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Creato da non.sono.io il 10/11/2005

NON E' UN BLOG

IL CUORE DEL PORCO E' L'UNICO CHE PUO' ESSERE TRAPIANTATO NEL CORPO DELL'UOMO

 

 

A VOLTE RITORNANO. E PURE ALLA GRANDE.

Post n°1373 pubblicato il 04 Dicembre 2012 da non.sono.io

 
 
 

UN BUCO NEL CIELO - CAP. XXII

Post n°1372 pubblicato il 17 Settembre 2012 da non.sono.io
Foto di non.sono.io

Ad Aureliano dio apparve sotto forma di cicala. Una cicala enorme che indossava un mantello di cotone scuro, grezzo, ed un cappuccio come certi pellegrini medievali. Si sfregava le zampe anteriori ritta su quelle posteriori ghignando, cercando lo sguardo di Aureliano per trasmettergli soddisfazione. Lui, in ginocchio sopra il ragazzino con le mani strette al suo collo, guardava dio annuendo, chiedendo, anzi supplicando consenso. L’insetto enorme annuiva sbavando, l’uomo allora alzava la testa al cielo e gridava: “Dio è con me! Dio è con me!”.
A Mai girava la testa. Sorvegliava il suo aguzzino con un filo di sguardo e aveva ormai rinunciato alla lotta, e questo in fondo era l’aspetto più triste di quella scena. Da adulti è un fenomeno noto il naufragare in acque dove non si tocca, dove le correnti hanno il sopravvento sulla capacità di tenersi a galla. Ma non è per la scarsa capacità muscolare della nostra volontà, che anzi con il tempo si fortifica arrivando ad indicare chiaramente cosa pretende dalle nostre scelte. E’ piuttosto un rendersi conto che dopo l’orizzonte c’è n’è un altro, e dopo un altro ancora, e che in fondo non si arriva mai. Non serve opporsi alla corrente piuttosto imparare a seguirla evitando di bere acqua salata più del dovuto.
Ma da ragazzi lottare è un istinto prima ancora che una voglia. Il mondo è solo un immenso foglio bianco dove il futuro è scritto dalle intuizioni, dall’immaginarsi cosa dovrebbe essere quello che ancora non si conosce e da tanta beata ignoranza. Per questo gli eroi sono tutti giovani, e per questo quando un giovane smette di lottare, il mondo perde un eroe.
Mai aveva ceduto a questo senso moderno di percepire le azioni dell’uomo come inevitabilmente inarrestabili, come fossero manifestazioni stesse della natura, come il vento, o la pioggia che a volte irriga e a volte spazza via. A questo sentimento Mai aveva affidato le sue sorti, come forse prima di lui aveva fatto tutta l’umanità. 
La cicala intanto friniva rauca, sputando gocce di bava gelatinosa sulla faccia di Aureliano che rideva isterico e continuando a premere sulla carotide di Mai, impaziente di eseguire le volontà incomprensibili di dio. Con gli occhi sgranati al cielo cantava una nenia senza inizio né fine quasi ululata: “bire bisse e ovo sodo, eran sette a bere un uovo e la vecchia lì sull’uscio, gli toccò leccare il guscio… bire bisse e ovo sodo, eran sette a bere un uovo e la vecchia lì sull’uscio, gli toccò leccare il guscio..”. La ripeteva all’infinito e ogni volta che ricominciava aumentava il tono della voce, tanto che era arrivato prima ad urlare poi addirittura a gridare con tutto il fiato che aveva in gola: “BIRE BISSE E OVO SODO, ERAN SETTE A BERE UN UOVO E LA VECCHIA LI’ SULL’USCIO, GLI TOC...”
