Creato da lanzarda il 12/08/2007

Gira si la vòi gira'

La città del mio cuore

 

 

Il ratto delle Sabine

Post n°228 pubblicato il 02 Ottobre 2012 da lanzarda
 

 

"Dopo che Romolo aveva fondato Roma, mandò a chiamare e accolse molti popoli confinanti nella nuova città ma il popolo non aveva donne. Dunque mandò ambasciatori ai popoli vicini e chiese in matrimonio delle donne, ma a quello rifiutarono il matrimonio. E così Romolo invitò i confinanti ad degli spettacoli. Molti popoli accorsero, anche i sabini con le donne e le figlie, poichè desideravano vedere gli spettacoli e la nuova città. Durante gli spettacoli all'improvviso i romani rapirono le figlie dei sabini. I sabini irati andarono via, le fanciulle piangevano tristi. Molte guerra per l'offesa erano fatte, ma dopo Romolo placò con lusinghe gli animi delle donne e le unì in matrimonio con i romani."

Quanno che Roma stava senza donne
Quarcuno se decise de trovalle
Te 'nvita le Sabine sopra 'n colle
A fasse 'na partite colle palle
Co' quer gioco servo ognunno 'n se sarvò nessuno
Così per primi
Le corna le portarono i sabini.

 
 
 

Affaccete Nunziata

Post n°227 pubblicato il 10 Maggio 2012 da lanzarda
 

Una delle più belle e delicate serenate, un classico della musica popolare, nell'interpretazione di Nino Manfredi."Affàccete Nunziata" (titolo originale Affàccete, 1893) di Nino Ilari e Antonio Guida che non vinse al festival della canzone romana a S. Giovanni, ma ebbe straordinario successo specialmente dopo che entrò a far parte del repertorio di Lina Cavalieri e di Ettore Petrolini.

 

 
 
 

Detto romanesco

Post n°226 pubblicato il 04 Marzo 2012 da lanzarda

Chi se la passa a lustrini, nun fa lume a marzo

Chi ha poco da spendere, non può certo scialare, anzi, appena la stagione glielo consente, deve saper risparmiare persino la legna. Il lustrino equivaleva a cinque soldi. Accendere i fuochi all'imbrunire negli ultimi tre giorni di febbraio e nei primi tre di marzo era un antico rito pagano, rimasto misterioso, ma che certamente era intenso ad auspicare il risveglio della vita nelle viscere della terra. In campagna il rito aveva anche lo scopo pratico di concimare in modo elementare i campi con i rami secchi e le erbe tagliate dopo la prima potatura.
Al tempo dei romani erbe e ramoscelli venivano bruciati alle calende di marzo in onore di Lucina, dea dei parti. In Romagna si accendono ancora grandi falò, detti "focarine". Va ricordato inoltre che il primo giorno di marzo dava inizio al calendario religioso dell'antica Roma. Nelle case romane dei benestanti era abitudine e rito dar vita al nuovo fuoco, mentre le vestali, nel tempio, riaccendevano la fiamma sacra sfregando dei legni particolari, come era stato loro insegnato dai riti di una severa ed antichissima tradizione.

 

     S. Maria Maggiore

  Antichissima basilica nata sopra il    tempio di Giunone Lucina al tempo di papa Liberio che vide in sogno, il 4 Agosto, la madre di Cristo la quale gli confidò di desiderare una chiesa nella zona dell'Esquilino e il luogo preciso fu individuato da una nevicata miracolosa e chiaramente inconsueta. I primi nomi della basilica furono S. Maria della neve e basilica Liberiana.

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

IL MITO DELLA BONA DEA

Post n°225 pubblicato il 26 Febbraio 2012 da lanzarda

 

La Bona Dea era una divinità laziale il cui vero nome non ci è mai pervenuto: il suo culto era prerogativa esclusiva delle donne, le uniche che conoscessero e potessero pronunciare ad alta voce il suo nome. Esse erano inoltre depositarie di un linguaggio misterioso chiamato Damium e sconosciuto ai più. Ad ogni essere di sesso maschile, umano o animale che fosse, era proibito avvicinarsi al suo tempio e alle cerimonie in suo onore.

