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lanzarda
   
 
Creato da lanzarda il 12/08/2007

Gira si la vòi gira'

La città del mio cuore

 

 

Detto romanesco

Post n°178 pubblicato il 01 Novembre 2009 da lanzarda
 

Nun di' ch'è papa si nun l'hai tastato

Una leggenda vuole che le sedie gestatorie, con relativo foro, servissero a controllare il sesso del nuovo pontefice prima di consacrarlo come tale, precauzione considerata indispensabile dopo l'ascesa al soglio pontificio di una donna, la papessa Giovanna.

Baldacchino del Bernini, nella Basilica di San Pietro

Giovanna era una bella fanciulla inglese che aveva studiato alla scuola di Magonza e che aveva vestit segretamente lìabito benedettino per amore di un monaco, assieme al quale girò, facendosi passare per frate, tute le scuole d'Europa, laureandosiin teologiae frequentando la corte pontifica, dove venne accolta per la fama della sua dottrina.

la foto del basamento del Baldacchino del Bernini, nella Basilica di San Pietro

Alla morte di Leone X i cardinali la chiamarano a succedergli col nome di Giovvani VII. Ma la papessa si innamorò di un proprio cameriere segreto e un giorno, nel corso di una processione diretta al Laterano, sorpresa delle doglie sullo stradone di S. Giovane, fra il Colosseo e la chiesa di S. Clemente, partori un inatteso bambino. I cardinali e i popolani, inferociti per la scandalosa rivelazione, uccisero la puerpera e l'innocente neonato.

Oggi questa leggenda, che venne collocata verso la metà del secolo XIII, è stata decisamente sfatata dagli storici, ma è sopravissuta a lungo nella tradizione orale ed ebbe tanto credito che persino nella cattedrale di Siena, fra i busti dei pontifici, rimase esposto, fino al tempo di Clemente VIII, anche quello della papessa Giovanna.

 

 

I colossali stemmi dei Barberini, i quali, oltre alle api araldiche, contengono la rappresentazione simbolica del concetto della Mater Ecclesia, mediante una serie di sei volti di donna (dal secondo, al settimo pilastro), nelle varie fasi del travaglio del parto.

 

 

 

 

 

 
 
 

LE MASCHERE ROMANE

Post n°177 pubblicato il 27 Settembre 2009 da lanzarda

 

Ghetanaccio

Gaetano Santangelo, buratinaio romano(1782 - 1832), dette il nome a quella che poi diventò la maschera di Ghetanaccio, che non si immagina senza il casotto di legno portato sulle spalle e col quale venivano dati spettacoli nelle piezze. Ghetanaccio teneva i burattini raccolti in un sacco. Non aveva pelli sulla lingua e attaccava coraggiosamente, attraverso i suoi pupazzi( tra qui spiccava il linguaccciuto Rugantino), il potere, rappresentato allora dal pontifice Leone XII; e finiva spesso in prigione. Era un imitatore delle voci umane, e degli animali. Recitava in qualsiasi dialetto, parodiva tutti i linguaggi, sapeva trovare in ogni aspetto della vita il lato ridicolo, anche nelle sue stesse vicende, invero tutt'altro che fortunate. Un bel quadro di questo personaggio dà Augusto Jandolo nel'atto unico ( che porta il nome della maschera) ambientato a Roma papale ed entrato nel repertorio petroliano. L'atto di Jandolo si svolgeva nella piazza delle Gensole in Trastevere. Sfogandosi con Benedetto Santacroce, maestro di casa Poniatowsky, Ghetanaccio racconta come una volta la sua rappresentazione venne sospesa per ordine di Monsignore Governatore:

GHETANACCIO

"Me fa chiamà da un sbiro e m'ordina de sospenne la reppresentazione de li burattini durante tutta la Settimana Santa perchè dice quella lì è la settimana de li spettacoli sacri e no de li spettacoli profani. E io che magno?, dimannai a Monsignore... me magno er sacro? Quello m' arispose: sono cose che nun m'ariguardeno... arangiatevi...

Io? Me so'arangiato! Me so piantato da lunedi santo a sabbito santo su li sacalini de San Carlo ar Corso, me so' messo intorno tutti burattini e chiedevol'elemosina: " Fate La carità a'sta povera compagna drammatica aridota in mezzo a la strada!" . E quarche baiocco, tanto arimediai...."

SAN CARLO CORSO ROMA

 
 
 

Voglio er canto d'una canzone...

