FRATTAGLIE

..utopiche elucubrazioni di una mente istintiva

 

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FRATTAGLIE

Frattaglie di sogni spezzati,
utopie disperse di un sole
salato e lontano,
come luce pallida
e grigia
di un pianto
che sgorga dal cuore.

Frammenti chiamati
a raccolta
da un raggio
che ancora resiste,
che segue l'istinto
infinito
di ricomporre
i frammenti di un sogno.

 

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Elcubrazione sul Tibet

Post n°93 pubblicato il 14 Marzo 2008 da allievadelgabbiano
 

Il 10 marzo 1959- 10 marzo 2008

Da Savetherabbit.

"Sono passati quarantotto anni e la situazione in Tibet non è cambiata. A fronte delle moderate richieste del Dalai Lama che dall’esilio chiede che al suo paese sia riconosciuta almeno una forma di reale autonomia in grado di consentire la sopravvivenza del patrimonio culturale tibetano, Pechino risponde con arroganza e infierisce sulla popolazione con disumani metodi repressivi sia fisici sia psicologici. Frustrati dalla mancanza di risultati concreti, un numero sempre maggiore di tibetani è deciso a mettere in gioco la propria vita perché il Tibet si possa salvare: come nel 1959, “Libertà e Indipendenza” sembra essere il grido che si leva dalle fila del popolo del Tibet".

 Questo popolo ha bisogni di noi!

Qui quello che penso delle Olimpiadi A Pechino.

 
 
 

Elucubrazione per te

Post n°92 pubblicato il 13 Marzo 2008 da allievadelgabbiano
 

Ti racconto
ricordi di seta e velluto.

Un caffè, centellinato nel cuore d’estate,
tra lo stupore di un orologio
che ha perso il suo tempo,
un grappolo di vino in una sera di luce
incorniciato da sorrisi in sguardi profondi.

Vicina ai tuoi occhi.

Vento e montagne
 baci leggeri su un letto umido d’erba
piccoli assaggi di grandi attenzioni
risate, sole, colori,
un messaggio, la sera,
latore di serenità e gaiezza.

Vicina ai tuoi occhi.

Un  giorno che si affretta a giungere
 sciogliendo l’abbraccio inatteso,
un profumo avvinghiato al cuscino,
l’impronta del tuo corpo in me
la mente 
ad immaginare spiagge lontane.

Vicina ai tuoi occhi.

Vicoli scuri, una piccola stanza
ornata da legno e da luna
il tuo piacere, vestito del mio,
parole che si scompongono lievi

nel cuore ancestrale del  buio.

Vicina ai tuoi occhi.

Milano e poi, di nascosto, da te
fotografie, una chitarra, un teatro
una graziosa chiesa, là in alto,
un attimo fugace
a vivere insieme
la tua sola passione.

Vicina ai tuoi occhi.

Finiscono qui i ricordi
scintille di tempo
dentro un sogno di tempo
lontana dai tuoi occhi
non riesco a non sentirmi  tua.

 
 
 

