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Creato da non.sono.io il 10/11/2005

NON E' UN BLOG

Un blog per maiali di razza

 

 

VOGLIO FARE IL MAFIOSO

Post n°826 pubblicato il 09 Febbraio 2010 da non.sono.io
Foto di non.sono.io

Ma sì, ma chi me lo fa fare di svegliarmi tutte le mattine, sopportare una serie imprecisata di rotture di coglioni, stressarmi ad ascoltare un manipolo di merde parlanti, e tutto solo per permettermi di mangiare e pagare un affitto. Non vale la pena di farmi sottopagare le ore che passo vivendo in una stanzetta incollato a un monitor. Sai che di dico? Anno nuovo, vita nuova: divento mafioso.
Come si fa di preciso non so, ma qualcosa mi invento sicuro. Magari c’è un modulo, magari ti danno l’affiliazione direttamente facendoti la tessera del PDL, tipo paghi uno porti via due; magari serve frequentare i giri giusti, quello dei costruttori milanesi per esempio… Che ne so io? Sono alle prime armi… In tutti i sensi… Ma da quello che vedo non deve poi essere così difficile. 
E poi parliamoci chiaro, uno ad essere mafioso ha tutto da guadagnarci. La mafia non conosce crisi dei mercati, né crisi del petrolio, non rischia di chiudere praticamente mai. Non esiste cassa integrazione perché non ce n’è bisogno, ti assumono direttamente con un contratto a tempo indeterminato, super pagato. Lavori un paio d’ore alla settimana, sparicchi a qualche brutto ceffo, sciogli qualche ragazzino nell’acido una volta all’anno, giri l’Italia gratis a volte pure il mondo, conduci un onesta vita da mafioso per un po’ e poi ti ritiri in pensione, una vera pensione mica quella miseria che ti dà l’INPS. E poi possibilità di carriera, un posto in qualche assessorato se ti va male, la presidenza del consiglio se ti fai gli amici giusti e hai abbastanza soldi per pagare la cocaina a qualche conoscenza importante.
Poi ogni tanto qualcuno ti accusa di essere uno sporco criminale, magari ti fa pure causa. Uh… I tribunali… Che noia. Ma tanto chi ci va? Io ho da lavorare, gli dico, e quelli giustamente aspettano che io mi liberi delle mie incombenze. E un giorno devo portare i bambini a scuola, e un altro giorno devo fare la spesa, mica ho tempo da perdere io. E quelli aspettano, poi i reati vanno in prescrizione e chi s’è visto s’è visto, tanto in Italia sì sa come funzionano le cose.
Ma sì. Chi cazzo me lo fa fare, io divento mafioso. Ieri per esempio stavo davanti ad una di quelle discoteche affollate di figli di papà infarinati e di troiette tirate a lucido pronte per la caccia al rampollo. Io mi avvicino al buttafuori, e così giusto per provare la sensazione, gli dico: “hey fammi entrare che sono un mafioso…”. E quello mi fa passare sorridendomi. Poi vado al bancone, ordino una birra e l’occhio mi cade su una di quelle scopette vestite Versace. Io la guardo, lei mi guarda poi si gira. Allora mi avvicino e gli sussurro ad un orecchio quello che avevo appena detto all’energumeno fuori il locale. Quella pure mi sorride e si lascia invitare ad un drink. Cazzo, funziona, ho subito pensato. Funziona così bene che quasi quasi non c’è neanche bisogno di essere mafioso: basta dirlo! Deve essere perché i mafiosi sono troppo simpatici, penso, per questo nessuno riesce a dirgli di no. Chiaro!
Così simpatici che la gente li vota, li rispetta, li protegge come si fa con il vino d.o.c., o le piantagioni di olivi, perché la mafia è l’unico prodotto italiano che ha sempre funzionato, e va salvaguardato! Che vogliamo rinunciare alle nostre migliori tradizioni? Cinquant’anni di DC nutrita a voti mafiosi saranno pure serviti a qualcosa no? E poi basta con questa criminalizzazione di certe categorie. Basta con questa storia che i politici del PDL sono una casta  perché è pura menzogna. Sono semplicemente mafiosi, per questo fanno così ridere quando parlano. E’ gente normale, proprio come me e voi, solo che hanno fatto carriera grazie alla loro famigerata simpatia mafiosa.
Ecco sì, domani mattina prima cosa tessera del PDL, e poi mi iscrivo alla mafia. 
Ma non preoccupatevi: anche quando sarò arrivato magari a qualche sottosegretariato, mi ricorderò di voi. E dei vostri parenti.



