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FOSORO BIANCO A GAZA

Post n°596 pubblicato il 23 Gennaio 2009 da silvia.to

di Simcha Leventhal
ISRAELE/GAZA
Io artigliere ho usato fosforo bianco
da il Manifesto del 22.1.2009 p. 1

Ho servito come artigliere nella divisione M109 dell'esercito israeliano dal 2000 al 2003 e sono stato addestrato a utilizzare le armi che Israele sta usando a Gaza. So per certo che le morti di civili palestinesi non sono una sfortunata disgrazia ma una conseguenza calcolata. Le bombe che l'esercito israeliano ha usato a Gaza uccidono chiunque si trovi in un raggio di 50 metri dall'esplosione e feriscono con ogni probabilità chiunque si trovi a 200 metri. Consapevoli dell'impatto di queste armi, le gerarchie militari impediscono il loro uso, anche in combattimento, a meno di 350 metri di distanza dai propri soldati (250 metri, se questi soldati si trovano in veicoli corazzati).
Testimonianze e fotografie da Gaza non lasciano spazio a dubbi: l'esercito israeliano ha usato in questa operazione bombe al fosforo bianco, che facevano parte dell'arsenale quando anche io servivo nell'esercito. Il diritto internazionale proibisce il loro uso in aree urbane densamente popolate a causa delle violente bruciature che provocano: la bomba esplode alcune decine di metri prima di toccare il suolo, in modo da aumentarne gli effetti, e manda 116 schegge infiammate di fosforo in un'area di più di 250 metri. Durante il nostro addestramento, i comandanti ci hanno detto di non chiamare queste armi «fosforo bianco», ma «fumo esplosivo» perché il diritto internazionale ne vietava l'uso.
Dall'inizio dell'incursione, ho guardato le notizie con rabbia e sgomento. Sono sconvolto dal fatto che soldati del mio paese sparino artiglieria pesante su una città densamente popolata, e che usino munizioni al fosforo bianco. Forse i nostri grandi scrittori non sanno come funzionano queste armi, ma sicuramente lo sanno le nostre gerarchie militari. 1300 palestinesi sono morti dall'inizio dell'attacco e più di 5000 sono rimasti feriti. Secondo le stime più ottimiste, più della metà dei palestinesi uccisi erano civili presi tra il fuoco incrociato, e centinaia di loro erano bambini. I nostri dirigenti, consapevoli delle conseguenze della strategia di guerra da loro adottata, sostengono cinicamente che ognuna di quelle morti è stata un disgraziato incidente.
Voglio essere chiaro: non c'è stato alcun incidente. Coloro che decidono di usare artiglieria pesante e fosforo bianco in una delle aree urbane più densamente popolate del mondo sanno perfettamente, come anche io sapevo, che molte persone innocenti sono destinate a morire. Poiché conoscevano in anticipo i prevedibili risultati della loro strategia di guerra, le morti civili a Gaza di questo mese non possono essere definite onestamente un disgraziato incidente.
Questo mese, ho assistito all'ulteriore erosione della statura morale del mio esercito e della mia società. Una condotta morale richiede che non solo si annunci la propria volontà di non colpire i civili, ma che si adotti una strategia di combattimento conseguente. Usare artiglieria pesante e fosforo bianco in un'area urbana densamente popolata e sostenere poi che i civili sono stati uccisi per errore è oltraggioso e immorale.
L'autore è un veterano dei corpi di artiglieria dell'esercito israeliano e membro fondatore di Breaking the Silence

 

   |   di Paolo Gerbaudo - LONDRA
WEIZMAN
«Tel Aviv vuole eliminare la categoria di rifugiato»
Studioso d'architettura dei conflitti
p. 4

