Creato da non.sono.io il 10/11/2005

NON E' UN BLOG

E' un dentifricio

 

 

E invece č solo il futuro

Post n°1391 pubblicato il 25 Marzo 2015 da non.sono.io

In classe siamo solo tre alunni: io, un ragazzo dell’est e un africano. I due non parlano l’italiano e il professore, un uomo con i capelli unti che sta a un passo dal potere essere definito anziano, si esprime solo in inglese. Il corso è un full immersion. Quando entra saluta velocemente, poi accende un registratore e senza nemmeno accertarsi se stiamo ascoltando o no, si immerge nel proprio telefono cellulare. Il ragazzo dell’est fissa la parete con gli occhi sgranati e la bocca semi aperta, come in preda a una visione mistica. L’africano scrive su un quaderno di Sponge Bob e non alza nemmeno la testa. Io osservo il professore e poi gli altri due. Non capisco neanche una parola del dialogo che proviene dal registratore.
L’aula è completamente spoglia, le pareti sono grigie ma penso che in passato dovevano essere azzurrine, come quelle di certi ospedali antichi. Deve essere stata la solitudine a sbiadire i muri. L’unica distrazione è quella di seguire le direzioni delle crepe che si dipanano un poco da tutte le parti incrociandosi, e provare con la fantasia a dare delle forme a quegli intrecci di percorsi, come si fa con le nuvole. Uno degli svantaggi di essere un umano è quello che la fantasia funziona anche in assenza di cielo. La fantasia ci precede, crede di poterci salvare dalla realtà, e a noi piace dargli fiducia.
Con la coda dell’occhio sbircio il quaderno dell’africano che è intento a disegnare un paesaggio sconosciuto. C’è qualcosa che ricorda un occhio, o una mongolfiera che volteggia sopra un bosco, o un cespuglio. Una riga tremolante delimita l’inquadratura, e dietro il nulla. Solo i quadretti prestampati sulla carta. Lui guarda fisso il foglio, sembra pensare ad altro, poi punta la penna dietro l’orizzonte. Disegna un punto, pare come volesse continuare, ma l’ispirazione si perde da qualche parte, tra un table e un downstairs, così ritorna sull’occhio volante, ad annerirne i tratti.
Sbadiglio.
Il registratore continua la sua litania incomprensibile ma la cosa strana è che non ho nessuna voglia di scoprire cosa mi sta dicendo. Dopo un po’ che l’ascolti questa lingua assomiglia al sibilo di un serpente balbuziente, senza nessuna sonorità, nessuna grazia, nessuna musicalità. Sembra un idioma nato per indicare, non per descrivere, concepito con l’unica funzione di essere pratico come un rotolo di carta igienica. Insomma, l’inglese non mi piace per niente. Ma è utile, dicono. E’ utile quando vai a cercare lavoro e ti domandano se parli inglese, e se pure gli rispondi di sì è uguale. C’è sempre qualcos’altro che non va, quasi sempre l’età, molto spesso il secolo che sto vivendo.
