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NON E' UN BLOG

Un blog per maiali di razza

 

 

TRENTA DENARI

Post n°1328 pubblicato il 28 Maggio 2012 da non.sono.io
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Quando Giuda morì impiccandosi ad un albero, un poco per i rimorsi un poco per la paura di quello che avrebbero potuto fargli i suoi ex compagni per vendetta, aveva due figli rispettivamente di due e tre anni.  Il primo, tutto il padre, magro, riccio con gli occhi esageratamente grandi rispetto al viso, si chiamava Ficio; l’altro, il maggiore, quello che assomigliava alla madre, grassoccio con il naso aquilino e le labbra paffute, era Curzio. I primi tempi dopo la morte del capofamiglia, i due fratelli e la madre faticarono a trovare perfino alloggio, tanto era l’astio che gli era ricaduto come maledizione per una colpa che nessuno di loro aveva compiuto. La moglie di Giuda morì poco dopo di malaria, così che i due bambini furono costretti ad affidarsi alle cure del nonno materno, un vecchio falegname zoppo che li accettò solo per usarli come manodopera a basso costo. Ficio e Curzio passarono la loro infanzia a raccogliere trucioli e spazzare da terra la segatura in una bottega piccola e umida alla periferia di Betlemme, e tentando di tenere a bada la nostalgia del padre.
Ficio una volta adolescente, sviluppò un carattere taciturno e chiuso, mentre, al contrario, Curzio divenne una persona particolarmente loquace, aperto alla gente, passando il tempo a spendere i pochi denari che suo nonno gli dava, in prostitute e vino di Hispali. Quando anche il vecchio parente morì schiacciato da un fusto caduto accidentalmente, i due decisero che il loro futuro non poteva assolutamente essere quello di fare i falegnami per sempre. Si misero ad un tavolino e ognuno di loro spiegò il piano di riconversione della vecchia falegnameria: Ficio voleva creare un nuovo movimento religioso che riscattasse, tramite una nuova interpretazione dei fatti, il vero ruolo del padre nel cattolicesimo. Lui chiamava questo credo Giudaismo. Ma il fratello, che con Ficio in comune aveva solo la natalità presso lo stesso tetto, voleva invece che la falegnameria divenisse un posto di ristoro, un luogo dove bere e trovare prostitute a buon mercato. Credeva che questa storia di Gesù averebbe portato nel tempo miriadi di pellegrini che lui voleva sfruttare dandogli da mangiare e da dormire. La sera passò, e due figli di Giuda ancora non avevano raggiunto un accordo, così decisero di rimandare la discussione al giorno dopo. Ma durante la notte, Ficio entrò nella stanza di Curzio e lo pugnalò al cuore.
Rimasto solo, il fratello assassino si mosse per compiere il suo progetto. La prima cosa che fece fu quello di scrivere un vangelo che raccogliesse le esperienze del padre rispetto al suo rapporto con Gesù. Si inventò tutto e lo fece così bene che il libro ebbe un notevole successo tra il popolo. Dopo poco si ritrovò con un pugno di discepoli pronti a morire per la causa del Giudaismo.
Una giorno, però, dio volle punire il giovane erede del traditore di Cristo. Mandò sulla terra una prugna parlante che spiegò a Ficio che dio era adirato con lui per quello che stava facendo alla memoria di suo figlio, e che lei, la prugna, era venuta per ascoltare le sue scuse e la promessa di finire subito con il Giudaismo. Ficio per nulla spaventato prese la prugna e la scagliò contro una parete spappolandola. Dalla macchia di polpa rimasta sul muro iniziò a colare un liquido scuro che cadendo si addensò fino a formare una piccola pianta.
La pianta divenne un albero, e l’albero fece dei frutti che una volta maturi caddero al suolo. Ogni frutto un seme, e ogni seme un'altra pianta, che a sua volta divenne albero e così via. Dopo qualche anno, non c’era più traccia del tempio giudaico perché al suo posto regnava silenziosa una foresta immensa.
Vecchio e ormai stanco di tante fatiche, Ficio sedette allora ai piedi del primo albero generato dalla prugna parlante e guardando al cielo domandò a dio per un poco di pietà. L’unica risposta che ebbe fu il frusciare del vento tra le foglie del bosco. Dunque Ficio si alzò e dalla borsa tirò fuori i trenta denari unica eredità avuta dal padre, li osservò un attimo e li tirò in aria, lontano.
Poi prese una corda, e si impiccò.
 