Un boato enorme all’improvviso superò la sua voce costringendolo a voltare lo sguardo nella direzione da cui gli sembrava provenisse il rumore. Gli era parso come il suono di migliaia di vetri infranti, di oggetti pesanti spezzati e detriti che rimbalzano su un suolo metallico. Al boato seguì un lugubre rombo, al principio tenue, che cambiò presto fino a far immaginare un esercito di tamburisti d’orchestra in concerto. Quando Aureliano tornò a voltarsi, dio non c’era più e questo lo fece cadere nel panico. Sciolse la presa omicida e senza alzarsi da Mai iniziò a contorcere il busto, le spalle il collo nel vano tentativo di ritrovare nascosta da qualche parte l’assurda creatura incappucciata. Si portò le mani nei capelli, disperato, smarrito. Mai ne approfittò: tirò un calcio in mezzo alle gambe di Aureliano che si chinò per il dolore e subito dopo, agile come solo a quell’età si sa essere, sguizzò da sotto il suo assassino iniziando a correre. Aureliano si riprese molto presto da quel colpo scagliato da un bambino, così che di mise subito ad inseguire la sua preda con bestiale sagacia. 
Intanto, suonando il suo sinistro concerto di timpani, già si iniziava a vedere il mare avanzare dietro di loro come fosse anche lui all’inseguimento di qualcosa. Mai istintivamente si arrampicò sopra un pino; balzò su un ramo basso e dopo, sfruttando il vantaggio di tempo, riuscì a guadagnare metri in altezza. Aureliano giunto alla base dell’albero lo guardava frustrato dalla sua impotenza, girando intorno al tronco e sbuffando nella consapevolezza di non poterlo raggiungere. 
Furioso e ormai completamente pazzo, l’uomo cominciò a tirare calci al pino come volesse abbatterlo con la sua unica gamba sana, e più Aureliano percuoteva più Mai saliva in alto, così in alto che riuscì a vedere cosa stava succedendo. Da quell’altezza il ragazzino aveva di fronte a sé un lago enorme abitato da case fluttuanti, zattere a forma di automobili e milioni di piccoli oggetti galleggianti che dipingevano quella marea come un cielo stellato notturno. 
E quella notte avanzava velocissima ad inghiottire tutto, forse persino lui stesso che si vide infinitamente piccolo per riuscire da solo a scorgere nel futuro un’alba accettabile. Guardò in basso tenendosi stretto al tronco di cui riusciva ad afferrare meno in un quarto della sua circonferenza. L’acqua ora stava scorrendo sotto di lui. Aureliano non c’era più. Al suo posto un frigorifero semidistrutto, interrotto nella sua corsa dall’albero. Mai per un attimo provò a pensare a qualcosa, ma era debole, stanco, dentro di lui volle che tutto si spegnesse almeno per poco tempo. E si addormentò.
Al suo risveglio il mare si era ritirato, era rimasta solo una palude silenziosa. Nel cielo il buco era sparito e senza di lui sembrava ci fosse più luce a illuminare quella desolazione.
Ormai nel Mondo c’era rimasto solo Mai.
Quando lo comprese, si guardò intorno lentamente, chiuse un istante le palpebre pendendo fiato.
E poi, quasi sussurrando disse: “Aiuto”.

