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E luce fu

Post n°1405 pubblicato il 20 Dicembre 2015 da non.sono.io

Finalmente a disposizione dell’intera umanità, la versione cartacea de “Gli elefanti”. Centocinquanta pagine e cinque racconti, al prezzo di un caffè in centro.
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Gli elefanti

Post n°1404 pubblicato il 15 Dicembre 2015 da non.sono.io

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Maria

Post n°1403 pubblicato il 28 Ottobre 2015 da non.sono.io

E cosa che vuoi che ti dica Marì, santa non lo sono mai stata. E’ che i santi stanno in paradiso, tra le nuvole e pure quando stavano sulla Terra sembravano tipo strafatti. Io le droghe per carità Marì. Cazzi in culo quanti vuoi, ma droga mai, nemmeno uno spinello. Sai com’è, sarà stata l’educazione tradizionale che ho ricevuto da mio padre, che quando tornava a casa mica poteva vedere qualcosa di strano. Figurati. E quello prendeva a mazzate prima mia madre, poi a noi figli che non capivamo nemmeno che succedeva. Io vengo da una famiglia all’antica Marì, non sta bene che le donne fumino o bevino. Le donne si possono solo mettere a novanta gradi.
Quindi che vuoi che ti dica Marì? Il classico. A diciassette anni, mi sono fidanzata col primo che è capitato e me ne sono andata a vivere con lui, al paese a fianco al mio. Aveva quindici anni più di me, e gli piaceva fare le cose strane Marì. Certe sere chiamava gli amici e voleva che io stavo con tutti loro, mentre guardava. Capito Marì? Quello mi voleva far fare la puttana. Così gli ho detto: “Bello mio, se devo fare la puttana mi sta bene, ma allora ci voglio guadagnare”. La notte stessa mi sono messa a battere, in una stazione di servizio qui vicino, lui mi ci accompagnava e poi mi veniva a riprendere, tutti i giorni. Cosa vuoi che ti dica Marì, l’amavo, non l’amavo, e chi lo può dire. E chi lo puoi dire, dopo la sfiammata iniziale, se si ama o meno una persona, o magari gli si vuole solo bene o addirittura è affetto. Nessuno, tranne noi, se ce lo chiediamo. E se non lo facciamo, cosa vuoi che ti dica Marì?
Ma abbiamo avuto due bambini, ai quali non ho fatto mai mancare niente. La mamma loro scendeva tutte le sere, al tramonto, solito cappuccino all’Autogrill, un giretto nella piazzola dei camionisti, e pompino dopo pompino gli ho potuto dare un futuro a ste creature mie. Il più piccolo s’è addirittura laureato, e quell’altro vive a Londra, capito Marì? Fa il disk jockey, o qualcosa del genere, però sta bene. Mi chiama sempre.
Insomma Marì che vuoi che ti dica? A un certo punto l’Autogrill in quel tratto della statale l’hanno chiuso e spostato venti chilometri più giù, il traffico della zona è cambiato e qui non ci passa più nessuno adesso. Mio marito non lavora dal millenovecentottantasette, e io con i vecchietti, i fraticelli francesi del convento, e qualche marito annoiato, mica ci faccio tanto. Così una sera stavo davanti alla televisione, a pensare come pagare l’affitto di mio figlio in Inghilterra, e c’era un programma dove gente stranissima provava a battere record sulle cose più astruse, tipo uno che tentava di trascinare un camion con i denti, un altro che si infilava una quantità spropositata di cerini nel naso. Poi alla fine se ci riuscivano quelli li ricoprivano d’oro, per aver mangiato vermi o per essersi bevuti dieci litri d’acqua. Da quel giorno Marì, m’è venuto sto pallino. E che io sono da meno di loro? E che una cosa non me la invento Marì?
