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Sdegno vittimista: l'inutile sussulto

Post n°231 pubblicato il 04 Novembre 2006 da Antalb
 
Tag: Napoli

I sussulti d'angoscia e d'indignazione che l'Italia ufficiale manifesta quando viene posta di fronte a eventi drammatici - come quelli di Napoli - sono nobili, sono condivisibili, ma purtroppo non risolvono nulla. Il Presidente della Repubblica ha bene interpretato lo stato d'animo del Paese parlando di giorni "tra i peggiori che Napoli ricordi da lungo tempo" e di "emergenza non soltanto criminale ma ambientale, sociale e culturale". Dopodiché ha esortato il governo nazionale e le autorità locali a fare qualcosa, e a farlo presto. Fin qui, immagino, tutti d'accordo tranne i malavitosi. Fare è necessario. Ma cosa?

Cerchiamo d'evitare che dell'argomento s'impossessino, per le loro esibizioni intellettuali, alcuni sociologi e politologi: che la prendono sempre alla larga, magari accusando Garibaldi, i piemontesi, il fascismo, il Nord, per approdare alla conclusione che il degrado di Napoli è responsabilità di tutti, tranne che dei napoletani. C'è un filone saggistico sul Mezzogiorno che stabilisce un nesso ferreo tra la criminalità e la povertà, e in quel nesso trova la ragione degli ammazzamenti, del racket, degli scippi, di tutto. Non sono un esperto di economia: ma so che a Napoli, come a Milano o a Roma, gli extracomunitari vengono utilizzati per lavori che i cittadini italiani ormai ripudiano. Non c'è la pulsione della fame alla radice della questione Napoli, c'è altro.

Diciamo subito, per chiarezza, che la dirigenza politica di quella città stupenda non ha fatto nulla, cambiassero o no i riferimenti ideologici, per guarirla d'alcuni suoi vizi ambientali, anzi li ha coltivati. Ad esempio incoraggiando non una presa di coscienza dei mali da guarire ma un vittimismo autoassolutorio. La camorra imperversa e insanguina le strade anche perché s'è ingenerata una consuetudine all'illegalità, il fatto che mezza Italia usi il casco per il motorino e l'altra mezza Italia il più delle volte spavaldamente lo snobbi è più d'un indizio, è una prova.

Per molti la prima contromisura da adottare in presenza di fenomeni delinquenziali epidemici è l'invio massiccio d'altri carabinieri, d'altri agenti, magari dell'esercito. L'idea che il numero sia potenza è tuttora viva e vegeta in Italia. Non credo, personalmente, che reparti militari normali sarebbero di grande utilità, al di là d'un effetto intimidatorio di facciata. Una presenza capillare e costante delle forze dell'ordine è invece utilissima: ma non risolutiva se chi vive di crimine ha la convinzione che un eventuale arresto sarà breve e un'eventuale pena non sarà espiata. Non solo a Napoli, ma in ogni area ad alta densità delinquenziale come la napoletana, dev'essere rovesciata la gerarchia dei soggetti cui appaia conveniente obbedire.

Adesso, in fasce sociali piuttosto ampie, la camorra è più autorevole e credibile della polizia, l'amicizia d'un boss conta più d'un master in una buona università. E il camorrista attivo ha ottime probabilità di cavarsela. Questo cambio di mentalità non è favorito dall'abitudine - vigente in partiti e gruppi della coalizione di governo - di considerare la polizia sempre colpevole, in caso di disordini, e i manifestanti violenti sempre innocenti. Interrogare, in proposito, il noto deputato Francesco Caruso. Cito uno slogan da film o da romanzo, che tuttavia ha un senso: deve farsi strada l'idea che il delitto non paga.

Temo che anche questi sembreranno, a chi legge, ragionamenti da tavolino. In effetti l'emergenza Napoli deve essere affrontata con durezza, da chi ha i poteri, i mezzi e la capacità tecnica necessari, sul terreno. Ma senza lasciarsi frenare dalle lagne sulla miseria - che non ha impedito alla Campania d'inviare a New York per il Columbus day una missione monstre di 160 politici, portaborse e gitanti vari - o sui richiami d'obbligo alle glorie storiche e intellettuali di Napoli. Benedetto Croce è una cosa, i forsennati che nei quartieri spagnoli aggrediscono le forze dell'ordine quando catturano dei rapinatori sono ben altra cosa.

 
 
 
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