Creato da maryrose.ms il 14/05/2008

CONTROESODO

BREVI PAUSE PER RIPRENDERE FIATO

 

 

UN CUORE DI CARNE

Post n°90 pubblicato il 23 Ottobre 2008 da maryrose.ms
 





Sulla
Sindone è raffigurato un uomo. Il suo sangue è rosso, come quello di
tutti. Il suo sangue è del gruppo AB, come quello di molti. Il suo
sangue è uscito da un corpo ancora vivo, tranne quello sgorgato dal suo
cuore, squarciato da una lama quando lui era già morto. Il suo cuore
batteva come il nostro. Il suo cuore si è fermato per il troppo dolore.
Il suo cuore era un cuore di carne. C'è che sostiene che quello sia il
cuore di Dio: il cuore dell'Incarnazione. Il cuore nato nel grembo di
Maria.


E
se fosse vero? Se potessimo davvero contemplare nella Sindone il sangue
di Dio? L'immagine del suo corpo, per quanto straordinaria e
meravigliosa, rimane un'immagine, ma il sangue è proprio lì, sul telo:
sangue umano che potrebbe essere sangue divino. Il sangue della
Passione e della Morte di Gesù. Lo stesso sangue dell'Eucaristia,
diversa specie ma stessa sostanza, versato per noi "in remissione dei
peccati". Il sangue dell'Alleanza nuova ed eterna, il sangue dell'amore
di Dio, il sangue custode del cuore di Dio.


"Vi
darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò
dalla vostra carne il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.
Porrò il mio Spirito dentro di voi" (Ez 36,26-27). L'ha promesso e l'ha
fatto: ecco il nostro "cuore nuovo": il cuore redento dall'amore, il
cuore che davanti ad un'immagine sbiadita ama e piange, patisce e
compatisce; ecco il cuore commosso davanti alla sofferenza; ecco il
cuore che "ben conosce il patire" dell' "uomo dei dolori"; ecco il
cuore colmo di gratitudine perché sa che "dalle sue piaghe siamo stati
guariti". Ecco il cuore sapiente che non vede un criminale crocifisso,
ma la maestà di un Dio risorto. Ed è anche un cuore prudente, come
quello della Chiesa, che vede nella Sindone una mirabile
rappresentazione della Passione, della Morte e della Risurrezione di
Cristo ma lascia alla scienza il compito di sviscerarne i segreti e
valutarne l'autenticità.


La
Sindone, icona della Passione di Cristo e della sofferenza di ogni uomo
è, in questi giorni, ospitata nella nella mia parrocchia. Non si tratta
ovviamente dell'originale, ma di una copia a grandezza naturale, pezzo
forte di una mostra sul misterioso lenzuolo che la tradizione vuole
abbia avvolto il corpo di Gesù nel sepolcro. Accompagna la mostra, con
una serie di conferenze, il Professor Bruno Barberis, Direttore del Centro Internazionale di Sindonologia di Torino e esperto di fama mondiale.


Che
questi giorni ci aiutino a riscoprire il cuore nuovo che ci è stato
donato dall'amore di Dio: quell'immagine ci insegni di nuovo ad amare,
a confortare, a meditare sulla sofferenza umana e sul suo potere di
redenzione, imparando così ad abbracciarla, in noi e negli altri.

Maturin

Grazie a Ambricourt




 
 
 

GLI ORCHI

Post n°89 pubblicato il 22 Ottobre 2008 da maryrose.ms
 
Tag: Mostri




http://www.thrivingandhome.com/orco.jpg

LA MANO ADUNCA DEI PEDOFILI
  SIAMO IN UN PAESE DOVE GLI ORCHI SI MUOVONO AGILMENTE

 DAVIDE RONDONI

I

bambini sono le nostre vittime. Siamo in un mondo dove i bambini
vengono violati. Tra un mese a Rio de Janeiro si terrà una grande
conferenza mondiale voluta dall' Unicef e da altre organizzazioni sul
tema dello sfruttamento sessuale dei minori. A Roma ne hanno parlato
ieri in un seminario dedicato al tema. I dati fanno impressione. Il
fenomeno­ complesso e non di facile rilevazione. L'orrore ha molte
facce, molti tentacoli. Il fenomeno della pedopornografia e pedofilia
virtuale si mescola velenosamente sempre con reati che virtuali non
sono per nulla, e con traumi e drammi realissimi. Nel mondo, come si
sa, la tratta dei nuovi schiavi­ un business in espansione. Quasi tre
milioni di persone, secondo le Nazioni Unite sono vittime della tratta.
L'80% di questi sono bambini. Molti finiscono poi nel giro dello
sfruttamento sessuale. E si stima che siano molte decine di migliaia i
bambini che nei paesi meta dell'imponente fenomeno del turismo sessuale
cadono sotto le grinfie di questa categoria di orchi in viaggio, molti
dei quali italiani. In Italia, del resto, sono oltre 400 i reati legati
alla pedofilia denunciati nel 2006, e ben 11.769 i siti attivi nel
nostro paese rilevati come pedofili. La mano adunca e tremenda dei
pedofili può pure contare sullo spalleggiamento di campagne
apparentemente innocue dedicate alla tenerezza verso i bimbi e verso i
minori. I fenomeni di ineducazione e di miseria favoriscono in molti
luoghi trattamenti crudeli verso i più piccoli. Ma come può un adulto
piegare alla propria voglia oscura un minore? Come­ è possibile che non
ci si fermi, che non si opponga al montare ignobile di un desiderio
infame, il tremore di un rispetto, il dubbio di un rimorso? Da che
forza nera si lasciano impadronire questi sfruttatori? Malati, si dice.
Ma è ­troppo poco, o troppo semplice. Perchè questa è  ­una malattia
dell'anima, non un handicap congenito. E le dimensioni del fenomeno
indicano che la malattia­ è in espansione. Ci sono motivi culturali e
sociali. In Italia, dicono gli esperti, ci sono le leggi giuste per
perseguitare i reati. E molto viene fatto. Può e deve aumentare la
collaborazione tra i vari organismi. E soprattutto deve crescere
l'attenzione sociale e culturale al fenomeno.
  Ogni tanto, la
cronaca ci desta dal torpore. Come nel caso del ragazzino di otto anni
sorpreso ieri a spacciare per conto del nonno a Palermo. Si devono
colpire i singoli casi, ma l'emergenza educativa di cui si parla spesso
anche nel nostro paese indica che la priorità di costituire luoghi di
riferimento scolastici e no, per i minori e le loro famiglie­ è una
priorità sociale. Un paese dove è ­debole la rete di luoghi attenti
allo sviluppo dei minori­, un paese dove gli orchi possono muoversi
meglio. Alla guerra - che di questo si tratta - sul fronte poliziesco
si deve affiancare una guerra combattuta dallo Stato e dai soggetti
privati e pubblici sul fronte della costruzione di luoghi educativi che
servano i minori e gli adolescenti. Pensando a quanti soldi ed energie
gli enti pubblici e spesso anche i privati investono per manifestazioni
o faccende di poca durata, viene da chiedersi se non ci si stia
concentrando su fronti meno importanti, mentre alle nostre spalle
divampa l'incendio e l'attacco che stermina. La guerra va combattuta
cercando di capire quali sono i fronti importanti, magari quelli di cui
si parla poco sui media. Da tempo scrivo che la bomba su cui siamo
seduti, più ancora che la crisi economica o le querelle della politica,
sono i nostri ragazzini. La bomba­ quella che si agita nei loro occhi,
e nei loro corpi. Guardare, capire il fenomeno­ è una prima urgente
responsabilità. Così che oltre a fermare la mano con l'artiglio che si
alza sui nostri bambini, si possa togliere forza alle mani che hanno la
tentazione di alzarsi.

Fonte    Avvenire


 
 
 

NON ABBANDONARE

Post n°88 pubblicato il 20 Ottobre 2008 da maryrose.ms
 




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Il
Papa: "Non abbandonare il paziente inguaribile, ma umanizzare la
medicina rispettando il malato e favorendo con lui un'alleanza
terapeutica"


UDIENZA AI PARTECIPANTI AL 110° CONGRESSO NAZIONALE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI CHIRURGIA, 20.10.2008

Alle
ore 12 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico
Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i partecipanti
al 110° Congresso nazionale della Società Italiana di Chirurgia e
rivolge loro il discorso che riportiamo di seguito:


DISCORSO DEL SANTO PADRE

Illustri Signori,
gentili Signore
,


sono lieto di accogliervi in questa speciale Udienza, che si svolge in
occasione del Congresso Nazionale della Società Italiana di Chirurgia.
Rivolgo a tutti e a ciascuno il mio saluto cordiale, riservando una
speciale parola di ringraziamento al Prof. Gennaro Nuzzo per le parole
con cui ha espresso i comuni sentimenti ed ha illustrato i lavori del
Congresso, che vertono su un tema di fondamentale importanza. Al centro
del vostro Congresso Nazionale vi è infatti questa promettente e
impegnativa dichiarazione: "Per una chirurgia nel rispetto del malato".


A ragione si parla oggi, in un tempo di grande progresso tecnologico,
della necessità di umanizzare la medicina, sviluppando quei tratti del
comportamento medico che meglio rispondono alla dignità della persona
malata a cui si presta servizio. La specifica missione che qualifica la
vostra professione medica e chirurgica è costituita dal perseguimento
di tre obiettivi: guarire la persona malata o almeno cercare di
incidere in maniera efficace sull'evoluzione della malattia; alleviare
i sintomi dolorosi che la accompagnano, soprattutto quando è in fase
avanzata; prendersi cura della persona malata in tutte le sue umane
aspettative.

Nel passato spesso ci si accontentava di
alleviare la sofferenza della persona malata, non potendo arrestare il
decorso del male e ancor meno guarirlo. Nel secolo scorso gli sviluppi
della scienza e della tecnica chirurgica hanno consentito di
intervenire con crescente successo nella vicenda del malato
.


Così la guarigione, che precedentemente in molti casi era solo una
possibilità marginale, oggi è una prospettiva normalmente realizzabile,
al punto da richiamare su di sé l'attenzione quasi esclusiva della
medicina contemporanea. Un nuovo rischio, però, nasce da questa
impostazione: quello di abbandonare il paziente nel momento in cui si
avverte l'impossibilità di ottenere risultati apprezzabili. Resta vero,
invece, che, se anche la guarigione non è più prospettabile, si può
ancora fare molto per il malato: se ne può alleviare la sofferenza,
soprattutto lo si può accompagnare nel suo cammino, migliorandone in
quanto possibile la qualità di vita
.

