congo e lavorava come lavapiatti. A fine servizio, coi fuochi spenti, e uno straccio per mano, si parlava in francese. Cose nostre, parole che volavano sopra la testa del cuoco, tanto il cuoco era uno stronzo.
Forse agli albanesi e ai congolesi piacciono i denti grandi, ho pensato.
L’uomo che sosta sotto il mio ombrello mi ripete che sono gentile a mo’di ringraziamento, anzi, di congedo  perché lui, tanto, è arrivato, e mi indica con la scatola del cellulare l’altro lato della strada. Indica, ma non si avvia.
Va bene, non sei uno che aspetta il tram, attraversavi la strada per andare di là e ti sei fermato qua, nel mezzo, mentre andavi di là; e allora vai, che io me ne torno da sola ad aspettare il tram. Sola: io la neve il silenzio e il mio ombrello. È buio, la strada è desolata, anzi no: è magnifica, così vuota e disabitata.
Cerco di capire se ha bevuto, in quel caso sarei perentoria, mi basterebbe un’occhiata per spostarlo di peso all’altro lato della strada, ma il suo fiato non sa di alcol. E i suoi occhi sono accesi.
Dove vai?
A casa, gli rispondo. In centro. E indico la direzione del tram.
Ma il centro non è di là? E indica la direzione opposta.
Sì, ma il tram passa di là, fa il giro largo, allunga, ti porta fuori e poi dentro.

Non è lineare, è contorto. Viaggiare sul tram mi piace. I binari non consentono scarti ma solo scambi. Lo scambio è il massimo della divagazione; stare sui binari è, dopo tutto, rassicurante. Contorsione e linearità unite a rigidità, ché nella vita ci vuole anche quella.

Occhi come i tuoi non ne trovo in giro nemmeno su cinquemila. Sei gentile e begli occhi.

Forse sono un po’seccata, distolgo lo sguardo e lo faccio girare tutto intorno: intorno solo neve e buio, buio interrotto dai riflessi di luce sulla neve; cerco di indovinare il muso metallico del tram dopo la curva ma dopo la curva, solo binari vuoti.
Sì, sono un po’seccata e allora contrattacco nella speranza di spezzare la litania dei complimenti, e domando: di dove sei?
Davvero ti interessa? – indaga lui, fissandomi obliquo.
Di dove sei? – ripeto, convinta.
Lui allarga le braccia: sono zingaro!
Ok. E di dove sei? – insisto.
Ridente e sconsolato si guarda attorno, solleva le spalle come per dire “come di dove sono?” – e ripete: sono zingaro!
Giusto. Allora riformulo la domanda: da dove vieni?
Si tocca il petto con la mano libera: serbo!
Giusto. Non si è di un posto, si viene da e si va verso.
Serbo – ripete l’uomo, sollevando le sopracciglia come per dire “e adesso?”.
Resto in silenzio, avrei giurato che fosse albanese, quell’accento, quel suono così familiare di quel amico che non vuole più parlarmi…
Mi sto appena scaldando al fuoco di questa piccola delusione che lui subito mi incalza: sai dove è Serbia?
Avrei detto Albania – non gli rispondo, dico la mia. Quasi a voler condividere con lui quella piccola digressione spazio-temporale in cui ero precipitata.
Io sono ortodosso, e sfila dal petto, come prova, una croce. E continua: gli albanesi sono…
All’unisono: musulmani.
Serbia e Albania, e tra di loro il Kosovo.  Mi domando se non era il caso di tenere per me quella piccola delusione.
Lui mi fissa, fermo sulla banchina e imperlato di neve, senza la protezione del mio ombrello già da un po’. Poi alza un dito per richiamare la mia attenzione su quello che sta per dire, lo dirà lentamente mettendo le pause nei punti giusti perché io possa capire.
“Tutto ciò che è ciò, non è ciò che è ciò”.
E accompagna la frase con la scatola del cellulare che prima porta in avanti e poi richiama indietro.
Hai capito, sì? – mi sollecita.
Non proprio, allora lui me la ripete con maggiore enfasi e, se possibile, lentezza perché il gesto possa spalancarmi le porte del senso.
“Tutto ciò che c’ho non è ciò che c’ho”.
Di quale senso? Il senso della frase? Il senso della vita insito in quella frase?
Ma io non ho molta dimestichezza col senso di cose così importanti, ultimamente mi basta conoscere il senso del tram, quello sì che lo conosco e lo so spiegare, come infatti l’ho spiegato allo zingaro. Cose inutili. Tanto uno zingaro che se ne fa del senso del tram? Se il senso te lo porti dentro, la strada la trovi, e se la strada non c’è, la cominci; e se ti perdi trovi qualcos’altro.
Stordita ma non persuasa, alla fine dico di sì, di aver compreso.
Vuoi che me ne vada?
Distolgo lo sguardo e penso “cosa voglio?”.
Si avvicina di poco, per confidarmi una cosa.
Tu pensi che tutto questo, e indica lo spazio intorno a noi, tutto questo, il visibile, sia il mondo? E che sia il mondo a venire da noi? No, il mondo è qua, e parte da qui - abbassa la testa e si tocca due volte la fronte.
Vuoi che me ne vada?
Dico di sì con la testa.
Davvero?
Sì.
E non mi dai il tuo telefono?
No.
Io sono arrivato, vado di là. Spero di rivederti magari non qui, chi lo sa. Si incammina dicendomi: occhi belli, neanche una su cinquemila.
Poi si allontana, coperto da cristalli di neve.

 

 
 
 

Audizioni

Post n°231 pubblicato il 31 Ottobre 2011 da le_corps

Mi prendi non mi prendi, mi scopri non mi scopri. Sento i tuoi passi sento il respiro che si avvicina e resto ferma: fermo le mani fermo i capelli fermo il cuore: non esisto: sono muro pianta intonaco legno. Mi trovi non mi trovi; aspetto. Fruscio scricchiolio, neanche tendo l’orecchio, sicura del mio non essere anzi dell’essere altro: non mi troverai non mi troverai. Niente più carne niente più fiato ma sono viva, viva altrove. Passi e ripassi, con circospezione, dissimuli i passi, sparigli il conto dei gradini, tendi i muscoli, fletti la schiena ma non mi trovi. Getti un sasso nel pozzo, ma non mi trovi.