Elucubrazione sul restauro

Post n°91 pubblicato il 11 Marzo 2008 da allievadelgabbiano
 

Quando sono triste, davvero molto malinconica, e sento di dover attendere un momento per prendermi cura del mio io interiore che necessita di tempo per rielaborare le emozioni, dedico una domenica al restauro dell’io esteriore. Trattasi di un’attività talmente impegnativa e macchinosa, se ben eseguita, da permettere alla mente la distrazione necessaria. Si comincia da una depilazione radicale, che non deve ovviamente trascurare le sopracciglia, dolorosa al punto giusto e che comporta il riempimento di uno o due sacchetti per l’umido che finiranno la loro vita nella raccolta differenziata. A questo punto si è pronti per un bel peeling del corpo a base di sale fino ed olio idratante, il primo con  la funzione di rimuovere delicatamente le cellule morte dalla pelle e prepararla ai successivi trattamenti, il secondo atto ad evitare che l’operazione mi trasformi in una specie di rettile in fase di muta. Una doccia tiepida per eliminare il tutto, maschera viso, olio di lino sui capelli, pietra pomice sui talloni, che anche loro hanno la loro bella importanza, e si passa al forno, con un rametto di rosmarino in bocca o, in alternativa, alla vasca da bagno. Fino ad ora mi sono sempre limitata alla seconda opzione. Ingredienti necessari: candela profumata, schiuma densa, di quelle che quando hai finito nemmeno l’idraulico liquido riesce a smaltirla prima di due ore, acqua calda, giusto da rasentare l’ustione, e musica a piacere. Attenzione! Questa è una fase molto critica del processo perché, nei venti minuti circa di ammollo, la mente tende a prendere il sopravvento riportandoci al motivo per cui stiamo facendo tutto questo e trascinandoci verso l’attapiramento globale. Dopo anni di prove, personalmente ho concluso che la cosa migliore sia dotarsi di una settimana enigmistica in modo che i pochi neuroni sopravvissuti a decenni di maltrattamenti siano talmente preoccupati di dimostrare che, in fondo, sono ancora in buono stato, da non potersi permettere alcun tipo di divagazione. L’uscita dalla vasca deve avvenire in modo graduale, se non volete collassare sul pavimento per via dello sbalzo di pressione, quindi doccia tiepida, doccia fredda ed arrotolamento in accappatoio pulito e profumato. Non ditemi che ho consumato troppa acqua, lo so da me…ma ci sono momenti della mia vita in cui è necessario che, per un attimo, abbandoni le convinzioni ambientaliste e mi comporti da vera egoista e consumista.  Si passa quindi alla seconda e, fortunatamente ultima, fase critica dell’operazione: il relax!  Belli umidicci ci si sdraia sul letto, sempre nell’accappatoio, si protegge il cuscino con una salvietta in modo da evitare che diventi la suppellettile ideale per una friggitoria, ci si copre con una bella copertina morbida, possibilmente di un colore solare e si rilassa la muscolatura. Mi piacerebbe dire che si tratta di un momento di ascetica meditazione, ma, stante il sopraccitato motivo scatenante, per allontanare il tarlo che arrovella il mio io interiore, sfrutto un incenso al sandalo e la radio, a meno che un subitaneo e propizio abbiocco non giunga opportunamente in mio soccorso. Al termine della fase preparatoria  si entra nella cuore del trattamento, quello più odiato dalla mia micia, che, in questo, assomiglia tanto ad un uomo, ossia “l’incremamento”, un vero e proprio delirio di barattoli e barattolini: siero lifting effetto anti age-miracoli annessi (così il giorno dopo ti faranno il filo anche i ventenni), contorno occhi (meglio prevenire che curare, ma avrei dovuto cominciare un decennio fa), contorno labbra (ma si…che ho da perdere), crema intensiva anti-rughe-giorno-notte-pomeriggio (tanto non ho altro da fare), crema anticellulite pancia-gambe-glutei (solo perché non esiste ancora quella per le ginocchia, ma domani compero i cerotti), crema rassodante seno (già cade altro, cerchiamo di tenere su almeno quello), balsamo capelli schiarente, shampoo lisciante, fialetta rinforzante e chi più ne ha più ne metta. Tutto questo, ovviamente, con sfondo musicale adeguato. Si termina con la messa in piega e con il trattamento mani: rimozione cuticola, limature unghie, applicazione lunette per la french manicure, smalto bianco, asciugatura, rimozione lunette, smalto trasparente, asciugatura, smalto rosato, asciugatura, crema idratante con guanto di cotone per farla agire al meglio tutta la notte che, nel frattempo,  è sopraggiunta. Distrutta mi abbandono tra le braccia del buon Morfeo, a cui non importa se sono un po’ unticcia, e mi addormento senza pensare. So che tutto questo può sembrare molto superficiale e vanesio ma il lunedì mattina, anche se, ovviamente, il mio io interiore è esattamente al punto di partenza, tetro come la pece, quello esteriore è molto più caruccio e luminoso. Uscendo di casa osservo la mia immagine nello specchio, e lei mi saluta sorridendo.

 
 
 

Elucubrazione sulle pulizie di Pasqua

Post n°90 pubblicato il 10 Marzo 2008 da allievadelgabbiano
 

Ho bisogno di fare ordine nella mente e nell'armadio. Mi piacerebbe  molto portare a termine una delle due attività prima di Pasqua.

Non mi resta che cominciare dall'armadio.

Foto di alesesto

 
 
 

Elucubrazione sulla donna

Post n°89 pubblicato il 05 Marzo 2008 da allievadelgabbiano
 

8 marzo 1908

Maria vinse le morse paralizzanti del freddo mattutino e si avviò, come ogni giorno faceva alle 5.00 in punto, verso il suo posto di lavoro, l’industria tessile Cotton. Aveva 16 anni e da quattro ormai lavorava in quel posto d’inferno, così come sua madre prima di lei.