Post n°176 pubblicato il 15 Settembre 2009 da lanzarda
 

Da quanno esiste er monno ce sta l'amore
da quanno canta er gallo l'amore c'e`...
percio me basta solo che tu me guardi
e c'ho ner petto er cor che me vo' scoppia...

Vojo er canto de na canzone che me fa cosi':
blam blam blam blam
vojo er sono de na chitara che me fa cosi...
E poi vado pe' la strada e canto e nun m'emporta gnente
Se tutta la gente semette guarda'..embe`..?

Qesto e` er canto de 'na canzone dedicata a te...
blam blam blam blam
questo e` er canto della mia vita dedicato a te...
tu m'hai dato tutto er core senza chiede in cambio gnente
tu sei veramente tutto quello che c'ho.

Mo` che finisce er tempo dell'amore
sortanto 'sto pensiero me restera',
forse c'avro l'argento sopra i capelli
ma drento ar petto er core me vora' canta'...

Vojo er vino de na bottija che me fa incanta'
blam blam blam blam
vojo er sole de n'artra estate pe' pote' scorda'
che la vita, la mia vita in fondo nun m' ha dato gnente
e c' ho solamente 'sto pensiero de te...embe`....

Vojo er canto de 'na canzone che me fa cosi':
blam blam blam blam
vojo er sono de na chitara che me fa' cosi'...
E poi vado pe' la strada e canto e nun m'emporta gnente
Se tutta la gente me semette a guarda'.

 

 
 
 

Martirio di S. Paolo

Post n°175 pubblicato il 05 Settembre 2009 da lanzarda
 

« Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. » (Seconda lettera a Timoteo)

Martirio di S.Paolo

 

Abbazia delle Tre Fontane

 

Complesso dell'Abbazia delle Tre Fontane a Roma, lungo la via Ostiense, costruita nel luogo dove secondo la tradizione venne decapitato Paolo.

Un primo edificio di culto fu costruito nel V secolo, nella sua forma attuale risale al 1599. La lapide all'ingresso recita "S.PAULI APOSTOLI MARTYRII LOCUS UBI TRES FONTES MIRABILITER ERUPERUNT", "luogo del martirio di san Paolo apostolo dove tre fonti sgorgarono miracolosamente" (la testa di Paolo, cadendo, avrebbe fatto tre rimbalzi dove sarebbero sgorgate le tre fontane, presenti all'interno della chiesa).

http://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_di_Tarso

 
 
 

L'AMICIZIA

Post n°174 pubblicato il 25 Agosto 2009 da lanzarda
 

Carlo Alberto Salustri, detto Trilussa(1873 - 1951), ci ha lasciato un bel numero di favole scritte in dialetto romanesco, nelle quali spesso riprende e sviluppa a modo suo temi tradizionali e a volte, invece, svolge con altrettanto spirito temi di vita attuale.

Ecco come egli ci rapresenta L'AMICIZIA...


La tartaruga aveva chiesto a Giove

- Vojo una casa piccola, in maniera

che c'entri solo quarche amica vera

che sia sincera e me ne dia le prove.


Te lo prometto e basta la parola;

- rispose Giove - ma sarai costretta

a vivere in una casa cosi stretta

che c'entrerai tu sola.


Il Crudeli, nel settecento, commentava cosi:


Ognun si chiama amico, ma balordo

è chi sopra un tal nome si riposa;

il bel nome d'amico è a ognun comune

ma la vera amicizia è un'altra cosa.


Ed ecco un altra favola antica che nel ESOPO appare cosi:

Socrate si stava fabbricando una casetta. Un passante si stupi che fosse cosi piccola.

- Come? - gli chiese - Un uomo della tua fatta si costruisce una casa cosi piccina?

- Voglia il cielo - rispose Socrate - ch'io possa riempirla di veri amici!


Forse Socrate stava fabbricando... un computer?

 

 
 
 

LULU'

Post n°173 pubblicato il 16 Agosto 2009 da lanzarda
 

 

 

Aldo Fabrizi - Lulu' (1971)

Qundo l'ironia sposa l'amore esce sempre una stronzata ma ... bella bella bella !

