Creato da pierrde il 17/12/2005

Mondo Jazz

Il Jazz da Armstrong a Zorn. Notizie, recensioni, personaggi, immagini, suoni e video.

IL JAZZ SU RADIOTRE

 

martedì 9 ottobre 2018 alle 20.30

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JAZZ & WINE OF PEACE

Pipe Dream

violoncello, voce, Hank Roberts

pianoforte, Fender Rhodes, Giorgio Pacorig

trombone, Filippo Vignato

vibrafono, Pasquale Mirra

batteria, Zeno De Rossi

Registrato il 26 ottobre 2017 a Villa Attems, Lucinico (GO)



 

 

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I PODCAST DELLA RAI

Dall'immenso archivio di Radiotre č possibile scaricare i podcast di alcune trasmissioni particolarmente interessanti per gli appassionati di musica nero-americana. On line le puntate del Dottor Djembč di David Riondino e Stefano Bollani. Da poco č possibile anche scaricare le puntate di Battiti, la trasmissione notturna dedicata al jazz , alle musiche nere e a quelle colte. Il tutto cliccando  qui
 

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Messaggi di Giugno 2018

CARTE DIMENTICATE (COME ERAVAMO)

Post n°4025 pubblicato il 30 Giugno 2018 da pierrde
 

Apro uno borsa inutilizzata da anni, ed ecco cosa spunta da un suo recesso:

Parliamo quindi di venti anni fa, esatti. Apro il pieghevole e scopro il motivo della sua sopravvivenza:

Io ho partecipato a questo Festival, forse l'ultima di varie sortite a Verona. Il depliant innesca i ricordi: il debutto italiano di Matthew Shipp nella splendida cornice di Piazza Dante con i passanti che si fermavano incuriositi, l'impatto delle big band di David Murray, George Russell (!!) e William Parker (anche lui ai suoi primi passi in Italia come bandleader) e via discorrendo. Incredibile a dirsi, mi sembrò un'edizione quasi 'in tono minore' rispetto ad altre precedenti (perdono.... non lo faccio più...).

Mi vengono spontanee delle riflessioni, stimolate dall'inevitabile confronto con il presente.Innanzitutto, una precisazione dedicata ai professionisti di oggi: muovendomi con un mese di anticipo, arrivai come si suol dire 'in curva'. Per conquistare dei posti non troppo remoti sulle gradinate 'non numerate' del Teatro Romano bisognava presentarsi all'ingresso  MUNITI DI BIGLIETTO almeno un'ora prima: si sfilava accanto alla coda di quelli che, non avendolo trovato, speravano in qualche vuoto da rinunce o forfait dell'ultimo minuto.

Il Teatro Romano (en passant, un gioiello di acustica e di bellezza paesistica, soprattutto nelle sere di estate) poteva contenere non meno di un migliaio di persone. Ricordo la riconoscenza con cui si versava un piccolo obolo alla Croce Rossa per ottenere in prestito uno smilzo cuscino che avrebbe attutito l'impatto con la granitica Romanità. Rapportati all'economia del tempo, i prezzi non erano nemmeno molto 'popolari' ("cultura alla portata di tutti? ..... volgare demagogia" già allora si pontificava).

Contesto sociale e culturale circostante? La Verona di fine anni '90 non era certo la Berlino di oggi...... Negli scorsi giorni ho fatto un rapido giro tra i siti web di festival estivi di una certa tradizione: in molti casi, e spesso a meno di un mese dalle loro date tradizionali, ho trovato pagine 'in costruzione', 'in aggiornamento'... . Brutto segno, si sta improvvisando sperando di cogliere qualche imprevista occasione dell'ultimo minuto oppure..... siamo all'equivalente di certi cartelli "chiuso per ferie" che rimangono ad ingiallire sulle saracinesche di alcuni negozi per vari inverni a seguire.

Nella seconda ipotesi, addito il recente esempio di Udine Jazz, che, di fronte alla soppressione annunziata da una vera lista di proscrizione, è 'morto in piedi' ed in pubblico, creando un salutare fracasso (purtroppo molto imprecisamente amplificato anche da certa stampa d'opinione che non è stata capace di andare al fondo del problema).  Non infieriamo con il confronto tra il cartellone del 1998 e certi attuali, che farebbero inarcare il sopracciglio anche ad un navigato gestore di night degli anni '60.

Mi limito solo ad osservare che molti dei musicisti del 1998 sono ancora in attività, tra l'altro con formazioni e 'progetti' (altra parolina su cui sarebbe opportuno concordare una salutare moratoria per qualche annetto...)  di gran lunga meno pesanti ed impegnativi sotto il profilo organizzativo. Le ultime volte che ho visto transitare Murray, Metheny o Ribot dalle nostre parti non ricordo di aver visto sedie vuote..... piuttosto ne ho notato parecchie 'abusive', infilate nei più vari anfratti.

Ma non spariamo sulla Croce Rossa, si cade nel moralismo (e cioè l'etica predicata agli altri.... ex cathedra, superflui ed anzi esibizionisitici gli esempi forniti in prima persona). Facciamoci una domanda: dov'è il pubblico del 1998 che si scomodava con un'ora d'anticipo per inerpicarsi sulle gradinate di un anfiteatro, godendosi nell'oretta di attesa uno splendido  tramonto sull'ansa dell'Adige .... con temperature medie mai inferiori ai 30 gradi? Beh, in buona parte questo pubblico eravamo noi, certo più giovani e più avvezzi agli strapazzi, ma soprattutto più CURIOSI.

Ai miei colleghi ex combattenti e reduci (tempo fa sono stato iscritto d'ufficio alla categoria), ricordo un paio di cose: la fine della meraviglia è l'inizio della vecchiaia. Nel jazz, che oltre ad essere una musica, è anche una visione del mondo, la nostalgia fine a sè stessa, l'esangue calligrafismo  non possono e non devono star di casa. Quello che abbiamo amato in questa musica è quel quid di miraggio intravisto, ma irrealizzato, che contiene nei suoi momenti migliori: un seme destinato per forza di cose a germogliare in mani successive.