I suoi genitori erano giunti a New York con la grossa nave in un inverno piovoso; la mamma, all’arrivo così fiduciosamente colma di speranze, confortate dalla vista di quella gigantesca statua rappresentante la libertà, era morta l’anno prima, più schiava di quanto non fosse mai stata in Italia, lasciandola sola con due sorelle ancora piccine.

Quella mattina, nel cuore di Maria, c’era il sogno di una piccola speranza; come ormai da alcuni giorni, stava sfidando la nebbia ed il gelo, stringendosi il più possibile nel logoro scialle con le mani inguantate in quella lana più dura del ferro, per raggiungere le sue compagne e manifestare contro le condizioni in cui, quotidianamente, erano costrette a lavorare.


Non aveva mai sentito parlare di sciopero, ma poche settimane prima, alcune delle donne che lavoravano con lei, avevano cominciato a dire che non si poteva continuare in quel modo disumano ed il passaparola, serpeggiante, le aveva convinte, finalmente, a ribellarsi. Mr. Johnson, il “padrone” non era affatto contento, ma loro continuavano, imperterrite, convinte che, alla fine, avrebbe almeno su qualche cosa ceduto.

Si sentiva importante la piccola Maria quel giorno; per la prima volta nella sua breve vita si sentiva parte di un gruppo, condivideva ideali, trovava la forza per combattere, nonostante i crampi della fame le attanagliassero lo stomaco ed il gelo pungente la raggiungesse sino in fondo alle ossa. Per la prima volta aveva fiducia in un cambiamento e soprattutto, poteva permettersi il lusso di sperare.

Si trovavano nello stabile, a parlare di come avrebbero organizzato la giornata, quando un fumo denso e scuro cominciò a riempire il capannone. La gola secca, gli occhi lacrimanti, paura e sgomento: tutte cominciarono a correre verso le uscite, ignare di quanto stesse accadendo. Ma le porte erano sbarrate. Panico. Orrore. Urla. Pianti.

Maria non aveva più forza di lottare, nessuna energia in lei, nessuna fiducia, anche il lontano pensiero delle sorelle annullato dalla mancanza di ogni speranza. Si arrese. Almeno alla fine non avrebbe più sentito quel freddo infinito dentro di sé.

________________                                                  

E’ vero, si tratta solo di un triste racconto che trova il suo spunto in una leggenda; scrivendolo, tuttavia, ho voluto domandarmi che ci sarà da festeggiare sabato, un giorno in cui, come in tanti altri, centinaia di donne nel mondo saranno costrette in schiavitù, picchiate, violentate, uccise, lapidate. Scusate se esprimo un giudizio: solitamente mi astengo dal farlo, ma, ogni anno, mi vergogno quando persone del mio stesso sesso vivono questa giornata con un’allegria sguaiata, utilizzandola come mezzo per una trasgressione che trovo davvero penosa, fotocopia mal riuscita dei difetti più tristi dei più patetici rappresentanti del sesso maschile. Non trasformiamo anche quest’anno questa data nell’ennesimo infelice spettacolo del peggio di noi e di quanto il nostro mondo sia governato da logiche individualiste e consumiste, ve ne prego. L’8 marzo non è la “festa della donna” ma la “giornata internazionale della donna”, e come tale dovrebbe essere un momento di incontro, di scambio di opinioni, di dibattito. Sotto la coltre del progresso si nascondono ancora troppe iniquità, discriminazioni, omertose violenze: quante donne nel mondo dovranno ancora essere immolate prima che cambi veramente qualche cosa? Partiamo da noi, donne, dalla stima reciproca, dalla capacità di riconoscere i pregi nelle altre, dall’unità e dalla collaborazione.

Ringrazio e saluto con rispetto chi, anche se con idee politiche distanti dalle mie, alla difesa dei diritti delle donne, ha dedicato gran parte della sua vita (qui).