La Bona Dea venne identificata anche come Fenteia, Fauna od Ops; sono comunque giunti fino a noi alcuni degli epiteti che venivano usati dalle sue sacerdotesse per venerarla. Tra essi troviamo Feminea Dea (la Dea delle donne), Laudandae Dea (Colei che deve essere venerata) e Sancta (la Santa). Simboli della Dea erano il serpente e la cornucopia, a loro volta indizio di salute, abbondanza e fertilità.

Secondo gli scritti di Lattanzio, la Dea fu moglie di Fauno: donna di eccezionali virtù, abile in ogni arte e domestica e pudica a tal punto da rifiutarsi d'uscire di casa pur di non incrociare lo sguardo d'altro uomo che non fosse suo marito. Purtroppo la sua perfetta condotta non le impedì, un giorno, di ubriacarsi con una bottiglia vino trovata in casa durante l'assenza di Fauno. Quando questi torn e la trovò ubriaca, la sua ira fu talmente devastante da provocare la morte della donna, colpendola ripetutamente e con forza con verghe di mirto. Per questo motivo, nei luoghi a lei dedicati, il mirto è stato completamente bandito.

 

Secondo altre fonti, invece, la Bona Dea non fu moglie di Fauno, bensì la figlia o la sorella: queste opzioni ci ricordano in qulche modo la triplicità della Dea Madre, comune ai culti femminili pagani sin dai tempi più antichi.

Il tempio a lei dedicato era collocato sotto il colle Aventino in Roma, nella zona detta Saxum: per questo motivo veniva anche indicato come Subaxana. Venne costruito, indicativamente, nel 272 a. C. quando il suo culto si fuse assieme a quello della dea greca Damia, dopo la conquista romana di Taranto. Ad oggi, in quella zona, sorge la basilica di Santa Balbina.

 

Attorno al tempio si trovava un bosco sacro dove ogni anno, nei primi giorni di dicembre, venivano celebrati dalle sacerdotesse (le Vergini Vestali) i misteri a lei dedicati. Il 3 dicembre, invece, le donne si riunivano a casa di uno dei principali magistrati della città per propiziarsi la salute e la fortuna del popolo romano. Nel 62 a. C. Publio Clodio, curioso di scoprire in cosa consistessero queste celebrazioni invernali, si introdusse nella casa di Giulio Cesare travestito da donna. Egli venne però scoperto e accusato di profanazione: il fatto scatenò una vera e propria crisi politica.

 

Ma oltre alla curiosità, vi fu anche la ripicca maschile: Ercole, dopo essere stato rifiutato numerose volte dalle officianti, fece costruire un altare poco lontano quello dedicato alla Bona Dea, istituendo rituali cui solamente gli uomini potevano partecipare.

 

Il primo maggio, invece, le sacerdotesse si riunivano in un luogo segreto, detto Opertum, festeggiando la loro Dea madre e protettrice. Durante tutti questi rituali, alle donne era permesso bere vino, cosa che sarebbe stata altrimenti impossibile nella loro vita quotidiana: secondo la società, infatti, esse avrebbero potuto lasciarsi andare ad atti lascivi se annebbiate da quelli che oggi chiamiamo "i fumi dell'alcool".

Gli uomini che avessero assistito (più o meno volontariamente) ai rituali dedicati alla Dea, sarebbero stati puniti con l'accecamento. La sera antecedente ogni rituale, ogni uomo (ed animale di sesso maschile) veniva allontanato dalla casa: anche i ritratti di uomini dovevano essere tassativamente portati via. Dopo di che, la moglie del magistrato e le altre sacerdotesse preparavano un pergolato di pampini d'uva, decorando la sala di fiori, frutti ed erbe. Venivano poi preparati un banchetto ed un divano esclusivamente per la Dea, vicino al quale veniva posta l'immagine di un serpente. Il pasto della Dea era composto da interiora di maiale, a lei precedentemente sacrificato (il più delle volte si trattava di maialini da latte o femmine adulte) e vino sacrificale. I festeggiamenti duravano tutta la notte, accompagnati da musiche, balli, canti e giochi. Da notare come, nelle formule rituali, il vino venisse chiamato semplicemente "latte" ed il suo contenitore "barattolo del miele".