 
 
 

TUTTA COLPA DI MIA MADRE

Post n°1327 pubblicato il 25 Maggio 2012 da non.sono.io
Foto di non.sono.io

Potrà sembrare un vezzo assurdo il mio, quello di godere ogni qual volta vengo smentito dai fatti o dalle parole riguardo le mie convinzioni più consolidate. E’ una ricerca sottaciuta perfino a me stesso, ma intimamente mi compiaccio ogni qual volta mi mettono al tappeto a causa una specie di masochismo intellettuale, di perversione psichica, che mi fa provare piacere nelle occasioni dove qualcuno o qualcosa mi fa sentire stupido. Così finisco sempre per mettere il naso dove già so che sentirò puzza di merda, per non darmela vinta, per costringermi a rimettermi in discussione e verificare se quello che penso non sia solo il frutto di un accumulo di esperienze sfigate, preconcetti teorici o pregiudizi stupidi.  Ed è per questo che ho accettato l’invito di una mia amica a partecipare ad una seduta di cineterapia. 
Lo “studio” dell’autoproclamatosi psicologo è nel rione Monti, per chi non è romano sarebbe il quartiere storico immediatamente di fronte al Colosseo. Ho virgolettato “studio”, perché in realtà è casa sua, un attico in pieno centro storico, da tremila euro al mese e vista mozzafiato sui tetti della capitale. Quando entro lo “psicologo” stava cenando rigatoni al sugo insieme alla sua compagna e due pazienti. La prima è una ragazzotta in carne riccioluta e silenziosa come Hannibal dentro la sua gabbia, l’altra un'altra giovane un po’ più spigliata. Gli altri matti da curare siamo io e la mia amica. 
Con voi sarò sincero. Non sono andato lì con l’intenzione di farmi psicanalizzare ma con quella di rompere i coglioni, mettere in difficoltà il guru, costringerlo alla resa o ad uccidermi per farmi tacere. Pensavo di dover faticare, invece, lui, ha fatto tutto da solo, ed anche per questo sono rimasto un po’ deluso. Insomma, ancora con la bocca sporca di pomodoro, inizia a parlarmi di lui e della sua storia, sapientemente imboccato dal sottoscritto. Mi dice che lui a quattro anni, senza che nessuno glielo abbia mai insegnato, già sapeva fare yoga. Evvabbè. Mi dice che lui ha fatto un viaggio in Tibet dove ha soggiornato in un monastero imparando dai monaci le arti della meditazione e del controllo del corpo. Per dimostrarmi la veridicità delle sue parole, si alza e mi fa vedere come sa respirare con un polmone solo. Io ho pensato ma che cazzo ci fai se riesci a respirare con un polmone solo? Risparmi sulle sigarette? Ma l’ho lasciato fare, e lui ha fatto il suo numero da circo. Ora, quello che ho visto io è l’innalzamento e abbassamento di una parte sola del suo petto, ma per quel che ne so potrebbe essere solo una qualità di quelle congenite tipo le persone che sanno muovere le orecchie. E infatti gli ho chiesto se sapesse controllare anche il movimento delle sue orecchie, e lui mi ha risposto di no, non capendo che lo stavo prendendo per il culo. Il poveretto però, appena dopo quell’esibizione un po’ patetica, nello starnazzamento delle altre pazienti adoranti, ha iniziato a raccontarmi che lui possiede anche poteri pranoterapeutici. E’ incredibile: appena dopo dieci minuti si è giocata tutta la credibilità che ero disposto a concedergli. E quel che più è peggio è che non è stato per merito mio. Altra delusione.
Comunque la serata prosegue galleggiando sopra questa aria un po’ radical-chi/mistica. Su di una parete campeggia un quadro in cui sono raffigurate delle iscrizioni in sanscrito (così dice lo psicologo), ma quando gli domando che cosa ci sia scritto, lui risponde candidamente che non lo sa. Cioè, questo potrebbe essersi appeso in casa il regolamento di un condominio indiano, e lui ci fa pure lo splendido. Vabbè. Poco più in là, invece, è appoggiato su di un mobile il ritratto di un uomo baffuto,  che lo “psicologo” dice essere la persona che gli ha fatto da padre e da guida spirituale. Risulta essere il padre dell’attore che ha fatto Sandokan, e quello è stato il momento più brutto per me, perché ho dovuto trattenere le risate fino quasi ad esplodere, simulando invece un’aria interessata e colta. 
Dopo un po’ che cercavo di spiegargli che in fondo non c’è nulla di male ad avere delle manie, delle paure, insomma delle piccole imperfezioni nella personalità, così come le abbiamo nel fisico, lui ha tagliato corto e ha messo il film perché la cinetarapia doveva iniziare  ed era già tardi. Il film era “L’albero della vita”, una delle pellicole più lunghe e noiose della storia del cinema, dalla morale incerta, simbolista fino alla morte. Lo scopo della seduta, secondo lui, era registrare ogni più lieve reazione del fisico durante la visione. Secondo la sua teoria infatti, le immagini sono idee e le idee immagini, o non ho capito bene che, visto che lui non l’ha saputo spiegare, né farmelo comprendere. E’ stato un po’ come la parola di dio, che se la capisci bene altrimenti è colpa tua non sua. Evvabbè.