A un certo punto le voci del registratore smettono di blaterare, una musichina atonale avverte che la lezione è terminata, o almeno così capiamo. Il professore continua a fissare il suo cellulare, ma è quasi l’una e abbiamo tutti fame. Ci guardiamo tra di noi alunni indecisi su cosa fare, poi il ragazzo dell’est coraggiosamente si alza e, visto che il maestro non dice nulla, lo imitiamo. Insieme, senza dirci una parola, usciamo prima dall’aula e poi dal palazzo che si trova in una di quelle periferie di Roma dove non c’è nulla. Solo prati incolti e la fermata di un autobus che passa ogni due ore. Legati unicamente dall’esigenza di riempire gli stomaci, ci dirigiamo istintivamente verso quello che sembra un agglomerato di case. Un cane abbaia. Quindi c’è vita anche qui.
In italiano provo a domandare i nomi ai due compagni ma tutto ciò che ricevo sono sorrisi di circostanza. Allora indico con il dito una direzione e loro annuiscono. Credono che per il solo fatto di essere nato in Italia sappia dove mi trovo, e soprattutto dove andare. Si fidano di me, e la cosa mi mette ansia. Proseguiamo attraverso un campo abbandonato, il canto delle cicale riempie i nostri silenzi. Arriviamo in una strada deserta, superiamo una piazza disabitata, poi scorgo una signora che trascina un carrello della spesa. Sembra una sopravvisuta a qualche olocausto misterioso occorso mentre stavamo nell’aula. Mi affido all’istinto e all’esperienza e conduco la compagnia nella direzione opposta a quella della donna.
Dopo qualche centinaio di metri incontriamo una pizzicheria. E’ un negozio con due vetrine, completamente vuote, ma si sente l’odore del pane. Superiamo l’entrata protetta da una cascata di fili di plastica colorata e ci ritroviamo sotto lo sguardo di un uomo in piedi dietro il bancone. Il tizio ci saluta, ma gli rispondo solo io. Senza dire nulla indico della pizza bianca che giace chissà da quanto dietro il vetro unto di un espositore, e gli altri mi imitano. Il pizzicagnolo prende tra le sue mani pingui la pizza e la divide in tre, avvolge le razioni in una carta marroncina e le mette in cima al bancone senza porgerle. Capisco che dobbiamo sembrare tre cose strane, e che non è abituato ad avere a che fare con degli sconosciuti, così mi affretto a ravanarmi nelle tasche in cerca di monete. L’uomo con le dita indica tre, io interpreto tre euro. Gli altri mi guardano studiando tutte le mie mosse, controllano quanti soldi estraggo dai pantaloni e fanno altrettanto. Solo quando si convince che abbiamo il denaro sufficiente, il pizzicagnolo si decide a mettere il cibo in una busta di plastica consegnandocela con la prudenza che si usa nel dar da mangiare alle bestie pericolose.
Usciamo senza salutare. Le cicale hanno smesso di frinire, e nessun cane abbaia. In questo sputo di universo ci siamo solo noi tre, e nemmeno possiamo comunicare tra noi.
Mi siedo sul ciglio di un marciapiedi poco distante dalla pizzicheria. Il ragazzo dell’est e l’africano, sempre attenti a interpretare i miei gesti, mi si mettono affianco. Estraggo la pizza dalla busta e la distribuisco. Sorrido, loro ricambiano.
Restiamo tutti e tre così, con il sedere sull’asfalto caldo, la pizza tra le mani, a guardare il campo di fronte a noi senza dire una parola.
In lontananza scorgo un canneto che riga il cielo grigio come le pareti dell’aula.
In alto una macchia scura, sfuocata, fluttua sopra la vegetazione.
Sembra un occhio, o una mongolfiera.