CONFESSO

Io confesso

che non ho fatto la guerra

ed ho parlato alla gente

come se fossi un eroe.
Confesso: 
ho parlato per anni

perché qualcuno capisse
quello che sento.

Stasera ti confesso
che sono entrato in un porto
ed ho cercato una nave

che mi portasse lontano.

Non voglio più vedere le cose
che mi hanno fatto sentire questo silenzio.

E sappi che per me

passerai la vita così ad aspettare.
Stasera ti confesso:

non ci capisco più niente,

io voglio solo dormire
per non vedere nessuno.
È tardi per pensare all'amore
e per andare sui monti
a parlare col sole di noi due
e per svegliarsi al mattino
con la pace nel cuore.

(PIERO CIAMPI)

 
 
 

QUELLO CHE TUTTI SI ASPETTANO DA UN ACROBATA

Post n°825 pubblicato il 08 Febbraio 2010 da non.sono.io
Foto di non.sono.io

Non scelsi io il mestiere dell’acrobata, nello stesso modo in cui non si sceglie il proprio colore di capelli. Però scelsi a te come compagno per quel gioco che gli altri non possono fare a meno di chiamare dovere. Invece per noi era diverso, si dice sempre così in fondo. “L’amore è semplice”, mi ripetevi sempre, “e le cose semplici le divora il tempo”. Ed era proprio una cosa semplice, per noi, volare nell’aria sfidando la fine, rigirarsi su se stessi per provare ad atterrare nel punto giusto e poi gustarsi gli applausi del pubblico e la stima dell’aria.
A volte ripenso a quante volte mi hai afferrata al volo, stringendomi nella tua morsa per riconsegnarmi alla vita ancora una volta, imponendoti contro il vuoto che si estendeva al di là delle tue mani, e prolungando quel gioco, lo stesso gioco che gli altri non possono fare a meno di chiamare fatica. “Le cose semplici le divora il tempo”, continuavi a ripetere, ed è forse per questo che il nostro numero è diventato sempre più complesso, fino a quando persino rigirarsi su sé stessi mentre ci si lancia bendati in balia delle nostre intenzioni, non ci bastò più. E’ il destino dei bei giochi quello di durare poco, e quel senso di smarrimento che ci assale quando si rimettono a posto i dadi, non è altro che il prodotto della combustione delle emozioni.
Non ti crucciare ora se proprio nel bel mezzo del nostro numero sono caduta e se il nostro gioco non è riuscito a trattenermi. Non furono le tue mani a non sapermi prendere, ma furono le mie a non volerti afferrare.
Perché in fondo io sono una persona semplice. E le cose semplici, le divora il tempo.



CANCION DE LAS SIMPLES COSAS 

Uno se despide, insensiblemente
de pequellas cosas
lo mismo que un arbol
que en tiempo de otoño
se queda sin hojas
al fin la tristeza es la muerte lenta
de las simples cosas
y esas cosas simplex
que quedan dolendo
en el corazón

Uno vuelve sempre
a los viejos sitios
donde amo la vida
y entonces comprende
como estan de ausentes
las cosas queridas
por eso muchacho no partas ahora
soñando el regresso
que el amor es simple
y a las cosas simples las devora el tempo

Enamorate aqui
en la luz mayor
de este medio dia
donde encontraras
con el panal sol
la mesa tendida
por eso muchacho no partas ahora
soñando el regresso
que el amor es simple
y a las cosas simples las devora en tempo

Uno vuelve sempre
a los viejos sitios
donde amo la vida

(MERCEDES SOSA)



CANZONE DELLE COSE SEMPLICI



Uno si congeda insensibilmente
dalle piccole cose

Come un albero in ottobre
che rimane senza foglie
Alla fine la tristezza non è altro che la morte lenta
delle cose semplici

E le cose semplici rimangono
dolenti nel cuore



Uno ritorna sempre
a i vecchi posti
dove amò la vita

E' così che capisce 
quanto sono assenti
le cose che ama

Per questo ragazzo non partire ora
sognando il ritorno

Che l'amore è semplice

e le cose semplici le divora il tempo

Innamorati qui,
nella grande luce di questo mezzogiorno
con il fazzoletto al sole
e la tavola imbandita


Per questo ragazzo non partire ora
sognando il ritorno

Che l'amore è semplice

e le cose semplici le divora il tempo

 
 
 

BAUDELAIRE SULLA SPIAGGIA* (di Morgan e di un sacco di altri minchioni)

Post n°824 pubblicato il 05 Febbraio 2010 da non.sono.io
Foto di non.sono.io

 

