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Identità nazionaleQuando succede una catastrofe, di qualunque genere (dal crollo delle torri alla caduta di una aereo, dallo scoppio di una bomba allo tsunami), in qualunque parte del mondo, la prima cosa che sentiamo al telegiornale è "140 morti, 300 feriti. Solo tre italiani tra le vittime". Oppure "110 feriti. Nessun italiano". Ho fatto due esempio. A parte il "solo" che è destabilizzante dato che vuole farti credere che la perdita di tre vite sia un'inezia accettabile... così come il "nessun". Il problema è la parola "italiani". Quasi a dire "chissenefrega se ci sono stati 137 morti, gli italiani erano solo tre (o non c'erano proprio) e a noi interessa questo". "Cittadini del mondo, potete anche scoppiare, tanto non vi conosco, non siete miei parenti e, soprattutto, non fate parte della mia Nazione". Finché il problema è del gergo giornalistico, della sua retorica e di come vengono poste le notizie al pubblico... è ancora possibile accettare la situazione. Si sa che fare il giornalista è uno sporco lavoro, un po' come fare il pubblicitario: devi far brillare la merda e mettere in ombra altre cose magari più belle. Tutti dovremmo imparare a essere un po' giornalisti e un po' pubblicitari, giusto per pararci le terga qua e là, per venderci bene, per fare il vuoto intorno a noi e metterci in risalto... Ma questo è un altro discorso. Dicevo, finché il problema è giornalistico, passi. Ma, nell'ultima settimana ho visto una cosa un po' strana. Il governo italiano è riuscito a far liberare il giornalista italiano tenuto in ostaggio dai talebani pagando il riscatto (cinque maledetti prigionieri rilasciati, ormai è cosa nota). Poi, tonnellate di polemiche. Praticamente quasi tutto il mondo, o meglio, quasi tutti i governi del mondo hanno iniziato a lanciare palate di fango (era fango?) sul governo italiano. Perché hanno ceduto alle richieste per salvare un piccolo inutile italiano mettendo ora a rischio la vita di chissà quante altre persone che subiranno l'attacco di quei cinque maledetti talebani di cui sopra. Un piccolo inutile italiano poteva anche morire, per la salvaguardia di quel Paese, dicono loro, i governi del mondo. Che in altri termini significa che un piccolo inutile inglese/francese/tedesco/americano, al posto suo, sarebbe morto ammazzato. Perché il governo della sua Nazione d'appartenenza non avrebbe pagato il riscatto. Quei governi lì, gli avrebbero detto "fottiti, noi facciamo politica, non etica e filosofia". Il governo italiano, invece, mi pare faccia etica e filosofia. O magari solo patriottismo. O addirittura etnocentrismo. Una delle poche volte in cui si è felici di essere italiani. Wow. Giusto perché essere italiano ti ha dato la possibilità di guardarti ancora allo specchio, lavarti la faccia, mangiare, parlare, pensare. Vivere. Si parlava di "diritti umani" anni (e anni) fa. Adesso di cosa si deve parlare? Di diritti nazionali? Può una vita valere di più o di meno a seconda della Nazione in cui è nato, o che ha acquisito successivamente, un individuo? Conta così tanto la Nazione a cui si è legati? Forse sì, dato che mi ostino a scriverla con la lettera maiuscola. E pensare che, secondo l'evidenza, in questo caso per nazione (ops, minuscola. La sto svalutando...) non si intende un elemento geografico, culturale e sociale che influisce sulla costruzione di identità di un individuo. Qui, per nazione, anzi nazionalità si intende un dato sul passaporto. "Cosa c'è scritto lì?" "Italiano" "Allora è cosa nostra". L'identità nazionale vale di più dell'identità personale, di cosa pensi, di quali sono le tue idee, di cosa fai nella vita, di perché sei qui ora e perché sei stato lì prima. Conta di più del tuo nome e del tuo cognome, conta di più di ciò che hai letto, scritto, fatto e vissuto. Sei un omino vuoto che visto dall'alto porta solo il nome di dove sei nato e dove vivi. Effetto satellite: si perdono i dettagli caratterizzanti e si vedono solo i tratti generali. Connotativo (apparizione) contro denotativo (apparenza). La domanda alla fine è sempre la stessa: chi sono? E poi ce n'è un'altra: quanto valgo? Capture tratto dal film "Il Settimo Sigillo" di Ingmar Bergman. |
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