Certo ci sono giardinieri più bravi ed altri meno: al riguardo ricordiamo che di qualche fischio non è mai morto nessuno (anzi, a volte hanno conciliato la nascita qualche talento.... anche per sola reazione). Fischiare fa tanto 'borghese in poltrona'? Mi verrebbe da citare un grande critico letterario, che pensa che  in fatto di cultura in Italia la borghesia propriamente detta sia stato un esperimento abortito sul nascere, ma offriamo un' alternativa: starsene a braccia conserte in mezzo a tripudi di folle festanti è altrettanto efficace - se non più - e fa anche tanto 'bon ton', che di questi tempi non guasta.

Siccome sicuramente non si passerà inosservati, argomentare   compiutamente i motivi del disappunto e dell'indifferenza: chiarirà le idee prima a noi e poi agli altri, che spesso si entusiasmano per la bigiotteria farlocca semplicemente perché nessuno si preso la briga di fargli vedere - ed apprezzare - un gioiello vero. Ricordiamo quanto siamo stati fortunati noi a trovare libri, dischi, programmi radio 'giusti' che hanno forgiato ed educato il nostro gusto.

Oggi purtroppo queste opportunità sono scarse (se non inesistenti), e comunque di difficile individuazione: rimettiamo in circolo un po' della nostra fortuna condividendo con altri le risorse di cui noi abbiamo goduto, senza supponenze né alterigie professorali, ma cogliendo le diverse sensibilità e domande altrui verso l'esperienza musicale.  Infine, guardiamoci dall'eterno, decrepito 'nuovismo' italico, che spasima per l'Epifania dell'Inaudito e sistematicamente approda solo all'ennesima replica del Kitsch: per quel che si è detto , abbiamo tutti gli strumenti per riconoscerlo e quindi nessuna scusante.

Il meglio della musica che amiamo è nato da mesi, anni di esperimenti, di false partenze, di abbozzi da rifinire: non pretendiamo il 'capolavoro pret-a-porter' ogni volta che ci sediamo ad ascoltare musica. Impariamo anche a 'riascoltare' in profondità e fuori dall'occasionalità quotidiana: ma questa è materia di prossima omelia....  

Franco Riccardi, alias Milton56

 

 
 
 

66th ANNUAL DOWNBEAT CRITICS POLL WINNERS

Post n°4024 pubblicato il 28 Giugno 2018 da pierrde
 

Il pianista Vijay Iyer,la cantante Cécile McLorin Salvant, la flautista Nicole Mitchell, il trombettista Amir ElSaffar, la direttrice d'orchestra Maria Schneider e l'artista hip-hop Kendrick Lamar sono tra gli artisti di talento che hanno vinto in più categorie nel 66 ° Annual DownBeat International Critics Poll.


Iyer ha vinto nella categoria jazzista dell'anno (un'impresa che ha realizzato anche nel 2012 e nel 2015), e il suo sestetto, che ha pubblicato l'album Far From Over (ECM), ha vinto nella categoria Jazz Group. Prodotto da Manfred Eicher, l'album presenta Iyer (piano, Fender Rhodes), Graham Haynes (cornetta, flicorno, elettronica), Steve Lehman (sassofono contralto), Mark Shim (sax tenore), Stephan Crump (contrabbasso) e Tyshawn Sorey ( batteria).


Salvant trionfa nella categoria  Vocalist femminile, e il suo ambizioso doppio album, Dreams And Daggers (Mack Avenue), è stato votato come Jazz Album of the Year.
Mitchell ha vinto nella categoria Flauto e la sua band Black Earth Ensemble, che ha avuto una formazione fluida e rotante per decenni, ha vinto la categoria Rising Star-Jazz Group. Uno dei collaboratori di lunga data di Mitchell, la violoncellista Tomeka Reid, ha vinto la categoria Rising Star-Miscellaneous Instrument.


Il compositore, trombettista, suonatore di santur e cantante Amir ElSaffar ha vinto in due categorie: Rising Star - Tromba e Rising Star-Arranger. 
Maria Schneider ha vinto la categoria Arranger e la Schneider Orchestra ha vinto la categoria Big Band.


L'artista hip-hop Kendrick Lamar, vincitore di un Grammy, il cui album Damn . (Interscope / Top Dawg Entertainment) ha venduto un milione di copie e gli è valso un premio Pulitzer, ha vinto la categoria Beyond Artist e Beyond Album.


C'e' stato un pari merito nella categoria Rising Star-Jazz Artist, quindi la pianista Kris Davis (nella foto) e il chitarrista Julian Lage condivideranno l'onore come co-vincitori.
Il sondaggio ha anche portato a due nuovi ingressi nella Downbeat Hall of Fame. Ad unirsi al club d'élite ci sono il compositore e sassofonista di 89 anni, Benny Golson, e la pianista e personaggio radiofonico Marian McPartland (1918-2013), che sono stati votati dal Downbeat Veterans Committee.


Tra le composizioni di Golson che sono diventate standard ci sono "Whisper Not", "Killer Joe", "I Remember Clifford" e "Along Came Betty".
Per decenni, Marian McPartland è stata una voce familiare ascoltata nel programma radiofonico NPR Marian McPartlad's Piano Jazz , che presentava interviste e collaborazioni con musicisti ospiti.


"DownBeat è orgogliosa di dare il benvenuto a Benny Golson e alla defunta Marian McPartland nella Hall of Fame", ha dichiarato Bobby Reed, editor di DownBeat. "Golson e McPartland sono entrambi titani i cui contributi al jazz sono incommensurabili. Questi due artisti sono legati dal fatto che entrambi sono apparsi nell'iconica fotografia di Art Kane del 1958 A Great Day In Harlem . Altre due cose che hanno in comune sono una lunga carriera che ha diffuso la popolarità del jazz in tutto il mondo e un corpus di opere che sarà venerato dai fan del jazz per decenni ".