Se fossi edera mi strapperesti se fossi albero mi abbatteresti.

Seduta a terra con mutande turchesi mi dondolo nell’attesa del vicino ma il vicino è partito ieri notte; ha svuotato casa e ha appeso un lume sul mio balcone. Mi dondolo nell’attesa, mi dondolo finché il lume non si spenga, la portinaia è grassa come tutte le portinaie e non guarda di buon occhio il mio zerbino, mi infila lettere sotto la porta e batte contro gli stipiti quando io non ci sono: l’ha sentita il vicino, prima di partire. Prima di partire mi aiutava con le buste della spesa, si precipitava per le scale e me le strappava di mano: ho ancora un graffio  sul dorso della mano. La portinaia non vedeva di buon occhio le mie buste della spesa, al tintinnio delle mie chiavi nel portone si irritava e emetteva un sibilo tipo lupa sdentata.


Entrare uscire non fa per me, ogni giorno tutti i giorni, meglio starsene appesi come un lampadario: acceso spento senza la fatica di girare l’interruttore. Prego, non mi disturba, mi interrompa pure, sono qui a posta, sono fatta per essere interrotta. Dall’in piedi allo stare seduta il passaggio non è fluido: ripetere, prego.
Quanti candidati ci saranno alle selezioni, quante selezioni ci saranno prima che io mi candidi? Sette prove, una al giorno, e se mi chiedono di mimare mimerò un lampadario: passo di sicuro. Ho la vittoria in tasca, in una tasca che avevo cucito di notte ma era buio e non ricordo dove. E poi c’è la voce, da sostenere. Ma la voce non ci sta, vuole farcela da sola, ma da sola non andrà lontano.


Insomma, il tipo non mi chiama ed io parto, con le ciabatte che portavo e le mutande che portavo, per fortuna erano di pizzo. Sul treno mi sono fatta una treccia che ho adagiato sulla spalla sinistra. Per fortuna le unghie dei piedi erano rosse di smalto. Mi scarrozzo da sola, di carrozza in carrozza. Sto, di bagno in bagno, aggrappata alle maniglie, lo specchio mi guarda, gli sorrido. I minuti ingrossano le ore, a terra; sul treno, le ore sono noccioline da sbucciare: sibilo fermata, sibilo frenata e fermata. La porta è chiusa, vorrei sbirciare da sotto le ciglia chi passa e non entra ma occorre prudenza, ho la pancia piena di noccioline, aspetto. Ancora uno stridore di binari una frenata e una fermata. Scendo: ciabatte mutande di pizzo e occhi spalancati, fendo l’aria magnifica, magnifica io, stavolta ti prendo, son venuta a prenderti; con la mia lunga treccia spalanco le porte, sono treno da treno scesa; spalanco i bagni, non ho più bisogno di nascondermi, e vengo a prenderti. La mia treccia mi porta a te.

 
 
 

Il cielo sopra R.

Post n°230 pubblicato il 14 Gennaio 2011 da le_corps

Prima R. faceva il pasticciere ma dice che era un lavoro di merda, ora sta seduto davanti ad un monitor dieci ore al giorno con cuffia e microfono come naturale prolungamento del suo corpo, la lunghezza del cavo che lo lega al telefono è la lunghezza della sua autonomia, il cavo definisce un raggio di azione, gli permette di stare in piedi, di girarsi a destra a sinistra e di arrivare fino al cestino della spazzatura che s’affaccia sul corridoio che costeggia la grande vetrata della grande facciata aziendale. Oltre il cestino, no. Il cavo lo richiama, e con un colpo secco lo riconduce nello spazio assegnato, deputato, concesso: la postazione. O, meglio, position: come vuole il gergo aziendale.
Linguaggio condiviso, lo definiscono.
Siamo qui perché condividiamo valori e obiettivi, perché cooperiamo al fine di ottenere un vantaggio reciproco. Se lavorate bene, sarete premiati. L’azienda è buona e meritocratica, incentiva la produttività e la ripaga, e vi ripaga: in busta sonante, in ricchi premi fuori porta e cotillons.

Tecnicismi del potere. Così si esercita il controllo, così si segna un confine tra il dentro e il fuori, così si crea senso di appartenenza, così si insinua nelle persone un frainteso senso di grandezza, di elevazione rispetto ai non addetti ai non ammessi agli esclusi. Il possesso del gergo è degli inclusi, agli esclusi lo smarrimento dell’incomprensione, della mancata padronanza. Agli inclusi, la padronanza. Di un’illusione. Che però è necessaria. A chi comanda e a chi si fa comandare.