 
 
 

Elucubrazione su un sogno mai nato

Post n°88 pubblicato il 03 Marzo 2008 da allievadelgabbiano
 

Chiara era una donna, una quarantenne, come tante altre. Un matrimonio fallito alle spalle, un percorso di recupero del proprio equilibrio interiore, nuovi incontri. Un bocciolo di storia, all’orizzonte, che non riusciva a fiorire, nonostante il suo desiderio. Un uomo, Francesco, con tante meravigliose caratteristiche ma con troppi problemi irrisolti ed una vita che non sembrava lasciare sufficiente spazio per lei. Chiara, tantissimi anni prima, aveva avuto dei sogni, quelli che sono forse i desideri istintivi e comuni ad ogni donna: una famiglia e dei figli, da crescere con quel fiducioso amore per la vita che era stato donato a lei dai suoi genitori. Poi tutto si era dissolto, come una bolla di sapone. Non si era mai sentita vittima, ma semplicemente aveva cercato di creare nuovi progetti, dedicandosi alle cose che le permettevano di realizzarsi maggiormente, come donna, ma soprattutto come persona, e viveva in un periodo di grande soddisfazione e serenità. Quel fine settimana avevano discusso un’altra volta, lei  e Francesco e la decisione comune era stata quella di lasciare a lui lo spazio per risolvere i suoi problemi. Chiara voleva rispettare le sue esigenze, anche se soffriva molto più della lontananza interiore che di quella fisica, restando tuttavia convinta che per far crescere un affetto fosse necessario prendersi per mano e provare a camminare insieme. Forse non era il momento o, ancora più semplicemente, non c’era in lui lo stesso istintivo desiderio di condivisione che provava lei. Con sorpresa si accorse che il calendario sulla sua scrivania segnava un ritardo di due giorni sulla data prevista  per l’arrivo del ciclo mestruale, un evento che da una vita accadeva con la stessa perfetta sincronia, segnando il suo essere donna. Due giorni, dai, non sono nulla…ma i giorni divennero tre, poi quattro, infine cinque. Cavolo! Il suo cervello cominciò ad elaborare i dati in proprio possesso: a Francesco non avrebbe certo confidato questa cosa in quel momento, non voleva creargli inutili stati di ansia da aggiungere ai molti che già aveva e tanto meno voleva che le sue paure  potessero avvicinarlo a lei, orgoglio, forse, ma Chiara desiderava che lui trovasse il modo di starle vicino per desiderio e con allegra spensieratezza, e non per preoccupazione o senso di responsabilità. Si sentiva confusa… un lavoro autonomo che non le avrebbe permesso facilità di gestione e movimento, una condizione economica normalissima ma che, certo, non poteva fornire alcuna garanzia di sicurezza per il futuro. Non provò paura, nel disordine della sua mente e nella grande preoccupazione si sentiva comunque serena; la sua famiglia, in qualunque modo, sarebbe stata presente, le tragedie nella vita sono altre e se fosse successo, se fosse rimasta incinta, avrebbe pensato che, tutto sommato, la vita le aveva donato in un momento assolutamente inaspettato quel sogno che, ormai, aveva accantonato. Al resto avrebbe pensato dopo…le tornò alla mente una frase letta tanti anni prima e che si ripeteva sempre nei momenti di difficoltà: “quando arriveremo al ponte lo attraverseremo”…già inutile spreco di risorse guardare troppo in là…un passo alla volta, in funzione di quello che succede. Era trascorso un altro giorno. Quella sera era lontana da casa. Decise di passare in farmacia, comperare un test di gravidanza, cercare un bel posticino dove mangiare qualche cosa di buono accompagnandolo con un bicchiere di vino e poi tornare in albergo e togliersi da quel dubbio che diventava, di ora in ora, sempre più prepotente, facendo proprio ogni angolo della sua mente. Lo fece e, quando sul display apparve la scritta “non incinta”, si sentì sollevata e riuscì finalmente a sorridere. Ma fu felice che il destino non le avesse posto davanti due buste tra le quali scegliere il risultato del test: avrebbe attinto da quella che le permetteva di continuare la sua vita così come se l’era ricostruita, ma le sarebbe rimasto vivo il rimpianto di un sogno mai nato.