Jabalya, Deir el-Balah, el-Maghazi, Bureij, Buseirat. I nomi di questi e altri campi profughi hanno riempito nei giorni scorsi i bollettini dell'attacco israeliano contro Gaza. Per Eyal Weizman, architetto israeliano, direttore del Centre for Research Architecture del Goldstmiths College all'università di Londra - che analizza da tempo lo spazio del conflitto israelo-palestinese - questo non è un caso. L'autore di «Politics of Verticality» e «The Hollow Land» - che verrà pubblicato a Marzo in Italia come «Terra Vacua» per Bruno Mondadori sostiene che «ora che l'attacco è finito comincerà un piano di ricostruzione che finirà per avere questo risultato: mettere fine ai rifugiati come categoria politica».
Perché gli attacchi israeliani si sono concentrati tanto sui campi rifugiati attorno a Gaza?
Prima di tutto dobbiamo capire la geografia della Striscia di Gaza, che è di fatto un arcipelago di campi profughi. Più di due terzi dei suoi abitanti - un milione di persone - sono registrati come rifugiati. Gli israeliani hanno sempre guardato ai campi come a una fonte di instabilità politica. Molti in Israele contestano la condizione di rifugiati rivendicata dai palestinesi. L'esistenza dei rifugiati è ciò che nega ad Israele legittimità morale. La richiesta di ritorno fatta dai rifugiati rappresenta una minaccia continua per l'esistenza stessa di Israele. In questo senso gli attacchi ai campi sono un tentativo di costringere chi vi abita a rinunciare al proprio stato e stabilirsi in modo permanente nelle città. Questo non vuol dire che Israele non abbia attaccato pesantemente pure le città - in questa come in altre occasioni - ma quello che si vede è che il livello di distruzione non è paragonabile a quello creato nei campi profughi.
Che cosa succederà ai campi profughi della Striscia di Gaza ora che l'attacco è terminato?
Comincerà un grande piano di ricostruzione che ristrutturerà il territorio della Striscia. Mentre prima Israele bloccava la fornitura di cemento alla Striscia, sostenendo che sarebbe stato usato per costruire tunnel, ora lascerà spazio a un programma coordinato a livello internazionale. Ci sono stati già incontri con leader degli Emirati Arabi, che hanno raccolto centinaia di milioni di dollari per la ricostruzione di Gaza con l'obiettivo di rimpiazzare 1300 case, scuole e moschee bombardate dagli israeliani. Dopo la distruzione arriva sempre la ricostruzione.
Non dovremmo essere felici per l'avvio di progetti di ricostruzione?
In realtà dobbiamo guardare criticamente a questi piani, tenendo in conto che distruzione e ricostruzione sono azioni complementari che sono in parte mirate ad eliminare i campi rifugiati e cosi pure la figura del rifugiato come categoria politica. Israele attraverso i suoi bombardamenti cerca di anticipare e influenzare gli sforzi di ricostruzione. I campi profughi finiscono nel mirino come parte di una strategia per rendere lo spazio della Striscia di Gaza più stabile politicamente. Israele li distrugge nella consapevolezza che agenzie umanitarie internazionali e la filantropia araba - interessate anch'esse a garantire stabilità politica - li sostituiranno con nuove costruzioni più controllabili.
La ricostruzione costituirebbe dunque un'ulteriore minaccia per i rifugiati nella Striscia?
Certamente molti rifugiati sono consapevoli che la ricostruzione rischia di privarli dello stato di rifugiati trasformandoli in abitanti comuni. Per capire la complicità tra distruzione e ricostruzione basta guardare indietro al 1971-72, dieci anni prima di Sabra e Chatila, quando Sharon era il generale in comando della Striscia di Gaza. In quel periodo Sharon prese di mira in particolare i campi rifugiati lasciandosi dietro non solo una marea di morti ma pure distese di macerie. Poi dopo la distruzione dei campi fu il fautore di enormi progetti abitativi per i rifugiati. Simili progetti sono stati condotti negli anni passati nei paesi vicini come la Giordania, la Siria e pure il Libano dopo la recente distruzione del campo di Nahr el-Bared.
L'assedio a Gaza rappresenta lo stadio finale di questa strategia contro i rifugiati? C'è addirittura chi la vede come un enorme campo di concentramento...
Il campo di concentramento ha una particolare connotazione storica e io penso che non dovremmo usare questo termine. Piuttosto la Striscia di Gaza è un'enclave, uno spazio superdenso abitato da una popolazione sradicata che dipende da Israele per i flussi di risorse e per le infrastrutture. Per i rifugiati Gaza è come un capolinea. Da lì non c'è nessun altro posto dove andare a rifugiarsi.

 
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