Creato da Gioiasole il 24/11/2006

Funambola

Il segreto per andare avanti è iniziare (S. Berger)

 

 

Auguri!

Post n°161 pubblicato il 22 Dicembre 2010 da Gioiasole

 

Un forte abbraccio di auguri di Buon Natale a tutti voi:

che possiate godere di quanto di buono c'è in questa festa

con le persone che amate.

E ricordate che non sarà mai troppo!...

Gioia

 

 

A presto!

 
 
 

Belzebook.

Post n°159 pubblicato il 12 Ottobre 2010 da Gioiasole

 

Ieri sera discussione col mio compagno. Il lavoro, sempre lui, ci costringe a vivere lontani e a comunicare tramite il telefono, skype, facebook, le mail, insomma tutto quel che c’è per sentire meno la puzza della lontananza. E, proprio a causa di questi giocattoli che utilizziamo per sentirci più vicini a qualcuno (o anche a qualcosa che ci interessi), a volte si rischia di isolarsi e allontanarsi da tutto il resto.
Non è che arrivo io e dico una genialità, annunciando che ormai rischiamo di vivere più nel virtuale che nel reale (e infatti l'ha detta lui). È che penso che fino a qualche tempo fa dicevamo che era la televisione a rovinare le famiglie. Ma, almeno, la televisione non ci impediva (parlo al passato perché sembra, e ripeto sembra, che nessuno la guardi più) un utilizzo collettivo: si può guardare un film, oppure seguire e commentare un dibattito o un documentario, anche insieme. Invece internet pretende un utilizzo totalmente esclusivo: tu, il pc e il mouse al posto del telecomando. E non ditemi che ho detto una genialità, perché lo so.

Ricordo (e mi sento già vecchia, vecchissima, a dirlo) quando, da bambini e poi adolescenti, ci stringevamo la sera tutti vicini vicini sul divano, ognuno al suo posto fisso - ma fisso fisso, come con i posti a tavola – oppure ci sdraiavamo sul tappeto davanti alla tv. Anche se eravamo concentrati sullo schermo, eravamo comunque uniti dal fare una cosa insieme. Vuoi mettere il brivido del casino che combinavamo a imitare tutti insieme Mazinga Zeta o Bia la sfida della magia, oppure le risate in comitiva con Jerry Lewis e Totò, con la calma piatta di questa roba in singolo con una tastiera? Il silenzio a volte è assordante, a parte il ticchetticche del digitare compulsivo.
Va bene, ok, oggi di televisore in casa ce n’è praticamente uno per ogni componente della famiglia, ognuno se vuole si stravacca davanti al proprio senza tema di essere disturbato, per cui altro che film insieme e dibattito post-documentario. Resta il fatto che a me i social network – e già il suono di questa parola mi dà prurito ai denti come tutti i termini inglesi d’importazione, ma sono un’anziana italianista e non posso farci nulla – fanno sicuramente più paura del digitale terrestre. Intendiamoci, non sono contro la tecnologia e quant’altro il progresso abbia sfornato in questi ultimi decenni in materia: io stessa non posso farne a meno per tanti motivi, lavoro e fidanzato lontano in primis e perché mi piace pure, mica no; ma sono costernata dalla quantità di tempo che passiamo a volte anche interrottamente impantanati lì (qui) dentro.

Prendiamo facebook, per esempio: i sinceramente affezionati vi si piazzano finché la palpebra regge. Se c’è un problema in casa o in famiglia bisogna mettere lo stato di allerta per farsi sentire. La cosa più triste è che molto spesso diventa la tana per far finta di niente quando in coppia c’è aria di crisi e ci si rifugia nella comoda cuccia di una comunicazione meno impegnativa ma assai “distrattiva”.
Non sto dicendo che stavamo meglio quando stavamo peggio, ma qui si sta peggiorando assai.
Donde, le mie domande: posso io fare a meno di pensare che lo spazio riservato alla famiglia, alla coppia, diventi sempre più sfuggente, avendo tali occasioni di ‘incontro col mondo’ direttamente a casa e a tutte le ore? E posso dire che mi spaventa pensare che ci aspetta un futuro in cui ci troveremo a non avere più nessuno vicino vicino con cui parlare davvero? E, cosa ancora peggiore, non sentirlo e toccarlo dal vivo, non viverlo? Mi spaventa, sì. Perché sarò pure vecchia, vecchissima, ma non fino a questo punto.

 
 
 

Conversatori.

Post n°158 pubblicato il 05 Ottobre 2010 da Gioiasole

Non essendo una grande parlatrice, non amo a mia volta i grandi parlatori a ufo. Mi piace chiacchierare amabilmente, ma la conversazione deve avere un senso e un luogo e un momento. Per fare un esempio recente, non capisco chi, incontrandomi per caso per strada, mi trattiene mezz'ora buona a raccontarmi del parrucchiere che le ha sbagliato le meches se, prima di questo momento, io e lei ci siamo viste sì e no due volte e tutte e due le volte ci siamo scambiate niente più che un saluto di convenienza. Ma andare per gradi (di conoscenza) no, eh?

Non amo, poi, particolarmente, quelle situazioni conviviali in cui non conosco nessuno, epperò sono costretta a parlare per forza, non importa (si fa per dire) quel che si dice, purché si faccia quel che il galateo consiglia: si conversi amabilmente del più e del meno. E si sorrida, sempre. Non sempre si è dell'umore adatto, però. Quando ricevo un invito a un pranzo o a una cena che contempli un numero elevato di commensali perlopiù sconosciuti, certe volte scapperei volentieri a gambe levate. Per il semplice fatto che, uno, non sai mai chi ti capita a fianco e, due, nove volte su dieci si è costretti a sorbirsi un polpettone farcito non compreso nel menù.