Tra gli altri vincitori del 66 ° sondaggio annuale di DownBeat International Critics figurano Ambrose Akinmusire (Tromba), Mary Halvorson (chitarra), Steve Swallow (basso elettrico), Kurt Elling (cantante maschile), Jacob Garchik (Rising Star-trombone ), Caroline Davis (Rising Star-Alto Saxophone), Ingrid Laubrock (Rising Star-Tenor Saxophone) e Johnathan Blake (Rising Star-Drums).
Di seguito l'elenco completo dei vincitori.

Jazz Artist: Vijay Iyer

Jazz Album: Cécile McLorin SalvantDreams And Daggers (Mack Avenue)

Hall of Fame: Benny Golson and Marian McPartland

Historical Album: Miles Davis & John Coltrane, The Final Tour: The Bootleg Series, Vol. 6 (Columbia/Legacy)

Jazz Group: Vijay Iyer Sextet

Big Band: Maria Schneider Orchestra

Trumpet: Ambrose Akinmusire

Trombone: Wycliffe Gordon

Soprano Saxophone: Jane Ira Bloom

Alto Saxophone: Rudresh Mahanthappa

Tenor Saxophone: Charles Lloyd

Baritone Saxophone: Gary Smulyan

Clarinet: Anat Cohen

Flute: Nicole Mitchell

Piano: Geri Allen (1957-2017)

Keyboard: Robert Glasper

Organ: Dr. Lonnie Smith

Guitar: Mary Halvorson

Bass: Christian McBride

Electric Bass: Steve Swallow

Violin: Regina Carter

Drums: Jack DeJohnette

Percussion: Hamid Drake

Vibraphone: Stefon Harris

Miscellaneous Instrument: Akua Dixon (cello)

Female Vocalist: Cécile McLorin Salvant

Male Vocalist: Kurt Elling

Composer: Muhal Richard Abrams (1930-2017)

Arranger: Maria Schneider

Record Label: ECM

Producer: Manfred Eicher

Blues Artist or Group: Bettye LaVette

Blues Album: Taj Mahal & Keb' Mo', TajMo (Concord)

Beyond Artist or Group: Kendrick Lamar

Beyond Album: Kendrick Lamar, Damn. (Interscope/Top Dawg Entertainment)

Rising Star Categories

Rising Star-Jazz Artist (TIE): Kris Davis and Julian Lage

Rising Star-Jazz Group: Nicole Mitchell's Black Earth Ensemble

Rising Star-Big Band: John Beasley's MONK'estra

Rising Star-Trumpet: Amir ElSaffar

Rising Star-Trombone: Jacob Garchik

Rising Star-Soprano Saxophone: Jimmy Greene

Rising Star-Alto Saxophone: Caroline Davis

Rising Star-Tenor Saxophone: Ingrid Laubrock

Rising Star-Baritone Saxophone: Alex Harding

Rising Star-Clarinet: Matana Roberts

Rising Star-Flute: Rhonda Larson

Rising Star-Piano: Orrin Evans

Rising Star-Keyboard: Elio Villafranca

Rising Star-Organ: Roberta Piket

Rising Star-Guitar: Jakob Bro

Rising Star-Bass: Thomas Morgan

Rising Star-Electric Bass: Mimi Jones

Rising Star-Violin: Scott Tixier

Rising Star-Drums: Johnathan Blake

Rising Star-Percussion: Satoshi Takeishi

Rising Star-Vibraphone: Behn Gillece

Rising Star-Miscellaneous Instrument: Tomeka Reid (cello)

Rising Star-Female Vocalist: Jazzmeia Horn

Rising Star-Male Vocalist: Jamison Ross

Rising Star-Composer: Tyshawn Sorey

Rising Star-Arranger: Amir ElSaffar

Rising Star-Producer: Flying Lotus

 

 

 
 
 

A spasso per il web

Post n°4023 pubblicato il 27 Giugno 2018 da pierrde
 

Segnalo alcuni dei link più interessanti della settimana, tutti in lingua inglese, con notizie e articoli riguardanti la nostra musica:

http://thequietus.com/articles/24852-john-coltrane-both-directions-at-once-the-lost-album-ted-gioia 

John Coltrane at Amsterdam airport, October 1963 (Hugo Van Gelderen/Dutch National Archive)

https://daily.bandcamp.com/2018/06/21/don-cherry-home-boy-sister-out-story/  

Photo by Polo Lombardo 

https://nmbx.newmusicusa.org/a-lot-of-energy-remembering-cecil-taylor-1929-2018/ 

https://www.mixcloud.com/NTSRadio/neneh-cherry-four-tet-5th-june-2018/ 

Neneh Cherry presents a glorious excerpt from an unreleased (and supposedly lost) 1961 Atlantic Records session by Don Cherry, Henry Grimes and Ed Blackwell 

Another great label enters the @Bandcamp ranks: Silkheart Records (Charles Gayle, David S. Ware, Roy Campbell, Ernest Dawkins, etcetera etcetera)

http://www.thefader.com/2018/06/25/kamasi-washington-heaven-and-earth-interview 

 
 
 

ADAM NUSSBAUM - THE LEAD BELLY PROJECT

Post n°4022 pubblicato il 26 Giugno 2018 da pierrde
 

ADAM NUSSBAUM

The Lead Belly Project

Sunnyside/IRD

Prezzo € 17,00

 

 

Il solo fatto che il batterista Adam Nussbaum abbia deciso d'esordire con un album solista a 62 anni, dopo centinaia d'incisioni a fianco di Scofield, Brecker, Liebman etc. -anche nel disco di Richie Beirach "Inborn", recensito in questo numero- crea numerosi motivi d'interesse.

Se il drummer del Connecticut decide poi di sciacquare i panni nel Delta immergendosi mani e piedi nel Blues di una figura mitica come Lead Belly, creando per l'occasione un atipico bass-less combo con due chitarre (Steve Cardenas e Nate Radley) ed un sax (Ohad Talmor) ecco che le aspettative decollano letteralmente, come la musica di questo gioiellino che dovrebbe incontrare sia i favori dei jazz-fans che degli amanti del Blues più sofisticato.