 

La Bona Dea si occupava della salute dell'intero popolo romano: il suo tempio stesso era considerato un centro di guarigione, oltre che magazzino d'erbe medicinali. Al suo interno i serpenti, animali sacri simbolo della Dea e della buona medicina, venivano fatti circolare liberamente.

 

 

Vennero eretti altri tempi dedicati alla Bona Dea: tra questi possiamo ricordare quello di Ostia e quello di Aquileia, quest'ultimo dedicato all'Augusta Bona Dea Cereria, connessa alla fertilità della terra.

Circa un secolo dopo lo scandalo di Clodio, cattive voci iniziarono a circolare in riferimento ai segreti rituali dedicati alla Bona Dea, e probabilmente fu questo il motivo che, a poco a poco, fece scomparire questo particolare culto.La Dea viene definita "bona" solamente ad ubriacarsi e lasciarsi andare a frivolezze e lascivie, spesso di origine sessuale, e solamente con il dilagare del cristianesimo l'appellativo Bona Dea venne "riciclato" per indicare una delle tante virtù della Vergine Maria.

 

Secondo il poeta latino Giovenale, che scrisse le sue satire molte generazioni dopo, i riti della Dea Bona includevano orge di donne eccitate dal vino (Giovenale, Sat. vi, l. 314):

Ben noti a tutti i misteri della Dea Bona,
quando il flauto eccita i lombi
e le Menadi di Priapo si scatenano
frenetiche per il suono del corno e per il vino,
i capelli roteanti, le voci ululanti.
Che smodato desiderio di amplesso!
Che grida per la passione palpitante!
Le gambe si bagnano di vino,
di vino puro e di vino vecchio.
Saufeia sfida le ragazze
nella gara dell'ancheggiamento ....

(traduzione di Man of Roma) 

http://lagrandedea.forumfree.it/?t=58158774

 

 
 
 

Campo Testaccio

Post n°224 pubblicato il 15 Febbraio 2012 da lanzarda
 

 

 

C'è chi dice che la Roma è 'no squadrone,
c'è chi dice che la Lazio gioca bene,
ma 'ste squadre però qui nun so' mai bone
pe' 'na vorta lo scudetto a conqiusta':
c'è Masetti che però è gran capione
e Piola che ogni rete sfonderà.


La domenica va er tifoso romano
a Testaccio a vede' la partita che c'è
pe' sfogasse a strilla' - Forza Roma - dirà
su dar colle lontano, pure senza paga'
la partita vedràer tifoso romano.

 

Canzone  del '35

 
 
 

Sempre a Roma...2012

Post n°223 pubblicato il 04 Febbraio 2012 da lanzarda
 

 

 
 
 

Basilica di Santa Balbina all'Aventino

Post n°222 pubblicato il 27 Gennaio 2012 da lanzarda

 

 
 
 

A LA FINESTRA AFFACCIATI...

Post n°221 pubblicato il 24 Gennaio 2012 da lanzarda
 

 

A la finestra affacciati,
in mezzo a li vasetti,
bella, co' quell'occhietti
incatenato tu m'hai questo cuor.

Incatenato, si,
co' mille catene,
io nun posso
piu scatena'.

A la finestra affacciati,
quella che tienghi chiusa,
trovela quarche scusa
di poter fare l'amore co' me
.
Incatenato, si,
co' mille catene,
io nun posso
piu scatena'.

Bella che tra le belle
tu sei 'n angelo sano,
bella lo porti er vanto
d'innamorare il mio cuore pe' te.

Incatenato, si,
co' mille catene,
io nun posso
piu scatena'.

<br /></em></span></span></p>

 
 
 

La multi ani! Buon Capodanno!Buon Anno 2012!