Poi c'è il caso eclatante in cui io e il mio compagno andiamo a cena fuori e pregustiamo una tranquilla cenetta a tu per tu: c'è sempre qualcuno dai tavoli vicini che attacca bottone. Sempre. Lo abbiamo constatato,
tutto sommato non troppo infastiditi, ma alquanto stupiti. Questo sabato sera eravamo a cena in un agriturismo: il gruppetto di cinque persone, entrato poco dopo di noi, doveva aver pensato che potevamo sentirci soli nella nostra solitudine di coppia (ma è mai possibile?) e aver scambiato il nostro sorridente "buonasera" per un invito a scambiare (più di) due chiacchiere. Col risultato che la nostra cenetta a tu per tu se n'è andata, ma non del tutto per fortuna, a farsi benedire.

D'altro canto resto largamente perplessa da quei tipi comunemente definiti di poche parole. Il mio collega è così e certe volte mi snerva, perché io ho bisogno di sapere tutto, ma proprio tutto, di quel che si è detto a quella riunione o a quell'incontro a cui non ho potuto essere presente. Per me è vitale, mi dà lo sprone per caricarmi di entusiasmo o, nella peggiore delle ipotesi, di mollare tutto.
- Allora, com'è andata?
- ... Bene.
- Ok. Ma che hanno detto?
- E' piaciuto.
- Piaciuto come? Quanto? Erano entusiasti?
- Eh, hanno detto che andava bene...

E, poi, quando non ci si può sentire a voce, i messaggi sul cellulare.
Io: "Tutto ok per quello che mi hai chiesto. Spero di rivederti presto, ti abbraccio forte."
Risposta:
"Grazie mille."

 
 
 

Ho il balcone differenziato.

Post n°157 pubblicato il 27 Settembre 2010 da Gioiasole

Ieri (e non è mica la prima volta) ho comprato spazzolino da denti nuovo, dentifricio, crema per il viso e per il corpo, shampoo e bagnoschiuma. Nel giro di poco (tempo), ho prodotto un’incredibile quantità di immondizia, tra scatole di confezionamento, cellophane, foglietti illustrativi, strisce di protezione, scontrini e pubblicità. Senza contare i pezzi appena sostituiti, che sono andati a far compagnia a tutta l’immondizia “nuova”. Per smistare il tutto con attenzione, separando la plastica dalla carta e dal vetro (il barattolino di crema per il viso ha il contenitore in vetro e il tappo di plastica: un attimo di distrazione e si butta tutto il ‘pezzo unico’ nello stesso sacchetto e amen), altro giro di un po’ più di poco (tempo), e i sacchetti erano praticamente pieni. Dovevo uscire a “collocare” il tutto negli appositi cassonetti, compreso l’organico: dovevo aspettare le sette di sera. Qui l’immondizia si “butta” solo dalle sette di sera a mezzanotte, ante e post si becca una multa pari a mezzo stipendio di un operaio. Sono uscita molto prima delle sette e sono tornata dopo la mezzanotte. Come volevasi dimostrare (perché non è mica la prima volta) oggi, domenica, a tutto ho pensato fuorché a loro e amen. I sacchetti, in fila ordinata sul balcone, pronti per essere espulsi, giacciono ancora là. I cassonetti sono a posto, ma il balcone di casa mia mi fa leggermente pena.
Ad maiora.

 
 
 

Template or not Template.

Post n°156 pubblicato il 22 Settembre 2010 da Gioiasole

Sto analizzando quel che vedo.

Un pagina rosa.
Gioiasole.
Funambola.
In piedi sull’arcobaleno.
Io sono un clown e faccio collezione di attimi.
Margheritine.

Mi discosto un attimo, per guardare la pagina da lontano.

Francamente, io – la IO qua dietro, al di qua dello schermo – che cavolo c’entro con TUTTO QUESTO?

 
 
 

È successo anche questo (2).

Post n°155 pubblicato il 16 Settembre 2010 da Gioiasole

"Ci sono momenti in cui si ha qualcosa da dire a qualcuno, che ci farebbe piacere dire, che qualche volta addirittura sentiamo il bisogno di dire. E ci accorgiamo che non vuole ascoltare nessuno. Ma forse sto esagerando, no, non è proprio che nessuno ha voglia d'ascoltare, semplicemente uno non ha tempo (ormai non si ha più tempo per niente) o ha ben altro per la testa o non è il momento giusto o sta cercando anche lui qualcuno a cui dire qualcosa. Forse, in qualche caso, è anche una questione di ritegno: alla fine incontri la persona che saprebbe ascoltarti, ma senti che, altro che qualcosa, gli dovresti dire tutto, e non t'arrischi e non gli dici niente. Oppure, credi d'aver trovato la persona, stai parlando, e ti rendi conto che quello ti sente, ma non ti ascolta. E non è che faccia la commedia, ascoltare è difficile, ascoltare è sempre un po' diventare l'altro, e uno si difende, d'istinto. O, anche, hai trovato uno che ti ascolta, bene, parli, parli, ma, come a tradimento, ti viene un pensiero velenoso: quanto dureranno i tuoi guai nei suoi pensieri? dopo tanto parlare, quanto durerai tu per lui? in lui? cinque, dieci minuti? un quarto d'ora? Forse è anche una questione di pudore: si va a cena con amici, si mangia e si beve e si ride, si attacca un filetto ai funghi e si loda un indimenticabile brasato al barolo, si parla di viaggi, di persone, di politica, di amori, poi si saluta e ognuno torna a casa a ripensare alla solitudine e all'angoscia del vivere. In queste condizioni, le cose che abbiamo da dire non resta che dircele addosso… a qualcuno che non c'è, allo specchio, a vanvera. E si rischia di far ridere. Ma in fondo chi l'ha detto che dalla disperazione si può solo piangere?"