Improvvisazioni concise e razzianti su limpide, semplici canzoni che un Nussbaum bambino ascoltava rapito già a cinque anni, come testimoniano le foto del booklet, e che gli sono in qualche modo sempre state vicine, a dimostrazione di come il blues sia la vera pietra angolare su cui innestare un convincente percorso artistico.

La dodici corde di Lead Belly e il suo canto accorato è già stato oggetto di omaggi e disparate cover, dai Nirvana a Brian Ferry, dai Led Zeppellin a Mark Lanegan, ma Nussbaum ignora queste riletture e punta dritto alla fonte, ridando lustro a un repertorio in cui convivono l'assonnato incedere di "Where did you sleep last night", le esplosive inflessioni rock di "Black Betty", l'obliqua, alcolica "Bottle up and Go" o il bozzetto percussivo di "Grey Goose" per undici tracce che compongono un quadro d'insieme uniforme e gioioso, fino al valzer finale di "Goodnight Irene". Dopo una serie d'ascolti il suono della band ed il suo peculiare swing flottante diventano familiari e le liriche, sublimate dal sax, tornano a raccontare storie senza tempo in nuovo progetto, cui sinceramente auguriamo ogni fortuna.

Fabio Chiarini

 (Courtesy Of AudioReview)

 

 

 
 
 

PIETRE MILIARI

Post n°4021 pubblicato il 25 Giugno 2018 da pierrde

Le indimenticabili canzoni in chiave jazz dell'autore campano risuoneranno nel cortile del Setificio Leuciano. Nino Buonocore non è nuovo a incursioni nel mondo jazz, anzi si può tranquillamente affermare che è stato uno dei precursori nel rivisitare la canzone d'autore in chiave jazz. Indimenticabili le sue interpretazioni accompagnato da Chet Baker alla tromba e Rino Zurzolo al contrabbasso, sono diventate pietre miliari della musica internazionale 

Fonte: https://casertaweb.com/notizie/doppio-cambio-corsa-al-caserta-jazz-festival-arriva-nino-buonocore-59-tour/ 

 

 
 
 

Nove angoli di bellezza

Post n°4020 pubblicato il 23 Giugno 2018 da pierrde
 

Foto di Maurizio Zorzi

La bellezza, almeno in musica, esiste ancora e la riprova è venuta per la gioia di poco più di un centinaio di appassionati venerdi sera a Monticelli Brusati in occasione del Ground Music  Festival.

Di scena gli Agles 9, una formazione scandinava guidata da Martin Kuchen e con l'inserimento della giovane e brava trombettista portoghese Susanna Santos.Poco più di un'ora e un quarto di pura gioia per le orecchie con le composizioni di Kuchen che sanno miscelare con maestria atmosfere libere unite ad un gusto spiccato per la melodia e ai riff ostinati che fanno battere spasmodicamente il piede ed agitare la testa a tutti i presenti.

Un gruppo giovane, ad eccezione del leader e del formidabile trombettista Magnus Broo, che unisce freschezza ed entusiasmo e che mette in mostra spiccate individualità, come il baritonista norvegese Eirik Hegdal.Purtroppo largamente sconosciuti nel nostro paese, quello di venerdi era solo il terzo concerto in Italia dalla nascita della formazione, il gruppo meriterebbe palcoscenici adeguati alla loro forza orchestrale e alla loro lucidità propositiva.

Va però riconosciuto tutto il merito dovuto al Ground Music Festival che sa unire location spettacolari a proposte del tutto inusuali nella stragrande massa di festival italiani accomunati da una avvilente paccotiglia musicale e da una stanca ripetitività dei cartelloni.Fortunati i presenti, quindi, che si sono goduti uno dei migliori concerti di questa estate.

 
 
 

MISSING IN ACTION

Post n°4019 pubblicato il 20 Giugno 2018 da pierrde

Foto di Roberto Polillo, Bergamo 1971

"Qualche giorno fa parlavo con uno studente di sax baritono e ho scoperto con sorpresa che non aveva mai sentito nominare John Surman."

Intervista a Tino Tracanna di Luca Conti su Musica Jazz di questo mese

 
 
 

Ai confini del conosciuto mondo jazz

Post n°4018 pubblicato il 19 Giugno 2018 da sandbar
 

 

Sospetto di suscitare qualche insofferenza alle sensibilità jazzistiche più ortodosse, ma per una volta vorrei concedermi una piccola divagazione per parlare di due dischi che, pur non parlando un idioma strettamente jazz, da questa musica attingono la capacità di mescolare le fonti, la voglia di sperimentare e l’uso della libertà espressiva. E contribuiscono ad alimentare nuove declinazioni all’abusato termine di world music, che significa tutto e niente, ma qui verrebbe da tradurre con autenticità e leggerezza. Gianluigi Trovesi in “Mediterraneamente” sembra incline ad uno di quei riepiloghi o bilanci che periodicamente tutti stiliamo nel corso della nostra vita. Il musicista bergamasco rispolvera il sax alto ed a capo del Quintetto Orobico (Paolo Manzolini, Marco Esposito, Vittorio Marinoni e Fulvio Marasi), allestisce un repertorio che pare un giro a tappe pescate lungo la propria carriera, nella quale figura con orgoglio la militanza come primo sax alto nell’Orchestra ritmica della Rai di Milano. Ci sono due standards eseguiti con piena aderenza filologica agli originali, l’accenno di “Yesterdays” ed “In your own sweet way” di Dave Brubeck, alcuni esempi delle composizioni ricche di cadenze danzabili e di richiami ancestrali di Trovesi come “Gargantella”, dall’arrangiamento riccamente elaborato, o la “Siparietto” già ascoltata in altre incisioni, una “Tammuriata nera” riletta con corposi accenti funk, frammenti di musica antica (La suave melodia”di Andrea Falconieri) ed un classico di Mina come “Le mille bolle blu”. La musica si sparge avvolgente e ritmicamente frastagliata, con qualche serpentina jazz rock (“Carpinese”, “Materiali”), ed un bel gioco di coppia fra l’alto sinuoso del leader e la chitarra acustica di Paolo Manzolini, in un disco che si propone all’ascolto con semplicità ed approccio diretto.