Post n°220 pubblicato il 31 Dicembre 2011 da lanzarda

 

 
 
 

Buon Natale a tutti!

Post n°219 pubblicato il 24 Dicembre 2011 da lanzarda
 

 
 
 

Beatrice Cenci

Post n°218 pubblicato il 13 Dicembre 2011 da lanzarda
 

E' più 'nfelice de Beatrice...

Chi puo essere più infelice de Beatrice? Condannata alla decapitazione, ma subito assolta dalla conscienza populare, Beatrice Cenci resta una delle figure più romanticamente infelici delle cronache di tutti tempi e per questo amatissima da fantasie e da leggende, diventando simbolo dell'innocenza oppressa.A lei si inspirarono Stendhal e Dumas padre, per i loro racconti, mentre Ademollo e Guerrazzi scrissero nel secolo scorso due romanzi per narrare le vicende della sventurata Beatrice.

 

 

 

 

 
 
 

Detto romanesco

Post n°217 pubblicato il 05 Dicembre 2011 da lanzarda
 

 

Chi s'attacca alla Madonna, nun ha paura delle corna


Il culto della Madonna ti fa scappare dall'inferno e tiene lontano il diavolo. Il popolano di Roma ha sempre avuto un rapporto confidenziale con la madre di Dio, considerandola la sua consolatrice e il suo più sicuro appoggio di fronte ai pericoli della vita.

 

 
 
 

Strornelli romane

Post n°216 pubblicato il 28 Novembre 2011 da lanzarda
 

ARCANGELO PIPPANERA

Arca', Arca', statte zitto e nun parlà
Arca', Arca', che te possino ammazza'.
Sono Arcangelo Pippanera,
Tutti mi chiamano baccalà
Tengo l'anima troppo sincera
Sono il portiere e me voglio sfogà.
Se me chiedono qualche servizio
Con molto giudizio so' pronto ad annà
Ci arimedio parecchi quatrini
Perché l'inquilini li so' contentà.
Arca', Arca', statte zitto e nun parlà
Arca', Arca', tacci tua e de papà.
Sono svelto nelle faccende
Nun me stanco de fa su e giù
la padrona nun po' pretenne
che me sfrutti ancora de più.
Dice: "Arcangelo Pippanera
Gli inquilini tu fai arrabià,
te cambio co' ‘na portiera
perché tu nun sai scopà
Arca', Arca', statte zitto e nun parlà
Arca', Arca', tacci tua e de papà.
La mattina scopo le scale
Come scopo nun c'è male
Sul portone locco locco
Me ne vado a lustrà er patocco
La signora ar mezzanino
Vo' fumà e nun c'ha er cerino
Gentilmente glielo do in mano
"poi salisca ar primo piano".
C'è la serva der dottore
Gli s'è atturato lo sciacquatore
Poveretta ce se addanna
Vado su co' la mia canna
Glielo infilo ner condotto
Glielo sturo lì per botto
Appena fatto er lavoretto
Dalla gioia me da' un bacetto
Arca', Arca', statte zitto e nun parlà
Arca', Arca', tacci tua e de papà.
Arca', Arca', tu sei proprio un baccalà
Arca', Arca', statte zitto e nun parlà.
Ar secondo ‘na ballerina
Che c'ha ‘n'arte sopraffina
Quant'è bella e delicata
Quando lei fa la spaccata
Se la vedi quando balla
vola come ‘na farfalla
s'arivorta e poi per giunta
te lavora sulla punta.
Arca', Arca', statte zitto e nun parlà
Arca', Arca', nun fa proprio er baccalà.
Ar terzo c'è un pittore
Che fa' schizzi a tutte l'ore
Li fa co' na modella
ch'è formosa e tanto bella
lui lavora con passione
e glie cambia posizione
vo' fa' un quadro che è un gioiello
co' tra schizzi de pennello.
Arca', Arca', statte zitto e nun parlà
Arca', Arca', nun fa proprio er baccalà.
Quella ar quarto c'ha un pompiere
Che lo allena tutte le sere
Lo sdraia sulla lettiga
come vo' sarvà una vita
e glie insegna co' piacere
le manovre der pompiere
quanno sarta, e quanno zompa
e quanno in mano c'ha ‘na pompa.
Arca', Arca', statte zitto e nun parlà
Arca', Arca', tacci tua e de papà.
Ar quinto ce sta Bice
Rinomata massaggiatrice
Co' l'annunci sur giornale
Ce poi annà quanno te pare
Ti massaggia da cima a fondo
Te rifà venì dar mondo
Quanno l'opera è compiuta
Dieci sacchi e te saluta
Ma mannaggia ar serpentone
Sono proprio un chiacchierone
Ma voi tutti che ascoltate
Ma che gusto ce provate
Arca', Arca', che te possino ammazzà
Arca', Arca',.tacci tua e de papà.
Arca', Arca',.statte zitto e nun parlà
Arca', Arca',.tu sei proprio un baccalà...