 

FINE

 

 

 

 

Nel vero senso della parola.
Forse fra tre giorni resuscito.
Forse no.

Grazie a tutti.

 
 
 

UN BUCO NEL CIELO - CAP. XXI

Post n°1371 pubblicato il 15 Settembre 2012 da non.sono.io
Foto di non.sono.io

Leonora aprì le braccia, chiuse gli occhi e mise i palmi delle mani in alto. Gocce grandi come noci iniziavano a staccarsi da quell’onda immensa che si apprestava a precipitargli addosso. Un vento umido agitava il suo abito facendolo sventolare come una bandiera ma lei era ancora immersa nei suoi ricordi, intenta a rincorrere il passato in attesa di divenire vedova del futuro. Il presente si stava consumando lentamente, come una candela, e per questo si sforzava di tornare nella direzione dove si trovavano gli ultimi scampoli di una vita che non le sarebbe più appartenuta.
Tutti i mondi lontanissimi dove nei momenti di scoramento aveva sognato di fuggire si trovavano lì di fronte a lei. Non c’è nulla da fare quando la prossima tappa è la fine. Leonora decise di aspettare la morte nel suo letto, avvolta in fresche lenzuola di lino giocando a disegnare sorrisi con il dito sul petto di Salvo.
- Hai presente quello stato d’animo che quando lo provi dici: “ecco, mi piacerebbe congelare questo momento, rinchiuderlo in un fotogramma e rimanere per sempre intrappolato dentro di esso”? – le disse Salvo osservando immobile il tetto della camera da letto. Leonora annuì senza smettere di far scorrere le mani sulla sua pelle. 
- A volte credo che la serenità si nasconda dentro piccoli particolari fugaci, e che la nostra vera maledizione sia quella di non possedere abbastanza forza per trattenere quei momenti. La cosa strana però, è che non stiamo mai da soli quando viviamo queste sensazioni. Ci serve sempre qualcuno per provare gioia: soli siamo una linea che si curva ad imitare un cerchio perfetto al quale manca un pezzo per chiudersi. L’umanità è la nostra principale fonte di sofferenza e allo stesso tempo l’unico mezzo che abbiamo per provare ad essere felici… 
Leonora appoggiò le labbra sul braccio di Salvo che la cingeva a sé, sfiorandolo come un pennello su una tela.
- Tutto il tempo che passiamo a tentare di disintossicarci dalla società, è in verità il modo con il quale ci accorgiamo della nostra impossibilità di essere una forma finita senza di essa. Questa sera Leonora, il mio cerchio si è chiuso insieme a te, e non importa se domani tornerò ad essere un rompicapo senza soluzione. 
Salvo si girò allora a guardare Leonora, che nel frattempo si era addormentata con la testa poggiata sul suo petto. Fuori cominciava ad albeggiare. Il sole filtrava dalla finestra sotto forma di raggi laser puntati contro la polvere svolazzante che solo se illuminata rivela il suo planare silenzioso, proprio come i nostri sentimenti. 
Un boato distrusse in un istante quell’immagine. Quando Leonora riaprì gli occhi, l’onda era davanti e sopra di lei. Le gocce erano diventate una cascata che con il suo peso le impedivano di tenere ancora aperte le braccia. Osservò il cielo per l’ultima volta che si stagliava al di là di quel gigante d’acqua, e notò che il buco era scomparso. Non c’era più nulla che impediva alle nuvole di seguire il loro percorso lassù, dove tutti i sogni umani vanno a stiparsi in assenza di spazio sulla Terra.
Leonora non conobbe mai l’attimo esatto in cui il mare la spazzò via. Sparì così, quando ancora si trovava sul petto di Salvo, per sempre legata a quell’abbraccio che non seppero trattenere.
L’acqua non si curò dei suoi ricordi, né di quello che inghiottiva nel suo percorso. Riempì tutto il tratto che la separava dalla spiaggia, e ancora non sazia proseguì la sua corsa incosciente verso le terre emerse. Il suo folle afferrare ghermì gli ombrelloni, le sdraio, e poi spostò le case abusive costruite a pochi metri dalla costa. Sommerse le auto senza più conducenti fino ad arrivare alla pineta, sradicando tutto quello che incontrava. Sembrava quasi non si ricordasse più qual era il suo posto né il motivo per il quale era tornata. Il mare, in preda ad una collera immotivata, giunse fino a lambire la città per poi rendersi conto che non sarebbe potuto arrivare più in là. Allora si calmò. Arrestò la sua corsa, e per qualche tempo imitò la pacatezza di un lago. Osservò il paesaggio di distruzione che aveva creato, si pentì di tanta scelleratezza, la trovò una fatica inutile, e non seppe spiegare a se stesso il motivo di quel suo gesto, già che mai era riuscito a comprendere nessuna delle azioni che compiva abitualmente. Così iniziò a ritirarsi con i modi lenti con i quali la natura suole rimettere a posto le cose, fino a quando tornò ad occupare il suo spazio prestabilito. 
Tornò il silenzio. Un silenzio che non conteneva pace, perché la pace è un’invenzione dell’uomo. 