Paolo Fresu è l’unico vero jazzista, insieme a tanti altri ospiti, da Mauro Pagani ad Elena Ledda, Ginevra di Marco, Lucilla Galeazzi e Luisa Cottifogli, di “Argento”, ultima opera di Riccardo Tesi e della sua Banditaliana. La banda è uno dei tesori più o meno sconosciuti della musica italiana contemporanea, un ensemble che ha tracciato una propria via verso la vetta dove si uniscono la tradizione, la canzone popolare ed attuale, folk, jazz e musiche con anima e motivazione dai quattro angoli del mondo. L’organetto di Tesi conduce da anni quest’impresa come fosse una battaglia per la tutela di un patrimonio culturale e musicale a rischio di estinzione, coadiuvato dalla chitarra manuche e dalla limpida voce di Maurizio Geri, dal sax di Claudio Carboni e dalle percussioni di Gigi Biolcati. “Argento” inizia con una scatenata “Anar Passar” cantata in provenzale da Jean Marie Parlotti e sostenuta dal bouzouki di Pagani, prosegue fra suggestivi strumentali con il marchio di casa (“Bradipo Re”), arie popolari,  tanghi, esemplari della forma canzone antica e moderna di Geri (“Napoli”, “Miniera”, “Il Bianco”), l’omaggio a Gianmaria Testa di “Polvere di gesso” con la tromba di Fresu, un canto corale alla “Donna guerriera”. C’è tanto da scoprire dentro “Argento”. Fortunato chi deve ancora fare la conoscenza ed innamorarsi di Banditaliana.

 
 
 

RICHIE BEIRACH - Inborn

Post n°4017 pubblicato il 19 Giugno 2018 da pierrde
 

RICHIE BEIRACH

Inborn

Jazzline/IRD

Prezzo € 21,00

 

Gli anni '80, anche in ambito jazzistico, stanno godendo di un certo sotterraneo recupero, non stiamo

certamente parlando di un decennio "fondamentale" per la storia di questa musica, eppure a guardare quegli anni, quel climax e quella scena, decantata da certi eccessi di sovra e post produzione, ci si imbatte in una messe di lavori eccellenti, come questo doppio CD del 1989 (disponibile anche in sontuosa versione LP 180 gr.) che sciorina una line-up scomponibile dal duo al quintetto con Scofield, Mraz, Nussbaum, Randy e Michael Brecker agli ordini del pianista Richie Beirach, all'epoca 42enne e di casa nei leggendari Clinton Recording Studios di NYC.

Va detto per onestà ciò che nelle corpose note scritte di pugno dal leader si omette, ovvero che tutto il materiale proposto nel CD "Studio" è già stato edito per Triloka nel 1989 sotto il titolo "Some Other Time: a Tribute to Chet Baker" probabilmente il primo omaggio al trombettista dell'Oklahoma morto pochi mesi prima dell'incisione che contiene celebri temi "bakeriani" accanto a composizioni di Beirach suonate (raramente) da Chet, tra cui la più celebre è l'eloquente "Broken Wing". La notte successiva, 18 aprile '89, lo stesso gruppo firma la registrazione contenuta nel CD "Live": un selezionato pubblico di amici e parenti newyorkesi assistono ad un concerto inedito che presenta parte dello stesso materiale accanto a standards da battaglia come "Con Alma" (l'esplosivo Randy sugli scudi), "You Don't know what love is" o "Alone Together", mentre Michael Brecker si fa vivo solo per l'original "Sunday Song" in duo e per la title-track, in quartetto. Lo spumeggiante volume Live coglie una super band nel pieno delle proprie forze ed in alcuni casi (Brecker Bros, Scofield) anche al proprio picco creativo, jazzmen rilassati e in totale controllo per una session che vale l'acquisto anche in caso di possesso del primo disco originale. 

Fabio Chiarini

 (Courtesy Of AudioReview)

 

 

 

 

 
 
 

SPOTIFY, PICCOLA GUIDA CRITICA – SECONDA PARTE

Post n°4016 pubblicato il 17 Giugno 2018 da pierrde
 

 

Riprendiamo il discorso dove lo abbiamo lasciato pochi giorni fa: le 'spine' di Spotifiy, quelle che giustificano questi modesti consigli.

Le ricerche in Spotify. Qui naturalmente cominciano i tasti dolenti. E' ovvio che Spotify abbia adottato per il suo colossale database musicale una struttura congruente con quello che è il suo business di gran lunga prevalente, quello della musica pop di consumo. 

Quindi la chiave di ricerca principale è costituita dall' 'artista leader'  - individuale o collettivo che sia - con buoni risultati (salvo qualche svarione, peraltro facilmente individuabile; peccato per la soppressione di una funzionalità che un tempo consentiva di segnalarli). Segue quella "album",  anche qui con buona funzionalità (ma con un'importante riserva di cui si dirà poi); poi viene il  'record base' costituito dalla canzone/brano singolo (anche qui buone le performance del motore di ricerca, salvo che per gli standards più eseguiti, per cui vengono offerti voluminose estrazioni in cui dopo i primi risultati congruenti ne vengono proposti altri scarsamente attinenti);  scarsa o molto modesta è invece la rilevanza del contributo di sidemen (anche importanti e determinanti ai fini del risultato artistico), affidata alla sezione "partecipa a.." presente nella pagina di ogni artista, che peraltro fornisce risultati puramente indicativi e del tutto frammentarii; infine sono del pressocchè del tutto assenti i dati discografici (date e luogo di incisione, formazioni specie se differenziate all'interno dello stesso album). 

Qui tocchiamo con mano uno dei primi, fondamentali difetti del metodo di archiviazione Spotify, cioè la sua totale astoricità , lacuna non da poco di fronte ad una musica fortemente derivativa e strutturata in visibilissime linee di discendenza ed evoluzione (spesso anche all'interno delle carriere di singoli musicisti).