 
 
 

Maschere romanesche

Post n°215 pubblicato il 09 Novembre 2011 da lanzarda
 

«Tra i Romaneschi è questo il più temuto.
È il capociurma della gente sgherra.
Bravo alla lotta, anche i più forti atterra,
con stil conciso, franco e risoluto.
Egli arringa i compagni e Meo Patacca
Può conoscer chi v
uol se mai lo attacca. 

Marco Pepe è spavaldo e donnaiolo,
ardito, attaccabrighe e assai manesco;
ma Meo Patacca basta per lui ad acquetare il popol romanesco;
perché se Marco Pepe vede Meo
batte la ritirata e fa il
 


 
 
 

G.G. BELLI SONETTI

Post n°214 pubblicato il 03 Ottobre 2011 da lanzarda
 

 


454. Li spiriti 2°

Dio sia con noi! Lo vedi, eh? cquer casino
co le finestre tutte svetrïate?
Llí, a ttempi de la Cenci (1), un pellegrino
de nottetempo ciammazzò un abbate.

D'allor'impoi, a ssett'ora sonate,
ce se vede ggirà ssempre un lumino,
eppoi se sente un strillo fino fino,
e un rumor de catene strascinate.

S'aricconta che un'anno uno sce vorze (2)
passà una notte pe scoprí ccos'era:
che ccredi? in capo a ssette ggiorni morze(3).

Fatt'è cche cquanno ho da passà de sera
da sto loco che cquà, pperdo le forze,
e mme ffaccio ppiú bbianco de la scera.

Roma, 16 novembre 1832 - Der medemo

1) L'epoca di Beatrice Cenci, detta dal popolo e conosciuta col nome della Bella
Cenci, è per lui un epoca di terrore, e si annette a tutte idee funeste e terribili.
2)Ci volle.
3)Morì.

457. Li spiriti 5°

Burlàtemesce, sí, ccari coll'ogna1:
voantri fate tanto li spacconi(2),
e cquanno semo a l'infirzà un'assogna (3)
poi se manna in funtana li carzoni.

Nun è mmica un inguento pe la rogna (4)
quer vedé un schertro in tutti li cantoni:
cquà tte vojjo: a cciarlà ttutti sò bboni,
ma bbisogna trovaccese bbisogna.

So cche da quella sera de la sbiossa (5)
ancora sto ppijjanno corallina(6),
e nnun m'arreggo in piede pe la smossa(7).

E cquanno penzo a rritornà in cantina,
me sento li gricciori ggiú ppell'ossa,
me se fanno le carne de gallina.

Roma, 22 novembre 1832 - Der medemo

1) L'equivoco dell'ogna, che in romanesco vuol dire unghie, cade in ciò, che aggiunto
quel vocabolo a caro, forma la parola carogna.
2) Rodomonti, bravi.
3) Sugna.
4) Modo
proverbiale: «Non è già una delizia ecc.».
5) Paura, accidente terribile.
6)Medicina contro le verminazioni intestinali.
7)Mossa, diarrea.

 

 
 
 
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