Scrivere per me è come morire

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Scrivere, per me, è come morire. Come uccidere una parte di me. E far nascere un’altra me. Scrivere per me è come essere in pena, in pericolo e mettere a repentaglio la mia stessa essenza.
Sono io quella che racconta quella cosa?
Sono io quella che scrive quella scena?
La risposta è sì. La risposta è no.
Scrivere per come la vedo io è decidere di rischiare di essere, anche di rischiare di non essere. A pensarci bene, mettere mano a una storia, creare un personaggio (o una personaggia) vuol dire smettere di accontentarsi della prima risposta che ti viene in mente e far fare, far dire a quel tuo NUOVO IO una cosa che tu non diresti. Non importa se giusta o sbagliata, scomoda, appropriata.
E questo è già un bellissimo regalo che ci si può fare.

Cinquanta sfumature di bianco pallido

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Non amo in genere le persone che parlano del nulla.
Non amo quelli che scrivono del nulla.
Sarò presuntuosa ma credo di avere delle cose da dire.
Non sono così presuntuosa da dire che interesseranno altri, molti, tutti.
Ma ho da dire delle cose. E le dico. Provo a dirle.
Talvolta le scrivo. Come qui e come altrove (se avrete pazienza fra un po’ vi faccio leggere qualcosa: ancora qualche giorno ancora per avere la certezza e condivido con voi).
Ma sempre e in ogni caso odio chi lavora sul nulla. Tinteggia il niente. Campeggia il vacuo. Cinquanta sfumature di bianco pallido. Che non ascolterò. Che non leggerò.
A proposito ieri a Roma nevicava.

L’amore tutto il giorno

Sono da sempre attratta da questo modo di essere, che io credo soprattutto femminile, di pensare all’amore sempre. Per parafrasare un film famoso e che amo molto non solo di pomeriggio.

Se è vero che molti uomini pensano molto all’amore, c’è da dire che spesso il loro è un pensiero compulsivo. Un ragionamento ossessivo. Che non mi lascia tranquilla. Come a volte non mi fa sentire serena talvolta l’insistenza del corteggiamento.

Per questo io ho sempre preferito quel tipo di amore spontaneo. Magari veloce. Ma senza il doping della mania. La mania – se c’è – deve venire dopo. Montare come la chiara dell’uovo, la panna. Abbandonando progressivamente – anche se inesorabilmente – uno stato per un altro.

Creare mondi per creare vite

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Non esistono mondi perfetti, vite sognate.
Esistono realtà modificabili. Noi siamo tutte queste possibilità.
Per me la letteratura è questo “vite che potrebbero essere la tua” per parafrasare un titolo. “Vite che sono la tua” ma non te ne sei ancora accorta. “Vite che puoi decidere non siano più la tua”. Questo lo fa la narrativa compiutamente. A piccoli passi, a brevi assimilamenti. Come un nutrimento. Lo può fare anche il cinema, le serie. La narrazione in genere lo fa. ma leggere lo fa due volte. Con esattezza.

Le donne da cui ho imparato a essere donna

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A essere donna ho imparato.
Lo sono nata certo ma poi è stato necessario guardare altre donne.
Non da tutte quelle che guardavo ho imparato.
Ma da alcune sì. Piccoli particolari, magari.
Da mia nonna un certo modo di chinare la testa che non voleva dire sottomissione ma “ora vi frego tutti io”. Non ho imparato a chinare la testa ma a dire “non mi farò fregare così facilmente”. E se sei donna questa è una cosa che devi imparare. Presto.

A scrivere ho imparato da Elsa Morante. Anche se – se avrò il coraggio di farvi leggere quello che scrivo – la mia strada è passata da lei solo tangenzialmente. Ma.

Ma questo inizio io lo porto nel cuore.

Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome. Avevo presto imparato (fu lui, mi sembra, il primo a informarmene), che Arturo è una stella: la luce piú rapida e radiosa della figura di Boote, nel cielo boreale! E che inoltre questo nome fu portato pure da un re dell’antichità, comandante a una schiera di fedeli: i quali erano tutti eroi, come il loro re stesso, e dal loro re trattati alla pari, come fratelli.

Da qui è nato tutto? Non lo so. Ma un libro dovrebbe iniziare bene. E “L’isola di Arturo” inizia come deve iniziare un libro per me.

La penna e il coltello

La penna e il coltello è il motto del mio sito.
Tranquilli e tranquilli non sono una serial killer.
Forse sono la persona più pacifica del mondo. Forse non del tutto – in fondo nessuno lo è del tutto.
La penna e il coltello nasce dall’idea che ho della scrittura. Per me un libro deve tagliare Poi sì, amo i gialli. Ma amo la scrittura che ti tiene inchiodata. Avete presente quelle scene in cui la nostra eroina ha un coltello piantato alla gola e non può muoversi? Ecco ai libri che leggo chiedo questa minaccia perpetua.
Tutto qui. E giusto per tranquillizzare lettrici e lettori del mio blog.