Devo proprio essere arrivato in fondo se oggi mi ritrovo a scrivere su Morgan.
Per chi non conoscesse Morgan, egli è un cantante diventato celebre per la canzone “Nel blu dipinto di blu”, cioè per “Via con me”, anzi no per “La donna cannone”… No, non me lo ricordo proprio che cosa ha fatto questo tizio per diventare famoso, ma sono certo che voi, che siete più informati di me, lo saprete sicuramente. Certo è, che parte della sua fama è direttamente collegata al suo celeberrimo rapporto con l’attrice Asia Argento, strepitosa interprete di “La dolce vita”…. O era “Roma città aperta”? Non mi viene in mente, però di lei ricordo una foto in cui, seminuda, lecca le labbra ad un cane, e questo pare sia sufficiente a guadagnarsi un’intervista in qualcuno di quei giornaletti per casalinghe frustrate che si intitolano tutti con la parola “donna” seguito da qualche aggettivo accattivante quanto inutile.
Morgan è conosciuto anche per partecipare ad una nota trasmissione televisiva, dove un manipolo di cantanti mediocri si impegnano a giudicare una serie di cantanti scarsissimi, affinché i primi sembrino qualcosa di più di quello che in realtà sono. Questa, per quanto mi riguarda, è la biografia del soggetto di cui mi appresto a discorrere.
A Morgan, che poi si chiama Carlo Perretti o qualcosa del genere, gli piace recitare il ruolo dell’artista maledetto, del tormentato cantore dei drammi interiori, ruolo lasciato vacante da molto  tempo in Italia, un po’ per scarsità di materiale umano, un po’ per scarsità di vero tormento interiore, un po’ perché una circolare del Ministero della Gioventù stabilisce che nel nostro Paese è vietato ai ragazzi pensare troppo alla vita, visto che anche quella è in esaurimento scorte,  incitandoli a favorire l’attività fisica attraverso la caccia all’immigrato clandestino e al celodurismo post adolescenziale. Quindi, tornando a bomba, il nostro compaesano maledetto, provando a ricalcare uno stereotipo che sicuramente non gli appartiene, s’è messo a dire di fare quello che di solito tutti gli artisti maledetti e tormentati fanno: cioè drogarsi. E qui apriti cielo, nella più classica delle recite all’italiana dove tutti infilano il dito nella marmellata ma nessuno deve osare confessarlo che qui è peggio raccontarle che farle le cose. Poi, sempre seguendo il citato schema, chiunque si è sentito in dovere di parlare di questo tema, creando la solita confusione, il solito ribaltamento della frittata, il solito stucchevole perbenismo morale che da dopo l’impero romano ha impedito all’Italia di diventare un Paese civile. Il finale è più triste del protagonista di questa storia. L’artista maledetto ha chinato la testa, si è scusato, si è rimangiato tutto, si è appellato vigliaccamente alle sue sfortune, ha citato la mamma e la figlia. Se avesse avuto un mandolino avrebbe intonato qualche canzone napoletana, ma per fortuna ciò non è successo.
Eccolo qui l’artista maledetto made in Italy.
Io non ho potuto fare a meno di scorrere mentalmente tutti i suoi predecessori nella storia, quelli veri intendo, e il primo che ho ricordato, forse perché nutro per lui una stima illimitata, è stato Baudelaire. Mi sono immaginato Charles portare le sue poesie ad un editore, e quello senza motivo gli chiede se si droga. Allora il poeta tutto spavaldo ammette la sua dipendenza all’assenzio, e l’editore, che è un italiano (?) chiama don Mazzi (?) e inizia una bella ramanzina sulle tossicodipendenze con tutti i sciatti luoghi comuni del caso, e che lui non può pubblicare le poesie di un “drogato”. Allora Baudelaire, un po’ spiazzato, inizia ad ammettere che hanno ragione loro, che lui ha avuto da bambino uno shock perché ha visto il cugino nudo, e che quindi non può fare a meno di trovare sollievo negli stupefacenti. Alla fine sono tutti soddisfatti e Baudelaire la svanga…
Ma: a parte il fatto che la gente si droga per piacere ed è ora di sfatare l’assioma droga-società cattiva, che semmai è società inconcludente; a parte il fatto che si drogano tutti, dai politici ai ragazzini il sabato sera, dai manager rampanti che tanto bene hanno fatto alla nostra economia di inizio millennio, ai calciatori; a parte il fatto che chi non si droga con gli stupefacenti lo fa con il calcio, con i gratta e vinci, con le sigarette, con l’alcool, con le macchinette ai bar, e con qualsiasi minchiata atta a riempire un’esistenza che evidentemente non siamo riusciti a far progredire insieme al nostro grado di sviluppo tecnologico che ci permette di iscriverci ad un social network per fare i test su quale panino ci rappresenta di più e non riesce a imporre un’energia che non sia quella a petrolio o nucleare, il problema, in questo caso, secondo me è un altro.
Se Michelangelo si fosse drogato, cosa molto probabile, secondo voi a qualcuno gliene sarebbe fregato qualcosa? A causa dell’LSD i Beatles hanno venduto per caso meno dischi? Di fronte alla genialità non c’è niente da fare; se tu sei un torsolo di mela puoi spararti in vena qualsiasi cosa, ma sempre uno scarto rimani. Certo è che se tu sei un genio, la droga, in certi casi, non può far altro che migliorarti, aprirti, e sicuramente lenire il dolore della causa della tua genialità che non è altro che una fame destinata a rimanere tale. C’è un pozzo dentro di noi, un pozzo nero, tutti ne siamo portatori sani, ma alcuni questo pozzo ce l’hanno secco e arido e altri ancora invece pieno d’acqua. Per i secondi basta chinarsi un poco per raccogliere dell’acqua freschissima, ai primi invece non resta che arrendersi alla loro triste natura. 
Ora, siccome sono sicuro che tra i miei lettori non ce n’è neanche uno che si droga, e quindi sono tutti lucidi esponenti di pensieri ancor più lucidi, secondo voi il nostro amico Morgan, a quale classe di persona appartiene?