 
 
 

Elucubrazione sul mio oggi

Post n°87 pubblicato il 02 Marzo 2008 da allievadelgabbiano
 

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi

finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios

temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati,

seu plures hiemes, seu tribuit Iuppiter ultimam,

quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare

Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi

spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida

aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

_________________

Non domandarti – non è giusto saperlo – a me, a te

quale sorte abbian dato gli dèi,

e non chiederlo agli astri, o Leuconoe;

al meglio sopporta quel che sarà:

se molti inverni Giove ancor ti conceda

o ultimo questo che contro gli scogli fiacca le onde

del mare Tirreno. Sii saggia, mesci il vino

– breve è la vita – rinuncia a speranze lontane. Parliamo e fugge il tempo geloso: carpe diem, non pensare a domani

 
 
 

Elucubrazione sulla Rossa

Post n°86 pubblicato il 01 Marzo 2008 da allievadelgabbiano
 

Quando la vidi la prima volta provai per lei un’antipatia epidermica, una di quelle sensazioni che non ti sai spiegare ma che lasciano dentro di te un’impressione sgradevole; lavoravo ancora in università, allora, ed in laboratorio arrivarono quelle due ragazze per richiedere la tesi. O cavolo…pensai io, che ancora non mi ero resa conto appieno di quanto poco sia intelligente e corretto giudicare le persone dalla prima impressione,…che due svampite!

Lei, in particolare, non mi piacque per nulla…degli splendidi capelli rossi mossi, un bel faccino, l’aria leggermente snob, aveva un modo di parlare che mi urtava i nervi ed un risolino che, allora, trovai un po’ fuori luogo e certo esagerato.

Partirono entrambe per il progetto Erasmus e, per un poco, sperai di aver scampato un pericolo, ma tale convinzione ebbe vita breve perché, a pochi giorni dal suo rientro, fui convocata dalla Direttrice del Centro che mi disse: “questa ragazza la seguirai tu”. E caspita però…con la fortuna che ho, meglio non investa inutilmente i miei soldi alla lotteria! Ma, come imparai a capire più tardi, la cosa peggiore che si possa fare nei riguardi della vita, e delle persone in particolare, è soffermarsi alla superficialità.

Lavorare insieme, all’inizio, non fu semplice…io sono una pedantissima pignola, precisa alla virgola, caratteristiche forse fastidiose in altri contesti ma relativamente utili in un laboratorio di microbiologia,  e lei sembrava avere il cervello perennemente altrove tanto che mi trovai, più volte, a ringraziare il cielo che dovesse manipolare solo dei tranquillissimi batteri lattici e non qualche bestiaccia molto più invasiva, che, all’inizio, tra le sue mani, avrebbe rischiato di essere dimenticata ovunque.

Io cercai di adattarmi ai suoi tempi e lei, certo, sopportò molti dei miei richiami e di quei bigliettini acidi che lasciavo appesi ovunque per ricordare agli smemorati quali fossero  le procedure ed i comportamenti fondamentali da tenere in laboratorio, per la sopravvivenza di tutti. “Legatevi i capelli”, dicevo: si lavora con le fiamme e con prodotti pericolosi, è una questione di sicurezza.

Credo mi abbia trovato insopportabile, almeno fino al giorno in cui dovetti munirmi di chiave inglese e forbici per liberare la rossa chioma dallo scovolino per lavare le provette al quale lei, distratta in chiacchiere, si era avvicinata in modo incauto e che, perfido, non aveva perso l’occasione per arrotolare la bella capigliatura attraendola saldamente a sé.

E fu così, che tra un rimbrotto ed un sorriso, cominciai a conoscerla, a farmi raccontare il suo vissuto, a capire che aveva un grande cuore, una ragazza generosa, dai grandi principi, tanto affine a me sulle cose importanti quanto diversa in tutte quelle che davvero non contano nulla. E fu sempre così che divenne, poco a poco, la mia migliore amica, accompagnandomi nel periodo più difficile della mia vita come solo le mie sorelle hanno saputo fare, diventando, nel mio cuore, a tutti gli effetti, una di loro.

In questo momento sta partendo per andare nel Mali a prendere la sua bimba, che per tanti anni lei ed il marito hanno atteso. La zia Micky è qui che aspetta a braccia aperte, lei, e la sua nuova famiglia.

Rossa, non avere paura, andrà tutto bene: tu imparerai a diventare una brava mamma e a gioire appieno di questo dono, costruirai grandi progetti e realizzerai finalmente un sogno e, se qualche volta le cose non andranno proprio come vorresti ed avrai bisogno di me, io ci sarò, sempre.

Ti voglio bene.