R., se solo riuscissi ad alzare lo sguardo al di sopra della tua position, del backlog e del change order, della prevention e della retention, dei seekers della final rush e dell’action nba; R., se solo pensassi di alzare lo sguardo, se solo volessi. Invece no, la position satura il tuo orizzonte, i tecnicismi ti galvanizzano: ti senti padrone, ti senti potente, ti senti fautore del tuo presente. Sei tu con i tuoi obiettivi, sei tu in gara con te stesso e con gli altri. Vendere vendere vendere.
Il tuo capo è un team leader, un cefalo che guida una massa di acefali, e ti sprona a suon di remunerazione progressiva e d’incentivi a cascata, solletica il tuo ego con righe e colonne di risultati comparati, traccia la linea delle tue possibilità di crescita, allarga il margine del miglioramento, dilata le pareti del tuo stomaco, nutrendo la tua voracità, benedicendo la tua ingordigia: di divorare obiettivi non sarai mai sazio: l’ipnosi è servita.
Sei un animale in cattività nutrito con carne di altri animali, sei strumento di una causa più grande di te, di interessi che non osi neanche immaginare. Il tuo orizzonte è segnato, obiettivo dopo obiettivo, mese dopo mese, retribuzione dopo retribuzione. Stai lì a contare quanto hai fatto, quanto hai fatto più degli altri, stai lì a impilare centesimi su centesimi sperando di arrivare a 1, e poi da 1 a 10, da 10 a 100: da 100 a 1000 il salto è dovuto, è scritto nel tuo destino di vincente.
Un vincente predestinato, ecco cosa pensi di essere. Un vincente che più lavora più incassa. Un vincente ammaliato dalle somme. Somme di spiccioli in cambio di dedizione totale all’Azienda. I cui profitti sono per te non conteggiabili non contenibili. Sei padrone di una aritmetica lenta, elementare, fatta solo di addizioni: la moltiplicazione ti seduce ma non è alla tua portata, mentre l’elevamento a potenza è di un mondo sconosciuto favolistico. Si narra di profitti di n cifre, si narra di incassi che in una tasca non ci stanno, ma nemmeno in una valigia o in un vagone, ma nemmeno in un treno lungo da qui alla Svizzera.
Sei un vincente, sì. Pagato a cottimo.
Non ti dice niente questa espressione? Non ti dice niente la Storia, la Memoria? Dopo tutto, l’unica memoria ammessa è quella dei mesi precedenti, utili per il calcolo degli obiettivi futuri. Ogni obiettivo è un termine. E ogni termine superato lascia il posto al successivo finché i termini saranno esauriti e tu ti ritroverai nel fuori, espulso dal dentro, incredulo, senza famiglia, senza casa, senza più obiettivi. Con il ricordo di un gergo che suonerà come un’umiliazione: il potere è nell’usarlo.
Avrai vissuto mese dopo mese, stipendio dopo stipendio, dentro la tua position, mantenendo il conto dei centesimi ma perdendo il conto dei giorni.
Il tempo risulterà sottratto e non ci sarà straordinario alcuno con cui recuperarlo, ti ritroverai in tasca il gruzzolo delle ferie non godute in nome della produttività, e lo spenderai in lezioni di algebra perché ti accorgerai che lo zero non era il peggio che ti poteva capitare (zero incentivi, zero bonus, zero straordinario). Scoprirai che prima dello zero c’è un insieme infinito di numeri, numeri che portano un segno meno, gli unici numeri che d’ora in avanti potrai sommare. Ma scoprirai che somma dopo somma quel segno non si toglie, che somma dopo somma ti allontani sempre più dallo zero, cadendo all’indietro sempre più indietro.
Allora la somma sarà per te un incubo e vorrai aggrapparti a quello zero come ti aggrapperesti all’orlo di un precipizio, e allora solo allora, forse, penserai che è giunto il momento di cominciare a sottrarre.

 
 
 

Auguri

Post n°229 pubblicato il 04 Gennaio 2011 da le_corps

Per il nuovo anno ricevo un messaggio di auguri da Pierre: creare è resistere, resistere è creare (Stéphane Hessel). Sotto la frase, l’immagine di un'opera di Pierre. Installazione, la definirebbe qualcuno. Ma ciò che è nuovo ha bisogno di parole nuove. Movimento nella fissità, ovvero il montaggio dentro il quadro. Ma non si tratta di quadro né di fotogramma: è un’idea che balena, s’affaccia compiuta e poi scompare, si disfa, mutandosi in qualcosa di altro. Arte impermanente, grazie al movimento di idee. Arte che non si affeziona a se stessa, unica nel germe e non nel sembiante, fissa come chiodo piantato nella testa dell’artista ma scomposta e ricomposta nel gioco del linguaggio che si ricombina incessantemente per restare vivo.
Prima dello spettacolo teatrale la regista ha ritenuto necessario dire due parole di presentazione. Ha ritenuto necessario dire che a lei e al suo Teatro (lo scrivo con la maiuscola perché così è stato pronunciato) interessano le permanenze, di cui – ha aggiunto – c’è gran bisogno oggi.
Da spettatrice, ho guardato, ho cercato le permanenze, ma non le ho trovate. O meglio, a fine spettacolo è rimasta solo la permanenza di un disastro. Non c’è bisogno di altri disastri oggi – ho pensato, e sono uscita.
Avrei voluto chiedere alla regista quale fosse la sua idea del mondo della vita della morte e dell’arte, cosa pensasse al di là di ciò che aveva studiato imparato e messo in pratica.
Mi rendo conto però che il concetto di “al di là” non è alla portata di tutti (me compresa) e che ciò che facciamo e che abbiamo fatto è un recinto, non ne vediamo i confini ma è pur sempre un recinto.
Mi rendo conto che non ho nessuna voglia di chiedere alcunché. Mi rendo conto di essere depressa e refrattaria al confronto, e sono uscita.
L’aria è gelida. Penso al mio recinto, a come si sia ristretto, penso addirittura che se sto in piedi è perché è il recinto che mi sorregge. L’aria è un punteruolo tra gli occhi. E allora penso a cosa farebbe Pierre con questo recinto, a come lo trasformerebbe, anzi no, a come mi suggerirebbe di trasformarlo: ognuno lavora il materiale della propria vita, e anche trasformare è resistere.
Ma io resisto, Pierre? Dopo tutto resistere è anche esistere. Vivere nel recinto non è esistere: è solo vivere, appunto. Mentre esistere vuol dire altro, il suo opposto: fuori dal recinto. Le parole vorranno pur dire ancora qualcosa. L’ancora è un’àncora, Pierre. Dillo come lo diresti tu: exister. Ecco, vedi, nella tua lingua tutto è più chiaro: ex-ister.
Dobbiamo uscir fuori da quel recinto, è questo il senso – oggi – del nostro resistere. Nessuna creazione che sia vera creazione è possibile altrimenti, è possibile altrove.
Disfare per rifare, la creazione è movimento, la creazione che si cristallizza è morta, ha abortito la sua missione e il recinto ha vinto.
Vorrei tornare indietro, prendere da parte la regista e chiederle di indicarmi le permanenze, di farlo letteralmente: di puntare l’indice. Sarebbe un’azione a fin di bene, una risemantizzazione a fin di bene.
Ma no, non ho nessuna intenzione di tornare indietro né di dire alcunché.
Dire cosa perché? Non è vero, Pierre, che le parole arrancano? Dove sono le parole buone, come faccio a dire parole buone, che abbiano un senso? Troppe parole ammucchiate, spostate da una parte e poi dall’altra, che sbattono l’una con l’altra, che si sommano per accrescere il vuoto. Ammassi di rifiuti di parole lungo le strade, dentro le case, tra le persone. Parole brutalizzate e perse come, come cosa Pierre?
Come il corpo di una donna, violentato e abbandonato lungo la via.