E infatti qualche tempo dopo m’è venuta l’idea. Mi compro sto libro pieno di queste stranezze e mi metto a cercare qualcosa che non ha fatto nessuno, o che ho qualche prova nella quale ho qualche possibilità di battere il record. Leggi che ti rileggi Marì, trovo questa cosa, cioè una volta una ragazza ucraina ha fatto l’amore con millequattrocento uomini. Io se mi faccio i conti sono stata con molti di più in trent’anni di carriera, e poi che ci vuole Marì? Stai a gambe aperte per un po’, ti porti qualcosa da fare, parli con le persone. Insomma si può fare, me lo sento. Chiamo al Guinnes e gli comunico la mia intenzione. Questi Marì, tutti contenti! Prima mi hanno chiesto se ero sicura, poi mi hanno subito mandato un incaricato a casa, che si è portato giornalisti e fotografi. Il giorno dopo già stavo in terza pagina sulla Gazzetta di Formicola. Ma questo è niente: mi hanno chiamato le radio, i talk show, e poi i giornali stranieri, internet. Una cosa Marì che non te la puoi immaginare, però andava bene così perché manco m’ero infilata il primo pisello, già iniziavo a vedere i soldi. Il piano funzionava.
Insomma Marì, grazie a tutto sto tam tam, il giorno stabilito per affrontare il record il paese era pieno di persone. Addirittura il sindaco aveva previsto tutto un piano particolare, manco fosse il Grande Giubileo. A fare i pretendenti erano venuti da tutta Europa, li avevano messi in fila indiana. Il primo era un ragazzo di colore che brandiva il suo arnese impugnandolo con due mani come fosse una canna da pesca. I fotografi ci invitavano a sorridere alla camera, e il ragazzo a un certo punto s’è messo pure a salutare. Allo scoccare dell’ora di partenza qualcuno fece esplodere in aria dei fuochi d’artificio. L’africano mi si gettò addosso con scatto atletico e prestanza, come un professionista dei tuffi. Iniziò a pomparmi con irragionevole irruenza visto che non era previsto un limite di tempo. Io lo osservai per un po’ poi la mente andò lontana, a mio figlio minore in Inghilterra nel suo bel loft con vista bosco, e all’arredamento per lo studio del maggiore, che era così tanto che lo desiderava. Quando tornai dal mio divagare, sopra di me c’era un uomo in sovrappeso, con barba e occhiali. Doveva essere una persona dolce, perché accennò un sorriso mentre le sue gocce di sudore mi schizzavano in viso.
Avevo diritto a una pausa per rinfrescarmi e idratarmi ogni ora. Degli inservienti mi portavano da bere e volendo anche da mangiare. Un dirigente dei Guinnes in giacca e cravatta, sedeva accanto al giaciglio con espressione meccanica. Sembrava vivo solo quando fermava e faceva ripartire il timer. Dopo cinque ore Marì, stavamo già mille. Quando il millesimo mi entrò dentro volle chiavarmi alla pecorina, allora i fotografi sfruttarono quel momento per cambiare inquadratura, e in aria si sentirono di nuovo esplodere del fuochi artificiali.
Qualla mattina Marì, alle nove e diciotto come certificò il giudice, mi montò lo sconosciuto numero millequattrocentouno. Che emozione Marì. Tutti i flash, i microfoni in faccia. La banda del paese suonò “We are the champions”, e quel manichino col timer si alzò in piedi, guardandomi come fossi diventata reale solo in quel momento. Mi strinse addirittura la mano, e disse qualcosa in americano che io non ho capito.
Che vuoi che ti dica Marì? Sarà stata l’emozione.