Scrivere o parlare

Mi rendo conto che la prima cosa che ho fatto, la prima con un senso compiuto per me è stata scrivere. Intendo nella vita.
A cominciare dalle prime righe storte, le prime lettere sofferte. Ricordate? Una mano vi guidava a completare il cerchio della O o la cruna troppo stretta della L corsiva.

Anche oggi, anche ora sono qui che scrivo e mi rendo conto – e qui mi scuso con i tanti “carinissimi” che mi scrivono in privato – che io funziono così. Parlare – scrivere parlando – è un po’ un mio punto debole. Mi sento più a mio agio a trascrivere le cose che mi sono accadute. Magari trasfigurandole in un racconto. In quello che io penso sia un racconto. Per me “racconto” è la creazione di un tempo e uno spazio precisi. Una cosa che mixa realtà a immaginazione. Ha un po’ dell’una e un po’ dell’altra.

Io vivo e scrivo. Mi piacerebbe dire che scrivo e poi vivo. Non è così. Io vivo. E molto. Quello che scrivo – spero vi arrivi – è vero o verosimile. Che, per me, dal punto di vista di quello che io voglio fare con le parole è un po’ la stessa cosa. La verità e la verità possibile.

Forse è per questo che parlare è il mio punto debole. E spero che scrivere possa essere o diventare il mio punto forte. Ma di questo voglio parlarvi un’altra volta. Per ora è tutto.

Io e i selfie prima degli smartphone

 

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Perché non mi faccio più i selfie? E da quando?
Da quando l’orribile ennesimo anglismo “selfie” è stato importato in Italia con tutto il suo carico di significato discutibile. E sembrava che in Italia fosse stato inventato da personaggi che qualcuno definirebbe famosi.

Che ti spiegavano pure come farli per risultare al massimo della tua bellezza. Più magra/o, più alta/o, senza rughe (dipende da come la luce ti colpisce…). In pratica un biglietto da visita per le relazioni. Come se poi l’aspetto reale non contasse. Come se.
E vabbè. La scoperta dell’acqua calda miei cari. Come se in Italia nessuno si fosse mai fatto autoritratti (e che diamine! Chiamiamoli col loro nome) prima di allora.
Io me li facevo nell’ormai lontano 2005. E già. All’epoca non esisteva nemmeno la parola “Smartphone” anche se a Cupertino già tramavano per buttare sul mercato il primo IPhone.
Non c’erano i telefoni intelligenti, dicevo, ma io avevo un Samsung sui generis che mi aveva regalato mio padre. Era un modello d’avanguardia che per l’epoca aveva un’ottima fotocamera. Ma il punto è un altro: l’obiettivo si poteva ruotare! Per cui con un semplice gira la ruota te lo sparavi in faccia. Ed ecco che sullo schermo c’eri tu. Woooowww.
Mi sono fatta foto bellissime che ho perso perché l’obsolescenza tecnologica fa questo. Ha reso anche i nostri ricordi come messaggi di Snapchat. Ho scordato la password del mio smartphone precedente e le foto che erano lì ormai non le posso più recuperare. E sia.
Mi facevo foto bellissime (non c’era oscenità giuro!). Solo voglia di immortalarmi nei miei profili migliori.
Non avevo internet e quindi quelle foto non venivano inviate a nessuno. Me le riguardavo io nei momenti di bassa autostima. Se le guardava il mio ragazzo per prendermi un po’ in giro. All’epoca in effetti era una roba un po’ bizzarra farsi le foto. In assenza di social network (ma anche quelli erano dietro l’angolo) non se ne coglie a lo scopo.
Perché non mi faccio più i selfie?
Perché ormai se li fa pure mi nonna. E va bene così.

L’amore all’alba

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Quando Alda Merini scriveva:

Accarezzami

Accarezzami, amore
ma come il sole
che tocca la dolce fronte della luna.
Non venirmi a molestare anche tu
con quelle sciocche ricerche
sulle tracce del divino.
Dio arriverà all’alba
se io sarò tra le tue braccia.

 

Quando Alda Merini scriveva “Accarezzami” che senso aveva chiamare in causa dio.
Voleva dire che dio siamo noi? Che io che sento e che parlo sono dio? Che dio si realizza solo se io sono in contatto con me stessa? Che dio non può essere una ricerca ma una  rivelazione? Che avviene all’alba? Dopo che una notte ha spento il suo buio?