Creato da Antalb il 28/07/2006
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Manovra sul lavoro: disoccupati per legge

Post n°401 pubblicato il 23 Dicembre 2006 da Antalb
 

Ci sono due apparenti paradossi lasciati in eredità dal governo Berlusconi all’attuale esecutivo. Che grazie ad una straordinaria eterogenesi dei fini si sono rivelati preziosi doni. Il primo, su cui già abbiamo più volte detto, è rappresentato dalla diminuzione delle aliquote fiscali sui redditi. Invece di ridurre il gettito, ha aumentato le risorse per il Tesoro. Berlusconi ha tagliato le tasse e Prodi incassa più quattrini. Il secondo paradosso nasce dalla contraddizione tra la debolezza dell’economia italiana negli ultimi due anni del governo Berlusconi e la riduzione della disoccupazione ai minimi da quindici anni. Ieri l’Istat ha confermato un tasso di disoccupazione al 6,8 per cento. Quasi un punto in meno della media europea. Uno dei nostri pochi primati continentali.

L’attuale esecutivo infischiandosene delle cause che hanno provocato i doni ricevuti, rischia di sprecarli. Sulle imposte abbiamo già detto mille volte: vengono alzate. Con l’effetto assurdo di ridurre, come scrive lo stesso governo, la crescita economica del prossimo anno di qualche decimale. La difesa è che è necessario procedere al risanamento.

Ma lo scempio che si sta compiendo sul fragile mercato del lavoro è persino peggiore. Anche in questo caso il fine è nobile: difendere i soprusi che si perpetrano ai danni dei precari, dei lavoratori a tempo da parte di imprenditori miopi.

Il problema di base lo aveva capito, scomodando un grande filosofo-economista, Pareto un centinaio di anni fa. «La logica - scriveva - cerca i motivi per cui un ragionamento è erroneo. La sociologia perché esso ottiene un diffuso consenso». I nostri politici sono degli ottimi sociologi e dei pessimi logici.

Quando, con un po’ di logica, si leggono i dati sull’occupazione diffusi ieri, si capisce che la strada della flessibilità del lavoro non solo è l’unica possibile, ma è auspicabile. Qualche numero. Da un anno all’altro ci sono 459mila occupati in più. Aumenta l’occupazione degli stranieri.

E l’impiego degli ultracinquantenni, i più difficili da collocare, è in crescita. Un quarto delle donne è a tempo parziale. E aumenta l’occupazione temporanea. La banale sintesi è che grazie ai nuovi contratti e alla flessibilità introdotta anche dalla Legge Biagi, si sono riempiti gli interstizi di occupazione che le passate rigidità normative non permettevano di riempire. È un bene? È un male? Per la sociologia dell’attuale esecutivo questo dato è pessimo. Da cancellare. E per di più in maniera surrettizia, un po’ ipocrita.

Il tavolo (basta per favore!) della concertazione con i sindacati e il ministero del Lavoro su questi temi parte solo l’anno prossimo. Ma la Finanziaria si è portata avanti. Con tre norme devastanti. La prima prevede la «parametrazione» delle retribuzioni dei lavoratori a progetto (coloro che non sono dunque assunti in pianta stabile) ai contratti collettivi nazionali dei lavoratori dipendenti. Fino all’altro ieri essi erano invece più correttamente messi a paragone con i lavoratori autonomi. In sostanza già si pongono le basi per una nuova figura di lavoratore dipendente di serie B.

La seconda prevede l’aumento dei contributi per i lavoratori a progetto di 5 punti percentuali. Con l’inganno di una più corposa prestazione previdenziale. E la terza è l’introduzione anche per gli apprendisti della contribuzione previdenziale.

La logica è assurda, ma la sociologia è salva: tutti abbiano un lavoro per legge. D’altronde non è quello che stanno facendo con le assunzioni dei precari di Stato?

 
 
 
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