(Raffaello Baldini, Zitti Tutti!)

 
 
 

E' successo anche questo.

Post n°154 pubblicato il 10 Settembre 2010 da Gioiasole

È successo che ho trascorso un mese intero nel buco grigio del blocco dell’architetto. Poi una notte mi sono svegliata di soprassalto e ho capito che cercare di progettare con la testa e le idee di qualcun altro, non può essere MAI una buona idea. Il giorno dopo ho fatto un’abbondante colazione, mi sono lavata, vestita e truccata, mi sono seduta alla mia scrivania davanti al mac, ho preso il cellulare e ho chiamato quel qualcuno per dirgli di andarsene allegramente e definitivamente a quel paese.

Ora sì che mi riconosco.

 
 
 

9 giugno 2010

Post n°153 pubblicato il 20 Luglio 2010 da Gioiasole

 

Ogni parola che scrivo è soltanto un altro modo per dire il tuo nome.
Anche se scrivo cielo, terra, musica, dolore, io sto scrivendo
sempre e soltanto mamma.

T. Scarpa, "Stabat mater"

 

 
 
 

Ma un bel "ma che te ne frega", no?

Post n°151 pubblicato il 07 Aprile 2010 da Gioiasole

"...cerco solo di non dire niente di sbagliato. E allora va a finire che non parlo, e faccio la figura di quello che non ha niente da dire." Diego De Silva, Non avevo capito niente


Credo che le cose vadano dette senza tanti giri di parole; eppure è un'arte che non ho ancora imparato. Più che l’assenza di parole, mi sorprende il fatto che, anche se la voglia di comunicare è tanta, esse gìrino a vuoto in un serbatoio pieno senza trovare la loro naturale via d’uscita. Ecco: naturale. Abbiamo qualcosa da dire? Diciamola. Invece no: siamo pieni di sovrastrutture, di schifosissimi limiti che il più delle volte ci siamo creati da soli e, anche, accidenti a loro, di paure. Paura di dire pure la cosa più giusta ma nel modo sbagliato, di essere fraintesi, di annoiare, di essere fuori luogo, di non essere accettati, in fin dei conti. La cosa più importante diventa il mostrarsi in un certo modo: naturalmente è sempre un modo che pur ci piace, che ci attrae, ma che poi alla fine non ci fa affatto dire quello che volevamo dire.

Accadde una normalissima mattina, in un bar normalissimo di una normalissima cittadina di provincia: mi stavo gustando un meraviglioso cappuccino, di quelli densi e pannosi che ti fanno venire voglia di fare come i bambini e di spazzolare con la lingua bordo bordo per raccogliere tutta la panna adagiata nella tazza, quand’ecco che dalla radio sparano a tutto volume “Felicità” di Albano e Romina. Come mi sono goduta quel momento, non si può raccontare. Non avevo compagnia, eravamo io e la mia tazzona accoccolata tra le mani, cantavo “un bicchiere di vino con un panino, la felicità” ed ero felice. Felice di non dover vedere nessuno snobbissimo paio d’occhi fuori dalle orbite per quella canzone che tutto è considerata fuorché trendy, felice di non dovermi sorbire chiacchiere inutili, sorrisi inutili, smancerie inutili. Felice di non dovermi preoccupare della canzone giusta, del vestito giusto, del trucco giusto, delle parole giuste. Ero felice di essere felice di quella normalissima mattina. Ero felice. Punto. Ed è bella, la felicità, quando puoi condiverla con qualcuno. Ma se avessi raccontato a qualcuno, che pur mi adora, quanto mi era piaciuto ascoltare Felicità di Albano e Romina, sarei stata presa per una povera quarantenne rincoglionita sul viale del tramonto. Perché è ovvio che, poi, non ce l’ho fatta e l’ho raccontato e col “mi sa che un po’ ti sei rincoglionita” si è persa tutta la magia di quel momento.

Ok, non ho detto praticamente nulla, eppure ho detto tutto quello che avevo da dire: ho un milione di cose belle, ridicole, divertenti, spensierate, ma anche tristi e deprimenti, perché ci stanno, da tirare fuori, ma non ci riesco. Finché Santa Sovrastruttura mi resterà appollaiata sulla spalla come una scimmia.

 

P.S.: Però quando ci penso, a quella normalissima mattina, mi sbrilluccicano ancora gli occhi.

Le cose che non dici

 

 
 
 

Poi non lamentiamoci

Post n°150 pubblicato il 06 Settembre 2009 da Gioiasole

 

Ho assistito, nei giorni scorsi, a una scena imbarazzante. Ero in un negozio a provare un vestito: sono uscita dal camerino intenta a sistemarlo su un fianco e, quando ho alzato gli occhi, ho incontrato lo sguardo di un tizio che era in compagnia di una tipa. A parte il fastidio nel trovarmi inaspettatamente davanti un uomo, in un regno che – secondo me - dovrebbe essere di sole donne (!), ho dovuto sorbirmi anche la scenata che la tipa ha fatto al suo uomo, colpevole di aver guardato un’altra donna per più di qualche secondo. Dopo aver sbottato con espressioni poco cristiane, il tizio è uscito dalla boutique furibondo come un Orlando, mentre un silenzio di tomba calava su tutte le presenti (improvvisamente impegnatissime a guardare anche le grucce).