 
 
 

UN BUCO NEL CIELO - CAP. XX

Post n°1370 pubblicato il 11 Settembre 2012 da non.sono.io
Foto di non.sono.io

Quando Aureliano si fermò, il sole era arrivato quasi al ciglio del grande buco nel cielo. Più tardi l’avrebbe superato lentamente oscurandosi in quel breve tratto in cui il firmamento si interrompeva a causa dello squarcio, per poi sparire, come sempre, dietro l’orizzonte. Un futuro in fondo semplice gettava sul presente lunghe ombre stagliate su una strada polverosa. Una di quelle partiva dai piedi di Aureliano per raggiungere distorcendosi quelli di Mai, che lo guardava immobile in attesa di capire il motivo di quell’improvviso stop.
Al ragazzino l’uomo sembrò essere invecchiato in quelle poche ore in cui avevano camminato verso il mare. I suoi capelli parevano aver cambiato colore virando verso una tonalità simile alla cenere; le rughe apparivano ora più profonde e più numerose intorno agli occhi e alla bocca. Aureliano rimase qualche istante a fissare la strana espressione del bambino, poi iniziò ad avvicinarsi claudicante ma deciso. Quando arrivò a un paio di metri dal suo giovane compagno, sì guardò la ferita tastandola come sempre nell’illogica speranza che bastasse l’imposizione della sua mano per placare il dolore.
- Hai fame? – chiese al piccolo che però non risposte.
- E’ normale: sono due giorni che non mangiamo, e stai sicuro che non troveremo nulla da mettere sotto i denti fino a quando non raggiungeremo la costa.
Mai seguiva il discorso senza nemmeno battere gli occhi.
- O forse no. Forse giungeremo troppo tardi e tutti gli alimenti rimasti negli scaffali dei negozi saranno già scaduti, ammuffiti, avariati. Potremo tentare di cacciare un animale ma, come puoi vedere, non c’è più un solo essere vivente oltre a noi due ormai, e anche se fosse rimasta qualche bestia io non potrei catturarla per come sono combinato e tu…
Aureliano fece una pausa. Sembrò distarsi con qualcosa che passava da qualche parte dietro Mai, poi proseguì.
- …Tu sei troppo piccolo per farlo.  – emise un sorriso che nacque tale per morire colpo di tosse.
- Vedi Mai, ci sono cose che tu nemmeno immagini, cose che non conosci perché la tua età ti tiene ancora al riparo dalla vita, ma credo che le circostanze ti impongano una serie di riflessioni, tra le quali la possibilità di non sopravvivere. Lo so. Il concetto di “morte” per te non ha senso, sei troppo lontano dal suo richiamo naturale anche solo per comprendere cosa in verità voglia dire questa parola. D’altronde non conosci ancora nulla. Non hai mai sofferto per i tuoi errori, e non mi riferisco a quando scrivi male una frase a scuola. Alcuni sentimenti ti sono completamente sconosciuti: il pentimento, il rimorso, la delusione, la sensazione di essere arrivati a un qualche tipo di fine.
Si interruppe ancora pensieroso.
- Oh certo, da questo punto di vista è una fortuna, sai? Mi riferisco a quello che ti è successo: trovarti a vivere la tua età proprio nel momento in cui il mondo ha deciso di finire. E così ti perderai un mucchio di cose, ma molte altre avrai la sorte di non viverle. Prendila come una consolazione, in fondo lo è. Capisci a cosa mi riferisco?
Mai non si era mosso tutto il tempo. Continuava a fissare Aureliano provando a comprendere quello che voleva in realtà dirgli. Era confuso e non riuscì a far altro che negare con il capo.
- Morirai Mai. Prima io e poi tu. Non tra settanta anni, ma tra un mese, una settimana, un giorno.
Mai scosse di nuovo la testa.
- Pensaci Mai: se io me ne vado, e con questa ferita e tutto il sangue che ho perso è facile che questo possa accadere molto presto, tu rimarrai completamente solo. Riesci a immaginare cosa voglia dire?
Mai sobbalzò e poi si trattenne quasi non volesse nascondere ad Aureliano l’effetto che quelle parole avevano avuto su di lui.