Ecco, Pierre, tu hai sempre un’immagine che mette a tacere il dire.
Sono stanca, Pierre, vorrei che il tram arrivasse ora e mi strappasse a questo freddo, a questo vuoto, a questa refrattarietà che mi farà vivere e morire nel mio recinto, di cui non vedo le pareti, che mi farà vivere e morire contenta, tra la cena da scaldare e i piatti da lavare.
Il recinto è uno spazio comodo, il recinto è un seduttore, mellifluo come tutti i seduttori. Tu resisti. Sempre. Siamo donne e uomini in quanto resistiamo e trasformiamo: è questa la nostra permanenza.

Grazie, Pierre. E auguri.

 
 
 

Mosche filanti

Post n°228 pubblicato il 18 Novembre 2010 da le_corps

Evito il bianco per un disturbo di visione. Il bianco ha perso nitore e fissità. Davanti alla pagina bianca i miei occhi si ritirano offesi.
Evito di scrivere per non mortificare i miei occhi, ed evitando di scrivere mi evito anche di pensare. Non penso a scrivere e non penso a cosa fare, non penso al presente tantomeno al futuro. Al passato, sì, visto che quello è stato già scritto. Se non scrivo, non penso. Non penso a nulla.
Quando non pensi a nulla, ti restano solo delle percezioni, ma minime, grezze, con tutti i limiti di una percezione senza elaborazione. Quando non pensi, ti restano solo delle registrazioni. Tavolo duro quadrato, luce accesa, luce spenta, sedia girevole: e queste sono le cosiddette registrazioni oggettive, ortodosse.
Poi ci sono quelle distorte, anomale tipo: specchio riflettente, mano destra mano sinistra, piede/scarpa.
Queste ultime sono regressive, sono da alienazione al penultimo stadio. Perché all’ultimo puoi solo registrare l’attrito aria/corpo mentre sei in caduta libera dal quindicesimo piano di un palazzo.
Quando non pensi a nulla, registri. E questo pensiero non è un vero pensiero ma a sua volta una registrazione. E scopri che con le registrazioni ci puoi anche vivere, che per vivere non occorre pensare. Non pensi nemmeno se ci sono degli altri che come te vivono di registrazioni. Se registri, non pensi. A nulla.
Ma dire nulla è fuorviante se non paradossale, e invece non c’è nulla di paradossale. Per cui è corretto dire: se registri, non pensi. Punto.  
Ciò non vuol dire avere la testa vuota. Anzi.
La testa è piena. Ma di scontrini.
C’è uno scontrino per tutto. Scontrino-ore, scontrino-frigo, scontrino-lavoro, scontrino-cinema, scontrino-macchina, scontrino-emozioni, scontrino-amici, scontrino-sesso.
C’è uno scontrino per tutto e nessun prezzo. E nessun costo, perché lo scontrino è senza carta e senza inchiostro.
A voler essere puntigliosi, però, una forma di costo c’è: l’usura.
I miei occhi si stanno usurando. Il medico mi ha prescritto delle vitamine in bustina, e lo ringrazio per avermi offerto questo palliativo. Palliativo. In questa parola c’è un giudizio, quindi un pensiero. Se usi la parola palliativo la tua mente sta organizzando la realtà su piani diversi, quindi sta pensando. No, non sto bluffando, mi sono solo distratta. Ho emesso un giudizio perché so. So che a questo disturbo non c’è rimedio. Ed è per questo che il palliativo non lo mando giù. Qualcuno la chiamerebbe consapevolezza, cadendo in errore. Qualcun altro interferenza, facendo centro.
Il medico, scrupoloso, mi chiama e mi chiede se prendo le bustine.
No, è la mia risposta registrata in diretta.
Che la vita di chi non pensa sia una diretta differita lo sto registrando adesso, non c’è trucco e non c’è inganno, giuro di non averla pensata prima. Dopo tutto io non penso. Registro.
Ma i miei occhi sembrano più affaticati di prima, li sento muti, li vedo spenti. Li ho registrati allo specchio questa mattina cercando di non essere vista mentre mi lanciavo manciate di acqua fresca in faccia.
Per questo ho chiamato il medico e chiesto consiglio.
Usi dei fogli colorati, provi con l’amaranto, vedrà che la sua vista ne gioverà.
E così scrivo sul monitor amaranto, su carta amaranto, su muri amaranto.
I miei occhi se la ridono, se la ridono di questo palliativo. Se la ridono e tra di loro sghignazzano ma a me vogliono fare coraggio e allora mi dicono di apprezzare molto questo rimedio, dicono che così potrò disfare il cumulo di tutti gli scontrini, disperderli, bruciarli; dicono che così potrò sgomberare, pulire e fare spazio, spazio, quanto più spazio posso. A tutto il vuoto che c’è.

 

 
 
 

Meteo

Post n°227 pubblicato il 28 Settembre 2010 da le_corps

Quando sai che sta per succedere?
Quando non avverto più le braccia, le sento pesanti e intorpidite, e le mani si chiudono a fatica. La scossa va dalla spalla al gomito, poi si ferma, poi c’è solo pesantezza torpore. Penso a quando si chiuderà la gola, i muscoli diventeranno rigidi, il corpo sarà scosso da tremore ed io mi dirò: eccolo.
Eccolo cosa?

Il panico.
Riesci a pensare a cosa c’è prima del panico?
Non saprei. Sono tranquilla prima, anzi, ho sistemato qualcosa, fatto una telefonata, portato avanti un compito, risolto un problema, ricevuto un vantaggio o limitato un danno. Ma non è sempre così. Oggi era così. Credo che la morte sia nascosta in qualcosa di sciocco e che sia totalmente imprevedibile.
Pensavi alla morte quindi?
No, ci ho pensato dopo: a come si produca scioccamente a come si prepari in modo semplice insospettabile quasi innocuo. Cose innocue ti preparano la morte, che sia poi lenta o fulminante. Un conto è l’esecuzione, un altro la preparazione. Conti diversi con lo stesso risultato. Cose innocue dall’esito mortale.

Stai vedendo le cose chiaramente ora?