Ma c'è dell'altro, ahimè.  Come non mi stanco di ripetere, nel jazz l'opera è il disco: nell'era del 78 giri essa si identifica quasi sempre  con il singolo brano, ma a partire dall'avvento del Long Playing essa va in ogni caso rintracciata nell'album.  E qui Spotify ci infligge un altro dispiacere, non da poco: soprattutto per i musicisti di maggior rilievo e celebrità, la Grande Discoteca affianca alle opere effettivamente e storicamente pubblicate sotto il nome dell'artista (e quindi si suppone sotto la sua supervisione ed approvazione), una quantità notevole (in alcuni casi decisamente eccessiva e fastidiosa) di 'compilations' create con i più vari criteri (ammesso che ce ne siano ....), che vengono disinvoltamente mescolate e confuse con le opere originali. In questo guazzabuglio risulta spesso difficile orientarsi anche per appassionati di notevole conoscenza ed esperienza (il sospetto dell'emergere di qualche sconosciuto 'bootleg' o 'live' uscito postumo è sempre in agguato): per quanto riguarda i neofiti, il caos è totale e fonte di disorientamento ed equivoci. 

Come venirne a capo? Cominciamo con qualche espediente pratico. Gli album 'originali' riportano in fondo alla propria pagina l'indicazione del copyright, che rinvia alla casa discografica titolare dei diritti, con indicazione dell'anno di pubblicazione (che spesso però è quello di riedizione, in qualche lodevole caso è indicato anche quello originario). Altra dritta: prestare attenzione alla grafica delle copertine. Quella delle compilations è spesso abbastanza anonima e generica, con immagini abbastanza anacronistiche se riferite al musicista ed all'epoca in cui ha principalmente operato. Almeno per quanto riguarda le 'labels' di maggiore caratura ed individualità, la loro personale 'estetica' che le caratterizza si riflette non solo nella scelta dei musicisti e nel suono, ma anche e soprattutto nella grafica degli album: ad esempio,  quelli Blue Note hanno un'impostazione inconfondibile che, grazie anche alle splendide foto di Wolff, li fanno riconoscere a colpo sicuro. In misura minore questo è vero anche per Impulse, per Atlantic, per Prestige/Riverside, ed anche tra le etichette contemporanee si notano marcate e riconoscibili impostazioni grafiche (ECM, Hat Hut, Smoke, ACT, PI Recordings etc.). 

Ma mi rendo conto che due aleatorii 'trucchetti' non siano sufficienti a districarsi nella meravigliosa, ma caotica ricchezza della Discoteca Svedese. Quindi occorre rivolgersi a risorse esterne al pianeta Spotify, che aiutino chiunque a trovare ciò che vuole e, soprattutto,  ad inquadrare correttamente ciò che ha trovato senza ben conoscerne provenienza e storia.

 A questo punto faccio una scelta radicale, che molti troveranno discutibile: accantono senza riserve il ricorso a libri e manuali, per non parlare di monumentali, esoteriche e sempre controverse discografie. I motivi sono diversi: lo stato molto critico della bibliografia jazzistica italiana, la scarsa reperibilità di opere complete (per di più disponibili in edizioni poco aggiornate oppure di costo veramente elevato), la sommarietà e la rapidissima obsolescenza delle discografie dalle stesse proposte etc. Su questa scelta (che alcuni riterranno degna del Califfo Omar davanti alla Biblioteca di Alessandria) magari ritorneremo in separata sede, è discorso che merita approfondimento.

Anche per ragioni di praticità di consultazione e di efficacia di ricerca, rivolgiamoci alle risorse del Web. "Wikipedia", penserete voi: "anche, ma c'è di meglio" rispondo io. Mi riferisco a questo:

https://www.allmusic.com/

Il motore di ricerca di All Music, specie se attivato sul musicista, fornisce schede informative di tutto rispetto, con profili biografici sintetici ma ben costruiti, e soprattutto, discografie (corredate quasi sempre di immagini delle copertine) che hanno un grado di copertura e completezza veramente rimarchevoli (quasi paragonabili a quelli dell'indimenticabile "Penguin Guide to Jazz on CD" dei rimpianti Cook & Morton). Inoltre molti dischi sono accompagnati da brevi, ma informate recensioni, purtroppo dovute alla penna di solo due/tre autori. Lascio a voi il piacere di scoprire altre mirabilia offerte da All Music.    

Altra risorsa che potrebbe venire utile nel caso volessimo procurarci il disco fisico di un 'album del cuore' incontrato in Spotify, specie se datato e di dubbia reperibilità, è Discogs:

https://www.discogs.com/

Oltre alla sua ovvia funzione di mercatino dell'usato e del raro, anche Discogs fornisce dettagliati dati discografici relativi alle varie edizioni di un album, con formati, date etc. Qui però l'attenzione è per ovvii motivi centrata sull' 'oggetto disco', si danno per conosciute formazioni, date di registrazione, per tacere di profili critici, del tutto assenti.

Ma ritorniamo - questa volta meglio equipaggiati - sul pianeta Spotify. Quando ci imbattiamo in musicista di cui desideriamo seguire la carriera futura oppure le successive pubblicazioni, suggerisco sempre di cliccare il tasto "Follow" in testa alla sua pagina. Oltre che trattarsi di un militante gesto solidale verso il nostro beniamino che farà toccare con mano a Spotify il suo seguito, ci assicurerà un flusso informativo sulle sue nuove uscite e, spesso, sui suoi concerti programmati nelle nostre vicinanze (servizio questo che vale solo per artisti di reputazione internazionale e per sedi piuttosto importanti). Questa scelta aiuterà poi l'intelligenza artificiale di Spotify ad inquadrarci meglio (schedatura più, schedatura meno... tanto chi ci fa più caso.....), alimentando le interessanti playlists personalizzate "La Tua Discover Weekly" (in cui la Grande Discoteca cerca di proporci musiche correlate a quelle da noi già ascoltate..... a suo modo, devo dire...) e soprattutto "Il Tuo Release Radar" ,  una playlist in cui la Discoteca Svedese inserisce un brano per ogni sua nuova acquisizione ritenuta di nostro interesse (attenzione: 'nuova acquisizione' non è sinonimo di 'nuova uscita', si può trattare di dischi già da tempo in circolazione, ma solo ora resi disponibili a Spotify). Entrambe sono reperibili nella sezione "Naviga/Discover" , di gran lunga la più interessante del servizio, molto densa di proposte personalizzate. Più episodico e discontinuo, ma sempre interessante,  è il flusso di mail con cui Spotify ci tiene informati di novità concernenti i musicisti di cui siamo 'follower'. Funzione in qualche modo analoga al""follow" per il musicista, è il "salva" nella pagina relativa al singola album, che consente di inserirlo nella sezione "La mia libreria", in modo da evitare di perderlo di vista per qualsiasi motivo (cosa facilissima ...); tenere presente che entrambe le funzioni generano archivi con capienza limitata, penso non si possano superare le 100 unità in ciascuno (ovviamente io sono già stato amabilmente redarguito al proposito....). Ma ora è il momento di lasciarvi soli a navigare nell'oceano Spotify, al più sarò felice di fornire qualche ulteriore dettaglio in sede di risposta a vostri eventuali, benvenuti commenti (rammentate comunque che io sono solo un utente intensivo). Un ultimo importante capitolo incombe..."Le Tecnologie" (e qui tornerà il sereno): ma lo riserviamo alla prossima puntata....