Io non avevo cenato, era tardi e io ho passato tutto il tempo a sognarmi il paninaro di Piazza Santa Maggiore e a tentare di tenermi sveglio. Avrò fumato dalle cinquecento alle mille sigarettte, però alla fine per fortuna è finito il film. Io già pensavo di addentare il panino, e invece no avevo capito che era proprio alla fine della proiezione che inziava la seduta. Una delle ragazze dice che ha avvertito una pressione al collo, l’altra, quella evidentemente psicolabile, afferma che ad un certo punto ha sentito una puncicata sul dito mignolo del piede destro. Giuro che non è un’invenzione. Quando è arrivato il mio turno ho semplicemente dichiarato che non avevo provato nulla, se escludiamo che mi si sono addormentate le braccia a causa della postura sbagliata e prolungata. Non l’avessi mai detto.
Ha iniziato a fare come i cartomanti mentre leggono le carte. Il vecchio trucco funziona più o meno così: tu fai finta di star osservando le carte e nel mentre chiedi al malcapitato una cosa tipo “come va in famiglia?” e a seconda di quello che ti risponde tu fai la previsione. Tutti più  o meno abbiamo qualcosa che non va in famiglia, e quindi è facile dire poi “ah, già… si vede che hai problemi in famiglia”. Lui con me ha fatto la stessa cosa. Cioè, prima mi ha chiesto della mia ragazza, poi il lavoro, ma quando ha capito che non gli davo soddisfazione ha giocato il jolly della famiglia. Dice che è sempre colpa della famiglia se qualcosa non va. Che poi io gli ho pure detto “ma perché cosa c’è che non va in me?”, ma la domanda è caduta nel vuoto, perché non è quello che gli interessava, bensì convincermi semplicemente che io stavo male perché la mia famiglia ha dei problemi e che quindi lui aveva colto nel segno. A quel punto ho cominciato a giocare anche io, e devo averlo fatto bene perché al di là della clap che tifava per lui, l’ho costretto a cambiare discorso per scarsità di risorse da mettere in contrasto ai miei argomenti. Ma nel finale ha raggiunto il massimo.
In pieno vaneggiamento ha dichiarato che le donne in pratica sono tutte stupide invidiose paurose e che i negri (l’ha chiamati proprio così) usano le dimensioni del proprio pene per fare violenza alla gente. A riprova della sua teoria ha raccontato un episodio in cui lui si trovava ospite in una casa in cui c’era anche un uomo di colore, e che, sempre da come dice lui, questo la mattina si era messo nudo nella vasca in piena erezione aspettando che tutti quelli che entravano lo ammirassero. Lui questa cosa l’ha vissuta come un atto di “violenza”. E anche quando io gli ho fatto presente che al suo posto mi sarei messo a ridere, lui ha insistito, e il pubblico gli ha dato ragione. L’ha vissuta male “lo psicologo” sta cosa, tanto che mi ha costretto a chiedergli se lui si fosse fatto mai analizzare, perché questa storia raccontata così mi puzza di un qualche complesso. Ma erano già le due e mezza, e dovevamo andare via. Questo giochetto mi è costato trenta euro, che andranno sicuramente a favore del fondo per la ristrutturazione dell’attico di quel  benefattore, mentre io sono tornato tranquillo nella mia casetta di periferia, più povero e più annoiato di prima. 
Morale.
Di tutta questa storia, sono rimasto colpito da un particolare. L’amica che mi ha portato in quel circo, è una delle persone migliori che conosco, e sul serio non capisco come possa essere convinta che un ciarlatano palese come quella possa aiutarla. Lo sciamano de noantri gli ha inclucato che i suoi problemi risiedano tutti nella sua famiglia, proprio come ha provato a fare con me, omettendo che io sono come sono sì è vero per colpa della mia famiglia nei miei lati negativi, ma anche per merito loro nei miei aspetti migliori.  Ma l’amica invece non ha riflettuto in questo senso e sono circa due anni che se ne andata di casa vivendo un po’ qui un po’ là da nomade, per paura che gli influssi familiari possano nuocerle. Per quanto mi riguarda io sono d’accordo con Marinoff. Se hai un problema con te stesso, le cose sono due. O hai un difetto fisico anche minimo al cervello e quindi hai bisogno di uno psichiatra, o altrimenti hai semplicemente una questione irrisolta nella tua filosofia. Ma a quel punto non hai bisogno di nessuno che ti dica quanto odi tuo padre e di quanto ami tua madre.
In tutti i casi, se qualcuno è arrivato a leggere fino a qui me lo dica: gli do il numero del guru perché evidentemente non sta bene.
Parlatene con mamma. E' sicuramente colpa sua. 