LULU' TU NON M'AMI PIU', COME MAI NON CAPISCO
tango slover piuttosto largo co' tre battute d'aspetto e uno che va' via
(... e io che ce sto' a fa' .. me frega assai)

Lulù
nel cielo blu
non brillano più
le stelle lassù
se tu vai laggiù

lulù
la gioventù
sfiorisce quaggiù
perchè manchi tu
ToTo ToToTo

non mi guardano più
quegli occhioni tuoi blu
non mi ridono più
quei dentoni tuoi blu

dimmi forse nel tuo cuore
c' è nascosto un altro amore
dimmi infrangi il mio dolore
dimmi dimmi se c'è alcun
vorrei gettarmi ai piedi tuoi
nel mio soffrire
ma a star vicino ai piedi tuoi
si può morire



(....ao.. sta' camicia .. me stringe..)

amor
mio gran tesor
per te soffrirò
per te piangerò
per te insecchirò .....(magari)

amor
singhiozza il cor
perchè soffre ogn' or
perchè s'offre ogn' or
perchè s' offre'gn' o(n)r...

non mi stra... (aspetta l'ho presa male...)
non mi stra....
non mi straziano più(mannece Villa!!)
i capelli tuoi blu
non mi sfiorano più
le ginocchia tue blu

se nei frizzi tuoi mordaci
mi deridi e non mi baci
taci dunque, dunque taci
taci dunque, 'ta(c)ci tu
si, del mio cuore fanne pure
quel che vuoi
però non dirmi i frizzi più
mor(t)daci tuoi

sono pazzo gìà da un pezzo
già da un pezzo sono pazzo
se mi spregi io m'ammazzo
se m'ammazzo morirò
ma che m'importa
se il tuo amore è una follia
ah! ah! ah! ah! ...
io voglio bene
solamente ..........ao ...a ...a... io non lo farebbe ...
...ma perché.....ma che lo fai a fa' il finale
,., io ve saluto

 
 
 

S. Lorenzo innocente mille fochi in cielo accenne

Post n°172 pubblicato il 09 Agosto 2009 da lanzarda
 

 

Chiesa S. Lorenzo

Nelli notti che precedono e seguono la festività di S. Lorenzo (10 augusto), si possono osservare in cielo le stelle cadenti.

Il proverbio fa referimento alla morte del martiro che venne arso sulla graticola, anche se più recenti indagini storiografiche fanno piuttosto ritenere che egli sia morto decapitato.

Comunque sia, Lorenzo è uno dei martiri più cari alla tradizione cristiana del popolo romano. Nato in Spagna, divenne diacono della Chiesa di Roma, dove subi il martirio nel corso della persecuzione di Valeriano. Questi i fatti che precedettero il martirio, riferti dalla Passio Poycronii. Mentre il papa Sisto II veniva condotto al supplizio, Lorenzo ebbe un fugace colloquio con lui, in seguito al quale ricevette l'ordine dal prefetto Cornelio Secolare di consegnargli il tesoro della comunità cristiana, appetito dai romani.

Lorenzo rifiutò di ubbidire e vendette il tesoro, distribuendo il ricevato ai poveri. Poi presentò al prefetto i diseredati, esclamando:" Questi sono i veri tesori della Chiesa di Cristo". Di qui la condanna a morte. Dalla storia del martire si capisce quindi anche perche assurse a cosi alta considerazione presso la povera gente, che lo elevò a simbolo della eterna lotta contro le prepotenze dei grassatori politici.

Dedico questo post ad un caro amico solonelcielo... un  Lorenzo contemporaneo


 
 
 

Vecchia Roma...

Post n°171 pubblicato il 29 Luglio 2009 da lanzarda
 

 

 

LA FESTA

 

C’è n’aria de rimpianto de stà festa

De quanno pe’ l’orterie se strimpellava.

Le Nine e le Marie senghirlendavano,

Li cari, le lumache, eppoi li botti

Che tutto rintronavano.

 

Mo...  già... ma che se rimpiagnemo

La miseria, li stracci, li sorci,

le cimici (e le cimicette)

i bagarozzi quelli neri neri....

 

Ma la volemo smette co’sti piagnisdei

Guardamose un po’ attorno....

Ma che cercamo??

 

Le Nine mò se chiamano Nelly,

e le Marie Mery...

Però quanto so belle quanno

Te passeno co certe minigonne!!!

 

Ale lumache storcemo un po’ la bocca

E preferimo sufflè e sartimbocca.

Se semo raffinati e che voi fà!!

 

Solo na’ cosa dovemo rimpiagne e riapri le porta

Ar  “VOLEMOSE BENE” de na vorta.

 

A  cura dei centri anziani S.  GIOVANNI  e VILLA LAZZARONI

 
 
 

Indove rode, grattete!