Franco Riccardi,  alias Milton56 

(La prima parte della 'Piccola Guida Critica' è stata pubblicata con post n.4002 dell'8/6/2018)

 

 

 
 
 

PREMIO NOBEL PER L'UMORISMO IN JAZZ

Post n°4014 pubblicato il 17 Giugno 2018 da pierrde
 

Concediti un'estate all'insegna della buona musica sotto le stelle del Village!  Raphael Gualazzi

Giovane talento di Urbino, vincitore della categoria giovani di Sanremo 2010. Secondo classificato all'Eurofestival si classifica nuovamente a Sanremo 2013 dopo Arisa. Oggi è una presenza fissa nei più importanti festival jazz mondali.

5 luglio: 

Vik & The Doctors of Jive: 

Una band fuori dagli schemi. Composta da otto elementi il cui ideatore è Vittorio Marzioli, in arte Vik, ti farà divertire ed emozionare come non mai! Vik & The Doctors of Jive ha già calcato i più famosi palcoscenici jazz italiani come il Blue Note, Le Scimmie, La Salumeria della Musica e Teatri Ciak, Derby e preso parte rassegne di a fama internazionale, come nel film Ameriqua.

12 luglio:

Karima & Band

L'abbiamo vista per la prima volta ad Amici, dove ha sorpreso tutti con la sua potentissima voce. L'abbiamo poi rincontrata a Sanremo dove con Burt Bacharach e Mario Biondi, ci ha confermato la sua bravura ed infine l'abbiamo apprezzata come ospite fissa a Domenica In. Lei è Karima e si esibisce live con i suoi quattro musicisti.

19 luglio:

Jerry Calà 

Spettacolo del più famoso "One man show". Jerry Calà accompagnato dalla sua band attraverso canzoni e monologhi, vi coinvolgerà con i maggiori successi degli anni '70 e '80. Il suo successo inizia soprattutto da "Sapore di mare", il film dei Vanzina, in cui recita e canta riproponendo nei suoi live il repertorio di film diventati cult anche per i giovanissimi.

26 luglio: 

Nick The Nightfly 

Artista di fama internazionale nel panorama musicale jazz, on air su Radio Monte Carlo con il suo programma, Nick si è esibito in tutta Europa con artisti come Michael Bublè, Giorgia, David Knofler, Giovanni Allevi. Giovedì 26 luglio al Village si esibirà con Sarah Jane Morris, artista britannica conosciuta in tutto il mondo grazie alla partecipazione a numerosi Festival Jazz e Rnb.

Fonte: http://www.torinooutletvillage.com/it/novita 

Cito la fonte perchè molti leggendo il programma potrebbero pensare (giustamente) ad uno scherzo con fotomontaggio.

Tutto vero !

Battuto ogni record precedente di nefandezza in jazz, a Torino la palma del peggior festival "jazz" italiano. Ma non disperate amici, la concorrenza è forte e c'è la concreta e ragionevole speranza di fare di peggio ! 

 
 
 

Don Cherry Universal Silence - Berlin November 3, 1972

Post n°4013 pubblicato il 16 Giugno 2018 da pierrde
 

Questo trio da favola, Don Cherry, Dollard Brand e Carlos Ward, è durato un solo mese.ha dato pochissimi concerti ed ha prodotto un solo album ufficiale, questo:

https://www.discogs.com/fr/Dollar-Brand-Don-Cherry-Carlos-Ward-The-Third-World-Underground/release/4264413  

Ieri il blog Inconstant Sol ha pubblicato il link per scaricare il bootleg del concerto del 3 novembre 1972 alla Philarmonie di Berlino.

Agli amici inguaribili appassionati consiglio di scorrere con calma il blog, troveranno un lungo elenco di bootleg e album fuori catalogo, la maggior parte dei quali scaricabili gratuitamente.

Lunga vita a Inconstant Blog e ai suoi autori !

https://inconstantsol.blogspot.com/2018/06/don-cherry-universal-silence-berlin.html 

 
 
 

LAKATOS/MARGITZA/BOLLA - Gipsy Tenors

Post n°4012 pubblicato il 14 Giugno 2018 da pierrde
 

TONY LAKATOS - RICK MARGITZA - GABOR BOLLA

GYPSY TENORS

SKIP RECORDS

17,00

 

Sax tenore, Classic Jazz Americano e radici zigane sono i comuni denominatori di questo incontro che rievoca le leggendarie "chase" sassofonistiche degli anni d'oro del bop. L'ungherese Tony Lakatos, che arriva da dinastia musicale che attualmente vede sulla scena anche il fratello Roby, è il produttore di questo incontro, ovviamente celebrato Live, nel calore di un piccolo club tedesco su cui si abbatte un fuoco di fila di assoli inanellati con impeto e virtuosismo fin dal brano iniziale, un'original dello stesso Lakatos decisamente vecchio stile, il torrenziale "Be Bop Csardas", 14 minuti in cui a farla da padrone sono la crescente velocità degli assoli ed i reiterati duelli tra Rick Margitza -vecchia volpe che in queste situazioni si conferma straordinario solista- e Lakatos, e tra quest'ultimo e il trentenne, ungherese anch'egli, Gabor Bolla, un ex enfant prodige che ha già timbrato alcuni interessanti lavori per Act e che pare ispirarsi a modelli tipici del sassofonismo "Blue Note" anni '50.