Non è cosa da
sottovalutare, perché ogni singolo paziente, anche quello inguaribile,
porta con sé un valore incondizionato, una dignità da onorare, che
costituisce il fondamento ineludibile di ogni agire medico. Il rispetto
della dignità umana, infatti, esige il rispetto incondizionato di ogni
singolo essere umano, nato o non nato, sano o malato, in qualunque
condizione esso si trovi.


In questa prospettiva,
acquista rilevanza primaria la relazione di mutua fiducia che si
instaura tra medico e paziente. Grazie a tale rapporto di fiducia il
medico, ascoltando il paziente, può ricostruire la sua storia clinica e
capire come egli vive la sua malattia. E' ancora nel contesto di questa
relazione che, sulla base della stima reciproca e della condivisione
degli obiettivi realistici da perseguire, può essere definito il piano
terapeutico: un piano che può portare ad arditi interventi salvavita
oppure alla decisione di accontentarsi dei mezzi ordinari che la
medicina offre.


Quanto il medico comunica al
paziente direttamente o indirettamente, in modo verbale o non verbale,
sviluppa un notevole influsso su di lui: può motivarlo, sostenerlo,
mobilitarne e persino potenziarne le risorse fisiche e mentali, o, al
contrario, può indebolirne e frustrarne gli sforzi e, in questo modo,
ridurre la stessa efficacia dei trattamenti praticati. Ciò a cui si
deve mirare è una vera alleanza terapeutica col paziente, facendo leva
su quella specifica razionalità clinica che consente al medico di
scorgere le modalità di comunicazione più adeguate al singolo paziente.



Tale strategia comunicativa mirerà soprattutto a sostenere, pur nel
rispetto della verità dei fatti, la speranza, elemento essenziale del
contesto terapeutico. E' bene non dimenticare mai che sono proprio
queste qualità umane che, oltre alla competenza professionale in senso
stretto, il paziente apprezza nel medico. Egli vuole essere
guardato con benevolenza, non solo esaminato; vuole essere ascoltato,
non solo sottoposto a diagnosi sofisticate; vuole percepire con
sicurezza di essere nella mente e nel cuore del medico che lo cura
.


Anche l'insistenza con cui oggi si pone in risalto l'autonomia
individuale del paziente deve essere orientata a promuovere un
approccio al malato che giustamente lo consideri non antagonista, ma
collaboratore attivo e responsabile del trattamento terapeutico.
Bisogna guardare con sospetto qualsiasi tentativo di intromissione
dall'esterno in questo delicato rapporto medico-paziente. Da una parte,
è innegabile che si debba rispettare l'autodeterminazione del paziente,
senza dimenticare però che l'esaltazione individualistica
dell'autonomia finisce per portare ad una lettura non realistica, e
certamente impoverita, della realtà umana.

Dall'altra, la
responsabilità professionale del medico deve portarlo a proporre un
trattamento che miri al vero bene del paziente, nella consapevolezza
che la sua specifica competenza lo mette in grado in genere di valutare
la situazione meglio che non il paziente stesso.

La malattia,
d'altro canto, si manifesta all'interno di una precisa storia umana e
si proietta sul futuro del paziente e del suo ambiente familiare. Nei
contesti altamente tecnologizzati dell'odierna società, il paziente
rischia di essere in qualche misura "cosificato". Egli si ritrova
infatti dominato da regole e pratiche che sono spesso completamente
estranee al suo modo di essere. In nome delle esigenze della scienza,
della tecnica e dell'organizzazione dell'assistenza sanitaria, il suo
abituale stile di vita risulta stravolto. E' invece molto importante
non estromettere dalla relazione terapeutica il contesto esistenziale
del paziente, in particolare la sua famiglia. Per questo occorre
promuovere il senso di responsabilità dei familiari nei confronti del
loro congiunto: è un elemento importante per evitare l'ulteriore
alienazione che questi, quasi inevitabilmente, subisce se affidato ad
una medicina altamente tecnologizzata, ma priva di una sufficiente
vibrazione umana
.

Su di voi, dunque, cari chirurghi, grava
in misura rilevante la responsabilità di offrire una chirurgia
veramente rispettosa della persona del malato. E' un compito in sé
affascinante, ma anche molto impegnativo. Il Papa, proprio per la sua
missione di Pastore, vi è vicino e vi sostiene con la sua preghiera.
Con questi sentimenti, augurandovi ogni migliore successo nel vostro
lavoro, volentieri imparto a voi ed ai vostri cari l'Apostolica
Benedizione.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

fonte Il Magistero di Benedetto XVI


 
 
 

ANIME IN PENA

Post n°87 pubblicato il 18 Ottobre 2008 da maryrose.ms
 




 http://it.geocities.com/fatafosca/fish_bowl.gif


QUANTE ANIME IN PENA CHE BRANCOLANO CIECHE NELLA RETE
 Il mistero fascinoso dei rapporti veri. Rischiosa perdita dei giovani d'oggi

 GIULIA GALEOTTI

 Q
ualche
settimana fa, una mia coetanea trentenne che lavora in Libano, si è
resa conto con stupore che Facebook, moda dilagante tra i giovani
locali,è in realt­à popolarissima anche in Italia ( e non solo). Le si
è ­aperto un mondo: anche lei racconta entusiasta degli amichetti
d'asilo ritrovati, del compagno di banco riemerso, di conoscenti
lontani che ora, grazie ad un semplice clic, sono nuovamente presenti.
Nemmeno questo ennesimo spot, però,­è riuscito a commuovermi: proprio
non mi attira questo Facebook ( sul sito si legge:­Ti permette di
aprire e
condividere il tuo mondo con gli altri) . Non
sono – o almeno credo – una persona che rifiuta la modernità, ancorata
ad un mondo che non c'è più: ho il telefonino, uso la fotocamera
digitale, passo molta parte del mio tempo connessa al computer, e,
soprattutto, sono entusiasta di tanti ritrovati tecnologici. Trovo,
però, che vi sia qualcosa di un po' singolare nel fatto che tante
persone passino il loro tempo investendo nella presentazione sociale di
sè tramite una pagina web, e che questo venga fatto fuori dal contesto
di lavoro ma nell'ambito del tempo libero, del tempo dedicato a se
stessi.
  Scambiarsi foto, racconti e commenti, aggiornarsi sulla propria vita, condividere gioie e paure,
dolori
e sogni­, credo, l'essenza dell'amicizia. Davvero può aver senso
trasporre tutto questo ( o anche solo una buona parte di esso) sullo
schermo di un computer? Qual è il significato della scelta di mettersi
in relazione con i propri amici in una vetrina mediatica, mentre li
potresti – che so – semplicemente vedere di persona, magari davanti a
un'obsoleta birra?
  D'altro canto, non comprendo bene nemmeno la
smania di ritrovare persone del passato: la vita va avanti, si evolve
anche nei rapporti umani, con alcune relazioni che si chiudono, altri
legami che persistono, certi volti che – semplicemente – si perdono...

  Questa smania di cliccare per riaprire pagine della propria vita ha
un che di eccessivo, una sorta di smania bulimica di tenere tutti
sempre con sè, finendo per azzerare tempo e sentimenti. Come non vedere
il ridicolo di tanti trentenni ( ma anche quarantenni, e oltre) che
comunicano entusiasti in un linguaggio e con discorsi da sedicenni?
Tutto questo fa riflettere nella misura in cui, trovo, sta rischiando
di slittare il significato dei gesti in sè. Non sembra n
è
lontano nè difficile ( sempre che non sia già accaduto) che le persone
finiscano con l'auto- percepirsi come il risultato di ciò che mettono
on- line, del falsato modo in cui scelgono di presentarsi ( e,
specularmente, che percepiscano gli altri nello stesso modo).
Certo,­una scelta più comoda:­è faticoso vivere e, prima ancora,
autopercepirsi come il frutto di una complessa rete di relazioni
sociali che si intersecano con la nostra individualità. Fatto sta che,
inizialmente, la mia era solo una repulsione istintiva. Quando, però,­è
scattata la soglia del decimo amico che mi ha detto di aver cercato di
mettersi in contatto con me su Facebook, finendo poi con l'accorgersi
che non ero io ma un'omonima, mi sono rammaricata davvero. Mi turba un
po' l'immagine di tutte queste anime in pena che brancolano cieche
nella Rete. Ed è ­un po' triste avvertire un rischio che la mia
generazioni pare non vedere, quello cioè di stare avviandoci lentamente
verso l'abdicazione del mistero affascinante dei rapporti che, lontani
dalle immagini e da una tastiera, nascono, si sviluppano e, perchè no,
a volte naufragano.
Fonte Avvenire




 
 
 

LETTERA APERTA

Post n°86 pubblicato il 14 Ottobre 2008 da maryrose.ms
 



LETTERA APERTA





Una
lettera aperta della Compagnia delle Opere a Eugenio Scalfari, che ha
sputato ancora una volta il suo veleno. Secondo il mio modestissimo
parere, è il solito livore, malamente celato, della lotta di classe,
perchè lui, lo Scalfari, si crede un Illuminato, ma non si accorge che
non fa luce neanche a se stesso. Non valeva neanche la pena di parlare
di quello che ha detto il "vate"; ma non si può sempre tacere e
abbozzare. S'informino bene, e guardino altrettanto bene quello che la
gente-gente vive e opera nella realtà, e non dalla scrivania di un
giornaletto provinciale, ma così provinciale che...

Milano, lunedì 13 ottobre 2008

 

Citando
il premio Nobel Alexis Carrel "Poca osservazione e molto ragionamento
conducono all'errore, molta osservazione e poco ragionamento conducono
alla verità", Compagnia delle Opere di Milano con questa lettera aperta
desidera sfidare Eugenio Scalfari su una cosa semplice e cara a tutti
noi: la realtà. Perché prima di giudicare bisogna necessariamente
conoscere.

In riferimento a quanto
dichiarato da Scalfari e riportato su La Repubblica Ed. Milano di oggi,
invitiamo lo stesso Scalfari a venire a conoscere e a incontrare
personalmente la realtà di Compagnia delle Opere. Una realtà, appunto,
quotidianamente al lavoro con imprenditori e lavoratori, per aiutarli
ad affrontare i problemi quotidiani della vita: gestione finanziaria,
fisco, servizi bancari e assicurativi, sviluppo delle imprese, servizio
al lavoro e formazione professionale per disoccupati ed emarginati.
Un'attività che è parte integrante e fondamentale della realizzazione
del principio di sussidiarietà, inteso come decisione a
"progettare e costruire da sé, in piena autonomia, la risposta ai
propri bisogni ed ai propri desideri"."Un criterio ideale,
un'amicizia operativa" è la frase che racchiude l'essenza della
modalità d'azione che caratterizza ogni attività di Compagnia delle
Opere come insieme di persone che operano, collaborando, nella società
civile ed economica.

