Creato da middlemarch_g il 24/01/2008
'Fallisci meglio' è il mio secondo nome
 

Messaggi del 04/07/2008

Unico indizio: ha a che fare con un riccio

Post n°141 pubblicato il 04 Luglio 2008 da middlemarch_g

Non intendo aprire una rubrica di consigli letterari. Non oserei. Però, visto che ne avevo parlato, mi sento l’obbligo morale di precisare che i due libri comprati sull’onda della depressione da lipidi del post n.130 – assolvetemi dall’obbligo di citarne ancora i titoli, chè non valgono lo sforzo di spostare il  mouse per il carattere corsivo – sono orrendi. E lo dico con tristezza, almeno per quello italiano, perché l’autrice è emiliana e ha un blog che non mi dispiace frequentare di tanto in tanto. Mi aspettavo di meglio. Ma così non è stato.

Invece oggi ne ho preso uno che ha un incipit fulmicotonico. Poi non so se sarà all’altezza delle premesse, ma al momento mi acchiappa come una trota alla lenza. E’ un romanzo francese, scritto da una tipa del ‘69; è un annetto che ne sentivo parlare senza avere il tempo di andarlo a comprare. Oggi mi sono decisa. Se mantiene quello che promette, vi racconto tutto. Il titolo intanto me lo tengo per me.

Che c’è? E’ scorretto? Ve l’ho detto che non voglio aprire una rubrica, no? Se volete consigli ragionati leggetevi D’Orrico. Non è mica un servizio pubblico, questo.

Buon fine settimana.

 
 
 

Roma

Post n°140 pubblicato il 04 Luglio 2008 da middlemarch_g
 

Vi ho già spiegato la mia personale applicazione della virtus, vero? Quella che a detta di molti sta nel mezzo? Ci dicono che  consiste nel moderare gli eccessi dialettici e di pensiero oltrechè quelli di comportamento, ça va sans dire. Invece io la vedo così: siccome non mi piace indulgere dalle parti dell’aurea mediocritas, preferisco mantenere il mio punto di equilibrio sbracando tramite una regolare rotazione degli eccessi. Una colpo al cerchio, e uno alla botte. Dire una cosa esagerata, e poi l’esatto contrario. Non sarò un modello di coerenza, ma mi diverto molto di più. Senza contare che l’ambivalenza delle cose e la contraddizione con se stessi, a mio modesto parere, rispondono molto di più all'essenza ambigua del reale di quanto non faccia un regime ipocalorico delle idee. Per non parlare del fatto che mi fa sentire femmina, e di un certo livello. Del resto ci vuole un uomo con la sua scarnificata logica aristotelica per avere il coraggio di sostenere che la ragione implica coerenza. Secondo me ci vuole molta più intelligenza a dimostrare che ieri la pensavo diversamente da oggi, e in entrambi i casi ho ragione io. Ma quella è una cosa per cui sono necessari un cervello polifunzionale e un paio di tette. E non è da tutti.

Preambolo concluso. Mi serviva per introdurre quella che secondo me è la più bella battuta sulla romanità di tutta la storia del cinema, più probabilmente dell’arte in generale, sebbene in lieve contraddizione con il post precedente. L’ho sentita un milione di anni fa nel film di Fellini, Roma, che è all’incirca del ’72.

Ci sono due turiste inglesi di quelle ancora afflitte da passioni senili da Gran Tour, che girano in estasi per la città. A un certo punto attraversono Villa Borghese: un disastro di cantieri aperti e abbandonati, loro però niente, non vedono lo sfacelo, solo l’essenza della bellezza, e continuano a sdilinquirsi su ogni scorcio, ogni pietra, ogni busto di patriota vandalizzato e sporco. Passando accanto a uno scavo con una gru accanto, timidamente si azzardano a chiedere agli operai stravaccati a fumare al sole, se possono farsi issare sul braccio meccanico per poter guardare la città dall’alto. Gli operai acconsentono, le due donne salgono, e mentre il braccio si solleva perdono decisamente la brocca: ohh, chi bello! Si veddono tutti le piazze, tutti le strade, tutti la gente che vanno a lavorare…!

