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Pentimento per procura

Post n°98 pubblicato il 30 Agosto 2006 da Antalb
 

Tre giorni fa, il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, si è dichiarato pentito: se avesse saputo che il sequestro di due soldati israeliani avrebbe portato al conflitto iniziato il 12 luglio e durato 34 giorni, una vera e propria miniguerra, non l'avrebbe fatto. L'altro ieri ha rincarato la dose: ha dichiarato che nessun miliziano girerà armato nel Libano del Sud e che se per caso uno dei suoi seguaci dovesse essere trovato con armi addosso, dovrebbe essere subito arrestato dalle forze regolari dell'esercito libanese. Come mai questo improvviso buonismo?

Sul "pentimento" sembra influire la reazione della comunità sciita libanese, che accusa Nasrallah delle sofferenze che il suo gesto ha causato a centinaia di migliaia di persone, che non sono facilmente superabili con la sua decisione di regalare 12mila dollari a ogni famiglia che ha avuto distrutta la casa. Nasrallah si trova politicamente isolato e quindi vede ridursi la possibilità di esercitare un ruolo politico anche perché le fazioni concorrenti in Libano sembrano intenzionate ad approfittare della situazione. Tutto questo rientra nella logica e quindi non sorprende. Al più si può immaginare una nuova versione di Nasrallah, sulle orme di Yasser Arafat: dopo avere fatto per anni il guerrigliero e il terrorista, conservò la leadership del movimento palestinese adeguandosi al dialogo e all'uomo che vuole la pace.

Tuttavia ci incuriosisce di più la seconda affermazione. Da essa si deduce che non miri a creare, almeno nell'immediato, difficoltà alle forze regolari libanesi e a quelle dell'Onu che prenderanno tutto il controllo del Libano meridionale. L'intenzione ci fa piacere perché rende meno rischiosa la missione dei nostri militari, ma dobbiamo chiederci le ragioni di tanta improvvisa remissività. In realtà ne vediamo una sola: Nasrallah scambia il disarmo di Hezbollah con la semplice scomparsa, momentanea, di miliziani armati nel Libano del Sud, che si ritireranno a nord del fiume Litani. Così Israele dovrà evacuare completamente e rapidamente, dovendo inoltre prendere atto del pieno rispetto della risoluzione dell'Onu da parte del governo libanese e da parte di Hezbollah.

Nasrallah ha fretta che gli israeliani se ne vadano. Perché? Un servizio della Tv israeliana ha mostrato le immagini di un bunker  di Hezbollah, con l'entrata costruita a una ventina di metri da una postazione Onu, scavato per due chilometri quadrati a una profondità di circa 300 metri, dotato di rampe di lancio per missili, aria condizionata, vari servizi e uscite di emergenza. Se ci si domanda come mai questo scavo non indifferente sia potuto avvenire sotto gli occhi dei Caschi Blu e come sia sfuggito alla ricognizione aerea israeliana, senza contare l'impenetrabile segreto che ha accompagnato lavori non brevi, sorge il sospetto che Nasrallah vogli anzitutto che sul territorio tra il Litani e il confine con Israele nessuno ficchi il naso perché, probabilmente, di costruzioni di questo tipo ce ne sono molte. E non è compito né dell'esercito libanese né della forza di interposizione fiutare ogni cespuglio e rovesciare ogni pietra. Quindi ciò che preme al leader di Hezbollah è che l'infrastruttura logistica resti intatta e ignota affinché possa essere riattivata al momento opportuno.

Se il pentimento di Nasrallah è equiparabile alle lacrime di coccodrillo, ne sarà facilitata la missione Onu, ma resta il dubbio che il leader di Hezbollah possa avere compiuto una svolta buonista in modo autonomo. Se è stato autorizzato, o obbligato, a farla per le pressioni dell'Iran e della Siria, bisogna capire perché Teheran e Damasco abbiano deciso in tale senso. E il meno che si possa supporre è che, anche se con motivazioni diverse, vogliano guadagnare tempo.

 
 
 
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