Rappresentiamo
i nostri soci attraverso le attività dell'associazione e, come tutte le
altre organizzazioni imprenditoriali, attraverso la partecipazione alla
Camera di Commercio di Milano. Nel costruire le nostre iniziative
puntiamo costantemente ad essere aperti a tutti i fattori della realtà,
rifacendoci così a quella tradizione dell'illuminismo milanese che ha
alimentato la tradizione del riformismo laico, socialista e cattolico.

Invitiamo
caldamente Eugenio Scalfari a visitare personalmente le nostre sedi e
le nostre realtà imprenditoriali, sociali e no-profit, per fargli
osservare quello che per noi è un contributo valido, seppur sempre
migliorabile, al bene comune della città, della regione e di tutto il
Paese.

Riteniamo che la realtà
possa far cambiare idea e dunque confidiamo che Scalfari avrà l'onesta
intellettuale di vederci in tutt'altri termini.

Avrà Scalfari il coraggio di confrontarsi? Se sì, lo aspettiamo.

 

Massimo Ferlini, Presidente Compagnia delle Opere Milano e Provincia

 

Antonio Intiglietta, Coordinatore Comitato Direttivo Federazione CdO Lombardia

Da Il Sussidiario http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=7066

 
 
 

MONEY

Post n°85 pubblicato il 09 Ottobre 2008 da maryrose.ms
 
Tag: Economy





http://calabria.indymedia.org/attachments/may2008/money.jpg

Forse
non sto tanto bene...Da qualche giorno mi frulla in testa una vecchia
canzone, che fa "Ma cosè questa crisi? paraparapappappà..."

 

Nei
vari Tg, nazionali e privati, sento di continuo che si sono bruciati
migliaia di centinaia di miliardi di soldi. Mi figuro che sia un bel
malloppo! Peserà anche molto...Chissà quanti operai ci sono voluti per
l’impresa...Bhè, almeno diminuisce la disoccupazione.

Che
mezzi avranno usato per il trasporto? Per le banconote il problema è
minimo, ne avranno fatte delle balle; ma le monetine? ...azzo, se
pesano!

Quanti dilemmi titillano la mia mente...

Ma poi, di chi erano tutti questi soldi? Al proprietario gli sarà venuto un infarto...Almeno un po’ di magone sì, dai...

Ma
soprattutto: dove avranno fatto la pira di “Quell’orrendo foco”? Li
avranno bruciati nell’Etna? Nel Vesuvio no, è disattivato...

Secondo me li avranno distrutti insieme ai rifiuti della Campania!

Ma un sottile, satanico dubbio mi dice che li avranno sparati nello spazio!

Quando le acque si saranno calmate si potranno sempre recuperare, no?

Bhè, certo ci potrà essere qualche guerriglia, nel recupero, ma insomma...Heeee, così va il mondo! Transit gloria mundi...

 
 
 

VIRTUALE E REALE

Post n°84 pubblicato il 08 Ottobre 2008 da maryrose.ms
 

 

Intervista ad Antonio Socci

mercoledì 8 ottobre 2008

«Sulla
sabbia costruisce chi costruisce solo sulle cose visibili e tangibili,
sul successo, sulla carriera, sui soldi. Apparentemente queste sono le
vere realtà. Ma tutto questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel
crollo delle grandi banche: questi soldi scompaiono, sono niente».
Erano parole non scritte nel discorso; eppure Benedetto XVI,
introducendo i lavori del Sinodo dei Vescovi, ha voluto inserire,
improvvisando, questo passaggio sulla stringente attualità della crisi
finanziaria, che proprio lunedì, mentre il Papa parlava, stava vivendo
uno dei giorni più bui. Un riferimento brevissimo, quasi «fulmineo», ma
che è bastato, secondo Antonio Socci, per esprime «un giudizio
culturale dirompente».

 

Socci, qual è la portata culturale di queste brevi parole che il Papa ha voluto dedicare al tema dell'attuale crisi finanziaria?

 

Il
giudizio espresso dal Papa colpisce innanzitutto per la fulmineità: in
poche e quasi scarne parole ha espresso un concetto che per semplicità
di sguardo si impone al buon senso comune, ma al tempo stesso ne
rovescia i criteri. Si tratta cioè di uno sguardo sulla realtà che è in
qualche modo rivelativo, tipico della tradizione cristiana. Ciò che il
Santo Padre ha fatto comprendere è che, sia nella prosperità che nelle
circostanze nefaste, tutto passa, e l'unica cosa che resta è il
rapporto con Cristo. Questo fa impressione, perché anche chi non è
cristiano percepisce l'effimero della vita, il lato per così dire
"leopardiano" dell'esistenza. È quindi un giudizio che magari può
irritare o far polemizzare, ma va a cogliere una cosa che tutti possono
constatare.

 

In cosa allora questo giudizio si differenzia dal normale "senso comune"?

 

La
cosa positiva è il fatto che quello del Papa non è il grido disperato
del nichilista, per cui tutto passa e quindi non vale la pena vivere;
tutto passa, dice Benedetto XVI, ma una cosa resta, e quello che resta
è la roccia, è Cristo. Questo libera dalla schiavitù delle circostanze,
della storia e della cronaca, che sbattono le persone qua e là, come
foglie al vento. È l'origine di una grande liberazione, perché indica
qual è l'ancora grazie alla quale l'io può trovare la propria
consistenza. Nel piccolo di una breve affermazione, emerge dunque un
giudizio culturale dirompente. Nessuno può indicare una sola cosa al
mondo che resta; ma questa rimane una constatazione con cui solitamente
non si fanno i conti, se non in termini nichilisti, come invito al carpe diem.

 

Benedetto
XVI non è il primo che rileva la profonda spaccatura culturale che
questa crisi finanziaria sta aprendo. Qualche giorno fa, sul Corriere della Sera,
André Glucksmann ipotizzava addirittura la fine del post-moderno, con
la sua ideologia secondo cui «una cosa diventa vera per il solo fatto
che la diciamo»: cosa ne pensa di questo giudizio?

 

Direi
che è troppo bello per essere vero. Non credo che questa crisi possa
portare alla fine di questa ideologia. Certo, sarebbe bello se si
arrivasse al superamento di una concezione della vita come pura
virtualità. Ma il vero problema è che questa virtualità in cui noi
tutti viviamo, prima che nell'economia – che pure ne è la struttura
portante – si manifesta soprattutto nel circo mediatico: televisioni,
internet, giornali. E questo mondo non è in crisi, e continuerà a
dominare le nostre esistenze. Tutti viviamo in questo surrealismo di
massa.

 

"Surrealismo di massa" è una strana espressione: che cosa significa?

 

Franco
Fortini, in una bellissima introduzione a un libro sui poeti
surrealisti francesi, diceva che la situazione in cui vivono
soprattutto i giovani è proprio questo surrealismo di massa. Quello che
negli anni Venti-Trenta era l'esperienza di alcune élites – si pensi ad
esempio alla dimensione delle droghe – è diventata una situazione di
massa. È la peste del nostro tempo, e gli effetti di questo li vediamo
noi stessi nella fatica che facciamo nel ricapitolare i termini esatti
della nostra esperienza. Parlando con qualcuno, soprattutto con i
giovani (ma anche con gli adulti), basta chiedere un'opinione su una
cosa qualsiasi: rispondendo esprimono uno sdoppiamento forte tra quello
che pensano e quella che è la loro esperienza. Mentre la loro
esperienza dice una cosa, la loro testa ne dice un'altra, proprio
perché la testa è imbottita di questo mondo virtuale.

 

Se è la caratteristica fondamentale del mondo in cui tutti viviamo, significa che questa condizione riguarda anche i cristiani.

 

Questa
è la mentalità dominante, è l'aria in cui tutti noi viviamo, anche i
cristiani. Il cardinale Ratzinger, in un libro su Origene, disse che le
"potenze dell'aria" di una volta, cioè le divinità pagane, ora non sono
altro che l'opinione pubblica. I nostri figli ci nascono, e noi pure ci
siamo dentro completamente. Questo effettivamente rende difficile anche
vivere l'esperienza cristiana e fare un cammino. Poi ci sono momenti in
cui la realtà butta in faccia tutto, e si torna a toccare terra coi
piedi e a riaprire gli occhi; poi però immediatamente si ritorna alla
tentazione di costruire un'identità fittizia o di fuggire in altri
mondi. È un meccanismo molto complesso e difficilmente scardinabile. E
questo accade anche perché l'uomo ha bisogno di fuggire: l'uomo
riconosce l'esperienza vera, la realtà vera soltanto quando questa si
presenta con un significato, con un ordine e con una sua bellezza.
Altrimenti l'uomo di per sé ha come un automatismo che lo porta a
fuggire, perché ha paura della morte e dell'effimero della vita, e non
può dire in maniera indolore, come se nulla fosse, che tutto passa e
tutto è niente.

 

Un
altro intervento significativo sul tema delle cause culturali della
crisi finanziaria è stato un recente editoriale del direttore di Repubblica
Ezio Mauro, in cui l'autore introduceva un'immagine significativa: il
broker per strada con lo scatolone in mano «esce dall'indistinto
virtuale del paesaggio elettronico per tornare ad essere una figura
sociale». Non si salta però il passaggio che quel broker era ed è,
prima che figura sociale, figura umana, persona?

 

Il
punto è che siamo sempre alla ricerca di identità, di categorie e di
schemi dentro cui collocare i fatti che accadono. Se si guarda
all'accadere in sé del fatto, se ne coglie la drammaticità, e questo
spaventa. Un conto è fare l'analisi sociologica, un conto è incontrare
la persona per strada che ti chiede di aiutarla. Rispetto all'immagine
del broker, mi viene in mente che il medesimo giudizio del Papa io l'ho
sentito dire una volta da don Giussani, in una circostanza esattamente
opposta. Ed è quella che illumina e fa capire ancora di più la profonda
verità delle parole di Benedetto XVI. Giussani parlava con persone a
lui vicine, in un momento di forte entusiasmo al termine di un Meeting
di Rimini andato particolarmente bene. Nel mezzo dell'entusiasmo lui se
ne uscì con una frase impressionante e vertiginosa: «tutto passa,
l'unica cosa che resta è il tuo faccia a faccia con Cristo». E questo è
anche il giudizio finale su tutta la nostra esistenza. Ma la cosa
veramente impressionante è che egli lo disse in circostanze opposte a
quelle attuali: quando tutto crolla questo è più evidente, ma il punto
è saperlo affermare quando tutto va a gonfie vele. Ed è questo che
permette di capire l'immenso valore di questo giudizio.