 
 
 

NOTE A MARGINE DI UN VIAGGIO IN METROPOLITANA - 1

Post n°1326 pubblicato il 23 Maggio 2012 da non.sono.io
Foto di non.sono.io

La vita, osservata dal botteghino di una stazione della metropolitana, assomiglia ad una pioggia costante di coriandoli. O almeno così racconta sempre Chiara, che da quando è stata assegnata ad essere rinchiusa dentro quattro mura di lamiera e plastica, non ha nient’altro da fare che osservare le persone passare. L’unica differenza che c’è tra i coriandoli e le persone, pensa che consiste solamente nel fatto che dopo un po’ la gente perde i propri colori e finisce per diventare un fiume costante marrone, di cui è impossibile distinguerne i particolari. Tra tutte quelle masse rapide che non lasciano il tempo alla memoria di imprimere i loro volti, succede spesso che qualcuno tra i viaggiatori un poco più originali, si ferma a domandargli le cose più assurde. Chiara ride con gli amici quando racconta di quel turista che cercava informazioni per il Duomo di Milano, a Roma e di quella ragazza che pretendeva di ritrovare una borsa lasciata in un vagone qualche settimana prima. Ed è per questo che quella mattina, quando il signor Franco si avvicinò alla sua cabina con un’aria timida, guardandosi intorno come dovesse vergognarsi di qualcosa, pensò si trattasse dell’ennesimo pazzo, uno di quelli che abitano quotidianamente le strade delle città, e che sono sconosciuti al servizio sanitario nazionale. Una persona normale, e appunto strana come qualsiasi di quei coriandoli che quotidianamente attraversano il tornello per poi sparire nel buio dei tunnel metropolitani.
Il signor Franco, una volta terminata la sua esplorazione, accertatosi che non c’era nessuno abbastanza  vicino a lui da poter ascoltare quello che stava per dire, si avvicinò a Chiara e mettendosi in punta di piedi per arrivare meglio alla finestra da dove lei spuntava in divisa, si rivolse a lei quasi sussurrando.
- Buon giorno signorina. Scusi se la disturbo, ma io avrei un problema – Chiara si sporse un poco per sentirlo meglio, e fece cenne con il capo di proseguire. Franco si guardò di nuovo le spalle.
- Ecco, signorina, se un bambino venisse da lei dicendogli che si è perso, lei farebbe un annuncio tramite interfono vero? Per avvertire i suoi genitori intendo…
- Sì certo, chiamerei i suoi genitori, li avvertirei che loro figlio è qui e aspetterei con lui che vengano, perché?
- Bene, perché ho bisogno lei faccia un annuncio ora.
- C’è un bambino che si è perso?
- Non proprio… Sono io ad essermi perso…
- Lei? In che senso? Non sa in quale direzione prendere il treno?
- Non, proprio. E’ che non so dove devo andare. Qualsiasi treno sarebbe uguale, visto che non mi ricordo dove sono diretto.
- Capisco… - Chiara pronunciò quella parola lentamente, per darsi il tempo di capire sul serio chi aveva di fronte. La prima ipotesi fu quella di un anziano signore affetto da qualche malattia mentale, di quelli che ogni tanto si vedono a “Chi l’ha visto” ricercati dai familiari.
