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Il dittatore lascia al fratello: Castro morente? Nessun pianga
Post n°19 pubblicato il 02 Agosto 2006 da Antalb
E ora che nessuno pianga. Mettete via le parole di circostanza, il dolore, l'apprensione e tutte quelle cose che normalmente si dicono. Non è il caso. Questo è il momento di sperare, anche un po' di gioire. Fidel Castro sta male, molto male. Per alcuni potrebbe essere già morto. Ha ottant'anni, il compagno Fidel, ultimo dirigente comunista del mondo occidentale, l'unico a non aver mai avuto l'ombra di un cedimento ideologico, un ripensamento, un attimo di autocritica. Prima e dopo la caduta del Muro di Berlino, sotto l'ala protettiva dell'Urss e senza più Unione Sovietica a proteggerlo e coccolarlo, lui è rimasto sempre tragicamente comunista. Blindato in quell'isola che fu da sogno, ha imposto la sua legge rivoluzionaria a tre generazioni di cubani, ha stritolato ogni libertà, ridotto il popolo alla fame, costretto le donne alla prostituzione di massa. Poi ha avuto un'emorragia gastrointestinale, lo hanno sottoposto ad un delicato intervento chirurgico e i poteri sono passati al fratello Raul, un ragazzino comunista di 75 anni noto all'Avana per la sua ferocia. E' la prima volta in quasi cinquant'anni di potere assoluto che le redini, sia pure temporaneamente, come sottolineano i comunicati ufficiali, vengono cedute all'erede designato. Vuol dire che la situazione è proprio grave, forse irrimediabilmente compromessa. Addio, compagno Fidel. Addio senza rimpianti per almeno dieci fondamentali motivi. E per favore che nessuno parli di scorrettezza, insensibilità o idiozie del genere. Ricordate: stiamo parlando del guerrigliero della Sierra Maestra, il compagno del Che, il Lider Maximo che ha sulla coscienza migliaia di morti. I numeri della tragedia Dal 1959, anno in cui il giovane avvocato trentatreenne figlio di un immigrato spagnolo entrò trionfalmente all'Avana, la storia di Cuba è disseminata di vittime: 9.240, dicono i ricercatori del progetto "Cuba Archive". Morti ufficiali, con nome e cognome, un volto e una storia spezzata. Le uccisioni non documentate sarebbero dieci volte di più. Centomila in tutto, un'intera città rasa al suolo, immolata sull'altare dell'ortodossia comunista, della lotta al capitalismo, dell'impossibile sfida al dirimpettaio americano. Più di cinquemila i cubani ufficialmente finiti dinanzi ad un plotone di esecuzione, più di duemila quelli morti in carcere per via degli stenti e delle torture. Nell'elenco, anche donne, alcune incinte, e bambini. E poi i "balseros", se volete il secondo motivo per non piangere. "Balsa", in cubano, vuol dire zattera. "Balseros" quelli che fuggono da Cuba a bordo di queste imbarcazioni spesso improvvisate. Molti annegano. Oppure muoiono di sete. Dal 1959 ad oggi le vittime sarebbero state più di settantasettemila. Qualcuno, ovviamente, ce l'ha fatta a resistere al mare. Per loro - ha scritto il Corriere della Sera - vale la legge americana del "wet foot-dry foot". Piede bagnato o asciutto. Se toccano terra, rimangono. In caso contrario sono rimpatriati. L'anno scorso 1.406 cubani sono stati intercettati nei 140 chilometri di mare che separano l'isola di Fidel dalla Florida. Ai primi di giugno tentarono l'avventura anche il signor Diaz, il figlio Rafael e la numerosa famiglia. La Guardia Costiera americana li abbordò a 32 chilometri dalla Florida. Erano a bordo di una Mercury del '49, un taxi di color azzurro, una di quelle auto americane che circolavano a Cuba prima della rivoluzione di Fidel. Il Corriere, raccontando la scena, scrisse: come prima cosa, i tredici fuggiaschi, quando hanno visto le lance della Guardia Costiera, hanno tirato su i finestrini, come per evitare ogni contatto con gli agenti, come per far finta di niente