Anche non considerando il fatto che chiunque avrebbe spostato il proprio sguardo su un essere in movimento entrato nel proprio campo visivo, mi chiedo cosa abbiano nella testa certe donne. Il fatto è che io comprendo molto poco quelle che si trascinano dietro i propri compagni in giro per negozi (per di più esclusivamente femminili!). A parte il fatto che anche le marmotte sanno che agli uomini rompe da morire andare in giro per negozi – a meno che non si tratti di fanatici dello shopping, come qualcuno di mia conoscenza – ho sempre pensato che certe cose vadano fatte con le amiche, le sorelle, la mamma o le zie o, meglio ancora, da sole. Ci sono donne che si ostinano a voler fare tutto con il loro compagno (marito o fidanzato che sia) e non trovano neanche il modo di andare a farsi una pizza con un’amica, “devo prima chiedere a lui”. Ma chiedere cosa? Vai lì e glielo dici, che giovedì vai farti una semplice e sana pizza con Giovanna e Maria, non timbri mica il cartellino.

Francamente non capisco la difficoltà nel lasciare che i nostri Homer si guardino in santa pace le partite tra uomini o ammuffiscano affondati tra le loro carte o, peggio ancora, inebetiscano davanti alla playstation (io con un playstationnaro non ci starei manco morta, ma non divaghiamo), mentre noi ci godiamo qualche ora di shopping tra donne, the e quel che segue.

Ci sono altre e più interessanti cose da fare in coppia, se non sbaglio. A fare tutto insieme, prima o poi ci si annoia e ci si eccetera. Poi non lamentiamoci se il rapporto va a puzzette.

 

 
 
 

Mi mancano le mie amiche.

Post n°149 pubblicato il 08 Febbraio 2009 da Gioiasole


Siamo cresciute insieme fin da piccole; quando ci siamo conosciute avevamo più o meno sei-sette anni, magre come chiodi e i capelli cortissimi e lisci; solo T. aveva ricci ribelli e scuri e F. un biondo caschetto ondulato che la faceva più simile a una bambola. Ho una foto estiva che ritrae M.P. e me: in pantaloncini corti blu e maglietta bianca, alte uguali (quante discussioni su chi diventava più alta!) abbracciate e timidamente sorridenti all’obiettivo. M.P. è stato il mio primo amore di amica, l’unica che io abbia sentito profondamente parte di me e con cui ancora oggi condivido una rara empatia, quel sentimento strano fatto di sensazioni che viaggiano senza bisogno di parole, di contatto fisico o visivo alcuno.


Eravamo le Giovani Aquile: un club di sole ragazzine al di sotto dei dieci anni, con tanto di distintivo e tessera d’iscrizione; ogni giorno inventavamo giochi pericolosi che nulla avevano di femminile. E se per un niente osavamo lamentarci della pericolosità o difficoltà di un gioco qualsiasi, la probabile esclusione era per tutte una cosa tremenda. Le bambole non erano sicuramente il nostro svago preferito: d’estate preferivamo arrampicarci sugli alberi e sulle pareti scoscese del bosco del castello, riportando graffi e sbucciature peggio dei maschietti, provavamo ad accendere fuochi con i rametti senza però riuscirci e correvamo in bilico sul bordo di una fontana circolare della villa comunale, sfidando la forza di gravità e ogni buon senso; d’inverno rubavamo di nascosto le bustone nere che le nostre madri usavano per raccogliere l’immondizia, per creare artificiosi bob con cui scivolare sulle pareti scoscese dello stesso bosco, coperte di neve.


La nostra è stata un’infanzia movimentata, ma divertentissima. Crescendo, abbiamo cominciato a divertirci un po’ meno quando ci siamo accorte che attiravamo l’interesse dei maschietti del quartiere: orde di ‘bubboli’ che ci inseguivano fino a farci morire di paura fin sotto al portone di casa. Meno scalmanate che da piccole, non riuscivamo però a fare un gioco tranquillo come la ‘campana’ senza doverci guardare le spalle, pronte a fuggire al minimo accenno di attacco. A ripensarci, era meno pericoloso giocare alle Giovani Aquile.


Alle medie ci sparpagliammo nelle varie scuole della città (ma io e M.P. sempre insieme, guai a separarci), per poi riunirci alle superiori: le nuove amiche e i primi amori, la ‘comitiva’, le prime uscite di sera per andare al pub, le cenette a casa degli amici. E poi la patente, i primi giri in macchina e l’addio al ‘Ciao’ con cui abbiamo più volte rischiato multe e beccato ammonizioni, i fidanzamenti. E qui avvenne l’irreparabile: a un certo punto, senza alcun preavviso, ‘lui’ era diventato più importante di ‘noi’. Addio per sempre alle Giovani aquile.


Poi partimmo tutte per l’Università: ci laureammo, trovammo lavoro altrove o in città. Molte si sposarono presto, arrivarono i figli uno dopo l’altro; le amiche di sempre si erano trasformate in amiche occasionali: non c’era mai tempo per un caffé o una pizza tutte insieme, il marito e i figli assorbivano tutte le energie. E poi la stanchezza, le delusioni premature, i dolori delle perdite che sempre accompagnano il diventare ‘grandi’. Ma sempre lì, in prima linea, le amiche: quelle che restano quando tutto sembra scomparire. E quando tutto sembra diventare niente o troppo, avere voglia di tornare a casa: di averle lì, intorno a te.