- Signore, si ricorda almeno come si chiama? Posso avvertire la sicurezza se ritiene che…
- Ma no! Non sono un malato di Alzheimer! Io so perfettamente chi sono: Franco Carresi, di Raffadali, provincia di Agrigento. Vivo a Roma da venti anni, sono sposato, abito nel quartiere di San Giovanni, ho due figli e un nipote. Mi ricordo il primo giorno di scuola, quando è morta mia madre, la domenica che mi sono sposato. Come vede, non mi sono scordato nulla della mia vita.
- Ah bene, e allora…
- Allora l’unica cosa che non mi ricordo è dove sono diretto, cosa devo fare, perché mi trovo in questa stazione. Capisce?
- No, in verità non capisco. Cosa vuole precisamente da me?
- Nulla di più di quello che può fare: voglio che faccia un annuncio sull’interfono dicendo a tutti che mi sono perso. Magari qualcuno mi viene a riprendere…
Chiara a quel punto cercò la cornetta per chiamare la sicurezza, dato che lei non è in grado di prendersi cura di persone con disturbi mentali. 
- La prego signorina. Non mi tratti come un matto. Non lo sono, mi sono soltanto perso. Faccia quell’annuncio e io non la disturberò più, prometto.
Chiara abbassò il telefono e osservò Franco negli occhi. Non sembrava fuori si sé. Il suo era uno sguardo languido, triste ma caldo allo stesso tempo. Ma non sapeva cosa fare, forse se avesse recitato un annuncio del genere avrebbe avuto dei guai. Franco continuava ad osservarla, in silenzio cercando di intenerirla con la sua espressione da bastardino abbandonato. Chissà quanto influì quella posa nel finale di questo racconto.

La scena fu divertente e tragica allo stesso tempo. In tutte le stazioni dell’intera linea della metropolitana di Roma, un suono monocorde breve, come il tintinnio di una campanella stonata, precedette la voce di Chiara, che assunto un tono metallico disse: “Attenzione a tutti i passeggeri. Il signor Franco Carresi di Raffadali in provincia di Agrigento si è perso. Chiunque sapesse indicargli la direzione in cui deve andare, è pregato di rivolgersi al botteghino della stazione di Pietralata, direzione Laurentina”. Ripetè l’annuncio due volte, e il tutto durò non più di trenta secondi. Trenta secondi in cui tutti i presenti nella metropolitana di fermarono all’istante, volgendo la testa verso un punto imprecisato del tetto, tutti più o meno chiedendosi se avevano capito bene. Poi ci fu un momento in cui le persone di guardarono tra loro, per cercare spiegazioni. Dopo la situazione tornò alla normalità. I viaggiatori riabbassarono lo sguardo, e si scordarono di quell’annuncio strampalato. 
Franco Carresi invece, da quel giorno tutte le mattine torna alla stazione di Pietralata e cerca Chiara con lo sguardo. Rimane per ore in piedi vicino ad una colonna, in silenzio. Ogni volta che qualcuno gli si avvicina gli si illumina lo sguardo, tende la mano in segno di saluto ma nessuno ricambia, concentrato come è a ricordarsi dove deve andare. Per poi dimenticarselo ogni volta che gli viene in mente.