e proseguire nel loro viaggio. L'anno prima era stata la volta di una Buick del '59. Auto d'epoca trasformate in chiatte, senza motore, alla deriva, in balia delle onde pur di fuggire da Cuba. Chiedetelo a loro, ai balseros, se questo non è un giorno fortunato per L'Avana. E chiedetelo anche ai parenti dei 166 cubani rimasti vittime di un vero e proprio crimine contro l'umanità. Le notizie sono tratte dal rapporto della Commissione Interamericana per i Diritti Umani, ampiamente riprese dal Wall Street Journal. Leggiamo:" Il 27 maggio del 1966, 166 cubani, civili e membri dell'esercito, sono stati sottoposti a procedura medica di estrazione del sangue per una media di sette pinte per persona. Questo sangue è venduto al Vietnam comunista ad un prezzo di 50 dollari per pinta con il duplice scopo di ottenere valuta forte e contribuire all'aggressione da parte dei vietcong comunisti. Una pinta di sangue equivale a mezzo litro. Estrarre questo quantitativo di sangue ad una persona produce anemia e uno stato di incoscienza e di paralisi. Una volta che il sangue è stato estratto dal condannato a morte, la persona è portata da due soldati su una barella sino al luogo dell'esecuzione". Non bastava la semplice esecuzione. Fidel come Dracula. Il Lider Maximo che succhia il sangue del suo popolo, che trasforma un'isola-paradiso in un lager. A Cuba è impossibile leggere un quotidiano che non sia l'organo ufficiale del Partito Comunista cubano (altro motivo per non piangere le sofferenze di Fidel). Impossibile fare telefonate internazionali (quinto motivo), impossiile consultare Internet (sesto), impossibile vedere una tv che non sia quella del regime, quella che a ogni ora del giorno e della notte magnifica il compagno dittatore (settimo). Impossibile persino incontrare i turisti (ottavo). A Cuba ci sono due Cube: quella degli stranieri, che ha i suoi alberghi, i suoi negozi, i suoi taxi e i suoi dollari. E quella dei cubani, che ha la sua miseria. Il volto triste del fallimento L'altra Cuba è la faccia vera della revoluciòn, il volto triste del fallimento di un'ideologia. La spesa si fa nei negozi del popolo, tessera e pochi litri di latte a settimana, baccalà, pane e nient'altro perché il regime non ha un soldo. Negli ospedali bisogna portare le lenzuola da casa, le medicine scarseggiano. Ogni tanto, all'Avana antica, un palazzo viene giù, per incuria, perché non si sa come fare a restaurarlo. Il giorno dopo arrivano le ruspe e fanno scomparire le macerie, trasformano lo spazio in un parcheggio. Quanti morti là sotto? Quanta gente senza un tetto? Nessuno lo dirà mai: L'Avana, patrimoni dell'Unesco, crolla nel silenzio. Finiti i rubli del padre-padrone sovietico, Fidel ha dovuto fare da solo. E lo ha fatto nell'unico modo in cui un regime che è contro l'uomo può farlo: usando il pugno di ferro, blindando l'isola, accanendosi contro i cubani, depredandoli della libertà e della speranza. Oggi, a quindici anni dalla caduta del comunismo, il regime cubano è ancora lì, nelle mani di Raul, visto all'Avana quasi come un pazzo. E l'unica industria che veramente funziona a Cuba è quella della prostituzione, dichiarata fuori legge, punita dalle autorità e tollerata o addirittura incentivata. Si prostituiscono donne nel fiore degli anni, donne sfiorite e persino bambine, perché è questo, per chi non vuol vendere la propria anima al regime, l'unico modo per sopravvivere e portare un po' di cibo a casa. Da isola-paradiso a isola-lager e poi a bordello galleggiante. E voi dite che non dovremmo gioire? Cuba libera oggi è un po' più vicina. Peccato solo che i poteri siano passati a Raul, il fratello feroce e forse l'unico motivo per augurare lunga vita a Fidel Castro. |


Inviato da: Leonard Swhan
il 25/07/2017 alle 17:18
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