Ora no, ora mi rilasso e basta. Il tremore è scomparso, lo stomaco respira, mi dico: è passata.
Le cose chiaramente le vedi solo nel prima, più esattamente vedi che c’è una sconnessione tra la tua mente e il corpo. La sconnessione prodotta dalla perdita di controllo quando non l’avevi nemmeno messa in conto: non stavo ingerendo dosi massicce di alcol, non stavo assumendo nessuna sostanza chimica che potesse alterare il mio sistema nervoso, dunque non l’avevo messa in conto né la cercavo. Non cerco la perdita, ma questo pensiero si palesa, oggettivando la mia ansia di perdita, solo nel panico. Senza panico il pensiero non c’è, rimane solo la sua verità. E se non fosse vero non potrebbe produrre gli effetti che pure produce.
E’azzardato.

Cosa?

Questo collegamento. E surrettizio. Non sempre è la verità a produrre effetti.

Che cazzata sofista.

Mi spiego: quello che per te è vero, è solo reale. E dovresti aver capito che il reale può essere anche falso, il reale può essere ciò che vuole. L’aspirazione alla realtà è fallimentare in nuce. Ma noi cosa facciamo? Invece di sopprimerla, la alimentiamo la facciamo crescere, e lei cresce a tal punto da occupare tutto lo spazio della verità. La realtà è un parassita. Parassita del vero.

Il panico dunque è solo reale? Ah, bene, questo mi conforta.

Dovrebbe. Lascia stare l’ironia. Anche l’ironia, dopo un po’ti lascia a piedi. E’una bella macchina, ti può portare anche lontano, ma rischia di lasciarti a piedi poco prima di arrivare a destinazione. E cosa è più importante, andare lontano o arrivare a destinazione? Tanto più che le destinazioni non sono mai vicine.

Opinabile.

No, irreale ma vero. Cos’è questo casino?

È fuori; gente che strepita.

Come ti senti?

Bene. È passato. Non mi succedeva da tempo. Sentirmi impotente su di me. Il corpo è altro da me o solo più intelligente di me?

È la natura, cara. La natura non sarà mai domestica non sarà mai asservita alla cultura.

Quindi?

Il panico è il respiro del mondo.

Basta, è troppo.

Pensi ch’io mi stia burlando di te?

Un po’.

Mi viene da sorridere ma sono serissimo. Ci pensavo ascoltandoti. Il mondo respira prima di noi e più profondamente, noi ce ne dimentichiamo e allora lui si fa sentire, facendoti sentire: ti butta fuori da te. Non c’è modo migliore. Altro che immersione da psicanalisi o regressione da ipnosi. Basta con questa chirurgia del ricordo. E’tutto scritto nel nostro corpo e il corpo sa come e quando rendere leggibile il tutto. Ascolta la perdita, e tutto andrà bene.

Ti do retta solo perché sono nel dopo. Se avessi sentito queste cose un quarto d’ora fa, sarei stramazzata a terra per overdose di ossigeno.

Non è un caso che stiamo parlando nel dopo. Le connessioni sono intelligenti, malgrado la nostra ottusità.

Sì, spesso è così che mi sento: ottusa. Ricoperta da una patina vischiosa.

Anche adesso?

No, adesso qualcosa si muove.

Bisogna sdoppiarsi per tornare uno. Uscire fuori per vedere meglio dentro, se magari c’è rimasto qualcuno intrappolato: quasi sempre c’è qualcuno, e quel qualcuno siamo sempre noi.

Sì, mi sdoppio facilmente, mi butto fuori e, una volta fuori, scappo!

Piantala. Anche nello sdoppiarsi ci vuole una certa onestà.

L’onestà di non raddoppiarsi. In quel caso sei fregata.

Sì, il dentro diventa un buco ancora più profondo, e in due si sta ancora più stretti.

Piove.

Non sento niente.

La pioggia ha portato il silenzio.


 
 
 

La lavandara

Post n°226 pubblicato il 01 Settembre 2010 da le_corps

C’è una stesa di calzini in attesa di fare il paio, prima c’era un mucchio di calzini attorcigliati, corti lunghi a righe lisci di lana di cotone sintetici neri blu grigi marroni; c’era questo groviglio ai piedi del letto e io non mi decidevo a fare il paio, la sola idea di fare il paio mi abbatteva lo sguardo e chiudeva la gola. Nella semioscurità ne ho presi due, e combaciavano; poi altri due, e combaciavano pure quelli, così misurando e tastando ho messo insieme tutte le paia possibili dentro al mucchio.
Ora ne restano in fila sette, non appaiabili, lo affermo con certezza assoluta.
Dalla cucina arriva odore di riso in cottura, un profumo tostato si spande lentamente nella camera da letto. Il riso cuoce da solo, apprezzo questa sua autonomia; il mio riso cuoce a lungo, a suo agio nel bollore, non mi mette fretta, lascia che io vada dietro alle mie cose, che sono un po’come dei bambini che si sono appena messi in piedi: scappano ovunque senza sapere bene dove e perché, senza badare ai dislivelli ai finti appoggi e agli effetti molla, sì, le mie cose si mettono a correre impavide e incoscienti, ed io dietro. Qualche volta lascio che vadano da sole, non per finalità pedagogiche ma per mollezza: faccio finta che non siano mai nate: è brutale, lo so. Ma è brutale per me, non per loro. Non per un banale senso di colpa, piuttosto per senso di inferiorità: sono inferiore alle mie cose. Sì, loro mi superano. Loro sono intelligenti, io no; loro hanno un piano, io no; hanno equilibrio consapevolezza e pazienza, io no. Sembravano impavide e incoscienti, e invece no. Loro hanno un ordine lineare, io no. Io passo da un loop a un altro: è possibile? Sì, perché è il loop ad abbandonare me, non viceversa. Dopo un po’, l’universo si sfianca, la fisica molla la presa, ci sono effetti senza causa e cause che producono altre cause: la teoria delle catastrofi mi lancia languide occhiate. Ma non c’è da cederle né da resisterle. Ci sono le mie cose a cui star dietro, davanti mai, lo dicevo, sono insuperabili. Prevenirle non si può preordinarle nemmeno. Non sono nemmeno più in alto di loro, quel tanto che mi basterebbe almeno a prevederle. Che poi già il vedere mi appagherebbe, sarebbe un segno di minor ingenuità o imbecillità da parte mia. Ma l’età passa e mi scortica, prosciuga le mie riserve, mi desertifica per poi beffarmi con qualche allucinazione visiva. Le diottrie lentamente mi abbandonano, e allora non mi resta che annusare l’aria per andar dietro alle mie cose.
L’odore del riso mi dice a che punto è la cottura, e l’odore della lavanda quanto tempo è passato dall’ultima volta.