 

 
 
 

Anna e i suoi fratelli

Post n°147 pubblicato il 12 Novembre 2008 da Gioiasole

Mi raccontano che mia madre, mentre mi aspettava, ha rischiato di perdermi al sesto mese di gravidanza per l’apertura precoce dell’utero. Nacqui, invece, in perfetto tempismo: alle 9.30 del primo giorno dell’anno successivo, “bellissima, tutta bianca e rosa e con tanti capelli scuri”. Il mio primo nome fu, quindi, per ringraziamento alla protettrice delle partorienti, Sant’Anna.
Mi raccontano che, quando mio fratello mi vide per la prima volta, attaccata al seno di nostra madre, le chiese: “Ma è tua?”. Aveva tre anni e la risposta “È nostra” non doveva averlo convinto molto: in seguito glielo chiese spesso, perlomeno quasi ogni volta che mamma mi teneva in braccio e lei era costretta ad accollarsi anche quel pesantone di mio fratello.
Mi raccontano che, invece, mia sorella – la maggiore - si prodigò in un unico “Eccola!”. Per poi fregarsene completamente e tornare a trottare per casa sul triciclo.

Le premesse del nostro rapporto, negli anni a venire, erano già tutte lì.

Con mio fratello ho diviso latte e biscotti e pane e nutella, scatolette di tonno di cui eravamo ghiottissimi, miliardi di miloni di disegni di astronavi e giochi di ruolo ben definiti, in cui lui faceva il ‘soldato viso pallido’ e io il 'pellerossa’. I giochi finivano che io morivo ammazzata e non appena risuscitavo dovevo giocare con mia sorella.
Io, onestamente, avrei preferito giocare da sola con le mie bambole e i miei disegni.
Anche con mia sorella ho diviso latte e biscotti: ma in una strana pappetta che lei mi costringeva a ingurgitare quando giocavamo a ‘mamma e figlie’, anche se di ‘figlia’ ce n’era una sola. Lei stessa, mia sorella, mi ha raccontato che ero “buona buona, tanto buona che non piangevi mai, però non c’era gusto e allora ti dicevo che eri una bambina cattiva, così tu piangevi”.
Quando ero impegnata a fare la figlia di mia sorella, ovviamente mio fratello non aveva nessuno con cui giocare con i suoi camion e i suoi fucili. Allora correva a lamentarsi da mamma: “E io chi uccido, adesso?”

Per quanto mi sforzi, non ricordo di aver mai visto i miei fratelli giocare tra loro, anche se immagino che l’avranno pur fatto. Quanto a me, la mia natura, rivelatasi ben presto troppo accondiscendente, aveva fatto in modo che diventassi il loro giocattolo, più che una vera e propria compagna di giochi. Ricordo che, una volta, andai a piangere da mamma per le loro prepotenze. “Non devi piangere: devi essere più furba”. Questa frase è diventata il corollario su cui poi si è fondata la mia vita; non lo avevo capito, allora, ma in quel modo mia madre aveva fatto sì che, da quel momento in poi, risolvessi le mie beghe da sola.

Mia sorella, la primogenita, è sempre stata la ‘grande’ e ha fatto in modo che questo, noialtri due, lo capissimo sin da subito: ha sempre avuto atteggiamenti da caporale che non ha mai smentito, neanche in seguito. Sicura di sè, egocentrica e indipendente, era molto diversa da noi due. Quanto più lei era desiderosa di affrancarsi al più presto dalla famiglia, tanto noi eravamo invece molto più uniti e legati ai nostri genitori. Lei era come una mongolfiera: più si allontanava e si liberava dei legami familiari, più volava alto. E se penso a lei, penso a una donna libera che ha voluto a tutti i costi esserlo e ci è riuscita. Anche fisicamente, non c’è molto che faccia capire che siamo sorelle: se in lei si ravvisano le caratteristiche più forti della famiglia di mio padre, io ho la fisionomia di mia madre. Mentre io sono piccola e bruna, mia sorella è più alta e chiara di pelle e di capelli. Mio fratello è identico a papà quando era giovane: bruno e con una fila di denti bianchissimi. In molti ci hanno detto che dal sorriso si capisce che noi tre siamo fratelli. Dal sorriso e da certe espressioni.

Mia sorella mi rimprovera spesso di dire “Mio fratello” o “Mia madre, mio padre” anche quando parlo con lei. Lo so, ma non lo faccio apposta. È un’abitudine inconsapevole che mi porto dietro da tempo. Ma lei sa che, nonostante le differenze di carattere e di temperamento, io le ho voluto e le voglio bene davvero. Sa che può contare su di me, qualunque cosa accada, come lo sa anche mio fratello. E sono sicura di non sbagliare, nell'affermare che la cosa è reciproca. Forse, dopotutto, non è un male che ora tutti e tre viviamo in luoghi diversi. Parlarci, ora, vuol dire riscoprirci, aver voglia davvero di sentire l’altro o l’altra anche solo per scambiare due chiacchiere. Come in molti rapporti d’amore, non è facile vivere insieme, soprattutto se non è per scelta. Anche se ci si vuole bene davvero.

 
 
 

Vita quotidiana

Post n°146 pubblicato il 08 Novembre 2008 da Gioiasole

L'altro sabato mattina: «Papà, per favore, prendimi anche: ‘Io, Donna’ del Corriere e ‘La Repubblica delle Donne’. Ah, e anche Vanity Fair, grazie!»
Un paio d’ore più tardi, sulla mia scrivania ci sono solo le prime due riviste con i relativi quotidiani. «Papà! E Vanity Fair??» Lui mi sorride, scusandosi: “In profumeria ci vado nel pomeriggio…»
Il lunedì mattina, andando al lavoro, racconto ridendo l’episodio alla mia collega: «Ho chiesto a papà di comprarmi Vanity Fair e…» ma lei mi interrompe, gli occhi luccicanti: «Davvero? Ti è costata tanto
Una rivista che passa per un profumo e mi diventa una poltrona.