 
 
 

Elucubrazione sull'incontro

Post n°85 pubblicato il 25 Febbraio 2008 da allievadelgabbiano
 

Stimolata dalla simpatica iniziativa di tuttiscrittori:

Dopo l’ennesima discussione persi la bussola e fuggii, usando quell’astronave rudimentale come passerella tra due mondi distanti. Avrei creduto di soffrire nell’abbandonare le mie radici, provai invece una gioia intensa quando atterrai su questo pianeta, che tante volte avevo spiato dal mio, lottando contro tutti quelli che mi dicevano che voi eravate troppo diversi per poterci accogliere. “Non potresti mai integrarti”, mi ripetevano, urtando senza alcun tatto la mia sensibilità. Quando vidi il tuo viso, per la prima volta, ebbi la certezza che avevo fatto bene a seguire il mio cuore e che tu mi avresti accolto, rendendomi parte di te. Ora, mentre i nostri figli aspettano di sedersi a tavola, li osservo e sento di non essere un’aliena: adesso so che, se due anime sono affini, si possono incontrare ed addomesticare, anche se giungono da pianeti lontani.

 
 
 

Elucubrazione sulle revisioni

Post n°84 pubblicato il 25 Febbraio 2008 da allievadelgabbiano
 

La mia “famiglia” è composta da quatto esseri di genere femminile, due viventi e due no, ma non per questo meno importanti. Si avvicina la primavera ed è periodo di revisioni, per tutte noi.

Oggi è il turno della macchina, l’unica a non avere un nome proprio, ma davvero fondamentale nella vita quotidiana. L’ho affidata a mani, spero, esperte, che le faranno un bel check-up, tagliando, bollino blu e revisione anticipata, probabilmente misurando tutte le polveri acchiappate dal suo bel filtro antiparticolato per poi ributtarle esattamente da dove sono venute. Trascorriamo insieme tantissimo tempo, certamente è l”essere” con cui condivido la maggior parte delle mie ore, e devo dire la verità, stiamo bene, ci divertiamo, ascoltiamo musica, pazientiamo in coda, quando è necessario. E’ proprio una brava macchinina, un bel motore allegro, non si è mai arresa, per ora, a nessuna avversità. Ha compiuto tre anni e mezzo e 120.000 Km. C’è chi sostiene che sarebbe ora di cambiarla, ma io non le dico nulla, non vorrei si offendesse: mica si cambia un’amica solo perché invecchia, la si accudisce e ci si prende cura di lei cercando di mantenerla in salute finché non giungerà la sua fine naturale, speriamo il più tardi possibile.

Poi toccherà a Goccia, la micia, vera ed unica padrona di casa. In realtà lei è la proprietaria, ma ci sta molto poco preferendo girovagare per i boschi cacciando microscopici topini di campagna che inevitabilmente ritrovo sul terrazzo come omaggio affettuoso. E’ una creaturina meravigliosa e credo  abbia qualche parente della famiglia dei canidi perché a qualsiasi ora del giorno e della notte è li ad aspettarmi: io  posteggio, lei salta in macchina, si fa il suo giretto turistico mentre scarico il portatile ed eventuali borse della spesa, e poi mi precede verso la porta di casa, scodinzolando. Non mi stupirei se un giorno la sentissi abbaiare. Odia andare dal dottore, lo so, ma si deve fare per forza, dato che dopo le sue battute di caccia pretende di dormire sul letto, possibilmente spalmata sul mio sterno.

Sistemata la micia sarà il turno della moto. Lei si che un nome l’ha, si chiama “L’ala del gabbiano” ed è bella come il sole, un po’ vecchiotta forse, ma come un buon vino migliora con il tempo. La sua revisione è scaduta a gennaio ma noi non lo diciamo a nessuno ed aspettiamo che arrivi un po’ di caldo per raggiungere l’officina, dove ci conoscono tutti perché siamo andate più volte a far aggiustare vari pezzi danneggiati in manovre da acrobate inesperte. Che dirvi…lei è gioia pura, solo guardarla mi mette il buon umore. E’ un sogno realizzato, il simbolo della libertà ritrovata e penso proprio che non se ne andrà mai, anche quando non sarà più in grado di passeggiare allegramente con me per le strade attorno al lago, perché non è solo un oggetto, ma il simbolo che quando la vita ti appare buia ed impossibile, c’è sempre un raggio di luce a cui puoi aggrapparti per ricominciare da capo.

Infine toccherà a me. Ho trovato il coraggio necessario per guardarmi con occhio critico a figura intera nello specchio: se osservo solo il viso mi traggo in inganno da sola. Mah…non so se basterà una revisione…temo che qui urga proprio un restauro.