Gli standard scelti vanno dal sempreverde "Invitation", con un momento di gloria anche per il pianista Vincent Bourgeyx, al complesso "317 East 32nd Street" di Lennie Tristano sul quale lavoravano Warne Marsch e Lee Konitz, magnifico veicolo per escursioni solistiche, per arrivare alla ballad "You've Changed", interamente ad appannaggio di Lakatos, e all'inno "Lament" di J.J. Johnson sviluppato dal solo Bolla. L'appoggio ritmico, poggiante su un sideman di livello come il bassista di Filadelfia Darryl Hall oltre che sul drummer austriaco Bernd Reiter, si dimostra granitico nel torrenziale finale, altri 15 minuti di assoli a giro su "E-Jones" di Margitza, con l'atmosfera che si fa più densa e spigolosa.

Convinti da questa riuscita serata del 2017 il gruppo è partito con un tour europeo, dovrebbero esserci

alcune tappe anche in Italia per i Tre Tenori del Jazz.

Fabio Chiarini

(Courtesy Of AudioReview)

 

 

 
 
 

Pulsar Ensemble - Odd Square

Post n°4011 pubblicato il 14 Giugno 2018 da pierrde

 

OddSquare è il primo lavoro discografico di Pulsar Ensemble pubblicato da Ritmo&Blu Records, in uscita il

22 marzo 2018.

Filippo Sala, Sebastiano Ruggeri, Gionata Giardina, Luca Mazzola e Jacopo Biffi sono cinque musicisti alle

prese con un set inusuale e variegato di batterie, percussioni intonate e non, sintetizzatori, campionatori e

live electronics alla ricerca di una fusione possibile tra mondo acustico ed elettronico.

Le atmosfere oniriche, i suggestivi e delicati ambienti sonori in contrapposizione a strutture musicali irregolari

e complesse, collocano il progetto in un contesto di musiche trasversali.

Post-jazz, musica ambient, electro-pop, post-rock sono solo alcuni dei riferimenti stilistici dell'album

OddSquare, termine preso in prestito da un concetto matematico, indica il quadrato perfetto generato dalla

somma di due numeri primi.

Esprime il concetto d'irregolare nel regolare, il paradosso di un quadrato dai lati dispari.

Il titolo dell'album vorrebbe rappresentare la natura di questo progetto, costituito da una disparità di elementi

che, fondendosi insieme, cercano un'alchimia possibile: l'inusuale formazione del gruppo, composto da

quattro batteristi e un sound designer, tutti di estrazioni musicali differenti; il particolare set da concerto,

ideato ad hoc in più di tre anni di ricerca, che contiene strumenti a percussione ed elettrofoni; l'alternanza fra

composizioni ardite e sghembe e brani di più ampio respiro, in equilibrio.

Pulsar Ensemble nasce da un'idea e dalle esperienze di Filippo Sala, che dopo una serie di collaborazioni

con artisti italiani e stranieri decide di avventurarsi in un ambiente musicale che sappia fondere post-jazz,

post-rock, sperimentazione ed electro-pop.

Un set inusuale e variegato di batterie, percussioni intonate e non,sintetizzatori, campionatori e live

electronics costituiscono l'impronta sonora del gruppo.

 

Comunicato stampa

 
 
 

I REMEMBER ESBJORN

Post n°4010 pubblicato il 13 Giugno 2018 da pierrde
 

Il 14 giugno di dieci anni fa scompariva in un tragico incidente subacqueo Esbjorn Svensson, pianista e leader del trio EST, certamente una delle figure europee più interessanti degli ultimi anni.


La sua morte ci ha privati di un pianista sensibile, raffinato e profondo. Ho avuto modo di ascoltarlo molte volte in concerto ed ogni volta il suo feeling, la capacità introspettiva, la raffinatezza del tocco, mi hanno lasciato ammirato e partecipe.Ricordo in particolare i concerti di Clusone e di Bologna Jazz Festival. A Bologna il trio EST suonava nella stessa serata del trio di Brad Mehldau, ed il confronto, ammesso che sia possibile , è stato oltremodo stimolante.


La svolta elettronica degli ultimi tempi non mi convinceva del tutto, ma dal vivo , nonostante l'uso sempre più invasivo dei computer, ancora prevaleva quella atmosfera intensa e ricca di groove che ha caratterizzato il trio fin dagli esordi. L'album doppio uscito poche settimane fa, dal vivo a Londra nel 2005, fotografa il trio nella forma più smagliante  e ricco di lucidità progettuale. Un vero documento testamentale, con i tre musicisti al meglio di ispirazione e concentrazione.

Nel profondo e cantabile contrabbasso di  Dan Berglund pare di sentire lo stesso respiro dello strumento suonato da Charlie Haden. La propulsione ritmica di Magnus Ostrom è di una originalità che in Europa ha pochi eguali. E poi c'è Esbjorn, che tesse e cuce trame di bellezza introspettiva difficilmente ascoltabili nel vecchio continente. 

Il trio è riuscito mirabilmente a fondere ispirazioni di natura diversa: il jazz naturalmente, ma c'è anche una prepotente impronta classica ed una ritmica che strizza più volte l'occhio al rock progressive. La fusione è cosi' originale che non ha avuto imitatori ed è scomparsa insieme a Svensson
Nel panorama europeo contemporaneo la figura di Svensson ha lasciato un vuoto non ancora colmato e probabilmente la sua figura ancora non ha avuto la giusta collocazione ne l'adeguato riconoscimento nella storia del piano trio. 

 
 
 
 

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