Post n°170 pubblicato il 21 Giugno 2009 da lanzarda
 

Tradotto in spiccioli, il proverbio consiglia: se proprio devi sfogarti, sfogati.Se insomma avverti un desiderio irresistibile, cerca di soddisfarlo. Il motto e' di stampo epicureo, filosofia assai cara al romano. L'aneddoto che forse ha dato origine al proverbio risale alla fine del Settecento e narra di un confessore della chiesa di S. prassede, che dopo aver fatto mille domande indiscrete ad una giovane penitente, le chiese dove tenesse le mani durante la notte. La popolana rispose:

<< PADRE, INDOVE ME RODE ME GRATTO>>.

 

 
 
 

L'ECO DER CORE...

Post n°169 pubblicato il 26 Maggio 2009 da lanzarda
 

Canzone de 'sto còre appassionato
Che spasimi pe' lei tutte le pene
Faje sentì cor canto delicato
'Sta fiamma che me brucia nelle vene
Di che pe' lei sortanto
Io smanio soffro e canto.

Nell'aria dorce e tenera
Assieme cor profumo de ogni fiore
Porta 'na nota limpida
Co' l'eco de 'sto còre
Che dice co' 'na voce de incantesimo
Amore, amore amore.

Chitara che m'accordi in fa minore
Mentre la notte è limpida e stellata
Fa che quest'eco che sussurra amore
Lo senta pure lei la mejo fata
Che dorme tra l'incanto
All'armonia der canto.

Nell'aria dorce e tenera
Assieme cor profumo de ogni fiore
Porta 'na nota limpida
Co' l'eco de 'sto còre
Che dice co' 'na voce de incantesimo
Amore, amore amore.

Questa bella canzone mi ha fatto ricordare una poesia di un poeta romeno, Eminescu: VELENO E FASCINO

Veleno e fascino porto nell'animo

Con il tuo sorriso triste... mi pierdi,

Che fascinato sono del tuo sorriso

E velenato degli tuoi occhi verdi

 

E non capisci che nell mio animo

Dolori di morte tu ci hai messo

Quanto sei bella... posso dire,

Quanto ti amo... non c'è da dire!

 
 
 

Le meraviglie del mondo...

Post n°168 pubblicato il 21 Maggio 2009 da lanzarda
 

il Colosseo

 

Il Colosseo per Marziale (De spetaculis,1) riassume e supera tutte le meraviglie del mondo:

Taccia la barbara Menfi

il prodigio delle piramidi,

né sforzo assiro Babilonia vanti,

gli effeminati Joni

non esaltino il tempio di Diana,

nasconda Delo l'altare

totto adorno di corna,

e il Cario con lodi smodate

non innalzi la tomba di Mausolo

che sembra sospesa nel vuoto.

Cede ogni umana fatica

di fronte al Teatro di Cesare:

un' opera sola al mondo

griderà la gloria di tutte.

il colosseo

 
 
 

Ieri ... come oggi

Post n°167 pubblicato il 11 Maggio 2009 da lanzarda
 

Strofe cantate sull'aria del " Sor Capanna" nel periodo della guerra 1915 - 1918:

Chi pija moje in oggi, poveretto,

pe' dorci ha da magnà' li mostaccioli,

pe' Roma nun se trova più un confetto,

se deve contentà de li facioli.

 

 

Si la sposa, poverella,

se ne magna 'na scudella;

sai che cagnara,

la sera va a dormi' co' la fanfara.

 
 
 

PONTE MOLLO

Post n°166 pubblicato il 02 Maggio 2009 da lanzarda
 

PONTE MOLLO

Da ACQUARELLI - Poesie romanesche, di Checco Durante


"Difficilmente il vecchio ponte Milvio potrà resistere alla piena eccezionale".
(dai giornali romani, dicembre 1937)

