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“ Con il consenso della gente si può fare di tutto: cambiare il governo, sostituire la bandiera, unirsi a un altro paese, formarne uno nuovo”. Gianfranco Miglio
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I danni del centralismo ed i vantaggi del federalismo
L'ORDINAMENTO DEL REGNO (1)
Dopo le considerazioni del senatore Matteucci sull'ordinamento dei nuovo regno, non ci udiremo più dire che in certe nostre opinioni siamo soli. E perciò vogliamo ripetere a certi giornali ciò che a proposito dei disastri sull'Irlanda abbiamo detto " a quei dabbene scrittori e dabbene lettori e dabbene legislatori, che sperano, colla sola assemblea generale di tutta Italia, e senza legislazioni speciali, poter trasformare d'un tratto la Sardegna o la Sicilia o lo Stato Romano ".
Qual campo e qual forma possano avere codeste legislazioni speciali dei singoli Stati, coordinate all'autorità del parlamento generale della nazione, è per l'Italia questione di vita e di morte, come per l'America e la Svizzera e la Germania e la Scandinavia. In tutte le popolazioni nostre si è destata la coscienza che l'attuale ordinamento. fatto già per uno Stato e non per più Stati uniti, non basta ad appagare i loro bisogni i modestissimi loro voti.
La dottrina d'assoluto accentramento, formulata or son quasi trent'anni da un grande cittadino. e ora posta inanzi da' suoi avversarii come cosa propria, stringe tutta l'azione legislativa in un solo parlamento. Da questo, come nell'antica costituzione data novecento anni fa dagli Ottoni, si balza senza intermezzo ai municipii. ch'erano allora le attuali provincie. Ma non si badò per nulla che le provincie sono da secoli aggruppate in sistemi legislativi, sovra principii capitalmente diversi. rappresentanti nei singoli Stati della penisola e nelle tre isole ordini molto diversi di civiltà. Perioché, mentre negli Stati Romani, in Sardegna, in Sicilia, in Corsica, sopravivono molte tradizioni del medio evo, la Toscana in molte cose, la Lombardia in alcune altre, sono veramente all'avanguardia del progresso. Il Piemonte afferrando l'egemonia militare, doveva porsi in grado di precedere anche coll'egemonia civile. Ma gli uomini che si fecero per dodici anni arbitri delle cose, paghi d'esercitar la potenza e non curanti di farsene strumento di progresso, si lasciarono sopragiungere dagli eventi. Quindi la necessità d'applicare in fretta e in furia i pieni poteri a riparare i danni dell'ostinata inerzia, e di moltiplicare li atti legislativi, intantoché non vi erano i legislatori. Ma il Piemonte, anche addensando in sei mesi i progressi d'un secolo, si trovò inferiore in diritto penale alla Toscana, in diritto civile a Parma, in ordini comunali alla Lombardia; ebbe la disgrazia d'apportare ai popoli, come un beneficio, nuove leggi ch'essi accolsero come un disturbo e un danno. Li assennati riputarono un vituperio che il popolo preferisse le leggi austriache alle italiane, e non si avvidero che il vituperio era che le leggi italiane potessero apparire peggiori delle austriache. Ogni mutazione di leggi, che non sia un vero miglioramento, è un danno; perché sospende il rapido corso delle transazioni, diffonde una dubiezza universale, rende insufficienti tutte le cognizioni pratiche, costringe gli uomini a rifar da capo tutti i loro giudizii e calcoli.
Ciò che diciamo dell'amministrazione vale per l'autorità paterna, per l'eguaglianza dei figli nelle eredità, per tutto l'ordine della famiglia e della possidenza. La riforma che vien prescritta agli ossequiosi nostri legislatori non arriva ancora francamente al Codice Napoleone; il quale alla fine è già più antico d'un mezzo secolo, né vi sono penetrate nemmeno tutte le dottrine economiche di quel tempo. E anche noi siamo uomini; e vita nostra durante, la ragione umana non ha sempre dormito; e chi crede alla ragione, deve pur credere ch'essa, vegliando, qualche cosa abbia trovato.