 
 
 

L'amour

Post n°225 pubblicato il 20 Dicembre 2009 da le_corps

Avevo speso euro 27 di carne speziata locale. Il cartoccio, caldo caldo, lo tenevo tra le mani mentre lui guidava con ai piedi ciabatte di gomma nera. Era estate, fine pomeriggio. Lui era in costume da bagno, un costume a mezza coscia, con una polo rosa-sbiadito sopra. Aveva guidato per cento chilometri in ciabatte e con un costume umidiccio addosso solo per venirmi a prendere e portarmi da lui, o meglio, a cena da una coppia di amici suoi, nella sua città e nella loro villa.
Era venuto a prendermi, avremmo cenato, e poi mi avrebbe riaccompagnata a casa.
Aveva guidato per cento chilometri e poi ne avrebbe fatti altri cento e poi cento ancora, solo per portarmi ad una cena. Ci teneva.
Aveva guidato in ciabatte col finestrino abbassato e la sigaretta appesa al labbro, aveva guidato col culo ancora bagnato perché non poteva aspettare, perché doveva arrivare il prima possibile, e abbagliarmi col suo sorriso.
Ero salita in macchina euforica, ma senza costume: lui mise il broncio perché nella villa c’era la piscina e avremmo potuto fare il bagno insieme (lui era stato in ammollo tutto il pomeriggio!).
Ma già scorgevo l’imbrunire, e c’erano cento chilometri da fare, e due persone nuove da incontrare (il suo migliore amico - il suo amico fraterno! - e la moglie) e non volevo mettermi in mutande già dalla prima volta.
Ma sì, ci saranno altre occasioni, e poi la villa è a loro disposizione tutto il mese, vedrai, è una villa immensa, con la piscina e il parco, vedrai, è proprio un villone, roba da ricchi – disse per dimenticare il broncio. Il broncio non gli si addiceva; il sorriso sì. Sorrideva in ogni circostanza, ed io ero così innamorata da ammirare estasiata la sua capacità di sorridere in ogni circostanza, nessuna esclusa, e per motivi diversi, se non opposti. Lui sorrideva sempre, e al sorriso abbinava quasi sempre una risata risatina o esplosione di riso. Ed io lo guardavo rapita, innamorata della sua giovialità.
Ero salita in macchina a mani vuote. Pensai che stavo andando ad una cena a mani vuote: gli feci notare il mio cruccio, e lui, pronto, mi suggerì il rimedio.
Avevamo appena lasciato la costa e imboccato la strada di ingresso al paese quando svoltò in accelerazione a sinistra cavalcò un marciapiede con le ruote anteriori e lì si piantò.
Macelleria Scannati dal 1922.
Sulla porta c’era una viavai di gente, le fettuccine di plastica della tendina di ingresso svolazzavano in avanti e indietro: entrava e usciva gente soddisfatta, con la sporta carica di manzi agnelli e vitelloni, di rognoni polli e fegatini, zampe di porco e teste di gallo. E, naturalmente, carne speziata locale, calda e piccante, morbida e croccante.
Mi sembrò un ottimo rimedio, per me per la cena e soprattutto per lui. Al solo pensiero di poter addentare quella buonissima carne speziata andava in sollucheri tanto che gli ultimi chilometri li aveva fatti in stato ipnotico, con le pupille dilatate e fisse, la bocca dischiusa e un fil di bava che si allungava sul colletto della polo rosa-sbiadito.
Pagai e uscii col mio cartoccio caldo tra le mani, contenta.
Quanto? - mi chiese lui.
Non preoccuparti, è solo argent! - cinguettai io.
Lui mi sorrise, indulgente.
Volevo dire quanti chili – precisò.
Ma non importava! Sganciò il freno a mano, e subito sgommò.
Ero innamorata di lui, il suo appetito mi commuoveva, dargli da mangiare mi inorgogliva.
Inoltre stavo per conoscere il suo migliore amico, il suo punto di riferimento professionale e affettivo, la sua memoria storica!
Il sole s’appressava alle montagne, il cielo era metà blu metà rosa con al centro un filo rosso di fuoco. Ed io ero tanto innamorata.
I
l vialetto ghiaioso ci portò ad una villa di solida geometria; da fuori:una composizione di cubiche volumetrie, moduli a incastro, linee rette e spigolosità; entrando: uno spazio disarticolato, su più livelli, un cromatismo bianco nero esasperato, e una cucina ahimè scomoda e disfunzionale. E corridoi inutili e vetrate scorrevoli ovunque. E poi bagni vetusti e arredamento consunto, e una patina di fasto e di gusto, ormai passati, a ricoprire il tutto.
Il vialetto ci aveva condotti ad una fatiscente villa anni Settanta, ma ero tanto innamorata, e pensai: una villa demodée! 
C’era la piscina, e tutt’intorno un giardino inselvatichito.
Depositai il mio cartoccio fumante e piccante su una superficie bianco laccata, e sorrisi.