A teatro, durante le prove del ‘Prometeo incatenato’ di Eschilo. Siamo all’incipit de “O Dei Titani”. Il maestro: «’Dei’ è un sostantivo, va pronunciato con forza, raddoppiando la D: ‘O DDei Titani!’»
Inizia Federica: «O Dei dei Titani…».
Si raddoppia come si può.

Traffico bloccato, arrivo in ritardo allo studio. Il mio capo sbotta con la segretaria: «Al suo posto io avrei preso un taxi!»
Magari un elicottero.

Al bar, con la mia amica Paola. Arriva il cameriere con le nostre ordinazioni. «Ecco il caffettino, con il piattino, il bicchierino, il dolcettino e lo scontrino…»
E’ un mondo piccolino.

Frase del giorno:
«La verità è che io non mi ero espresso bene con le parole; perché la bellezza di ciò che ho visto non è riuscita a venir fuori con la grazia con cui l'avevo vissuta.»
Dal Film: "La tigre e la neve" di Roberto Benigni

 
 
 

Post N° 145

Post n°145 pubblicato il 02 Novembre 2008 da Gioiasole

Il venerdì mattina, di solito, dopo aver sbrigato la posta elettronica, faccio sempre un salto su l’Internazionale, per leggere l’oroscopo di Rob Brezsny. Sono nata sotto il segno del Capricorno: a quanto sembra il segno meno amato dello zodiaco (so’ belli gli altri). Per chi non lo sapesse, il 2008 è l’anno superfortunato per i nativi di questo segno, che ospita finalmente Giove, dopo ben dodici anni di assenza (perbacco). Se non lo avessi saputo, non avrebbe fatto nessuna differenza. Il bello è che, a dirlo, siamo ben sette Capricorno, amici e parenti vicini e lontani. Ci guardiamo intorno e ci chiediamo dove sia finito Giove: forse a pascolar nei boschi coi fauni e le ninfe? Però Rob Brezsny scrive cose carine e interessanti, e stavolta, sorvolando il mio, che pur ho letto, mi sono fermata su quello del Toro. Mi calza a pennello, devo dire. Quindi, amico del Toro, fammi posto, per favore:

“Non devi essere quello che non vuoi essere, Toro. Per favore, leggi di nuovo questa frase, bevila come se fosse l'elisir che avresti voluto bere da quando avevi 13 anni. Ecco alcuni corollari:
 - non sentirti in dovere di essere all'altezza delle aspettative degli altri;
 - non ti sforzare di raggiungere un tipo di perfezione che non ti interessa;
 - non obbligarti a credere alle idee che ti intristiscono o ti infastidiscono, né a provare le emozioni che gli altri cercano di farti provare. Sentiti libero di essere esattamente come vuoi."


E, comunque, anche riflettere con la Bilancia non sarebbe male:

"Se non commetti errori", dice il premio Nobel per la fisica Frank Wilczek, "significa che non cerchi di risolvere problemi veramente difficili. E questo è un grave errore". Tienilo ben a mente, Bilancia. Ecco alcuni interrogativi su cui riflettere nei prossimi giorni.
1) Sto perdendo tempo dietro a problemi irrilevanti che non sono alla mia altezza?
2) I miei dilemmi attuali sono degni della mia intelligenza?
3) Dovrei preoccuparmi di questioni più interessanti?
4) Non è il caso di rischiare di più?"


O forse è meglio che ascolti il mio e basta?

“Grazie alla tua forte personalità potresti organizzare la festa più divertente del mondo”.

Grazie per il suggerimento, Rob: lo prenderò in considerazione per la festa dei miei prossimi 40 anni. Ma spero non ti dispiaccia se al Tè di Boston preferirò di gran lunga un Tè dei Matti.
Tanti baci. Alice.

P.S.: siete tutti invitati. Matti e non.

 
 
 

Per una buona notte

Post n°144 pubblicato il 29 Ottobre 2008 da Gioiasole

Ormai la mia casa si è trasformata in un insieme scomposto di libri. Ovunque ne spicca almeno un paio con un segnalibro orecchiuto e pendulo, mezzo ingoiato dalle pagine quasi intonse, in memoria. Libri lasciati a metà, infilzati in una quantità indefinita di altri, letti di malavoglia o divorati, e molti nuovissimi e allettanti, che non vedo l’ora di scoprire. Sarà per questo che li inizio e non li finisco, attaccandone subito un altro? E, magari, sarà per questo che ogni volta compro un segnalibro nuovo, rigido e perfetto? Quelli che ho accumulato nel tempo – i segnalibri - sembra che non mi bastino mai. E mi piacciono così tanto che quasi ogni volta che acquisto un libro me ne regalo uno. Alcuni li ho anche creati io stessa. Accade che ne scovi qualcuno dimenticato - un richiamo quasi rassegnato - tra le pagine de Il profumo di Suskind, interrotto nella lettura quasi con stizza, quando lui – il protagonista – ha appena ucciso una donna per rubarne l’odore; tra Grandi speranze e I Quattro libri delle piccole donne, con in mezzo, Suo marito, di Pirandello, riletture dei momenti di nostalgia; ne L’amore non basta mai di Jennifer Vandever, che non ricordo neanche cosa raccontasse ma neanche mi incuriosisce più, e in Lezioni di felicità, di Angela Vallvey, storia d’ordinario amore infedele, questo sì, me lo ricordo ancora. Non ha vinto neanche L’abitudine di amare di Doris Lessing, piazzato sopra un malinconico Cronache di poveri amanti di Pratolini, entrambi con il loro bel trofeo cartonato a segnarne la pagina interrotta, sfidati da una pur amatissima Austen di Mansfield Park, e una sconosciuta Anna Gavalda che mi ha tentato con L’età dei sogni. Sopra tutti, campeggia, con quella faccia occhialuta di Severgnini, L’italiano, lezioni semiserie.