SPLEEN

Quando il cielo basso e greve pesa come un coperchio
Sullo spirito che geme in preda a lunghi affanni,

E versa abbracciando l'intero giro dell'orizzonte

Una luce diurna più triste della notte;

Quando la terra è trasformata in umida prigione,

Dove come un pipistrello la Speranza
Batte contro i muri con la sua timida ala
Picchiando la testa sui soffitti marcescenti;

Quando la pioggia distendendo le sue immense strisce
Imita le sbarre di un grande carcere 
Ed un popolo muto di infami ragni 
Tende le sue reti in fondo ai nostri cervelli,

Improvvisamente delle campane sbattono con furia 
E lanciano verso il cielo un urlo orrendo
Simili a spiriti vaganti senza patria
Che si mettono a gemere ostinati

E lunghi trasporti funebri senza tamburi, senza bande 
Sfilano lentamente nella mia anima vinta;
La Speranza 
Piange e l'atroce angoscia dispotica
Pianta sul mio cranio chinato il suo nero vessillo.

(CHARLES BAUDELAIRE)



* Chiedo scusa per aver scomodato Murakami Haruki solo per scrivere il titolo di una merda di post.

 

 
 
 

L'ALCHIMISTA

Post n°823 pubblicato il 04 Febbraio 2010 da non.sono.io
Foto di non.sono.io

E’ più probabile che sia una leggenda quello che mi raccontava mio nonno per farmi dormire a proposito di un uomo che viveva la maledizione di trasformare in piombo l’oro. Lui la raccontava con enfasi e facendo attenzione a non trascurare nessun particolare. Il racconto alla fine assumeva le sembianze di una cronaca tanto che, quando aveva finito di narrare, il dubbio che non fosse semplicemente una favola rimaneva a girovagare nei pensieri anche dei più scettici.
Mio nonno diceva che quell’uomo era un alchimista, una persona che aveva votato la sua esistenza alla ricerca della formula magica per ricavare gioia e fortuna dal piombo ma che, per via di qualche esperimento sbagliato, era rimasto per sempre impregnato del potere esattamente opposto. Se si avvicinava ad una pianta, questa appassiva. Se toccava dell’oro, il prezioso metallo si cambiava in ferraccio arrugginito. Quando amava, la persona che gli stava vicino non poteva fare a meno di soffrire di un male oscuro fino a quando non era costretta ad allontanarsi da lui per ritrovare la salute.
L’alchimista, per questi motivi, si rifugiò in un posto sperduto dove pensava non potesse più nuocere a nessuno. Passò il resto della sua vita a cercare un antidoto alla sua maledizione. Non voleva più la ricchezza, ma semplicemente ritrovare la serenità. E fu in quel momento che inventò la famosa formula che tramuta il piombo in oro, anche se lui ormai non sapeva che farsene.
Morì con il rimpianto di non aver potuto fare niente per cambiare il suo destino, già che il destino non possiede nessuna formula che lo riscatti, e di aver rovinato per sempre quello della sua discendenza attraverso i suoi geni.
Il figlio dell’alchimista, una volta ritrovato il rifugio del padre, bruciò la baracca affinché nessuno potesse mai più perseguire quell’intento malsano che tanto aveva avvelenato la vita del suo caro, e cercando di convivere con l’eredità che aveva acquisito. Per anni celò al mondo la storia dell’alchimista sfortunato e del suo folle disegno. Non rivelò mai a nessuno la maledizione che strisciava nella sua stirpe in attesa di rivelarsi.
Solo quando ebbe un nipote, quando il tempo che lo separava dai suoi ricordi era diventato abbastanza lungo da permettergli di appoggiare un po’ quel pesante bagaglio che si portava dentro, nelle fredde notti invernali, iniziò a narrare il suo passato mascherandolo da favola.
Ed è in questo modo che mi piace raccontare la storia del mio bisnonno.