Fonte: Il Sussidiario -
Leggi il discorso di Benedetto XVI Leggi l'articolo di André Glucksmann
Leggi l'editoriale di Ezio Mauro Vai allo Speciale Crisi finanziaria

 
 
 

SEX

Post n°83 pubblicato il 07 Ottobre 2008 da maryrose.ms
 




Il cardinale e lo storico fanno apologia misericordiosa della promiscuità

http://www.criscris.com/public/baciomagritte.jpg

"La prossimità corporea delle persone
prima del matrimonio è un fatto", dice eufemisticamente il cardinal
Martini. E' vero: i ragazzi e le ragazze, anzi ragazzini e ragazzine (e
poi su su con l'età le cose cambiano ma non di molto) scopano come pare
a loro, e piace (non sempre piace, per la verità). Martini ne desume
che la chiesa non ha riconosciuto questa realtà, le si è messa contro,
ha perso autorevolezza, e quindi dovrebbe chiedere scusa per
l'enciclica Humanae vitae scritta da Paolo VI nel 1968, il testo che
diede scandalo e mise il Papa in una situazione di tormentosa
solitudine.

Per Martini la decisione se fare o no un figlio
è un atto di responsabilità individuale, di "autodeterminazione", per
riprendere la parola fatale di cui abbiamo discusso a partire dalla
abiura di Roberta de Monticelli; e dunque l'uso di scopare liberamente
ma con il palloncino o la pillola di tutti i giorni o del giorno dopo,
ed eventualmente un veniale aborto in caso di fallimento, è parte di un
complesso culturale e psicologico diffuso, un orientamento di massa da
convalidare rinnegando la parola degli ultimi tre papi. Bene.

In sostegno al cardinale arriva lo storico Adriano Prosperi.
Prosperi fa sempre la stessa operazione. Se qualcuno afferma che
l'aborto è divenuto un gesto moralmente indifferente, che trentacinque
anni dopo la sentenza americana Roe vs. Wade e trent'anni dopo le
legislazioni europee l'aborto non è più depenalizzato per sanare la
piaga della clandestinità ma legittimato da una oscena cultura di morte
che si incarna anche in politiche pubbliche eugenetiche in tutto il
mondo, lo storico insigne ti spiega che nei secoli la chiesa e la
medicina repressive obbligavano le donne a partorire e martoriavano il
loro corpo. Segue lezione di progressismo morale e implicita
rilegittimazione dell'aborto di massa indifferente, e del martirio
subito nel presente, non ad opera della chiesa ma della cultura
secolare, dal corpo delle donne.

Così per il sesso in generale.
In appoggio a Martini, e contro Benedetto XVI, Prosperi racconta secoli
di controllo dei preti sulla riproduzione, sul matrimonio, e bolla
questa lunga e complicata storia come l'epoca in cui l'amore veniva
domato o addomesticato per ragioni di potere sui corpi, sulle anime,
sui patrimoni, di concerto tra chiesa e autorità civile. Il magistero
tradizionale della chiesa era così oscurantista che si fondava, fino al
Concilio Vaticano II, sulla scomparsa dell'amore umano dall'orizzonte
della fede e della carità, quando il prete si intrufolava nella camera
da letto dei coniugi. Segue lezione d'amore, richiesta di scuse alla
chiesa, in sintonia con il cardinale, e condanna degli ultimi tre
papati che non si accorgono della libera sessualità dei fedeli neanche
quando raccolgono palloncini dopo le Giornate Mondiali della Gioventù a
Torvergata o a Sidney.

Penso anche io che "la prossimità corporea delle persone
prima del matrimonio è un fatto", ci mancherebbe, ma non ne deduco che
l'ultima istituzione capace di ragionare d'amore, cioè la chiesa con la
sua dottrina cattolica e la cultura cristiana in generale, debba
rinunciare alla propria esperienza e alla parola razionale per
prosternarsi in un mea culpa di fronte alla libera libido moderna.
Perché mai? Può essere, e lo dico da laico, lo dico accettando senza
obblighi di coscienza e di fede la diagnosi e le indicazioni di
Benedetto XVI e dei suoi predecessori, può essere che la "prossimità",
la promiscuità, il divorzio, l'aborto, l'infertilità generalizzata
siano testimonianze straordinarie di amore moderno, ma può essere vero
il contrario. Vogliamo continuarla questa discussione, o vogliamo
chiuderla con le scuse oscurantiste della chiesa cattolica, con una
bella abiura, e con il trionfo del secolarismo più invadente,
ideologico e saccente? (Immagine: René Magritte, "Gli amanti", Richard Zeisler Collection - New York)

Giuliano Ferrara - Il Foglio  7.10.08


 
 
 

EDUCAZIONE

Post n°82 pubblicato il 05 Ottobre 2008 da maryrose.ms
 
Tag: appelli

È in corso la sottoscrizione all'Appello per l'educazione

testo dell'appello qui

sottoscrizioni pervenute qui

Albert Anker, la scuola del villaggio nel 1948,

Trascriviamo di seguito il testo dell’Appello, ricordando che chiunque può firmarlo scrivendo a centroculturale.lugano@gmail.com. L’Appello e le sottoscrizioni si possono leggere in http://appelloeducazione.blogspot.com, dove si trovano anche le informazioni sulla serata pubblica.

 
APPELLO PER L’EDUCAZIONE

Riaprono
le scuole, inizia un nuovo anno. Di fronte a qualcosa che ricomincia
possiamo scegliere tra l’aspettarci una novità oppure il dire “ci
risiamo” e augurarci che ci vada bene o che finisca in fretta. E se
guardiamo all’anno scorso certamente non possiamo illuderci che in
ambito scolastico e giovanile tutto sia a posto. E’ sotto gli occhi di
tutti che il nostro Cantone è sempre più spesso teatro di episodi di
violenza che vedono implicati dei giovani. Ed è evidente a tutti che
non si tratta di episodi sporadici, ma di un male ormai cronico, segno
anche di un disagio diffuso e profondo. Questa situazione genera rabbia
e paura. Ci si chiede cosa fare di fronte a una tale emergenza. E la
scuola è una delle realtà più sollecitate a prendersi delle
responsabilità. Ma la radice di questo disagio è educativa ed interroga
tutta la società, interroga ognuno di noi, poiché la noia, i timori e
la diffidenza dei più giovani sono la noia, i timori e la diffidenza
degli adulti che non sono più in grado di riconoscere e trasmettere il
gusto e il significato della vita. Rischia così di crescere una
generazione di ragazzi che si sentono orfani, senza padri e senza
maestri, costretti a camminare come sulle sabbie mobili, bloccati di
fronte alla vita, annoiati e a volte violenti comunque in balia delle
mode e della mentalità dominante. Per questo la prima emergenza che il
nostro paese si trova a dover affrontare è quella educativa. Far fronte
a tale emergenza, allora, vuol dire prima di tutto che degli adulti
riprendano quel cammino umano che tutti siamo chiamati a compiere,
scoprendo il significato di sé e delle cose che ci circondano in un
confronto con il patrimonio ereditato dalla nostra tradizione
culturale. Ed è ciò che consente tra l’altro di stare di fronte a
culture diverse senza complessi e senza inutili paure. C’è bisogno di
adulti, insomma, che siano consapevoli di essere nel mondo e nella
società per un compito, per una costruzione positiva, e che – loro per
primi – non facciano ultimamente coincidere la riuscita nella vita col
successo, i soldi e la carriera. Solo di fronte ad adulti così, i
giovani potranno crescere e imparare a stimare e ad amare se stessi e
le cose, assumendo la loro responsabilità di uomini .Insieme è
possibile riappropriarsi del compito drammatico e affascinante di
educare. Assumersi il “rischio” di educare, perché l’educazione
comporta un rischio ed è sempre un rapporto tra due libertà. Ed è
possibile incominciare di nuovo: salutare i propri figli al mattino
come entrare in classe incontrando gli allievi senza scetticismo o
cinismo. Si potranno allora individuare anche le soluzioni per
rispondere alle situazioni specifiche. Non è solo una questione
di scuola o di addetti ai lavori: lanciamo un appello a tutti, a
chiunque abbia a cuore il bene dei nostri giovani e del nostro paese.
Ne va del nostro futuro. (Il Sussidiario)


 
Grazie al Centro Culturale di Lugano

 
 
 

CATTIVI MAESTRI - 2

Post n°81 pubblicato il 04 Ottobre 2008 da maryrose.ms
 





Caro Malacoda, demonio e allievo mio,

L'educazione della gioventù non dev'essere assolutamente trascurata. Anzi, dev'essere una delle nostre massime priorità.


Se esamini le statistiche troverai impressionante il numero di peccati
commessi da persone esasperate per i propri figli o per quelli altrui.
Un pargolo opportunamente agitato è una bomba dirompente per i nervi
degli sfortunati che gli stanno intorno. Ira; pensieri omicidi; odio;
il pianto di un bimbo innocente, specie tra le due e le tre di notte,
può essere più efficace della prima pagina di un quotidiano.


Sarà quindi tua cura fare sì che i genitori lascino i piccoli mostri
più liberi possibile, che giudichino ogni educazione una corruzione
della primitiva bontà dei frugoletti, che li considerino angioletti
naturalmente buoni. E siano quindi pronti ad esaudire ogni capriccio
per evitare i loro piagnistei. Quando quelle bestioline capiranno che
basta lagnarsi e protestare per ottenere ogni cosa niente li tratterrà
più. Cresceranno pieni di quell'egoismo che ci piace tanto. E,
diventati a loro volta genitori e maestri, lo insegneranno poi alla
generazione successiva.
E, dopo averli sopportati, c'è chi considererà il nostro inferno una vacanza.

Tuo zio Berlicche
P.S: vero che ti ho allevato bene?

Grazie al blog amico Berlicche

 
 
 

CATTIVI MAESTRI

Post n°80 pubblicato il 03 Ottobre 2008 da maryrose.ms
 




La
protesta contro il ministro Gelmini è un clichè oramai vecchio, trito e
ritrito. La protesta scolastica è qualcosa che continua a ripetersi,
uguale a se stessa, di anno in anno e non risparmia nessun ministro. Di
qualunque colore esso sia.
La protesta degli insegnanti e dei sindacati è una protesta faziosa, prevenuta, insincera e corporativa. Il copione è sempre lo stesso: si falsifica la realtà dei fatti
e si propinano dati statistici che non stanno nè in cielo, nè in terra.
Dati che però sono in grado di allarmare l'opinione pubblica.
Un
esempio su tutti la voce secondo cui il tempo pieno, con i
provvedimenti voluti dal ministro Gelmini, verrebbe cancellato. La
stessa accusa fu rivolta alla riforma Moratti, ma come chiunque puo'
constatare il tempo pieno e' ancora in vigore, anzi si e' allargato...