Mamma già dorme, le lascio un bacio leggero per non svegliarla. Me ne vado a dormire stringendomi al petto le lezioni semiserie di Beppe. Per sorridere un po’. Così non penso a te. Perchè non c’è niente da capire.

 
 
 

Post N° 143

Post n°143 pubblicato il 12 Ottobre 2008 da Gioiasole

Ho cambiato le tende alla mia Libero-casa... dall'arancione al rosa, mah. Vedrò di abituarmi anche a questo.

Per il resto, ho scovato una casa da sogno. Se volete, potete anche affittarla, dicono.
Poi dicono che sia indimenticabile la vasca alle spalle del letto. Ma io mi accontenterei anche solo del panorama. Di questi tempi, (ma non solo questi) la prudenza consiglia: 'guardare e non toccare'. Questo e altro.

Vi auguro una bellissima settimana.


 

 
 
 

Perché non va

Post n°142 pubblicato il 28 Settembre 2008 da Gioiasole

Come faccio di solito, quando del frullatore che si agita in testa non trovo l'interruttore, chiudo gli occhi e aspetto che si fermi da solo. Poi prendo gli ingredienti uno per uno e cerco di dargli un nome. Affinché non vivano di vita propria, ma abbiano un senso. Almeno per me.
«La pazienza è il sandalo che il saggio si lega al piede per non dover ricoprire di pelle tutta la strada». Adagio buddista
E così sia.

Mi scrive una mia carissima amica d’infanzia. Una mail lunga, in cui non si nasconde l’affetto duraturo che è cresciuto con noi. Nonostante la distanza, le scelte diverse. Mi ritrovo a leggere centinaia di parole che non avrebbero trovato strada facilmente in una conversazione telefonica, ma che avrebbero avuto un suono acutamente familiare su un divano, davanti a un buon caffé. Rileggerle non basta a superare lo stupore, né a capire o a trovare le risposte. Mi piacerebbe dirle che suo marito l’ha tradita perché è un folle. Si tradisce per follia per una notte, due, ma per mesi? Che follia è? Diventa scelta, opzione preferita. Vuol dire che l’incanto si è trasferito altrove, o è morto e cerca di rinascere in (tra) altre vesti.
Non ho mai creduto che le parole possano avere lo stesso potere di un silenzio condiviso in un abbraccio. Ma a volte, come queste volte, sono decisamente necessarie. Anche quando devono rivestirsi in risposte che non ho.
E non ho risposte per niente che riguardi l’amore, come quando un’altra amica, single, mi chiede: cosa c’è che non va? Perché non va? Non lo so, perché non va.
Avrei voluto raccontarle di Tizio, fidanzato, che mi invita ripetutamente a cena o a bere qualcosa. O di Caio, che da mesi sta con un’altra donna, ma da mesi vuole una storia con me, senza lasciare l’altra, ovviamente. Avrei voluto cercare conforto in lei come ho sempre fatto, perché lei era quella che aveva fatto le scelte giuste, aveva trovato il fidanzato giusto, il marito giusto e aveva sempre le parole di conforto e di speranza giuste. Da amiche, abbiamo sempre condiviso lo stesso mondo, come donne un po’ meno. E ora siamo amiche e donne sullo stesso pianeta, il mio. Quando io avrei tanto voluto raggiungere il suo.


E ti perdi dentro a un cinema
a sognare di andar via
 
 

 
 
 

Scusate il ritardo.

Post n°141 pubblicato il 21 Settembre 2008 da Gioiasole

Ore 9:30. Mi sono svegliata con un forte mal di testa. Ieri sera ho fatto un tantino tardi e non ci sono più abituata. In più ho fatto un sogno stranissimo, in cui Francesco mi rincorreva con degli striscioni da ultras tipo curva nord a Napoli e, al risveglio, ho capito subito che avevo ricevuto un messaggio subliminale che mi sono affrettata a cogliere. Ma non prima di aver bevuto con grande soddisfazione, nonostante il mal di testa, la mia doppia razione del primo caffè mattutino. Senza brioche, però.

Ore 10:00.
Con la seconda tazza di caffè ben salda sul suo piattino, a lato del Mac Book, ho iniziato a fare il giro dei miei blog amici per salutarli e metterli al corrente dell’equivoco, e cioè che, in realtà, il mio ritorno era solo annunciato (diciamo estorso a tradimento) ma non ancora effettivo. Nel frattempo mi sono fatta una scorpacciata di post arretrati, ho scritto non so più quanti commenti opportunamente elaborati (che non erano, cioè, del tipo ‘Sono tornata’ e ciao). Invece di diminuire, il mal di testa è aumentato, ma nel contempo è aumentato anche il mio indice di gradimento nei confronti di quello che ho letto. Possibile che siate tutti così bravi e io mi debba risolvere invece in un semplice post qualsiasi? Ma ho tenuto a bada il crescente senso d’inferiorità e ho tenuto duro.