L. stava affettando dei peperoni, mi proposi di aiutarla.
G., il marito, l’amico fraterno!, parlava al cellulare e mi fece un cenno di saluto con la mano tolta dalla tasca dei bermuda.
Il mio amato in mutande sgattaiolò dalla cucina attraverso una vetrata scorrevole, calpestò l’erba fino alla piscina, lanciò le ciabatte in aria e si lanciò, polo compresa.
Il sole s’era portato il filo rosso dietro le montagne. L’aria sapeva di fresco, l’acqua anche. Ed io affettavo peperoni sotto una luce bianca.
Dopo il tonfo, gli spruzzi e qualche bracciata, il mio amato riemerse sull’erba, tutto fradicio e tremante. Un pulcino intirizzito che tutto si stringeva a sé per placare i brividi. E mentre li placava, sorrideva, mi sorrideva, ed io lo guardavo, al di qua della vetrata scorrevole col coltello sul tagliere, e pensai: che cogl… che tipo naif, il mio amore!
Ero tanto innamorata.
Lo vidi correre in una stanza, gocciante e ciabattante.
Quando tornò, aveva indosso una polo asciutta color prugna e un costume anch’esso asciutto, ma asciutto prima del lavaggio perché un rigo di salsedine lo attraversava a metà.
Quando tornò, io affettavo ancora peperoni; lui mi strappò d’impeto al tagliere e tutto emozionato bisbigliò: facciamo un giro in giardino?
L. ci vide uscire senza protestare, prese il coltello e continuò ad affettare.
Il giardino era un lembo di terra brulla con qualche cespuglio verde spelacchiato ma resistente, e ciottoli sparsi; il lembo di terra brulla girava intorno alla villa, e lui ci teneva a farmi fare un giro intorno alla villa.
Fa freschino, disse lui sorridendo, meno male che avevo il costume del mare! – e calciò una pigna secolare. Poi si fermò, mugugnò qualcosa, e mi spinse contro il muro. Il muro mi raschiava le braccia ma non dissi nulla, accecata dal biancore dei suoi denti: mi mostrava la chiostra per compiacimento e soddisfazione, lo faceva sempre, ogni volta che, lo aveva fatto anche la prima volta ora che ricordo bene. Allora abbassai lo sguardo, e la vidi: la capoccia rosata del suo cazzo brunito faceva capolino dall’elastico del costume del mare: era sgusciata fuori e se ne stava ritta e gonfia per farsi ammirare in tutto il suo turgore, e un po’si dondolava per farsi meglio guardare bramare e acchiappare.
Sussurrai che non stava bene; protestai che non era il momento. Ma non era vero.
Difatti lui non capiva. Difatti lui non sentiva.
C’è del marcio, in questo posto, pensai.
Dalla mutanda del costume del mare esalarono prima odori marini: alghe putrefatte ammassate sulla battigia, pesci decomposti sulla riva; poi odori di mercato: il risciacquo di bancali e bilance a fine giornata, gli ingorghi di viscere nei canali di deflusso; quindi odori di pesce scongelato e ricongelato, di pesce irrimediabilmente scaduto, pesci senz’occhi che neanche l’ammoniaca avrebbe potuto salvare.
Pensai al tagliere abbandonato in cucina, a tutti i peperoni ancora da tagliare …
Mi feci guidare dal ricordo del loro afrore e abbandonai il retro della villa.
La capoccia rosata e semovente si appese all’elastico del costume del mare come delusa dal mancato riconoscimento: mise il broncio, ma solo per poco, pensando alle innumerevoli occasioni che il viaggio di ritorno le avrebbe riservato.
Sulla bocca di lui si mise un ghigno da anguilla astuta – il lucore di un godimento solo rinviato - e la capoccia del suo cazzo brunito tornò a rannicchiarsi nelle mutande del mare, al calduccio tra alghe putrescenti e pescetti avariati.
Nel tratto di giardino che mi conduceva alla cucina pensai – semplicemente – bidet!
Dopo tutto ero tanto innamorata, e il francese, si sa, è la lingua dell’amore.

 

 
 
 

Quattro dita nel naso

Post n°224 pubblicato il 01 Dicembre 2009 da le_corps

La bimba è stata messa in punizione, la bimba l’hanno chiusa sul balcone. L’hanno nascosta nel pozzo, nel secchio del pozzo; c’era una fune attaccata al secchio, una fune per scendere nel pozzo, ma qualcuno l’ha presa e se l’è messa in tasca: qualcuno se l’è presa, e ha portato via la fune.
La bimba è giù nel pozzo, la bimba è su sul balcone, messa in punizione senza una ragione.
La bimba ha gli occhi chiusi. Ha gli occhi chiusi e muove il naso: il naso non dà vertigine, il naso sente l’aria ma non vede l’alto e non vede il basso. Tutto quell’alto e tutto quel basso potrebbero spaventare, la bimba messa in punizione.
La bimba ha gli occhi chiusi e muove il naso, muove il naso e tiene le mani in grembo: è il posto più caldo il posto più sicuro che ha, il grembo; e con le mani si accarezza le mani tenendole strette, al caldo, al caldo del grembo.

 La bimba è sola. È sola e muove il naso in cerca di compagnia, di un odore di quando era bimba, bimba prima della punizione. Chiusa fuori e chiusa dentro senza una ragione. Ma la bimba fa la bimba, e si fida, e non chiede spiegazione. Non urla non piange, non si lamenta dal secchio giù nel pozzo né dall’angolo su sul balcone.

Aspetta. E nell’attesa tiene gli occhi chiusi perché sa che gli occhi ingannano, che si prenderebbero gioco di lei: le farebbero credere ciò che non è, le farebbero credere che ciò che lei vede è ciò che è. Così, le farebbero credere che potrebbe cadere che potrebbe non risalire, le farebbero credere che è senza scampo, nella trappola di un pericolo ineludibile; le farebbero vedere che è piccola con le sue mani piccole, che è sporca con i suoi piedi scalzi e ferita con le sua gambe tagliate: le farebbero credere che quello che vede è quello che è. Gli occhi sono ingannatori.

Allora lei li spegne, e annusa.
La bimba è sola col suo naso, in compagnia degli odori del suo naso: l’odore avvolgente del rosmarino e quello penetrante del legno marcio. Le sue narici si dilatano per catturare effluvi, tutti gli effluvi del pozzo e del balcone, e poi altri, più lontani, per catturare tutti gli effluvi del mondo, e tutti i ricordi passati tutti i ricordi futuri; le narici si aprono si tendono ma non riescono ad accoglierli tutti; allora lei stacca le sue piccole mani dal caldo del grembo e comincia a catturare effluvi con le mani: il naso indica le mani fermano, e con le dita inizia a filare fili di odori e con le dita e con i denti ad intrecciarli, li avviluppa gli uni agli altri, e sono tanti e sono lunghissimi.
Le sue piccole mani filano una treccia lunghissima che risale il pozzo. È una treccia resistente. La carrucola inizia a cigolare, il secchio barcolla, cif ciaf fa l’acqua del pozzo e saluta il secchio, che sale, sale su.
Le sue piccole mani filano una treccia morbidissima che arriva fino a terra. È una treccia persistente. Il vento inizia a sibilare, sibila una canzone di prima della punizione, e lei ride e ad occhi chiusi scivola, ma non vede il basso, e non vede l’alto.
Lei non vede: sente.
Sente l’odore della risalita e della discesa, sente l’odore di uno spazio aperto dove correre e cadere, dove cantare e tacere. Un odore che è impossibile a dirsi, un odore nuovo, insperato: l’odore di tutti gli odori del mondo.
Quello che non vedi è tutto quello che c’è da odorare – si disse la bimba, senza chiedersi se avesse un senso, un’altezza o una profondità. Se lo disse ad occhi chiusi, lei che era in punizione senza una ragione.