Purtroppo non tutti hanno gli strumenti, informativi e culturali, per
rendersi conto o per prendere coscienza del fatto che quelli propinati
dal conservatorismo sindacale sono solo beceri luoghi comuni. Un fatto
è certo dinnanzi a questa ennesima ondata di proteste: non se ne può
più! Non se ne può più di veder usati la scuola e i ragazzi per una
battaglia politico-sindacale che ha come unico fine il mantenimento del
proprio status-quo
.
Che sia così lo dimostrano i sempre più
numerosi sondaggi secondo i quali la maggioranza degli italiani sembra
gradire le proposte avanzate dal ministro Gelmini.

La proposta
del maestro prevalente, ad esempio, non è un ritorno all’indietro, ad
un autoritarismo pre ’68, ma è rimettere al centro le esigenze
educative dei bambini, anziché quelle sindacali di mera espansione del
pubblico impiego.
Il maestro prevalente risponde al bisogno dei
bambini di avere un aiuto ed una guida pedagogica chiara, di sapere che
si può essere introdotti alla realtà senza venir soffocati dalla sua
complessità. Resta perciò gravissimo continuare ad usare i bambini e la scuola come campo per il mero scontro politico. E’ più grave dei precedenti niet della Cgil alle proposte per salvare l’Alitalia.

Siamo dinnanzi ad una situazione nella quale non è più possibile stare
zitti e nella quale bisogna usare qualunque mezzo per fronteggiare una
deprimente e menzognera propaganda di parte.

SamizdatOnLine

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RISPARMIATORI

Post n°79 pubblicato il 03 Ottobre 2008 da maryrose.ms
 
Tag: Economy

http://files.splinder.com/a8a737c4762ad4fb55080ea06873042f.jpeg

Salve,
sono un piccolo risparmiatore italiano. Il mio nome non importa, sono
uno dei tanti. Sono un impiegato, un operaio, un insegnante, un
carabiniere, un taxista. Uno di quegli individui che durante la propria
vita di lavoro riescono a mettere da parte cinquanta, sessanta,
centomila euro per una vecchiaia migliore, o per sposare un figlio, o
per realizzare finalmente quel viaggio di nozze troppe volte rinviato.

In mezzo alla bufera che sta investendo il grande mattatoio
finanziario, vorrei semplicemente raccontare la mia piccola storia.
Così, anche solo per alzare il ditino e ricordare che esisto ancora,
con le mie tensioni e le mie paure, le mie ansie e le mie
preoccupazioni. Soprattutto perché in questi ultimi giorni guardo mia
moglie e i miei figli chiedendomi se davvero, nel tempo, ho sempre
fatto la cosa giusta per loro. Ci sono momenti della vita in cui, oltre
ad avvertire un senso di naufragio, bisogna pure caricarsi un subdolo
senso di colpa.
Fisserei l'inizio di questa mia storia con
l'avvento dei Fondi comuni d'investimento, nella seconda metà degli
anni Ottanta. È un momento particolare, per me: sono colpito dal
fascino di un'idea veramente suggestiva. E cioè l'idea di unire i miei
quattro soldi, una insulsa e inutile goccia nel mare dei mercati
finanziari, a tante altre gocce uguali, facendole diventare tutte
assieme un grande mare niente affatto insulso e niente affatto inutile,
realizzando vantaggi per noi e anche per il mondo delle aziende in cui
si va ad investire. Lo ricordo con tanta nostalgia: è un periodo
bellissimo. In questa stagione realizzo interessi anche del venti per
cento. È vero, pure l'inflazione è molto più alta dell'attuale, ma
vedere il mio piccolo capitale crescere continuamente mi dà quasi
euforia. In famiglia si diffonde un clima particolare, ci permettiamo
degli sfizi che mai avremmo pensato: una televisione in più, una
lavatrice cambiata prima dell'allagamento fatale, un albergo a tre
stelle dopo tanti anni di pensione Mariangela.
Lo ammetto: è in
questa fase che le sirene della finanza cominciano a suonare così
amabilmente. Avevo sempre pensato che i soldi si facessero con i calli
alle mani, improvvisamente apprendo che si possono moltiplicare con
delle semplici firme. A questo gioco prendo gusto. Così, nel tempo, le
mie aspirazioni e le mie pretese aumentano. Ad un certo punto, decido
persino di mettermi in proprio: è il momento della mia entrata in
Borsa. Compro e vendo in prima persona, affidandomi soprattutto ai
sagaci consigli degli scafatissimi consulenti bancari. Abituato a
leggere la Gazzetta dello sport sul bancone del bar, improvvisamente mi
scopro a comprare spesso anche il Sole-24 ore. Tengo d'occhio le
quotazioni, conteggio con la calcolatrice gli incrementi della mia
personalissima scommessa. Siamo negli anni Novanta, in giro per il
mondo tutti quanti fanno soldi. La Borsa è un Toro, che non è un modo
di dire: sulle mie dispense ho imparato il significato tecnico di
questa metafora. Sulla groppa del Toro, chi mi ferma. Addio alla
mestizia dei titoli pubblici, a questi tassi d'interesse penosi e
meschini. Ci chiamavano Bot-people, con chiara venatura spregiativa. Ma
adesso non più. Siamo in piena new economy, la facile economia dei
servizi e del virtuale. Le copertine dei mensili patinati mi fanno
conoscere il genio dei nuovi demiurghi, capaci con due uffici e quattro
computer di decuplicare, centuplicare, moltiplicare mostruosamente le
quotazioni delle mie azioni. In certi momenti mi chiedo se tutto ciò
sia umano, ma loro mi rassicurano: tranquilli, avanti così, non c'è
limite a questa nuova Provvidenza, la new economy è il futuro.
Pagina  12
Cristiano Gatti - Il Giornale 3.9.08

 
 
 

NEL POLLAIO

Post n°78 pubblicato il 30 Settembre 2008 da maryrose.ms
 





 http://www.ilpollaiodelre.com/ImmGraficheSito/Il_Pollaio_del_Re.jpg

  Proverbio:

“Tra tanti haddi nu’ faci mai juornu”!

 

Traduzione:

Fra tanti galli non fa mai giorno!

 

Spiegazione:

In
un pollaio dove ci sono tanti galli, e ognuno di loro canta a un’ ora
diversa, non può esserci che confusione, e il contadino non riesce a
capire quando si fa giorno...

 

Dedicato ai Politici, ai Sindacati, ai Magistrati, ai Giornalisti, ai Prelati di varie Chiese...




 
 
 

FOLLIA

Post n°77 pubblicato il 30 Settembre 2008 da maryrose.ms
 
Tag: follie





LA' IN RIVA ALL’ARNOhttp://www.comune.alessandria.it/flex/images/D.0f0b24e2ca37e8d76f66/prog_fam_indice.jpg
 BUIO MONUMENTO ALL’AMORE TRAMUTATO IN IRA

 DAVIDE RONDONI

C
ome
ha fatto Simone, dopo aver posteggiato la sua auto in riva all’Arno, a
uccidere a martellate i suoi piccoli di 7 e 5 anni? Erano una bambina e
un bambino. Poi si è dato fuoco insieme ai loro corpi. Come avrà fatto,
pensiamo, storditi, mentre leggiamo una cronaca fredda e tremenda di
liti con la compagna e madre dei due, di annunci fatti per telefono a
parenti che, con chissà quale magone e terrore, si sono messi a
cercarli, di case popolari a Pisa, proprio nelle zone del conte Ugolino
che Dante ritrae divorare i suoi figli...
  E viene la tentazione
di lasciare lì, fissa e perduta nel suo smalto terribile questa storia.
Questa ennesima vicenda di sangue innocente sparso per rancori di
amanti, o di sposi sperduti in un delirio. Verrebbe da distogliere lo
sguardo, per non voler nemmeno immaginare cosa sia accaduto dentro
l’auto parcheggiata come per una gita. Per non pensare ai due
innocenti, che avevano diritto a vivere, a non essere sacrificati alla
rabbia di un amore andato in malora. Avevano solo 5 e 7 anni.
 
Cos’è un bambino a quella età, come puoi colpirlo? Verrebbe da lasciare
quell’auto parcheggiata tra le nebbie della follia, dire solo: sono
cose da pazzi. E distogliere lo sguardo, il cuore, per non morire di
pena, e di scandalo contro il cielo che, come l’Arno indifferente lì
vicino, sembra esser restato lontano da quei due bambini. Invece no,
guardare si deve. Non fare finta che queste cose appartengano a un
altro pianeta da quello in cui siamo, non fingere che non c’entrino mai
nulla con le cose che viviamo di solito. Lasciare quell’auto tra le
nebbie della nostra indifferenza sarebbe come condannare ad un’ultima,
estrema inutilità il sacrificio dei due bambini. Perchè chiunque di noi
sa che c’è sempre un rischio: di distruggere il bene in nome dell’ira.
Di cancellare quel che c’è di buono in un rapporto – d’amore o amicizia
– a causa di una rabbia, di un rancore, di un 'aver ragione contro'
l’altro. C’è sempre il rischio di 'fare fuori' il bene che c’è stato in
nome della difficoltà del dissidio presente. Il rischio di essere
violenti contro il bene che c’è o che c’è stato, in nome del dissidio
presente.
  L’auto di Simone, padre colpevolissimo e tristissimo,
padre fattosi carnefice, creatore del proprio inferno e anch’egli,  da
compatire come si deve compatire chi perde la mente, e i suoi due
figli, compongono ai nostri occhi una immagine tremenda di ciò che
rischiamo e siamo anche noi, e non di rado. Sono, in quell’auto
parcheggiata sull’Arno, il dolente e buio monumento all’amore che si
tramuta in ira. All’amore che diviene il suo contrario, quando le prove
della vita non sono affrontate con la forza del perdono o della
pazienza. Con le forze dell’amore che non cedono alle forze del
possesso e dell’egoismo. Il cielo e l’Arno non sono indifferenti a
questa tragedia. Il cielo parla sempre, con segni e suggerimenti, nei
cuori degli uomini, ma noi possiamo decidere di non ascoltare. Avrà
parlato anche a Simone, ma lui ha scelto di ascoltare per mesi, forse
per anni l’ira che in lui cresceva. Ha deciso di nutrire quella – fino
a divenirne pazzo schiavo – invece che ascoltare il cielo. E l’Arno,
dolce fiume di Toscana, ha di certo dato agli occhi dei due piccoli
l’ultima bella luce che hanno visto. E ha raccolto le loro lacrime, le
ha portate al mare. E al cuore di Dio, mare dei mari, dove il tempo
breve e sorridente dei bambini diventa eternità. Quel cuore che è
­l’unico posto dove la pena immensa di averli persi puo' chiedere
di non ammattire.

