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L'Italia che ci crede: la risposta ai profeti di sventura

Post n°2518 pubblicato il 22 Gennaio 2009 da Antalb
 


Editoriale di Nicola Porro su il Giornale di martedì 20 gennaio


L’ottimismo del Giornale, da qualcuno, viene scambiato come una rincorsa della buona novella governativa. Abbiamo realizzato una lunga campagna di fiducia (L’Italia che ci crede) inaugurata da uno splendido articolo del numero uno della Fiat, Sergio Marchionne. La nostra idea di fondo è che il progresso umano non si fermi, prosegua a strattoni, e che siano (come sosteneva il vecchio e liberale Einaudi) i processi dello spirito a generare le strutture dell’economia e non il contrario come ci hanno intellettualmente imposto le dottrine marxiane. Abbiamo creduto e sostenuto che la crisi economica esiste, ma senza dimenticare il sostegno creatore e rivoluzionario della distruzione. Abbiamo registrato consumi natalizi in tenuta, e abbiamo riflettuto sulla particolare struttura sociale dell’Italia, che ci ha messo al riparo dall’onda lunga della crisi finanziaria. Abbiamo navigato contro l’idea compiaciuta della fine del capitalismo. Non facciamo, insomma commercio di quella pessima attitudine dei mestieranti della crisi, cantandola e compiacendola ogni giorno. E ieri la Commissione europea ha sostanziato questa nostra posizione con qualche cifra. Per la prima volta, dalla nascita dell’Euro, l’Europa vedrà il suo reddito diminuire, la disoccupazione crescere e i conti pubblici peggiorare oltre i paletti previsti dallo statuto europeo. Ma ha anche sottolineato come a metà del 2009, la rotta si dovrebbe invertire. Il commissario Almunia ha ricordato come il mix degli interventi messi in campo dal governo sia equilibrato e appropriato. Da queste parti si è più volte chiesto al governo di fare di più sul lato della riduzione fiscale, ma si è anche riconosciuta l’importanza di non far crollare l’argine della spesa pubblica, già a livelli intollerabili.


Ma ciò che più conta è la risposta che le nostre imprese stanno mettendo in campo. Viviamo di esportazioni e dunque siamo intimamente legati alle economie dei Paesi terzi. Una riduzione della spesa in Germania, ha da noi, conseguenze immediate. E si faranno sentire. Il commercio mondiale che negli ultimi cinque anni ci aveva abituati ad una crescita dell’8-9 per cento, è destinato a ridursi di quasi due punti percentuali. Insomma un orizzonte non proprio sereno. Eppure c’è un’Italia che si rimbocca le maniche, che non piagnucola. Ci sono piccole imprese (il quarto capitalismo studiato da Mediobanca) che non solo esportano il 60 per cento del proprio fatturato, ma che sono alla continua ricerca di affari in giro per il mondo. Ieri un piccolo grande nome come Recordati si è comprata una casa farmaceutica in Cechia. Oggi un grande nome come Fiat si porta a casa la Chrysler senza sborsare un quattrino. Hanno in comune la piena fiducia in una prossima ripresa. È la nostra Italia che ci crede.


 
 
 
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