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Il bagno degli altri

Post n°1406 pubblicato il 13 Settembre 2016 da non.sono.io

Mi ha fatto sempre sorridere questa usanza che hanno gli ospiti di mostrarti casa la prima volta che ti invitano. Nella maggior parte dei casi abitano in appartamenti ridicoli con due stanzette, dove a malapena si respira, che loro ti indicano con l’orgoglio patetico che hanno tutti i poveri quando esibiscono le loro pochezze. Si sbracciano nell’indicarti i mobili fatti di cartone pressato, disegnati per arredare la cameretta di un bambino, passano fintamente distratti davanti a suppellettili ridicoli per attirare su di loro l’attenzione e descriverli nei loro minimi particolari, dando per scontato il tuo interesse. Alla fine del giretto delle quattro pareti, si giocano il piatto forte, quello che li convinse a firmare per il mutuo trentennale a tasso fisso e vita variabile. Di solito è un balcone, con le immancabili piantine di basilico, o peperoncino, confinanti con uno stendino mezzo arrugginito che occupa la metà dello spazio. La vista consiste una fila di palazzi davanti a una tangenziale che si contende il panorama con la nebbia. L’uomo si spenderà in mille congetture per farti capire in che modo i suoi interventi sulle maioliche della cucina abbiano migliorato la vivibilità nella casa; la donna ti tirerà un braccio per potarti vicino alle tende che ha scelto in un negozio artigianale di un paesino di provincia toscano. Le tende, non si sa perché, sono sempre viola.
Fingo smisurato interesse, e mi dilungo a ribadire quanto bene abbiano fatto a comprare la casa, in questa zona, che secondo me è stato un affare, faccio loro i complimenti, mai esagerati. Basta ripetere quello che hanno detto loro, ma con più enfasi. Siccome sono anni che recito la parte, sono diventato molto bravo, e tutti rimangono molto soddisfatti nel constatare che io sembro più convinto di loro. Lo faccio per dare spazio al mio lato “umano”; gli faccio fare un giretto, come quando si portano i cani a pisciare.
Una volta che gli eghi degli ospiti smettono di sentirsi in pericolo, allora tutti si rilassano. La prova è superata, si può passare ad altro, di solito a qualcosa che ha a che fare col cibo o col bere. Quello è il momento in cui chiedo se posso andare in bagno. Anzi in verità non chiedo nulla, semplicemente dichiaro che vorrei lavarmi le mani, fingendo sintomatico dubbio nello scegliere una delle uniche tre porte presenti in casa. E’ la donna, sempre lei, a indicarmi la rotta, quando si tratta di bagni. Sono sicuro che la maggior parte di loro pensano: “Speriamo che non mi pisci di fuori”. Ma io non lo farò, semplicemente perché non cerco il bagno per usarlo.
Adoro i bagni degli altri perché più di tutto li rappresenta, e puoi conoscere cose incredibili sull’umanità quando li ispezioni. Iniziai da giovane, una volta che a casa di un compagno di scuola trovai dei vasi di fiori nel bidet. Fu come un’illuminazione. Sembrava una famiglia così normale, così comune, ed è meraviglioso scoprire la banalità della follia. Da allora ogni volta controllo il bagno degli altri. La prima cosa che faccio è lavarmi le mani. Mentre lo faccio cerco le macchie di calcare sul rubinetto, conto il numero e classifico l’origine dei peli appicciati alle pareti del lavandino, a volte nascosti a volte non troppo. Che molte persone pisciano nel lavandino, è una di quelle realtà che la società si nasconde, come il fatto che le coppie di lunga data non scopano più. Poi passo ad esaminare gli spazzolini, la loro pulizia e grado di consumazione. Apro il cestino dei rifiuti, dove c’è, e ne verifico il contenuto. Spesso ci trovo delle cose interessanti, tra le quali scatole di creme per le emorroidi, di lubrificanti vaginali, bustine di preservativi aperti, campioncini di prodotti per la ricrescita dei capelli. Mi asciugo le mani con la prima cosa che trovo, di solito un accappatoio, non so per quale motivo ma li preferisco. Vado a controllare gli angoli nascosti: sotto gli armadi, sopra le mensole, tra i barattoli di sapone, e ne verifico la quantità di polvere depositata, la consistenza di quel guano chimico che formano dopo un po’ i fluidi fuoriusciti dai flaconi. Mi affascina conoscere quali zone del bagno i padroni di casa considerino inutili, perché mi fa immaginare quali siano le loro normali abitudini quando entrano in questa stanza. La doccia me la lascio per ultima perché è la parte migliore, quella che di solito mi dà più soddisfazioni. Adoro le docce malandate, con le macchie di umidità intorno ai telefoni, osservare gli strati di calcare che ne otturano i forellini d’uscita, accarezzare le spugne logore e macchiate. In basso c’è sempre un tappetino di plastica, alcuni hanno forme di animali, e quasi tutti sono stampati con motivi orribili che ricordano l’Italia del dopoguerra. Intorno li incornicia una macchia nera di sporco non identificato, sedimentatosi negli anni come fossili modellati dalle ere. Il tempo a mia disposizione a quel punto finisce. Farò altre visite durante la serata, ma solo per fissarmi bene in mente i particolari.
Quando esco gli ospiti mi sorridono. Mi invitano a sedermi a tavola, che è pronto, e io mi dimostro entusiasta dei piatti, domando a proposito degli ingredienti, faccio i complimenti e prometto assunzioni di cuochi personali.
Poi inizio ad ispezionare le posate.

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Commenti al Post:
morganael
morganael il 13/09/16 alle 22:07 via WEB
ti si legge sempre con piacere fra l'altro ho pure io questo debole per i bagni ( in particolare quelli dei locali )
 
 
non.sono.io
non.sono.io il 19/09/16 alle 21:22 via WEB
Quelli dei locali è pura perversione
 
Utente non iscritto alla Community di Libero
Vito il 27/11/16 alle 03:00 via WEB
Nel 1996 i Powerillusi hanno inciso una canzone intitolata "Il bagno degli altri" nel loro secondo album "Qualcuno ci spieghi il jazz" che racconta le stesse cose, compreso l'asciugarsi le mani sull'accappatoio.
 
 
non.sono.io
non.sono.io il 29/11/16 alle 21:16 via WEB
Sì sì, ho capito.
 
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