Fonte Avvenire




 
 
 

TUTTI PRONI AD ALLAH!

Post n°76 pubblicato il 27 Settembre 2008 da maryrose.ms
 





Lo Sheikh Omar Bakri Mohammed
omar bakri.jpg

L’Islam
ha le idee chiare e programmi precisi sull’Occidente, ma l’Occidente li
ha sull’Islam? Lo sceicco Omar Bakri, originario della Siria, ha
istituito e dirige l’Islamic Religious Court a Londra ed è a capo
dell’organizzazione islamica Al-Muhajiroun. Tiene lezioni e conferenze
in Inghilterra e nel mondo. Queste sono alcune sue tipiche interviste
rilasciate recentemente a quotidiani e televisioni. Le sue
dichiarazioni e i suoi insegnamenti sono emblematici dei piani
islamisti contro le democrazie europee.

Il
quotidiano arabo-londinese Al-Hayat, per esempio, in una serie di
articoli sulla comunità musulmana in Gran Bretagna, ha raccolto queste
sue affermazioni trascritte dal Middle East Media Research Institute. 

Intervistatore:
Ho ascoltato la sua lezione sulle fondamenta del credo, e sembra che
non siate interessati a portare gli studenti nella società britannica,
cioè non li aiutate a essere musulmani britannici.

Bakri:
Nel mio metodo di educazione sono contrario all’idea di integrazione.
Non crediamo che sia consentito integrarsi nelle società in cui
viviamo. Non sono un sostenitore dell’isolamento dalla società e non
sono un sostenitore dell’integrazione in essa. Sono un sostenitore di
cambiare la società per mezzo della mia religione, non per essere
cambiato da essa.

E dove condurrà questa vita di separazione?

La vita di separazione condurrà a un cambiamento nella situazione del
paese in cui viviamo, come i musulmani hanno cambiato la situazione in
Abissinia e in Indonesia. Trasformeremo l’Occidente in un regime
islamico per invasione esterna o culturale. Se Allah vuole,
trasformeremo l’Occidente in Dar Al-Islam [cioè, in una regione sotto
la regola islamica, ndr] per mezzo di un’invasione dall’esterno. Se uno
Stato islamico cresce e invade l’Occidente noi saremo il suo esercito e
i suoi soldati dall’interno. Altrimenti cambieremo l’Occidente
attraverso un’invasione ideologica da qui, senza guerra e uccisioni. O
noi predicheremo a loro ed essi accetteranno l’Islam, o noi vivremo tra
loro ed essi saranno influenzati dalle nostre vite e accetteranno
l’Islam come una soluzione politica ai loro problemi, non come una
soluzione ideologica. Gli occidentali ci hanno imposto una legge
artificiale, e il futuro regime islamico imporrà loro regole
islamico-religiose. Il musulmano agirà secondo questa legge
volontariamente e chiunque non sia musulmano farà questo per forza di
legge. Io non obbedisco alla legge artificiale. Anche se non la vìolo,
non obbedisco ad essa. Allah ha detto: Non obbedite agli infedeli e
agli ipocriti.

Come si può vivere in una società in cui si è un estraneo?

L’Islam è una religione della legge della natura. Quando un uomo
incontra problemi egli utilizza la legge della natura. In America si è
sviluppata recentemente una discussione sulla separazione tra uomini e
donne nelle università. Perché? Perché ci sono problemi. Ci sono
ragazze che restano incinte a un’età giovane, senza marito. Non c’è
alcun motivo di mischiare i sessi all’interno delle università. Io vivo
ai margini della legge esistente, finché ciò sia compatibile con la
legge naturale e non sia in conflitto con l’Islam. Alcuni paesi hanno
cominciato a discutere la questione della punizione dei ladri. Nell’ex
Unione Sovietica dicevano che avrebbero tagliato la mano del ladro.
Questa è la legge di natura, perché è la legge severa che dissuade il
ladro dal commettere il reato.

Lei è
accusato di legami con organizzazioni verso le quali la Gran Bretagna è
ostile e che essa vede come nemici. Lei predica ai suoi alunni di
vedere il movimento talebano e Osama bin Laden come il gruppo che sarà
salvato il Giorno del Giudizio.

Finché le mie parole non diventano azioni, non fanno del male! 

La seguente intervista, invece, è stata rilasciata alla Tv libanese OTV e riportata da Memri Tv. 

Intervistatore: Perché lei ce l’ha con l’Inghilterra?
Bakri:
I miei problemi con la Gran Bretagna sono causati dal fatto che la sua
legge non è la legge di Allah. Io seguo il vero Salafismo: pregare una
religione pura e completa, dove noi brandiremo le armi contro chiunque
ci combatterà. Se mi s’impedisce di seguire la legge di Allah, allora
non mi rimane che emigrare in Libano. In Gran Bretagna, nelle
università, l’Islam si sta diffondendo in misura mai vista prima, e i
non musulmani vi si stanno convertendo alla media di 21 persone al
giorno. Nel giro di vent’anni la società britannica avrà una
maggioranza musulmana. È per questo che le istituzioni di questo regime
laico stanno combattendo chiunque si avvicini all’Islam.

Come giudica le vittime innocenti di attentati islamisti?

In caso di autodifesa ci sono vittime innocenti. Vengono uccise per
sbaglio, come danni collaterali, non intenzionalmente. Quando le bombe
americane colpiscono i musulmani hanno il diritto di fare rappresaglie,
e possono esserci vittime.

C’è una differenza tra combattere un soldato americano o un militare israeliano impegnato in operazioni belliche?
Forse che quando un soldato americano si toglie la divisa e si mette in pigiama diventa proibito colpirlo?

C’era una base militare nelle Twin Towers?

Non si è trattato di un attentato solo alle Twin Towers ma anche al
Dipartimento della Difesa statunitense. L’Undici settembre è stata
un’operazione che ognuno giudica a suo modo, c’è chi è contrario e chi
favorevole.

E quando gli esplosivi sono messi sui treni o nei bar? Se si è sotto occupazione nemica e si compiono attacchi è una cosa...

Voi potete definire queste operazioni come terrorismo. Ma oggi
l’America rappresenta il campo del terrorismo occidentale. Ci sono due
tipi di terrorismo: quello benedetto e quello deplorevole. Lo stesso è
per la violenza. La violenza può uccidere o salvare vite. La violenza
americana uccide, così il suo terrorismo è condannabile, laddove la
violenza dei mujahidin è usata per difesa e come rappresaglia per
proteggere vite e onore. Il loro terrorismo è benedetto. Non ogni
terrorismo è deprecabile.

Quindi perché lei ha preso la cittadinanza inglese?

Io non l’ho presa. Loro me l’hanno data. Io appartengo all’Islam. Non
appartengo all’Inghilterra. Io ero un musulmano che viveva in
Inghilterra, ora vivo in Libano.

E allora perché non l’ha rifiutata?
Io non uso i loro documenti, non ho il passaporto inglese, ne ho uno libanese.

Ospite in trasmissione: Quello inglese gliel’hanno tolto.

Intervistatore: Perché non l’ha restituito lei prima che glielo requisissero?

Loro mi hanno tolto il mio diritto di cittadinanza. Non mi hanno più
dato il passaporto perché mi sono rifiutato di giurare fedeltà alla
regina e alla legge inglese. Io obbedisco solo ad Allah e al suo
messaggero.

Andrea B. Nardi - L'Occidentale




 
 
 

IL VESPONE

Post n°75 pubblicato il 27 Settembre 2008 da maryrose.ms
 

http://www.ifattifoto.com/images/personaggi/Bruno-Vespa-al-Nautic_mini.jpg

27 settembre 2008

Bruno
Vespa, sei la foglia di fico che copre la vergogna del monopolio
ideologico televisivo, in più mi hai rovinato una cena e un dopocena.
L’altra sera mangiavo il bollito alla Corale Verdi con il mio amico
Luca Sommi, lo conosci anche tu, ti ha accompagnato a visitare la
mostra del Correggio, e gli dicevo che i nemici di Dio, della patria e
della famiglia hanno occupato l’etere per intero: Annunziata Augias
Bignardi Fazio Floris Gruber Mentana Santoro, e Victoria Cabello Ilaria
D’Amico Camila Raznovich, e Piero Angela e Mario Tozzi, e Crozza e
Littizzetto? Intingendo nella salsa verde mi ha risposto: “Ma voi avete
Bruno Vespa!”. Mi è andato il cotechino di traverso. Io non voglio che
tu mi venga addebitato, Bruno, no e poi no, tu sei un vecchio
democristiano nichilista, sei l’unico abruzzese con cui non mangerei
gli arrosticini, la tua religione è il cinismo giornalistico-romano.
L’altra sera il lambrusco era cattivo, perfino più cattivo di tanti
vini che consigli tu, e nemmeno la lingua con la mostarda è riuscita a
confortarmi. Ho provato a dimenticarti col nocino, tutta notte con
l’acidità di stomaco.

di Camillo Langone - Il Foglio

 
 
 

UN PICCOLO GESU'

Post n°74 pubblicato il 25 Settembre 2008 da maryrose.ms
 
Tag: Santi





Ecco il mio piccolo Gesù deforme

«Ogni
giorno guardo questo cadaverino che vive e piango, soffro, perché
Victor è Cristo che agonizza e geme». Una lettera e una fotografia di
padre Aldo dal Paraguay

di Padre Aldo Trento
Asunción, 8 settembre 2008


A dire il vero sarebbero tanti i santi di questo mese. Santi incontrati
al Meeting di Rimini, santi che ogni giorno mi riempiono di e-mail, una
più bella dell’altra, e santi che stanno morendo nella clinica “Casa
Divina Provvidenza S. Riccardo Pampuri”. E chi sono questi santi? Sono
le centinaia di persone, di tutte le età che dopo l’incontro di Rimini
mi “assediano” con il loro grido di verità, di bellezza, di amore, di
felicità. Persone desiderose, bramose di saperne di più rispetto al
centuplo. Padre, ma è vero che quanto è accaduto a lei è possibile
anche per me? Padre, è vero che la depressione è una grazia? E come
accettarla così? Dove trovare un uomo con questa libertà di vivere, di
amare? Padre, ho paura del sacrificio, del dolore… come ha fatto lei a
sopportare tutti questi anni di sofferenza psichica e morale? Ma è
possibile amare? E come coniugare l’amore con il dolore? Ma che bella
la verginità se poi accade quanto è accaduto a lei! Dove ha trovato
l’energia per obbedire a Giussani? Come ha fatto a dargli credito?
Padre, ci parli dell’umanità di questo uomo che ha saputo condurla per
mano in un modo così umano che sbalordisce e nello stesso tempo
sentiamo che se non fosse così non varrebbe la pena credere in Cristo.