 
 
 

Lezioni di spagnolo #3 Te echo de menos

Post n°1402 pubblicato il 06 Maggio 2015 da non.sono.io

In spagnolo l’espressione “mi manchi”si traduce in te echo de menos. La cosa che un po’ ci spiazza però, è che “mancare” si dice in realtà faltar, mentre echarsignifica “buttare”, così che se andiamo a tradurre letteralmente te echo de menos, ci accorgeremo che vuol dire “ti butto di meno”. Ora, immaginatevi per un attimo cosa sarebbe la storia della canzone popolare italiana, per esempio, se anche noi usassimo questa espressione. Oppure, pensate alla reazione del vostro compagno o compagna quando, dopo un’assenza, al telefono, gli confessate con un tono triste: “Oggi, ti schifo di meno”.
Lo spagnolo dichiara pacificamente che in verità non ha bisogno di te, anzi, normalmente lui ti “butta”, “ti allontana”, però poi, a causa della fragilità umana, a volte questo istinto gli viene meno, e ti avvisa. Quando uno spagnolo sente la mancanza di una persona, non si inginocchia a lui come noi implicitamente facciamo quando dichiariamo a qualcuno che ci manca, non vuole fargli pena. Pare quasi si stupisca della vena malinconica che lo coglie a pensarti, ma non si prostra a implorarti la tua presenza. Ti fa semplicemente capire che sì, avrebbe piacere ad averti vicino in quel momento, senza drammi. “Oggi mi sento che ti butterei di meno, non così spesso come faccio di solito”, sembra voler dire.
Allora anch’io ho provato ad applicare questa filosofia alle mie mancanze, ho cercato di minacciarle, di sfidarle: “Oggi schifo di meno a tutto”, ho dichiarato serio. Però non ci è cascato nessuno.
Sono mancanze italiane, ci tengono al posto fisso.

 
 
 

Lezioni di spagnolo #2 Masculino/Femenino

Post n°1401 pubblicato il 04 Maggio 2015 da non.sono.io

Dopo un po’ che ci si addentra in questa lingua, si iniziano ad incontrare bizzarre differenze con l’italiano che istigano la fantasia a cercare di immaginarsi quando e in che modo due idiomi apparentemente simili, si sianoallontanati così tanto tra loro. Non mi riferisco solo al significato distinto a parità di parole uguali (penso a largo che in spagnolo vuol dire lungo), ma anche alle molte sottigliezze concettuali. Una di queste, ad esempio, sono le parole che in italiano sono maschili e che in spagnolo invece diventano femminili.
Il latte diventa la leche, il letto la cama, il tavolo la mesa, la macchina el coche. Il sangue, quello che scorre nelle arene, diventa la sangre. E non è forse un ballo d’amore, quello che inscena il torero mentre cerca di conquistare la sua femmina prediletta, il sangue appunto?
Ma l’apoteosi di queste differenze, è senza dubbio quando ci riferisce direttamente a ciò che origina la distinzione tra i generi: gli organi riproduttori. L’italiano non potrà esimersi dal fare un sorrisino malizioso, quando scopre che l’organo riproduttore maschile in spagnolo si chiama popolarmente la polla e che il suo corrispettivo femminile el coño. Ciò fa sì che lo spagnolo medio maledica el coño con la stessa frequenza con la quale noi esclamiamo citando un pene. Un po’ non riusciamo a capirne il perché. A noi maschi, in fondo, el coño ricorda una cosa piacevole, e le donne italiane mai maldirebbero una parte del corpo che nella storia si è trasformato spesso in un concetto da ribadire per rivendicare la libertà. Un maschio italiano non sottovaluta nemmeno le ripercussioni a livello di autostima. Come si fa a chiedere a una ragazza: “Me lo dai?”. E, soprattutto, come fanno i famosimachos iberici, nel momento culmine di una relazione passionale, a dire: Te la meto? Sembra, poi, che l’invertire il sesso di queste due parole così evocative, muti anche la gerarchia tra loro. Il dominante maschile diventa dominante femminile, e ciò ci confonde.
Poi tutte le volte che arrivo a questo punto del ragionamento, mi viene sempre in mente che le donne in Spagna hanno ottenuto il diritto al voto prima di quelle italiane. Ciò dimostrerebbe che è vero.
Le rivoluzioni iniziano dal linguaggio.

 
 
 
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