 
 
 

Millenovecentosettantadue

Post n°1390 pubblicato il 24 Marzo 2015 da non.sono.io

Per colpa di una di quelle inesplicabili contingenze del destino sono nato nel millenovecentosettantadue. Appena tre anni prima Armstrong aveva passeggiato sulla luna, ma io me lo sono perso. In compenso ho vissuto interamente la guerra fredda, il terrorismo, la crisi del petrolio, i primi successi di Baglioni. E la mia infanzia è trascorsa così, ad evitare i proiettili delle BR, a rotolarsi nell’erba contaminata dall’uranio sfuggito da una centrale ucraina e ad ascoltare Orietta Berti cantare che non voleva dare i suoi figli in pasto ai russi e agli americani. Credevo di rifarmi nell’adolescenza, ma appena l’ho pensato è crollato il muro di Berlino e con lui il Comunismo, almeno ufficialmente. Sarò io a portare sfiga? Non ho avuto il tempo di rispondermi perché subito dopo è arrivata Tangentopoli, un’altra crisi, la disoccupazione, una delle prime maximanovre, lo sciopero dei monopoli e la relativa scomparsa delle sigarette negli scaffali dei tabaccai. Intanto avevo trovato il mio primo lavoro, che durò sei mesi, e allora dovetti vendermi la mia collezione di Dylan Dog per pagare le rate della macchina. A quel punto ero convinto che ormai le avevo passate tutte. Dio misericordioso ha ascoltato le mie parole e volendo punire la mia prosopopea ha inviato Berlusconi, uno dei cavalieri dell’apocalisse, quello più inutile. Cristo a volte esagera, lo sappiamo tutti, per questo esistono le bestemmie. Nonostante tutto, un po’ mi ero sistemato ed ero riuscito a mettere da parte qualche Lira, infatti siamo passati all’Euro che ha dimezzato i miei averi, giusto affinché non mi abituassi troppo ad un’esistenza decente.
La generazione a cui appartengo non si è fatta sfuggire nemmeno qualche guerra, un po’ in Europa un po’ in Medio Oriente, qualche presidente americano sottosviluppato e, naturalmente, una cinquantina di cambi di governo che assomigliavano tanto ai cambi di guardia dei soldati in cima alle scale del milite ignoto, dove la parte del milite ignoto la facevamo noi.
C’è questa cosa però, questo, diciamo, sentimento che chiamiamo speranza e si comporta un po’ come uno di quelli che vanno in fissa per una donna e la tampinano insistentemente fino a che lei non è costretta a denunciarli o a presentargli il suo ragazzo campione di karate. Ecco, c’è questa cosa, questa speranza, che poi in fondo in fondo non ti fa morire mai, tenendoti a galla come farebbero un paio di braccioli indossati da un naufrago, ti lascia galleggiare in preda alle correnti e ti fa sempre credere che in qualche modo le cose si sistemeranno mentre nel frattempo si muore di fame e sete. E proprio seguendo le mollichelle lasciate dalla speranza nel suo incamminarsi verso l’avvenire, è arrivato il duemilaotto e la sua conseguente attualità.
Quelli del millenovecentosettantadue, i sopravvissuti alla bomba atomica, alla P2, ad Andreotti, a Totò Riina, al Grande Giubileo, al capodanno dell’anno duemila e ad una miriade di altre amenità, a questo punto hanno deciso di lanciare l’SOS perché  non ce la fanno proprio più a non affondare. Un paio di braccioli, in fondo, non sufficienti a salvarti se ti investe uno tzunami. Subito sono giunti puntuali i soccorsi. Sono arrivati piangendo colpiti da tanta miseria, hanno portato via prima gli anziani, poi i giovani e dopo se ne sono andati, scordandosi di noi.
Se vi guardate intorno, ci sono un sacco di persone che si sbracciano cercando di attirare l’attenzione  in cerca di qualcuno che li recuperi da questa tempesta perfetta nella sua stupidità. Tutti si disperano, tranne noi, quelli del millenovecentosettantadue, che di colpo siamo diventati invisibili al presente e antipatici al futuro. C’è rimasto solo il passato, pieno di bombe atomiche inesplose.
Che, con il senno di poi, non so se è stata una fortuna.

 
 
 