Le e-mail di questi giorni sono tutte un tentativo di rispondere a
queste domande. C’è un vuoto affettivo, una paura d’amare e un’assenza
di padri impressionante. Come non ricordare le code di ragazzi,
ragazze, adulti che hanno fatto impazzire Miriam, la “hostess” del
Meeting, per poter sentirsi dire che ciò che il cuore desidera è vero e
può incontrare una risposta adeguata? Mi correvano dietro con il loro
dramma perfino quando andavo al bagno. No, non è spento il cuore
dell’uomo, il cuore del santo. Solamente, mi domando, dove
siamo noi adulti? Sentiamo che il grido dell’uomo è sempre potente ed è
un grido che ha bisogno non di telefonate, di consigli, ma di una
compagnia? Vorrei mandarvi le e-mail che ricevo perché potessimo
rendercene conto. I santi sono quelli che gridano, che vivono
irrequieti, senza patria, mendicanti dell’Infinito.
Tornando a casa
ho rivisto tutti i miei figli ed è stata una festa. Ma ho rivisto in
particolare il piccolo Victor di un anno. Se non ve lo ricordate vi
rimando la foto… però così come è ora.
Sono rimasto sconvolto
appena l’ho visto. Gemeva, geme in continuazione… mmm, ah, ah, ah… e
tende le braccia stringendo forte le manine a forma di pugno. La sua
testa è enorme e come d’improvviso la parte inferiore è sprofondata
lasciando una piccola fossa, lì dove non ha il cranio. Cos’è successo?
D’improvviso, attraverso l’apparato messogli dai medici, è uscita tutta
l’acqua della testa, quell’acqua che avvolgeva il suo piccolissimo
cervello. Una immagine impressionante, dolorosissima. È come guardare
un pallone da calcio bucato. Non bastasse questo, l’altro giorno gli è
scappato l’occhio destro: è rimasta una cavità vuota che spurga di
tutto. Abbiamo dovuto mettergli una garza. Lo guardo e non posso non
andare con
la mente al testo di Isaia, lì dove il profeta parla del servo
sofferente, di Gesù, senza nessuna bellezza, distrutto fisicamente,
gemente per l’atrocità del dolore. Victor, il mio bambino, non solo è
un piccolo cadaverino che vive, ma è tutto deformato, lacerato, pieno
di cannucce che entrano ed escono dal corpo.

Non mi resta che inginocchiarmi

Il mondo ha paura di lui, sente ribrezzo, non sopporta vedere questo
piccolo ridotto ad un mostro. Il mondo dice: perché non lo lasciate
morire? Ma voi siete inumani, non è giusto, eccetera… Io lo guardo,
piango, soffro perché Victor è Gesù, il mio piccolo Gesù che agonizza,
che soffre, che geme, che chiede un po’ di amore. Lo bacio, lo bacio
sempre… i gemiti si calmano. Gli accarezzo la fronte… non più testa
ormai, sgonfiata, con la pelle infossata, come un laghetto di montagna…
e sento che accarezzo Gesù. Le domande mie sono tante e tutte rivolte a
Gesù, e così pure le domande di chi ha il cuore di Cristo per vederlo,
perché senza questo cuore posseduto da Cristo uno non ce la fa. Chiedo
a Gesù di aiutarmi perché questa piccola ostia bianca, ridotta ad un
“mostro” – così lo definirebbero quanti in Italia vogliono che Eluana
muoia – cambi il cuore, lasciando a Gesù di possederlo, tenga desta in
me quella drammaticità toccata con mano a Rimini. Mentre scrivo sento i
suoi gemiti continui, come un sibilo che ti rompe il cuore… e non mi
resta che inginocchiarmi davanti a Lui, Gesù che sta morendo sulla
croce. Però Gesù aveva il Padre, la mamma ai suoi piedi; questo Gesù ha
solo me, noi poveri uomini, e per di più non ha mai conosciuto il
sorriso, né il pianto… ma solo un gemito che dura dalla nascita fino ad
ora. Il suo corpicino deformato non ha più niente di sano, gli manca
solo che si spappoli l’occhio sinistro poi tutto è consumato. Amici,
quanto dolore nel mondo. E noi? Noi siamo grati a Gesù per quanto ci
dà? Per me Rimini ha voluto dire la percezione che Gesù da quel momento
in avanti mi avrebbe chiesto ancora di più sia come capacità di
soffrire, sia come capacità di fare compagnia. E ne ho avuto subito
l’esperienza appena tornato. Da subito, lontano da quel frastuono
umano, mi sono trovato alle prese con la vita quotidiana.
Aiutatemi
con la preghiera perché a chi molto è stato dato, molto è chiesto. Sono
grato a Gesù perché non mi lascia tranquillo un secondo e così la vita
diventa supplica.

Nota Bene: Come vorrei che questo scritto
con la foto arrivasse a chi ha deciso che Eluana “deve” morire. No, non
può morire se Dio non ha ancora deciso. La vita è sua, di Dio… se la
uccidiamo saremo tutti più poveri e disgraziati.

 

Fonte TEMPI


 
 
 

POTENZIALE STERMINATO

Post n°73 pubblicato il 24 Settembre 2008 da maryrose.ms
 
Tag: Scienza

http://www.blogscienze.com/wp-content/uploads/2008/06/scoperta-molecola-che-fa-maturare-cellule-cerebrali.jpg

 Il
neurologo Clive Svendsen: Le pluripotenti costituiscono una delle
scoperte più importanti, molto più della pecora clonata Dolly

 Il potenziale adesso è sterminato

 DA MADISON
( WISCONSIN)
 C
live
Svendsen, professore di neurologia all’Università del Wisconsin,
direttore del Centro per la Medicina rigenerativa e sulle cellule
staminali, fa parte di una delle due e­quipe che lo scorso anno hanno
scoperto le­ cellule staminali pluripotenti indotte: cellule adulte
riportate allo stadio embrionale e trasformate nei tessuti in cui
vengono impiantate. Al congresso di Madison il professor Svendsen è
­venuto proprio a parlare delle possibili
applicazioni del cosiddetto Protocollo Yamanaka. E riesce a stento a contenere il suo entusiasmo.
 Si respira un’autentica eccitazione al summit. A cosa è ­dovuta?


 Questa­ vera alchimia:­come prendere del piombo e trasformarlo in oro.
Possiamo estrarre delle cellule adulte, renderle pluripotenti e farne
quello che vogliamo. Il potenziale­ sterminato. Questa per me­, una
delle scoperte più fenomenali nel campo della biologia. Ancora più
della pecora Dolly. Quella nel 1997 apre una pagina inedita e
controversa nella storia umana. Invece oggi siamo qui, con una
rivoluzione dalla portata ancora difficile da intuire.

 Come pensa che questo nuovo protocollo possa contribuire a cambiare la medicina rigenerativa?

 Una scoperta straordinaria, che non cambierà solo
lo
studio delle terapie cellulari ma anche il modo in cui studiamo le
malattie. Ci permette infatti di osservare con occhi nuovi malattie che
non siamo stati capaci di comprendere prima d’ora. Prendendo le cellule
della pelle di pazienti con malattie specifiche e trasformandole nel
particolare tipo di tessuto affetto dalla malattia, ad esempio,
possiamo capire che cosa causa la malattia stessa. Gli effetti di
questi studi si ripercuoteranno in modo molto più esteso che
sull’evoluzione delle terapie rigenerative. Potrebbero condurre a
svolte fondamentali nella comprensione di malattie oggi incurabili.


 Alla conferenza sulle staminali partecipano numerose associazioni dei
pazienti. La loro presenza la motiva o mette il suo lavoro
eccessivamente sotto pressione?

 Devo dire la verità: noi scienziati
siamo
un po’ altezzosi. Quando ho sentito parlare del summit per la prima
volta ero scettico. Ma poi ho capito che l’apertura al pubblico è
­importante. Soprattutto in questa fase di passaggio dal laboratorio ai
test clinici, ci deve essere un continuo scambio di vedute fra gli
scienziati e il pubblico. Il rischio altrimenti­c è he la scienza
prenda direzioni ardite, ma non necessarie. ­ importante che ci siano
occasioni e spazi di
confronto, in cui i
ricercatori si trovano faccia a faccia con gli utilizzatori finali
delle loro scoperte. Ci dà un punto di vista diverso delle malattie.
Ed­ ache un’occasione per trasmettere al pubblico informazioni accurate
sullo stadio della ricerca.

 Dopo la
scoperta delle cellule adulte pluripotenti, crede che ci sia ancora
spazio per la ricerca sulle staminali embrionali, che non hanno
registrato alcun successo clinico malgrado anni di ricerca e ingenti
fondi
spesi?

 Credo che sul piano strettamente scientifico ci siano ancora spazi di
collaborazione con gli scienziati che studiano le embrionali, se non
altro come confronto per capire il più velocemente possibile come
sfruttare il potenziale delle cellule adulte pluripotenti.

 Elena Molinari

Fonte Avvenire

 
 
 

L'IRAN DA LEZIONI ALL'ONU

Post n°72 pubblicato il 24 Settembre 2008 da maryrose.ms
 





 http://www.corriere.it/Media/Foto/2007/08/01/fdg/APPESIc.jpg

Il
presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad sarà oggi a New York per
partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Come tutti i
regimi totalitari tenuti insieme dalla forza militare e
dall’oscurantismo, anche quello dei Guardiani della Rivoluzione e degli
ayahtollah – di cui Ahmadinejad è solo il golem – non resiste alla
tentazione di presentarsi al mondo mascherandosi da profeta e paladino
del nuovo corso storico. Così fecero, ben lo sappiamo noi europei,
altri piccoli uomini a capo di grandi tragedie; così capiterà anche
stavolta. Ma il problema non sta qui.

All’Onu
ogni Stato sovrano ha il diritto di parlare, ci mancherebbe: almeno
questo, visto che poi le parole pronunciate in cotanta sede servono
quasi sempre soltanto a riempire di inchiostro pagine degne di
polverosi archivi ricchi di buone intenzioni, mentre il mondo prosegue
imperterrito sulle strade della realpolitik, il che è un eufemismo per
dire che ognuno si fa gli affari suoi. Sopra la passerella dell’Onu si
può dichiarare qualsiasi cosa, ma se poi i singoli Stati non ne danno
effettiva attuazione, ossia spendono soldi, muovono organizzazioni,
creano leggi, rimane solo quella pantomima tipica del Palazzo di Vetro
che tante disillusioni ha ormai provocato fra le persone di buona
volontà.