No... no... se so' sbajati... cascà nun me se vede... come pe' tanti secoli, resto dritto in piede.
Co' tutto che c'è l'acqua che m'è arivata ar collo, li romani ciavranno ancora Ponte Mollo
a cavallo der Tevere che, co' la luna, pare che canti 'na canzona corenno verso er mare.
Lo so, li giornalisti m'aveveno spacciato, ma puro pe' stavorta er cronista ha sbajato,
me la so vista brutta... so' stato in agonia, ho rimpianto pe' un attomo tutta la vita mia.
Quanti ricordi belli!... Quante ne so passate su 'sto povero ponte de coppie innamorate!
...Er primo che arivava de tutti 'sti birboni prima d'ogni antra cosa sfasciava li lampioni.
Nun volevano er gasse, la luce, le fiammelle; pe' trovasse la bocca bastaveno le stelle.
Quante mode diverse!... Prima le polacchette, e poi le veste larghe e poi le veste strette;
ho inteso baci ardenti, risate scrocchiarelle, ma le frasi d'amore erano sempre quelle:
"T'amo!...", "Te vojo bene!...", "Sei l'unico tesoro!...". "Sei l'aria che respiro!...", "Si tu me lassi moro!...".
...E poi, se sa, cor sangue che ardeva ne le vene nun sempre tutto quanto annava a finì bene.
'Na coppia, per esempio, dietro a quell'angoletto misa la prima pietra pe' fabbricà un maschietto.
...Che pianti! Che tormento! Ma poi tutto er cordojo finiva come ar solito, de corsa a Campidojo:
che ognuno nun sognava antro che d'annà a dì, davanti all'assessore, quer benedetto: "si!...".
Quante coppie ho rivisto ripassà dopo tanto con un mucchio de fiji che je trottava accanto!...
Poi cor passà dell'anni, li rivedevo stanchi, magari tutti curvi, co' li capelli bianchi
che, invece de la luna, mo cercaveno er sole, ma ancora se dicevano tante belle parole:
- Ricordi Giggi mio, che belli regazzetti ch'eravamo a vent'anni?...
- Mo semo du' boccetti, ma er core è sempre giovane...
- Ma me voi bene ancora?
- Tanto, tesoro mio... ma tanto come allora.
Ecco l'amore vero... l'amore che po' dà la gioia de vive, la gran felicità...
che po' ridà la forza a n'anima avvilita p'affrontà coraggiosa la lotta co' la vita.
No... no... coppie: venite... e potete sta certe che questo vecchio amico v'aspetta a braccia operte...
v'aspetto a tutte l'ore... contate su de me: io resto dritto in piede a fa da separé
a cavallo der Tevere che, co' la luna, pare che canti 'na canzona corenno verso er mare.
Ecco... er lampione rotto... 'na coppia tutta ardrente sperduta in mezzo all'ombra... e io, vecchio e cadente,
come pe' tanti secoli, da dietro ar parapetto, guardo... sorido... abbozzo... e reggo er moccoletto.

Dicembre, 1937

 
 
 

Giovan Battista Piranesi

Post n°165 pubblicato il 20 Aprile 2009 da lanzarda
 

(1720-1778)  

PIRANESI

Un veneziano innamorato di Roma:

“vedendo che i resti degli antichi edifici di Roma, sparsi in gran parte negli orti e in altri luoghi coltivati, diminuiscono giorno per giorno o per l’ingiuria del tempo o per l’avarizia dei proprietari che con barbara licenza li distruggono clandestinamente e ne vendono i pezzi per costruire edifici moderni, ho deciso di fissarli nelle mie stampe”.

roma di piranesi

roma oggi

 
 
 

ER TERRAMOTO

Post n°164 pubblicato il 17 Aprile 2009 da lanzarda
 

GIUSEPPE GIACCHINO BELLI

Il terribile terremoto che funestò Foligno il 13 gennaio 1832 inspirò

al Belli 4 sonetti(qui, il più interessante)

 

Io stavo in piede avanti der cammino

Posanno la marmitta sur fornello,

Quanno sento uno scrocchio ar tavolino,

E dà du' o tre tocchetti er campanello!

 

M'arivorto e te vedo er credenzino,

Tu - tu -tu - tù, tremaje lo sportello.

Arzo l'occhi ar solaro, e pare infinito

Fà de questo(1) la gabbia de l'ucello.

 

Tratanto er gatto, fsc, zompa tant'arto(2),

Er campanello ricomincia er sono,

Euna lucerna me va giù de quarto(3).

 

Io mo dunque te dico, e nun cojono,

che 'sti tocchi, 'sto trittico(4) e 'sto sarto

Vònno di terremoto bell' e bono.

GIUSEPPE BELLI

 

1 - Accompagnando le parole col moto di un bracco a pendolo.

2 - Misurando colla mano stesa un'altezza da terra

3 - Annà o cascà giù de quarto, dicesi propriamente del cavallo, quando, cadendo di fianco, va tutto in terra

4 - Tremolo.

 

 
 
 
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