 



 

 
 
 

Quattro fuochi

Post n°223 pubblicato il 20 Ottobre 2009 da le_corps

Quattro fornelli accesi e nessuna pentola a scaldarsi. Quattro ghiere di fuoco o quattro girasoli, quattro luci. La sera è buia, il freddo è attaccato alle pareti, il pavimento è una lastra ghiacciata, le finestre si stringono a sé, le gambe delle sedie sono intirizzite, e i miei piedi pesanti come sassi. Sul tavolo vedo un piatto e un cucchiaio usati: sporco da incrostazione e odore di pasto lontano.
Il vicino mi ha offerto una stufa. Ha bussato alla porta, il campanello è senza suoneria: l’ho smontata.
Ha bussato alla porta senza accanimento, ha sussurrato il mio nome, quello inciso sulla porta: non è il mio.
Ho sentito che scaricava qualcosa in modo maldestro, qualcosa davanti alla mia porta senza zerbino: lo zerbino è all’interno. Qualcosa ha toccato il pavimento con un urto imprevisto, ho sentito il vicino che si schiariva la gola quasi a scusarsi che qualcosa gli era sfuggito di mano.
Doveva sentirsi davvero mortificato tanto che ha sceso le scale con cautela estrema, perché io non udissi un solo passo dei suoi. Non ho sentito la sua porta di casa chiudersi e, a dire il vero, nemmeno aprirsi.
Che fosse rimasto sul pianerottolo davanti alla mia porta l’ho escluso da subito. Conosco troppo bene il mio vicino, e questa è la mia unica certezza. A parte il freddo, certo.
L’unico rumore che sento è il frusciare delle fiamme: il mio respiro non disturba, buon segno. Nessun affanno, nessuna eccitazione. Il corpo è autosufficiente nell’ossigenarsi, tanto basta.
Porto una mano al naso: ghiacciato, ma per fortuna non cola.
Il naso che cola è proprio da mocciosa, da pianto immotivato, da fragilità strutturale. Da mancanza incolmabile. Il naso che cola può essere anche perfettamente asciutto: il carattere non dipende da un fazzoletto. Devo ricordarmi di dirlo a mia madre; devo ricordarmi anche di dirle un’altra cosa ma non ricordo cosa. I pensieri sono difficoltosi, sono come corde che sfuggono tra le mani, anzi no, come acqua e farina che chissà perché hanno deciso di respingersi, di non amalgamarsi. Il pensiero è un amalgama, e bisogna pensare perché i dolci riescano, perché le parole si leghino e le immagini si formino. Le mie immagini a volte sono come scarpe. Le scarpe, si sa, vanno a paia. Diciamo che riesco a trovare il paio giusto, scarpa con scarpa, ma poi manca il laccio; e, se c’è, o è troppo corto o basta per una sola scarpa, e quando io lo divido in due per darne un po’ all’una e un po’all’altra, ecco che è di nuovo troppo corto.
Se mi mettessi ad impastare ora, certo mi riscalderei, ma riuscirei solo ad aggrumare, cioè a dividere. Non riuscirei nemmeno ad accostare, a sovrapporre, a circondare, no, riuscirei solo a slegare, o ad aggrumare.
Una mia amica mi consigliava di sciogliere i grumi nel frullatore: funziona, diceva. Ma forse lei pensava a quei grumi accidentali, che si formano incautamente per troppo amore, per troppa cura o per troppa felicità. Quelli, sì, ci credo, ma se ora io mi mettessi a impastare a miscelare, a creare, farei dei grumi tanto grossi e grumosi da frustrare la frusta di qualunque frullatore.
Non ricordo a che ora il mio vicino ha bussato, cerco di fare uno sforzo, ma proprio non ricordo.
Di certo ha bussato, e poi c’è stato quel rumore metallico, di stufa. No, non sono una veggente, è bastato che mi chinassi a terra e infilassi gli occhi sotto la porta per vedere il cavo e la spina. Di una stufa, sì, di quelle piccole ma confortevoli. Una stufa elettrica, con presa tedesca e riduttore: il mio vicino è una persona previdente. È anche una persona di poche parole, ma prodiga di vagiti e sibili; qualche volta lo sento addirittura miagolare: no, non ha un gatto – che banalità!; qualche volta nitrisce pure, quindi? Un cavallo in soggiorno? No, è lui che diventa animale. E non lo fa solo con il suono della voce. Il suo verso è così pulito così vero che di sicuro lo accompagna con tutto il corpo: oltre al verso è capace anche del passo, ne sono sicura.
Il mio vicino è il mio unico dispensatore di sicurezze, di questi tempi. Con tutto il freddo che c’è, e questa nebbiolina.
Accendo i fuochi anche per quella, la nebbia; li accendo per diradarla, per aprire un varco nel suo ventre compatto, ma non sembra che funzioni. Ho la nebbia in casa, e non so perché. Non è il come ad essere importante ma il perché. No, non sono la stessa cosa. Il come è fisico, il perché è metafisico. E ancora non ricordo cos’altro dovevo ricordarmi di dire a mia madre, quando l’avessi sentita. Non ricordo nemmeno l’ultima volta che l’ho sentita, di sicuro prima della visita del vicino, ma di preciso non so. Non riesco a pensare molto, in questo periodo, ma dopo tutto quando si ha il problema della nebbia in casa come si fa? In questi casi la cosa migliore è aspettare. Che la nebbia sparisca, da sola. E quando si aspettano eventi di questo tipo, pensare non serve, pensare rovinerebbe l’attesa.
Essere autosufficienti nell’ossigenarsi: ecco la sola cosa di cui sincerarsi.

 
 
 
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