Ore 13:19. Non ho ancora finito il giro ma l’ora (s)fatta mi dice che devo preparare il pranzo. Per fortuna a casa mia si mangia tardi, oggi orecchiette al ragù con ricotta ‘tosta’ grattugiata. Se ci penso, fare il giro dei blog in modo serio, stamattina, è durato quanto una mezza-mezza giornata di lavoro. Però è stata una bella mezza-mezza giornata. Scusate il ritardo, quindi: non me ne vogliate se ci ho messo così tanto a ritornare dal tempo degli Europei. Mi sono messa per un po' in panchina, ma recupererò in fretta.

 
 
 

Ci manchi per davvero.

Post n°140 pubblicato il 17 Settembre 2008 da upmarine
 

 Cara GioiaLù,
tanti anni fa eravamo una banda di matti, e mi riferisco a me, te e qualche altra decina di loschi personaggi comparsi in fila indiana nel tuo ultimo post di ritorno.
Sarei tentato di telefonare. Ma non lo farò, perché romperemmo l'incantesimo. Quello secondo cui noi tutti siamo creature dotate di una grande anima immateriale. E la voce, si sa, è una sequenza di onde sonore generate da un corpo vibrante.
Essendo non dotati di corpo, in questo mondo, ecco dimostrato l'assioma (che per definizione sarebbe da prendere così com'è perché, pur sorgente di ogni dimostrazione  è, di per sé, non dimostrabile) che noi non siamo in grado di emettere suoni ma solo segni neri su schermo bianco (o tutte le possibili combinazioni di colori).
A questo punto mi sorge il dubbio che GioiaLù sia stata l'invenzione delle nostre menti, desiderose di generare una gioiosa creatura con capacità soprannaturali, difficilmente compatibili con il nostro ambiente asfittico.
Cosa le abbiamo fatto? Le abbiamo tolto il respiro? L'abbiamo avvelenata, ammorbata, schiacciata? E dove sono i suoi resti?
Non è possibile che sia sublimata, trasformando il proprio corpo immateriale in un'idea di sé.
Non posso credere che ci abbia cancellato con un colpo di cimosa dalla lavagna della sua vita.
Le eravamo troppo vicini ed ora, puff, scomparsi dalla sua vita.
Se fossi certo di non rompere l'incantesimo le telefonerei.
Ma non ne sono certo.
E allora attendo, con pazienza, il colpo di spugna.
Se ne ha il coraggio.




 
 
 

La mamma e gli Europei (di calcio)

Post n°139 pubblicato il 23 Giugno 2008 da Gioiasole

La voglia di tornare c’era, lo stimolo a scrivere un po’ meno. Forse perché il tempo passato a fare altro (troppo altro) mi aveva messo un po’ d'indolenza rugginosa nelle dita, abituatissime, invece, negli ultimi tempi, solo a far scorrere velocemente il puntatore del mouse sulla videata del cad. Non ricordo di aver mai passato tanto tempo senza scrivere uno straccio di pensiero che non fosse strettamente tecnico o legato alle faccende domestiche (leggi: lista della spesa). Eppure è andata così e di questi mesi non resta traccia alcuna se non nei miei ricordi e in alcune foto. Chissà che, piano piano, non mi ritorni l’antica passione per la scrittura e non mi ritrovi, magari senza neanche accorgermene, a riportare, qua e là, qualche sprazzo di quanto mi è accaduto. Però è stato bello, perché ho tolto un po’ di pietre dal mio giardino. Mi sono divertita, ho riso e pianto tantissimo, mi sono fatta male fisicamente (e un po’ anche al cuore), mi sono tuffata a pieno titolo in un mondo che non conoscevo affatto, ma finora solo sfiorato da spettatrice, quello del teatro. Ho conosciuto tante persone e stretto amicizie bellissime. Mi sono anche innamorata. Un pochino, sì. Ma è stato tutto oltremodo divertente, coinvolgente e appagante. Ho rivestito persino i panni del mio primo amore, quello della danza. Insomma, mi sono messa in movimento parecchio e non solo fisicamente. Ora vi guardo, vi leggo (dico ‘ora’, ma in realtà non ho mai smesso di farlo) e vorrei tornare tra di voi. Piano piano, rinnovando, magari, un po’ di quell’incoscienza sana, adolescenziale quasi, che mi aveva fatto creare questo spazio. A proposito di incoscienza: sarà proprio questa, così allegramente ritrovata, che mi porterò addosso, di questi mesi, spero il più a lungo possibile. Con un po' di pazienza, però, devo togliere molta ruggine.

Perché il titolo?
Perché è stato bellissimo vedere una signora di settant’anni, provata dalla malattia e dalle terapie, scalmanarsi come un’autentica tifosa alle partite. Mai vista una cosa del genere, quella donna è un fenomeno. “Ma siete o non siete Italiani? E allora dovete guardare la partita!” Io, invece, a onta dei suoi rimproveri, ieri mi sono vista la seconda parte di Via col vento. Un po’ di romanticismo, inframmezzato, ma non guastato, dalle urla di mia madre che dava allegramente dei ‘mosci’ - “mosci, siete mosci” - ai nostri calciatori. E poi voleva spiegarmi come funzionano i rigori. A me!
Oh, a proposito: ben ritrovati.

 
 
 
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E ti vengo a cercare anche solo per vederti o parlare perché ho bisogno della tua presenza per capire meglio la mia essenza
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Non vi è nulla di meno seducente della presenza ossessiva, quasi ingombrante di una persona che invade ogni spazio della vita dell'altro. Impara dai musicisti a dosare le pause. Come nella musica le pause hanno la funzione di creare attesa, di lasciare senza fiato, così la tua assenza e il tuo silenzio possono alimentare il desiderio che l'altro ha di stare con te.

 

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