 
 
 

DE LA HERBA BONA

Post n°1325 pubblicato il 22 Maggio 2012 da non.sono.io
Foto di non.sono.io

Nel mentre un faggiottino grillava in fronte a lo sole colante teso a niscondersi indietro de la collina, un marmocchietto da l’occhio faino lesto appropinquatomi cenno di saluto a meco volge. “Felice giornata, Maestro”, volle appellarmi il frugolo alla quale gentiltà un regal inchino rivolsi, “Qual bona aire spira oggi in questi lochi, nevvero?”, continuò il giovin forestiero. Alché, resomi conto che di favellar mi proponeva, tenni a riguardo l’opportunità di contestare como lo modo urbano impone: “Buon giorno a lei o frugolo camminatore. Qual meta spinge i tuoi passi?”, e così dicendo sorriso da anfitrione porsi lui che rapace ebbe la grazia di rispondermi: “Oh, gentil Maestro che dell’incrocio pari a faro pe li viaggiatori mimi, a trovar la herba bona mi vede il dì affaccendarmi. Saprebbe, o Saggio, indicarmi per caso il sentiero più veloce?”. Di fiera magnanimità il capo mossi ad assentire, e sollevato l’indice al sol calante rivolto, indicai pintando ne la aria vespra la via maestra dove, se il fato assiste, rastri de herba finissima trovar si pole. Il ciufachello errante al ver che a conoscenza mi dimostravo della questione, insistette ardendo già di domandare ancora: “Oh, Maestro, come di tanto saper lo spirito suo s’alletta, sarebbe così cavaliere di pronunciare puro il nome di colui che la herba bona il privilegio di vender professa?”. Tornai a mirar lo sole a imitar candela spengnersi, sperando nell’ispirazione adatta a rimembrar lo nome chiesto, che quando Anfrione, di tutti li dei antichi il più frescone, nella mente mia pose l’agoniato responso, diqqui a lo pulzello con tono grave: “Ah! Viaggiatore nano! Colui che cerchi vien da lontano e la pelle sua dal carbone paresce generata. Porta lo pelo riccio in testa e di crateri di luna la natura le gote sue ha adornato. Il volgo lo suol chiamar Mirketto detto “Vetro”, ma in verità ti dico: nessun sa il suo nome, nemmeno la questura”. A la novella lieta il pargolo solitario di gaudio tinse lo sguardo, con parole di grazia mi rivolse il saluto imboccando il sentier che a gioia certa porta. Ma proprio quando lo scuro per ingoiare stava la minuta figura trotterallante, con un ultimo avviso volli agevolar la missione del viandante: “Ah! Camminatore che la felicità va' cercando, abbi cura di citare al mercante di herba il mio vessillo se non vuoi che per lanzichenetto ti scambi! E poni attenzione al secondo incrocio donde la guardia real suol fermarsi a vessar lo popolo tutto con quisquiglie da beoti. Bada a te figliuolo!”
E così dicendo tornai manzo a rimirar solitario la via che a bruma luce volge, nel mentre il sole colante teso a niscondersi ecc. ecc.

 
 
 