Nel sistema penale poi li assennati non videro ch'esso è un'appendice e un supplemento alla morale; e che il supplemento non può essere il medesimo, ove la morale dei popoli è diversa. Le pene non possono esser le medesime colà dove il rispetto alle persone e agli averi è passato in abito, e colà dove per índomite tradizioni le strade sono dominate dai malandrini, o i campi sono invasi da pastori facinorosi, o le famiglie hanno la sanguinosa eredità della vendetta.
E qui pure non solo tutte le conquiste d'un secolo ci vengono negate, ma non ci si concede nemmeno d'alzarci all'antico livello segnato da Beccaria. Quando noi svegliammo dal sanno d'un secolo il tetro argomento della pena di morte, non fu perché, fra tante care e preziose vite che si spengono ogni dì sul campo di battaglia, ne importasse gran fatto della vita di qualche malvagio. Ma la morte è il punto capitale di tutto l'ordine delle pene; sicché non è dato abolirla, senza un profondo rinovamento di tutta l'istituzione sociale. E questo è il fine a cui miriamo; ed è un fine alto e grande di progresso e d'umanità. Ma v'è chi non si vergogna di scrivere che " l'attaccar di fronte la pena di morte è umiliante per la coscienza umana ". Vi sono i casisti dei patibolo. i quali dimandano se " non sarebbe un metodo più sicuro e più prudente quello d'abolire la pena di morte, caso per caso ". V'è chi alla Toscana, in seno a cui da un secolo la pena di morte è divenuta impraticabile, dimanderebbe per favore che si lasciasse -ancora profanare dal carnefice, " collo scopo costante e sincero di pervenire alla totale abolizione in una epoca che si può sperare non lontana ". Abbiamo dunque fatte le rivoluzioni per far peggio degli antichi despoti? E quando verrà quest'epoca? E a quali segni potranno riconoscerla i popoli? E in faccia ai cadaveri viventi, disseppelliti dagli orridi sotterranei di Palermo e di Napoli, non è lecito insultare a quei filantropi che da cento anni consacrarono studi e cure e viaggi e salute (lord Ebrington perdette per febbre carceraria la vista) a trasformare l'inferno del carcere e della galera, risonante di catene e di flagelli e di bestemmie, e divorato dagli animali immondi, dal lezzo, dal tifo, dalle lascivie, in case di lavoro e d'insegnamento e di lettura, con tutte le condizioni umanamente possibili di salubrità, di quiete, e diremo anche, d'individuale dignità. E ora dobbiamo udirci dire che per essere umani si finisce per diventar crudeli. A questo modo si mette in sospetto e in odio ai popoli ciò che vi è di più sacro e santo nel mondo; poiché il principio penitenziario mina a trasformare, per quanto può sperarsi, l'antica e perpetua scuola del delitto e dell'infamia in una scuola d'industria e d'ordine e in un ravvivamento della ragione e della coscienza. Ed è un dolore per noi, che abbiamo sempre dato larga parte dei nostri studii a sì grave argomento, vedere come si possa prodigare il denaro e l'ingegno in questa triste impresa di suscitare ostacoli alle più solenni opere di ragione e d'incivilimento e avvelenare e imbarbarire l'opinione.
E qui siamo condutti a mentovare ancora l'antica e gloriosa legislazione toscana, e perciò di nuovo le considerazioni del senator Matteucci sull'ordinamento del nuovo regno. Nota l'illustre scienziato che ciò non consiste " nel creare delle provincie; perché esse esistono naturalmente ". E fin qui egli ben si appone. Le provincie esistono; e l'accentramento non esiste; ed è ancora sogno di fantasie che vedono nella futura Italia una Francia, anzi una China; ove ogni cosa ragionevole debba piovere sull'armento dei popoli da un unico Olimpo, giù giù fino alla nomina del sindaco dei villaggi di cento anime. Ma egli rimase troppo addietro " nello stabilire che queste provincie o centri, di trenta, quaranta o cinquanta mila abitanti o più, esercitino le funzioni amministrative ".