- Povero Mai. Così piccolo e già così irrimediabilmente perso…
Aureliano si girò dando le spalle al bambino, fece qualche passo poi si voltò di nuovo, di scatto.
- Mentre camminavo ho parlato con dio. Mi ha detto che posso fare qualcosa prima di scomparire, qualcosa che può riscattare la mia inutile esistenza ed aprirmi le porte del paradiso. Avevo intuito bene, sei tu la mia salvezza. Mi ha rivelato che quel buco è proprio l’entrata del suo regno, e che non dobbiamo avere paura perché ci attente gioia eterna. Farai una fine orribile, almeno quanto la mia. Appena rimarrai solo, non saprai più dove dirigerti, ti perderai tra le tue paure e l’assenza di informazioni per affrontarle. Dopo qualche tempo, la fame gonfierà il tuo ventre, la sete spaccherà le tue labbra. Girerai a vuoto in questa landa desolata senza avere l’energia nemmeno per pensare. Allora ti accascerai al suolo privo di qualsiasi volontà e l’ultima cosa che vedrai sarà un enorme, inspiegabile buco nel cielo.
Mai fece una smorfia.
- Non ti preoccupare, io non permetterò che questo accada.
Appena finita la frase, Aureliano si avvicinò ancora di più al ragazzo che indietreggiò di un passo. Pensava che forse sarebbe dovuto scappare, ma non seppe capire dove e soprattutto capì che si allontanava da lui gli sarebbero comunque successi dei guai. Allora gli venne in mente il racconto del somaro a metà strada tra due balle di fieno che morì nell’indecisione se mangiare una o l’altra. Poi le cose precipitarono, inaspettate e rapide come tutte le sciagure.
Aureliano si avventò su Mai ghermendolo con un braccio. Il bambino provò a divincolarsi ma l’uomo riuscì ad afferrarlo per un lembo dei pantaloni che cadde finendo immobilizzato sotto il peso di Aureliano che nel frattempo gli era balzato addosso.
- Non devi avere paura Mai. Ti sto offrendo una via d’uscita indolore.
Non brillava più nessuna luce di umanità nello sguardo di Aureliano, sembrava ormai vivere in un mondo che non aveva più nessun collegamento con la realtà perduto nei meandri angusti di una coscienza frantumata. Allungò le mani e gli afferrò il collo iniziando a stringere. Mai si agitava provando con la sua poca forza a togliersi da quella presa mortale ma senza riuscirci e scoppiò a piangere senza produrre nessun suono.
Il sole in quel momento si trovava esattamente dietro il buco nel cielo. Per qualche minuto scesero le tenebre, le ombre fuggirono per evitare di essere testimoni di quello scempio. Aureliano stringeva sempre di più la morsa sul piccolo collo.
- Soffrire non è la cosa peggiore Mai: il brutto è sopravvivere alla sofferenza.
E contrasse la presa.

 
 
 

REQUIEM PER IL MIO DENTE NUMERO VENTIQUATTRO

Post n°1369 pubblicato il 07 Settembre 2012 da non.sono.io
Foto di non.sono.io

 

 

 

 

 

 

Questa è la prova
che l’amore non esiste,
se Esiste avesse bisogno di prove.
Numero ventiquattro:
anche tu,
come tutti,
te ne vai
incorniciato dal dolore
che qualche droga anestetizzerà.
Dopo di te
plastica.
Dopo di me,
nemmeno quella.

 

 
 
 
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Io erro lungo le rotte delle stelle, la gente mi chiama Capitan Harlock. Nell'oscuro mare stellare, nello spazio infinito e senza domani, finché ci sarà anche un unico sole che arde nel cosmo, io vivrò il libertà sotto il mio vessillo. Io vago per i confini dello spazio il blackjak é issato sulla mia nave, e con questa bandiera che sventola tra le stelle, io vivrò in libertà. L'universo é la mia casa. La voce sommessa di questo mare infinito mi invoca, e mi invita a vivere senza catene. La mia bandiera é un simblo di libertà. (Leiji Matsumoto, "Capitan Harlock", Planet Manga, 2001)
 
 

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