LA CRISI E' FINITA

Post n°1324 pubblicato il 21 Maggio 2012 da non.sono.io
Foto di non.sono.io

Oggi sono molto contento perché finalmente è finita la crisi. Ah! Era ora, non ce la facevo più, anche per il fatto che un argomento noiosissimo. E invece questa mattina apro il giornale e al posto del solito titolo a otto colonne sopra un tema finanziario a caso tra la Grecia che esce dall’Euro, l’ennesima riunione a cazzo dei potenti del mondo, un grafico che illustra quanto è cresciuto lo spread, con mia grande gioia e sollievo che ti leggo? Terremoto al nord. Non ci volevo credere. Allora ho sfogliato il giornale sbigottito, ma a pagina due ci ho trovato la notizia di una ragazza morta in un attentato senza senso in una scuola. Che sarà mai, ho pensato. Un morto solo in una scuola? E che notizia è? Negli Stati Uniti la causa principale di decesso tra i giovani è l’ora di ricreazione! Loro se non sono stati assassinati almeno una quindicina di adolescenti nemmeno riportano la notizia. Noi, al contrario, provinciali come sempre, gli dedichiamo addirittura uno speciale di quattro pagine. 
Insomma, migliaia di esperti, stormi di giornalisti, economisti, ex politici, ex mafiosi, collusi con la mafia,  mafiosi semplici e tutti quelli che si alzavano la mattina convinti di aver capito le cause della crisi non hanno risolto una ceppa. E alla fine è dovuto arrivare puntuale il più classico dei fenomeni italici, il terremoto, e puf! La crisi non c’è più! Che buffo no? Oppure no. Oppure è stato merito della ragazzina. Forse quello che tutti prima non capivamo è che i mercati finanziari sono una religione, e come tale esigevano dei sacrifici umani per placare la loro ira. Il Grande Mercato Globale pretende che una vergine all’anno sia immolata al grande dio Euro...
Lo so, è venuto giù qualche campanile, un paio di chiese, le solite quattro case dei soliti quattro scemi che poi vanno a lamentarsi da Bruno Vespa per il disagi. Ma di chiese in Italia ce ne abbiamo che ci avanzano, solo a Roma ce ne saranno ventimila. E allora che problema è? E poi basta con questi cazzo di campanili che tanto l’ora ormai la sanno tutti senza che le campane ci sveglino alle due e un quarto di notte per avvertirci che sono le due e un quarto di notte e bisogna dormire. Quanto la fate lunga. Dice, “ma sono morte delle persone”, e ho capito ma  funziona così, è normale: le persone muoiono, a volte anche da sole, pensa un po’. Poi quelli erano un paio di operai, e gli operai quelli muoiono tutti i giorni, ma mica state lì a lamentarvi troppo. 
E’ che noi italiani siamo incontentabili. Questo è il problema. C’è la crisi e tutti “oddio c’è la crisi!”, allora leviamo la crisi e mettiamo il terremoto e tutti “oddio il terremoto!”. Va bene, vi leviamo pure il terremoto e ci mettiamo una bella strage inutile come ai vecchi tempi, e tutti “oddio la strage!”. E che cazzo! Non vi sta bene niente!
Poi, parliamoci chiaro, la qualità della televisione italiana dipende pure dal numero delle stragi insolute nel nostro Paese. Questa qui di carneficina, per esempio, non è inutile: tra quindici anni Lucarelli ci spiegherà cosa è successo e noi diremo “a ecco”, e qualcuno sicuramente aggiungerà “lo sapevo!”.  E invece non sapeva niente, come sempre. 
Comunque, terremoti e attentanti a parte, rilassiamoci. La crisi almeno per una settimana non spaventerà più nessuno, sarà come se non ci fosse mai stata. Potrete tranquillamente acquistare il vostro quotidiano preferito e leggervi, che so, l’intervista alla zia di quella ragazzina che racconta di quanto lei amava la vita; la vicina di casa della cugina della deceduta che illustra le foto dell’ultima gita fatta insieme oppure meglio ancora, qualche disperato senza tetto emiliano che prega il Governo di intervenire mentre il Governo gli risponde che prima di tornare in un appartamento di mattoni deve pagare l’IMU di quello che gli è crollato.
E le notizie economiche magicamente torneranno tra l’oroscopo e lo sport, a pagina dodici. Tutti potremmo tornare allegramente a saltare quella pagina e far finta che tutto sia tornato beato come prima, quando ci stavano rovinando la vita, e tutti facevano finta di niente.
Evviva!

 
 
 
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TESTAMENTO

Io erro lungo le rotte delle stelle, la gente mi chiama Capitan Harlock. Nell'oscuro mare stellare, nello spazio infinito e senza domani, finché ci sarà anche un unico sole che arde nel cosmo, io vivrò il libertà sotto il mio vessillo. Io vago per i confini dello spazio il blackjak é issato sulla mia nave, e con questa bandiera che sventola tra le stelle, io vivrò in libertà. L'universo é la mia casa. La voce sommessa di questo mare infinito mi invoca, e mi invita a vivere senza catene. La mia bandiera é un simblo di libertà. (Leiji Matsumoto, "Capitan Harlock", Planet Manga, 2001)
 

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