A proposito delle mie carie

Post n°1389 pubblicato il 23 Marzo 2015 da non.sono.io

Quando mi strapparono via il primo dente, avevo poco più di ventisette anni. Il dentista, me lo ricordo bene, era un personaggio dalla battuta sciocca, al quale puzzava il fiato come avesse mal digerito un topo di fogna morto da parecchio tempo. Questo mi avrebbe dovuto far per lo meno sospettare qualcosa riguardo al suo senso critico, e invece andavo ai suoi appuntamenti con la disperazione di chi vuol solo togliersi una pena provando a scacciarla con un dolore minore. Ero giovane, convivevo con una ragazza che di lì a poco avrebbe fatto la stessa fine del mio premolare, ma quell’amore, a quei tempi, non mi faceva sufficientemente male per farmi capire che era cariato. Il dottore invece era uno di quelli che scuotono la testa, di quel tipo che parlano della tua bocca come fosse da lei che dipendono le sorti della tua esistenza. Iniziò con l’estrarmi un dente, poi un altro e un altro ancora, dopo per fortuna giunse l’estate e io con la scusa che dovevo partire fermai quella strage di innocenti. Non mi augurò buone vacanze, in compenso mi ammonì che avrei sofferto le pene dell’inferno a causa dell’ultima sua vittima che incoscientemente avevo lasciato in vita. Quel dente sopravvisse stoico altri tre anni, come la Terra rispetto alle previsioni maya.
Il quarto dente me lo portò via un dentista che arrestarono poco dopo perché non era un dentista. Storie brutte, storie di poveri che cercano il meglio quando sanno benissimo che a loro il meglio è proibito. Era evidentemente gay, ma almeno non gli puzzava il fiato. Mentre teneva le sue mani da ragazzo sfuggito a un destino da panettiere tra le mie gengive, mi raccontava che suonava la batteria in un gruppo di amici, ignorando volutamente che io non glielo avevo chiesto. Imparai in quel periodo a sorridere con soli ventotto denti, anche se con l’esperienza riuscii a far anche di meglio. Alla gente sembrava bastasse.
Il quinto e il sesto dente se ne andarono da soli, di notte, senza lasciare nemmeno un foglietto, un saluto. Forse ce l’avevano con me. Comunque persi due premolari e trovai una ragazza. Avevo poco più di trent’anni, un’epoca che nella mia personale storia equivale all’età del bronzo. Facevo i primi tentativi di plasmare il mondo che mi circondava per tirarne fuori qualcosa di utile, riuscendo però ad ottenere solo vasetti storti e punte per le lance troppo morbide per pungere qualcuno. Lasciai troppo tempo il tartaro a nevicare su quella relazione e dopo un po’ se ne andò anche lei come i denti, senza salutare.
Seguì un periodo di tregua tra me e le carie, un tempo che impiegai per vedere se è vero che basta annacquare i giorni con l’alcool per curare il mal di denti. Per un po’ funzionò. Quando mi ripresi dalla sbornia e mi girai indietro a guardare, c’era un tappeto di persone delle quali non mi ricordavo più il nome, qualche delusione rancida nascosta in un angolo del frigorifero e un mucchio di scelte sbagliate nel carrello della spesa. Impiegai qualche giorno a fare il conto dei denti che ancora abitavano la mia bocca, notando con stupore che erano più degli amici che mi erano rimasti.
Così tornai dal dentista che scosse di nuovo la testa, presagio di un preventivo a tre zeri. Mi disse che per quanto riguarda la solitudine la medicina è impotente ma che, se volevo, in cambio mi poteva estrarre qualche altro dente, giusto per non perdere l’abitudine all’abbandono. Pronunciò quelle parole con l’espressione che fanno i medici quando si trovano di fronte a un caso disperato e io, che disperato lo ero stato sul serio, mi sentii di nuovo a casa.
Adesso sorrido con meno di venti denti. E’ un ridere tronco, pieno di buchi da dove filtra via l’allegria e il cui spiffero irretisce le gengive. Ho imparato a farlo portandomi una mano davanti la bocca, come se mi accingessi a ruttare, come se dovessi provare vergogna ogni volta che sono felice.
La persone questo lo notano e, coprendosi le labbra, ridono di me.

 
 
 