Tuttavia, proprio per l’assenza d’ogni valore
direttamente pragmatico nelle dichiarazioni dei vari leader di fronte
all’Assemblea generale, non occorrerebbe che ci fosse almeno qui una
presa di posizione forte, chiara, priva di ipocrisie da parte dei
rappresentanti mondiali quando si trovano al cospetto di crimini tanto
odiosi e palesi?

Invece c’è da giurarsi che ancora una volta il
politically correctness delle sinistre europee tanto affascinate dai
dittatori arabi (basta che siano anti-americani), unito al laisser
faire di certi governi troppo impegnati nei calcoli ragionieristici di
quanti barili di petrolio corrispondono ai voti della campagna
elettorale, faranno passare sotto silenzio la vergogna colossale di un
presidente iraniano il quale viene a straparlare di pace e diritti
mentre dalle sue mani cola perfino il sangue di bambini assassinati.

Sì,
perché dopo l’instaurazione di leggi totalitarie, dopo le minacce
contro lo Stato d’Israele, dopo la corsa verso l’armamento nucleare,
dopo il sostegno guerrafondaio agli attentati di Hezbollah in Libano,
di Hamas in Palestina, degli Sciiti in Iraq, dopo migliaia di
esecuzioni, lapidazioni, fustigazioni, amputazioni contro uomini e
donne iraniani, ora è la volta dei bambini. Secondo Nazanin Afshin-Jam,
portavoce di Stop Child Executions Campaign, in Iran solo negli ultimi
anni sono stati impiccati sei bambini e altri 130 sono detenuti in
attesa di essere giustiziati, mentre per Amnesty International sono già
26 i minori la cui condanna a morte è stata eseguita per impiccagione.
Stop Child Executions Campaign è un’associazione internazionale non
governativa di volontari dediti alla denuncia di esecuzioni contro i
minori e alla protezione degli stessi. Secondo l’articolo 37 della
Convenzione UN sui diritti del fanciullo, un minore è una persona sotto
i 18 anni, e nessun minore può essere sottoposto a esecuzione capitale.
Nonostante la firma del governo iraniano sulla Convenzione
Internazionale che proibisce la pena di morte ai minori, in Iran si
continua allegramente a impiccare bambini per reati spesso ridicoli,
non ultimo l’omosessualità o la presunta tale.

Oggi davanti al
Palazzo dell’Onu una manifestazione di attivisti iraniani, con sede
negli Stati Uniti, ha organizzato una manifestazione contro il
presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad. Uno striscione con la scritta
"Ahmadinejad perché stai giustiziando i bambini?" verrà esposto nel
corso della protesta cui parteciperanno molte organizzazioni
umanitarie, e poco distante si innalzerà il "Muro della vergogna" con
foto e documenti delle esecuzioni.

A parte questo, chi altri
oserà levare la voce contro il nuovo piccolo-grande dittatore dell’Iran
e le sue parole menzognere? E se l’ambasciatore Usa o magari Silvio
Berlusconi in uno dei suoi intrattenibili slanci di benevola emotività
denunceranno i crimini di questo signore e del regime medioevale cui
appartiene, non c’è forse da scommetterci che da ogni giornale snob di
sinistra si stigmatizzerà sull’inappropriatezza dell’intervento?

«La
crisi internazionale sul programma nucleare di Teheran – spiega
Afshin-Jam – ha distolto l’attenzione dell’Occidente sugli abusi nei
confronti dei bambini e sulle violazioni dei diritti dell’uomo in
Iran». Se il mondo non riesce nemmeno a proteggere i propri figli, se
per questioni di etichetta politica e di convenienza commerciale non
riesce neppure a svergognare e sbugiardare chi si macchia di tali
nefandezze, a che serve riunirsi in giacca e cravatta davanti ai
microfoni dell’Onu? Forse è il momento che il mondo smetta di far finta
di nulla. Fonte L'Occidentale




 
 
 

MASCHI E FEMMINE

Post n°71 pubblicato il 24 Settembre 2008 da maryrose.ms
 




di Claudio Risè
Tratto da Il Giornale del 23 settembre 2008


Non è vero che oggi in Occidente comandano le donne, ma è vero che
stanno male tutti: il maschio temuto come violento, la femmina
spodestata dal ruolo tradizionale. Il fatto è che il padre non è più
capace al liberare i figli dalla simbiosi con la madre

La
«società femminilizzata» è una grandissima fregatura per tutti, uomini
e donne. Le donne perché sono state spodestate anche della loro
«regalità» domestica, ormai contesa da maschi petulanti, che sanno
tenere la cucina spesso meglio di loro.

I maschi perché
ricacciati dal circo politico-mediatico (del resto ancora in gran parte
maschile) nel girone dei violenti, gente da sottoporre a schedature di
massa del Dna, come propongono le Commissarie Europee, o da non lasciar
viaggiare accanto a bambini soli, come prevede British Airways. Donne
spregiudicatamente sfruttate sul lavoro, come i maschi, e uomini
controllati e tenuti in permanenza sotto lo stigma del pregiudizio
sociale: questo, e non altro, è la «società femminilizzata»
sviluppatasi in modo accelerato dagli anni Settanta in poi. Non a caso
donne e uomini attenti a cosa accade e dotati di buonsenso, dalla
filosofa e leader femminista Luce Irigaray, al poeta e terapeuta
americano Robert Bly denunciano da molti anni questa «società degli
eterni adolescenti» che, sollecitando vanità di potere nelle donne poi
regolarmente frustrate nelle loro ambizioni, ha svillaneggiato il
principio di responsabilità e deriso l’amore tra uomini e donne,
mettendo in una miserabile competizione tutti contro tutti. Per
comandare con più ampi consensi e sottrarre il potere (ancora
massicciamente maschile) a ogni controllo. La società femminilizzata ha
persino avuto il suo banchiere centrale: Allen Greenspan, il
governatore della Fed di Bill Clinton, il controllore «soft» che
teorizzava l’inutilità dei controlli; sotto il suo lungo regno è nato
il delirio della finanza «derivata», e si è preparato il grande crash
che ha divorato miliardi di risparmi da un anno a questa parte.


Se non comandano le donne però, e anzi ci stanno malissimo (basta
guardare le liste dei presidi psichiatrici, o le statistiche sullo
sviluppo dell’alcolismo, o dei disturbi alimentari) perché si parla di
«società femminilizzata»? È un altro modo, più spostato sul versante
degli orientamenti culturali, per descrivere la «società senza padri»,
come psichiatri, antropologi, e sociologi della politica chiamano già
da quarant’anni la società occidentale. L’Occidente viene così
identificato perché i padri non svolgono più la loro funzione
nell’aiutare durante l’adolescenza i figli ad uscire dalla simbiosi con
la madre.

Il cuore di questa faccenda non è però questione di
pannolini e di principio d’autorità, di costrutti culturali, e di
velleità di potere dell’uno o dell’altro sesso. Il fatto è che i
bambini stanno per nove mesi nella pancia della madre, e non nel padre,
e quando nascono non è ancora costituita una soggettività psichica, e
affettiva, differenziata. Sono nati biologicamente, ma non ancora come
soggetti psicologici. Perché questo accada occorre che la simbiosi
istituita nella gestazione continui per un periodo abbastanza lungo,
durante il quale, nella fondamentale relazione madre-figlio, nasce il
soggetto umano. In un gioco di sguardi, di scambi affettivi, di
riconoscimenti reciproci, nella quale la madre non è sostituibile dal
padre, semplicemente perché il bambino non è mai stato nella pancia
paterna, né ha mai respirato coi suoi polmoni. Naturalmente il padre
quella simbiosi, dovrà poi interromperla, perché altrimenti il bimbo
non riuscirà mai a distaccarsi da quella figura amata e potente,
rimanendone dipendente.

Tutti i fenomeni che Alain De Benoist
elenca nel suo articolo, dall’onnipotenza terapeutica all’«ideologia
vittimista, alla moltiplicazione dei consulenti familiari, allo
sviluppo del mercato delle emozioni e della pietà» non sono
manipolazioni di un’occulta congiura femminile per la conquista del
potere, ma in realtà risposte che il «mercato sociale», guidato
prevalentemente da uomini, offre a degli individui (la gran parte degli
occidentali adulti), che solo parzialmente si sono staccati dalla
madre, e fanno quindi una gran fatica a reggersi in piedi da soli.


Il cuore del malessere della femminilizzazione è questo. Non c’è
proprio nulla di male nel femminile; senza di esso la vita diventa
molto triste. Solo che ogni essere umano, per esistere pienamente e
liberamente, deve rendersi autonomo dalla madre. E può farlo solo
quando un padre presente e amorevole l’aiuta a farlo; altrimenti ne
rimane dipendente per tutta la vita, magari trasferendo questa
dipendenza sulla moglie, sul marito, o sulla società. Per questo, la
società femminilizzata è una colossale fregatura. Per tutti.




 
 
 
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VERGINE MADRE

«Vergine madre, figlia del tuo Figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d'eterno consiglio, tu se' colei che l'umana natura nobilitasti sì, che 'l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura. Nel ventre tuo si raccese l'amore per lo cui caldo ne l'eterna pace così è germinato questo fiore. Qui se' a noi meridïana face di caritate, e giuso, intra i mortali, se' di speranza fontana vivace. Donna, se' tanto grande e tanto vali, che qual vuol grazia ed a te non ricorre, sua disïanza vuol volar sanz'ali. La tua benignità non pur soccorre a chi domanda, ma molte fiate liberamente al dimandar precorre. In te misericordia, in te pietate, in te magnificenza, in te s'aduna quantunque in creatura è di bontate».
 

LA MADRE

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"Cari amici,
Ciò che mi preoccupa principalmente della vicenda del sito islamico legato ad Al Qaeda in cui il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ed io siamo stati minacciati di morte, indicati come "due morti che camminano, proprio come si autodefiniva Falcone", è la sottovalutazione del fatto che si tratta di un testo in lingua italiana e che l’autore è verosilmente un italiano convertito all’islam terroristico di Osama bin Laden.
La mia impressione è che in generale, a livello di potere esecutivo, legislativo e giudiziario, immaginando che questo terrorismo islamico "Made in Italy" potrebbe essere l’opera di una testa calda e magari di un cane sciolto, nel senso di un fanatico non organico a un gruppo terroristico noto, il pericolo viene valutato al ribasso e si ritiene quindi che non ci si debba preoccupare più di tanto. Questo è un errore gravissimo. Non si comprende che anche se fosse presente un solo aspirante terrorista e magari un terrorista suicida, sarebbe di per sé sufficiente per avere la certezza che si tratta della punta di un iceberg, dove l’iceberg è una realtà ben radicata territorialmente e ideologicamente che dovrebbe preoccuparci." Magdi Cristiano Allam