LA STRADA MIA

La strada è lunga, ma er dappiù l'ho fatto:
so dov'arrivo e nun me pijo pena.
Ciò er core in pace e l'anima serena
der savio che s'ammaschera da matto.

Se me frulla un pensiero che me scoccia
me fermo a beve e chiedo aiuto ar vino:
poi me la canto e seguito er cammino
cor destino in saccoccia.

(TRILUSSA)

 
 
 

ALMENO DAMMI UN INDIZIO

Post n°822 pubblicato il 02 Febbraio 2010 da non.sono.io
Foto di non.sono.io

Compro una vocale. E’ possibile comprare una vocale? Ah, ho capito. Va bene allora uso il jolly, e giro la ruota. Come quale ruota? Non fa niente, chiedo l’aiuto da casa. Pronto? Pronto?... E il pubblico? Il pubblico che ne pensa? L'accendo! Anzi passo parola! Subito! Tiro l’asso di coppe? L’asso di bastoni? Il Sette Bello? Meglio se tiro la super bomba… Mi acceco io: 1, 2, 3, 4, 5… Oppure: Uno, due tre, stella! T’ho vista! Come non ti sei mossa? Rigore! Fallo laterale, fuorigioco! E’ palla prigioniera? Palla avvelenata? Io ladro tu guardia! Tu mamma io figlio! Le freccette l’hai portate tu? Io mi prendo la candela tu il fiasco di vino, deciso. E dopo passo pure per Parco della Vittoria! Nomi, cose e città? Animali, cantanti, inventori famosi?
Ma insomma a che gioco stiamo giocando?



L’AMICO E’

E' l'amico e'
una persona schietta come te

che non fa prediche

e non ti giudica
fra lui e te divisa

due la stessa anima
pero' lui sa
l'amico sa
il gusto amaro della verita'

ma sa nasconderla
e per difenderti

un vero amico anche bugiardo e'

L'amico e'

qualcosa che piu' ce n'e' meglio e'

e' un silenzio
che puo' diventare musica
da cantare in coro io con te

E' un coro e'

un grido che piu' si e' meglio e'



Oh Oh Oh Oh Oh Oh

Oh Oh Oh Oh Oh Oh Oh


e il mio amore nel tuo amore e'

E' l'amico e'

il piu' deciso della compagnia
e ti convincera' a non arrenderti

anche le volte

che rincorri l'impossibile

perche' lui ha

l'amico ha

il saper vivere che manca a te
ti spinge a correre
ti lascia vincere

perche' un amico punto e basta e'

L'amico e'

qualcosa che piu' ce n'e' meglio e'

e' un silenzio

che puo' diventare musica

da cantare in coro io con te

E' un coro e'
un grido che piu' si e' meglio e'



Oh Oh Oh Oh Oh Oh
Oh Oh Oh Oh Oh Oh Oh
e il mio amore nel tuo amore e'
E' l'amico e'
uno che ha molta gelosia di te 


(DARIO BALDAMBEMBO)

 
 
 
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Io erro lungo le rotte delle stelle, la gente mi chiama Capitan Harlock. Nell'oscuro mare stellare, nello spazio infinito e senza domani, finché ci sarà anche un unico sole che arde nel cosmo, io vivrò il libertà sotto il mio vessillo. Io vago per i confini dello spazio il blackjak é issato sulla mia nave, e con questa bandiera che sventola tra le stelle, io vivrò in libertà. L'universo é la mia casa. La voce sommessa di questo mare infinito mi invoca, e mi invita a vivere senza catene. La mia bandiera é un simblo di libertà. (Leiji Matsumoto, "Capitan Harlock", Planet Manga, 2001)
 

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