Il sesso mi annoia

Post n°1388 pubblicato il 22 Marzo 2015 da non.sono.io

Non capisco perché tutto sembra così insistentemente voler attirare l’attenzione del mio uccello. Insomma, se vi interessa così tanto allora dategli una carta di identità, una ragione sociale, intestategli un conto così che aiuti il suo legittimo proprietario a sbrigare le noie quotidiane. Non ho mai visto il mio cazzo tirare fuori il portafogli una volta giunti alla cassa del supermercato. E allora perché quando reclamizzate i biscotti, c’è sempre una bionda in sottoveste che se li mangia come Kim Basinger faceva con il ghiaccio in “Nove settimane e mezzo?”. Se lui non ha la patente, perché chiamate le auto con nomi ammiccanti come “Brava”, e nelle pagine pubblicitarie accanto al conducente non c’è mai seduta la Sora Lella?
Giuro, il mio pisello non sa leggere, o almeno non me l’hai confessato, eppure in cima alla classifica dei libri più venduti c’è una specie di racconto da leggere esclusivamente in bagno come destinato a un pubblico di sedicenni brufolosi. Cerco l’immagine di una “melanzana” e mi appare una che con la melanzana ci si sta facendo un clistere. E’ un incubo.
Sesso raccontato, sesso fotografato, sesso ripreso, sesso reclamizzato, sesso ammiccato nei messaggi, nei commenti, nelle battute, sesso in politica, sesso nella religione, l’industria del sesso, il turismo sessuale. Litri e litri di sperma che intasano le fogne di mezzo mondo e tonnellate di carta sprecata per pulirsi le mani dopo. Così si rischia una catastrofe ecologica mica da ridere.
C’è così tanta inflazione di tette al vento, che l’altro giorno di fronte ad una scollatura generosa ho sorpreso il pisello a sbadigliare. Le donne un po’ l’hanno capito e hanno preso ad agghindarsi le unghie nella vana speranza di attirare in qualche modo l’attenzione dei neonati perché, sappiatelo, un uomo normale ci ride di quelle cose. Nella ricerca spasmodica della rete a mostrarti quello che non hai mai visto si sta quasi superando il ridicolo: cartoni animati, gente che beve sperma di animali, giovani che si fanno le vecchie, opossum che si ingroppano liceali. C’è tutto ciò che uno può o non può immaginarsi sul sesso, tranne il sesso.
Così l’altra sera, ma non raccontatelo in giro, sono tornato a casa e non c’era nessuno. Sentivo uno strano formicolio provenirmi dal basso, e questi sono segnali inequivocabili. Allora ho acceso il computer in cerca di qualcosa di eccitante. Ho sfogliato un po’ di pagine, ho visionato un po’ di video fino a quando finalmente non ho trovato quello che cercavo.
E Margherita Hack ha iniziato a parlami di dio.
Mmmm…

 
 
 

