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Perché è giusto vietare le piazze
Post n°2523 pubblicato il 23 Gennaio 2009 da Antalb
Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, chiederà ai prefetti di vigilare affinché non avvengano manifestazioni di piazza davanti alle chiese, alle stazioni e ad altri luoghi pubblici. La limitazione del diritto di piazza è una novità in Italia. La piazza è sempre stata considerata un mezzo di pressione politica. La decisione del ministro è una risposta alle manifestazioni islamiche davanti al Duomo e alla stazione di Milano. Maroni si è reso conto che è un altro uso della piazza quello promosso dagli islamici: si tratta di un'occupazione religiosa. Da strumento sindacale di azione anche violenta (occupazione di strade, ferrovie e aeroporti) la piazza è diventata un luogo di pura ostensione della potenza, del numero, senza la violenza ma con la preghiera. Il governo prende coscienza della novità che rappresenta la pressione islamica in Italia. Essa può essere una perfetta forma di manifestazione non violenta, eppure di forza. Perché la forza dell'islam consiste nel numero e nella massa. Si può anzi dire che il termine «massa» non abbia mai trovato realizzazione più chiara di quanto avviene ora nell'ostensione musulmana avvenuta in maniera sincronizzata in tutto il mondo e chiaramente diretta da una centrale. Ciò accade ora anche in Italia, dove i musulmani possono creare massa facilmente perché motivati a farlo dalla loro storia, dal loro istinto religioso e culturale, senza fare alcuna azione ma con una manifestazione passiva di presenza. La piazza cambia dunque significato, passa dalla pratica della lotta a quella dell'ostensione pura. Perciò per la prima volta in Italia viene limitato il diritto di piazza, finora largamente usato dai sindacati come proprio strumento di lotta. È una presa di coscienza della diversità musulmana, che si manifesta nell'identità vissuta come immodificabile. La comunità islamica è una realtà diversa da tutte quelle nate dalla cultura occidentale cristiana, in cui l'elemento della massa è sempre temperato da un forte sentimento di identità personale, che ha reso la massa una categoria parziale e superabile. Sorge così il problema del rapporto delle istituzioni pubbliche con gli immigrati islamici nel nostro Paese e con le loro associazioni. Occorre tenere conto del fatto che l'occidentalizzazione degli islamici non avviene a detrimento dell'identità musulmana, ma come espressione di essa. Non si è nemmeno tentata, da parte delle istituzioni del nostro Paese, una vera difesa della donna musulmana in Italia, visto che la sua condizione è determinata dalle regole islamiche in modo diverso di quanto avviene nel diritto occidentale, che si fonda sulla eguaglianza cristiana tra uomo e donna. Il pluralismo come principio ha fatto dimenticare l'esistenza della civiltà occidentale fondata sul cristianesimo e sviluppata dalla modernità. È una civiltà diversa dalle altre e suppone l'eguaglianza dei diritti e la vigenza di un solo modello civile. Anche una richiesta minima come quella fatta dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, secondo cui le prediche nelle moschee devono essere fatte in italiano e non in arabo, è stata respinta da molti imam, che considerano l'arabo la lingua di Dio. La sunna islamica sostiene che il Corano è increato e che, quindi, il suo testo arabo ha un valore divino. È una concezione molto diversa da quella ebraico-cristiana della Scrittura, per cui la Bibbia è ispirata da Dio a un autore umano che ne è causa diretta; il testo ne rispecchia lo stile, la storia e la personalità. Anche nella Chiesa vi sono vescovi sensibili a mantenere la figura cristiana del nostro Paese e del suo paesaggio, come il cardinale Poletto, arcivescovo di Torino, che ha chiesto la lontananza delle moschee dalle chiese. Il mondo laicista assiste con contentezza all'infrangersi dell'identità cattolica del Paese grazie alla presenza di una religione diversa, dimenticando che essa è anche una civiltà diversa. È sul nostro popolo che ricade l'invenzione della convivenza. Esso è composto da individui, non è una massa. E l'individuo è fragile di fronte a una comunità che agisce come tale, cioè come comunità mondiale, totale nella sua identità culturale. Il problema è aperto e il ministro dell'Interno ha segnato il primo capitolo della presa di coscienza italiana, a livello istituzionale, della differenza musulmana. |


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