Prima di tutto, se v'è in Italia un ente sociale che si chiama la provincia di Pisa o di Cremona, v'è anche un altro ente più grande e non meno reale, che si chiama la Toscana, la Lombardia, la Sicilia. E ognuno di codesti Stati o regni uniti non è un corpo meramente amministrativo, ma comprende un intero edificio legislativo. L'accentramento potrebbe modificarlo più o meno; potrebbe sconnetterlo; e mutando una parte e non un'altra che fosse coordinata a quella, introdurvi la contradizione, e mutar l'ordine in caos, se nello Stato medesimo non vi fosse un organo legislativo capace di riparare ad ogni siffatto disordine e di cogliere anzi l'occasione ad un nuovo atto di progresso . Ma l'accentramento, vita nostra durante, non potrebbe intrudere, in quel complesso di provincie che da secoli costituisce uno Stato, un nuovo modo di ereditare e di possedere e di contrattare e di vivere nella famiglia e nel commune; né senza gravi danni e turbamenti e sdegni.
Né crediamo che sarebbe lecito il togliere ad alcuno di codesti Stati quel massimo grado di progresso che già in alcuna cosa avesse raggiunto, pel mero pretesto di rendere uniforme per tutti una legge meno ragionevole e meno civile. Né crediamo che, se in uno di questi Stati le influenze retrograde fossero più tenaci e imperiose, esso avesse il diritto di costringere tutti E altri regni a portare in pace il medesimo danno. E viviamo in tempi di rivoluzione e d'ardenti e precipitosi affetti, e perciò è somma temerità l'imporre, in nome dei pregiudizii e dei regresso e della servilità, quei sacrificii che popoli intelligenti e generosi possono sopportare solamente nel nome della ragione, dei progresso e della gloria nazionale.
Postoché il gravissimo oggetto non sia né meramente provinciale né meramente amministrativo, noi crediamo tanto più necessario di segnalare questo punto fondamentale al senatore Matteucci, e di richiederlo in ciò del parer suo, com'egli ci richiese tutti del nostro. Non si tratta di dicentrare, poiché l'accentramento ancora non esiste, ma di coordinare la vera e attual vita legislativa degli Stati italiani a un principio di progresso commune e nazionale. Tutto ciò che dev'essere commune, dev'essere assolutamente e altamente progressivo: il ritorno dell'Italia sul campo della legislazione dev'esser degno dell'antica sua grandezza e maestà. Ma la vita legislativa dei vari regni non può non rimanere interamente e violentemente soppressa. li coordinare i due ordini legislativi dell'intera unione e dei singoli Stati è problema che, grazie a Dio, non è così nuovo nel mondo vivente delle nazioni come alcuni, piuttosto monòmani che unitari, vanno imaginando. E non è opera di dissoluzione e di discordia, ma è necessaria e impreteribile condizione di concordia e d'amistà. A quali estremi la confusione dei popoli conduca, troppo tremendamente si mostra nella profonda e cancrenosa inimicizia dei Siciliani e dei Napolitani e d'altri. Che se l'Austria, nel dare due nomi e due amministrazioni distinte al Regno Lombardo Veneto, s'imaginò di dividere e imperare, oramai debb'essersi amaramente persuasa d'aver fatto contrario cammino.
Né ogni Stato può aver solamente un potere legislativo ogni qualvolta si tratti di ferrovie, di navigazioni, d'irrigazioni, d'asciugamenti, di fondazioni industriali e d'alte cose per avventura comuni a più provincie. Le pianure della Sardegna non si potrebbero ridurre ad alta cultura, finché sovrastasse loro dai monti la vaga pastorizia, e un'ordinata stabulazione non si propagasse anche colà, come parte d'un medesimo disegno. A ciò non basta votar leggi in consiglio, bisogna poter delegare mano amministrativa.