E un operaio da sotto con le mani a coppa: a bella, se vedi gente che va a lavora’ nun è Roma. Se vede che a forza de guarda’ lontano stai a vede propio ‘nartra città…!

Ecco, Roma effettivamente è così. E’ così. Ed è anche il contrario di così. Se la cosa non vi sta nella stessa frase, se vi pare che pecchi di rigore scientifico, problema vostro. Io sono romana, per giunta femmina. Per capirla non mi serve altro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

See you in Pontida

Post n°138 pubblicato il 04 Luglio 2008 da middlemarch_g
 

Vado a prendere un caffè con un paio di colleghe indigene. Mentre attraversiamo la strada, una macchina ridotta piuttosto male ci passa accanto in modo un po’ piratesco. La collega più  alta in grado – sarebbe più corretto dire che è il mio capo se le gerarchie nell’apparato statale non fossero un concetto lievemente metafisico – lancia un’occhiata di sbieco alla targa, e sentenzia: lo sapevo. Romano.

Questo è una nozione di razzismo applicato che ho sentito spesso e che ho impiegato un po’ a capire. Le prime volte mi sorprendeva sorpattutto una cosa. Mi chiedevo: possibile che me lo dicano in faccia così, che non prendano in considerazione che io mi possa offendere? Poi alla fine ho capito. Non credono che  mi possa offendere perché ritengono di avermi colonizzata come un baccellone.

Io vivo qui da 10 anni e lavoro fianco a fianco con le mie colleghe da 5. Nessuna di loro, a titolo personale, si sognerebbe di insinuare nei miei confronti che corrispondo in minima parte a un mucchio di stereotipi solo perché sono romana. E vorrei pure vedere. Mi presento in biblioteca alle 7 e 40 del mattino, monday to friday, entrando prima di chiunque altro in questo ufficio. Faccio il mio lavoro nei tempi e nelle modalità richieste. Ho una media di 3 giorni di assenza l’anno, sono affidabile, sebbene lievemente casinista, sostituisco chiunque anche senza preavviso, ho un notevole talento per le soluzioni empiriche e nessuna inclinazione per la fuffa. Non mi ammazzo di lavoro, d’accordo. Ma questo non lo fa nessuno, per cui non vedo perché dovrebbe essermi rimproverato come un difetto.

Sarebbe logico pensare che in cinque anni di coabitazione gomito a gomito, la consapevolezza della mia romanità e la mancata corrispondenza agli standard attesi avrebbe dovuto determinare nelle mie colleghe un’incrinazione della corazza delle loro certezze. Azzarderei un sillogismo. Se A: tutti i romani sono fancazzisti, e B: io sono romana, allora sono fancazzista anch’io. Ma se la pratica quotidiana ti dimostra che non è così, nel senso che io non sono fancazzista, risalendo la logica del sillogismo dovrebbe derivarne che anche il presupposto per cui tutti i romani sono fancazzisti risulta invalidato. Peccato però che questo non sia un simposio di sofisti. No. Qui no.

Qui fanno una cosa diversa, un volo pindarico della logica che serve a rimettere ogni cosa al posto suo senza spostare di una virgola il buco della serratura della visione del mondo padana. Qui preferiscono spiegarsela così: non è che in quanto non corrispondente agli standard romani, tu dimostri che potrebbero essere diversi da quello che ci hanno insegnato a credere. Macchè. È che in quanto emigrata quassù siamo stati noi a insegnarti un altro modo di vivere. Per questo me lo dicono in faccia senza nemmeno considerare l’ipotesi che possa risentirmi. Risentirti di che? Ti comporti bene, no? Dunque sei una di Noi. Quando ti comporti male, allora sei una di Loro. Ed è solo di questo che ti devi preoccupare.

Il mondo dei razzisti ha questo di bello. Che in quanto privo del benchè minimo talento per cogliere una sfumatura, risulta molto, molto semplice da capire. Un bel vantaggio.

 
 
 

Great expectations

Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.

Samuel Beckett

 

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