Il passo indietro

Post n°1387 pubblicato il 18 Marzo 2015 da non.sono.io

Devo confessarti che, anche se sono ateo, ho riempito la mia vita di riti. Ci sono azioni le quali, attraverso il loro perpetrarsi, mi testimoniano l’esistenza del mondo. Il mio mondo. Qualcuno volgarmente le chiama abitudini, nel tentativo snob di screditarle, attribuendo al susseguirsi ripetitivo un valore negativo. Io credo che sia una scemenza. Per esempio il nord. Il nord si trova sempre a nord, tutti i giorni, da sempre. Non si è spostato mai, nemmeno un po’, neanche per curiosità. No mai. Che vita noiosa. Ma se il nord si muovesse, tutto cambierebbe in una rivoluzione di poli, di venti, di maree, in una parola sola sarebbe un altro mondo. E io non ne voglio un altro, voglio il mio. Le abitudini sono il nord del mio pianeta.
Ora, posso ammettere che tra tutti i miei riti pagani qualcuno potrebbe sembrarti eccentrico. E’ perché le abitudini sono qualcosa di così personale che finiscono per diventare solamente un’altra appendice del nostro apparire, come il naso, le gambe, i capelli e proprio come loro subiscono i giudizi estetici altrui. Chissà, per esempio, che questo che ti sto per descrivere ti possa apparire illogico, dal tuo punto di vista asimmetrico, come il profilo di un volto spigoloso.
La sera, dopo cena, mi lavo i denti. Sempre. Mi infilo il pigiama annunciando ufficialmente con questo atto che il Bar Roberto abbassa le serrande, ha chiuso. Dopo vado a cercare lo zaino, che non è uno zaino qualunque: è la mia borsa della palestra. E’ l’unico zaino della Caterpillar che ho visto in vita mia. L’unico anche nello scaffale del negozio dove lo trovai, sembrava l’ultimo esemplare di una specie estinta. Da quel momento, il rito della preparazione della borsa della palestra inizia.
Metto lo zaino in posizione verticale, composto, infilo le mani dentro e inizio ad allargarlo, come se solo con quella mossa potessi in qualche modo modificarne le dimensioni. Una volta stabilito che sul serio lo zaino è vuoto come afferma di essere, inizio a riempirlo con il necessario. Per primi i calzini. Ho capito che l’unica cosa a contare nella vita è la qualità dei calzini che uno indossa, dopo aver percorso il Cammino di Santiago. La definizione esatta di quelli che possiedo è “calzini tecnici”, che quando uno lo dice fa un effetto tipo “Dott. Calzino”. Sono la stessa differenza che passa tra dire “ti amo” e “ti dimostro che ti amo”. Un calzino qualsiasi è una cosa che sta lì per convenzione, perché è un calzino e cosa altro vuoi aspettarti da un calzino se no che stia ai tuoi piedi? Il Dott. Calzino, invece, non solo svolge il suo compito, ma lo fa con passione. Alla fine di quel cammino la maggior parte di quelli che stavano con me avevano i piedi massacrati dalle vesciche, io no. E mi vennero in mente i Cataldi, i miei vicini di casa, le loro urla la sera che assomigliavano al dolore che si prova a camminare con le vesciche.
Subito dopo tocca alla maglietta e poi ai calzoncini. Un giorno, per caso, mi soffermai davanti allo specchio, e notai che il mio fisico si stava allontanando sempre di più dallo standard umano. Decisi allora che dovevo fare qualcosa per assicurarmi una vecchiaia dignitosa almeno dal punto di vista estetico, così mi comprai quei calzoncini. E’ strano, ma quando tornai a casa, indossandoli davanti allo stesso specchio dell’altra volta, già mi sembravo più tonico. Alzai anche le ginocchia alternativamente un paio di volte, esibendomi in uno di quei gesti senza senso che fanno le persone davanti agli specchi. Ero pervaso dalla voglia di provarli, di fare qualcosa, persino dello sport. Infatti, subito dopo acquistai anche delle scarpe da ginnastica. Loro le avvolgo dentro una busta di plastica prima di metterle nello zaino. Un gesto di affetto che so sarà ricambiato.
Per ultimo infilo il necessario per la doccia, al quale dedico un’attenzione particolare. Io sono un multiorgasmico. Sì, cioè: il furbo cerca di godere molte volte, il saggio in molte maniere, e a me piace aspirare alla saggezza. Ci sono un sacco di modi per provare un orgasmo senza usare necessariamente la parte bassa del corpo. Esistono orgasmi violenti, come assaporare un piatto fumante di bucatini all’amatriciana, ricoperti da una nevicata di pecorino romano; esistono orgasmi passionali come quando la tua squadra fa gol e vince la partita o come quando tuo figlio torna a casa con il suo primo otto in pagella; poi ci sono quelli teneri, che più che a un vero e proprio orgasmo assomigliano a fare del petting con la donna che ami, la prima volta. Un piacere denso, che dura a lungo, che rilassa e al tempo stesso stimola. Come farsi la doccia, appunto. Con il tempo ho imparato a selezionare il tipo di sapone da mettere nello zaino seguendo l’umore. Di solito il mio umore odora di pino silvestre, ma a volte anche di lavanda. Raramente mi lavo con il sapone al cioccolato. Alcune sere mi sento abbastanza vaniglia, ma più spesso uno di quegli indefiniti “for men” da due soldi.
Una volta stipato anche l’asciugamano, compatto lo zaino e il suo contenuto con le mani, ne saggio il peso sollevandolo, lo indosso per un momento flettendo le gambe per capire se posso sostenerne la mole. Mi rassicuro, è una borsa da palestra perfetta. La poggio a terra, faccio un passo indietro e per un po’ la guardo. E’ proprio bella la mia borsa da palestra.
Così bella che prima o poi sono sicuro mi iscriverò in una palestra.

 
 
 
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