D'una cosa fra tutte siamo grati all'illustre Matteucci. Egli rivendica interamente e assolutamente dall'arbitrio ministeriale le scienze: gli studii a chi studia. Fa cordoglio il pensare come la nostra libertà siasi inaugurata coll'abbandonar tutti gli interessi delle scienze alla mente angusta e al superstizioso beneplacito di un profano. L'estremo grado d'avvilimento, a cui possa calare una nazione, è la servitù dell'insegnamento. Che resta omai di libero all'uomo, quando già il suo pensiero è schiavo? In Francia, anche sotto ai despoti, l'università fu sempre libera. In Italia, anche nell'abiezione del seicento, si parlò sempre di ciò che non si temeva di chiamare la republica delle lettere. Oramai siamo alla China.
I molteplici consigli legislativi, e i loro consensi e dissensi, e i poteri amministrativi di molte e varie origini, sono condizioni necessarie di libertà. La libertà è una pianta di molte radici. E' un fatto che, mentre la natura francese, tanto calunniata, si mostra idonea in Ginevra e in Losanna alla più larga e popolare libertà, le fu sempre impossibile conservarla lungamente in Parigi tra l'unità dello Stato e l'unità della chiesa. Quando ingenti forze e ingenti ricchezze e onoranze stanno raccolte in pugno d'un'autorità centrale, è troppo facile costruire o acquistare la maggioranza d'un unico parlamento. La libertà non è più che un nome: tutto si fa come tra padroni e servi.
Note
1. tratto dalla Prefazione a ''Il Politecnico'' vol IX, luglio 1860, tratto da: Giuseppe Galasso ''Cattaneo - Antologia degli scritti politici'', ed Il Mulino
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Ipse dixit
Il coraggio nessuno lo può regalare, bisogna che ogni uomo lo trovi nella propria anima. (Umberto Bossi)
"Chi controlla il passato, controlla il futuro; chi controlla il presente, controlla il passato" George Orwell
“E tutti si scandalizzano quando sentono dire: quel tale tipo di mammifero o di uccello ormai è sparito dalla faccia della terra, non lo vedremo più; è una grave perdita. Certo, si tratta di gravissime perdite. Ma non sarebbe forse più grave se sparisse una comunità umana?” (Bruno Salvadori)
"I molteplici consigli legislativi, e i loro consensi e dissensi, e i poteri amministrativi di molte e varie origini, sono condizioni necessarie di libertà. La libertà è una pianta di molte radici. (...) Quando ingenti forze e ingenti ricchezze e onoranze stanno raccolte in pugno d'un'autorità centrale, è troppo facile costruire o acquistare la maggioranza d'un unico parlamento. La libertà non è più che un nome: tutto si fa come tra padroni e servi." (Carlo Cattaneo)
IL VOSTRO CANCRO E' PIU' GRAVE DEL MIO. Un cancro ben più tragico, ben più irrimediabile del mio. Un cancro per il quale non esistono chirurgie, chemioterapie, radioterapie. Il cancro del nuovo nazifascismo, del nuovo bolscevismo, del collaborazionismo nutrito dal falso pacifismo, dal falso buonismo, dall'ignoranza, dall'indifferenza, dall'inerzia di chi non ragiona o ha paura. Il cancro dell'Occidente, dell'Europa e in particolare dell'Italia. (Oriana Fallaci)
Penso ad un popolo multirazziale
ad uno stato molto solidale
che stanzi fondi in abbondanza
perché il mio motto è l'accoglienza,
penso al problema degli albanesi,
dei marocchini, dei senegalesi
bisogna dare appartamenti
ai clandestini e anche ai parenti
e per gli zingari degli albergoni
coi frigobar e le televisioni.
....
penso che è bello sentirsi buoni
usando i soldi degli italiani. (G.Gaber)
“Un giorno milioni di uomini abbandoneranno l'emisfero sud per irrompere nell'emisfero nord. E non certo da amici. Perché vi irromperanno per conquistarlo. E lo conquisteranno popolandolo coi loro figli. Sarà il ventre delle nostre donne a darci la vittoria.” Houari Boumedienne - Presidente algerino - 1974 - dinanzi all'Assemblea delle Nazioni Unite






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