Creato da lacey_munro il 24/03/2014

Tony Albert Brewster

T.A.B.

 

 

# 233

Post n°236 pubblicato il 12 Gennaio 2018 da lacey_munro

 











Poesia d'Amore

Perché un cuore è affidato sempre a ogni refolo?
Sta forse scritto su qualche pietra sacra
che esso abbia peso inversamente proporzionale
al calcedonio?
E le massaie, che ricoprono la loro pasta
con ossessione maniacale, si sono mai chieste
se una sola delle loro tagliatelle vale quanto
l'Amore battezzato in un torre
nte?

Giovanni Battista predicava ricoperto di pelle di capra
Io inseguo batuffoli d'allergia e a fatica mi trattengo
la testa
per non farla scomparire anch'essa,
palloncino che diventi ventricolo
e fai male, scappando ed eclissandoti
tornerai tra queste mani?
sono dita che tremano

Io tremo e allungo la mistura di orzo e sangue,
sento pulsare ogni giro di ruota
e singhiozzo con il cucchiaio fra le mani:
saldo non potrei essere

vivo di conserva
apparente, agli amici sorrido
dentro di me sento ogni battito
sordo e spietato

e quando mi chiamano mi distraggo,
giro la testa nella direzione sbagliata
vedo ancora veglie
dove dovrebbero esserci risvegli.
Torcersi le mani è un esercizio difficile,
richiede Lei
e un intero armamentario di fragilità,
un vagone di buone radici estratte










 
 
 

# 232

Post n°235 pubblicato il 08 Gennaio 2018 da lacey_munro

 












Vide

Nulla, esiste niente e verso quell'assenza mi muovo,
niente corpo o fradicia anima
nulla conta
e vedo il vuoto,

in ricettacolo mi sono mutato per te che niente sei
senza di me.
Abbandono il soggetto, mi trasferisco nella coscienza
tua, che non afferro.
Divisi/uniti mai soli, e tanto quanto l'erba
si frusta sotto il vento
o il sasso gela nella neve
così capisco di avere sbagliato.

Poesia? Ricettacolo di Narciso
che immerge la faccia nell'acqua,
giocattolo per vivaci presuntuosi
che riaffermano: IO.
E gli altri si manipolano,
non hanno cuore fegato, polmoni, cistifellea:
conti tu lirico miserabile
nell'esercizio delle tue funzioni

personali,
un bisogno fisiologico di mentire-abbellire
pasta da modellare
unico occhio come il ciclope.

Percepisci che tu sei altro per gli altri,
e ti scandaglia la luce
di fari esterni,
ti grattano le croste
e muovono il riso
perché ogni uomo è un picco
che emerge dalla palude
e tu hai solo scolpito un abbozzo
che erano i tuoi sensi
là dove altri credevano di vedersi
e, al contrario erano creta
per le tue immaginazioni scistose.

Crisi, sorella di mille modi,
abbandonami adesso e purgati sotto la notte
che mi allontano
e lascio che parlino le foglie,
i muri a secco, le zampe di oche,
finalmente si staglia la luce
e brucio tutto.
Di me rimane cenere per un dito
polvere appesa al riflesso
ché una lacrima è unica,
provenga essa da Giovanni o Marco,
Tu non crei il mondo, ne sei vittima.











 
 
 

# 231

Post n°234 pubblicato il 03 Gennaio 2018 da lacey_munro

 












Giorni, e ancora giorni

Avevo, possedevo, amavo qualcuno che
è inabissato o volato
(quel giorno non lo voglio ricordare),
raccontavo storie e ansimavo in dis
tese di
nontiscordardimé,
sniffavo
lune
e da un pezzo di bosco mi osservavano
marmotte, lupi, rane, scie di uccelli.
Tenevo tra le dita
zolle di guerra
un tempo in auge
ora solo reduce.
Lei mi aiutava a sterilizzare le porte
attraverso cui non volevo passare,
parlava con un ricciolo sopra la bocca
e le sere come queste

mi abbracciava
e indicava ogni
albero scortecciato dai picchi.

Girovagavo e, vi dico, felice lo ero
bazzicando falò di drifters,
assumevo lei
non era necessario altro.
Non avevo le tasche colme di roba.
Non piangevo
e non ridevo

isterico.
Masticavo, solo, fili d'erba
le giravo il braccialetto;
baciavo le sue braccia
stupendomi ogni volta
che rilucesse tanto quanto le pupille.
Bastavamo a tutto e lanciandoci dall'alto
dei sogni non potevamo non intrecciarci
fino a cadere
ed emanare vapore di corpi.
spazzolavamo, sì, casa
ed era facile
vivendo in uno scialle.











 
 
 

# 230

Post n°233 pubblicato il 29 Dicembre 2017 da lacey_munro

 












E vedeva sogni dappertutto

Si intratteneva, aveva amici.
Qualche volta un lancinare tra le costole
e gli tiravano le caviglie.
Non sapeva più deambulare come prima
e un chicco di rosario
grande come un granello di sabbia
gli inceppava l'orologio spirituale.
Addosso portava ancora appunti
e su ogni cosa vergava pagine
su pagine.

Ma il decadimento lo incalzava
e la ripetizione dei concetti lo conduceva
alla follia,
elegia stava diventando a un tempo remoto,
vedeva sole dappertutto e incrinava stanco
i sogni,
poeta con le galosce, pittore di interni,
avanzava trascinando gli occhi
poiché troppo aveva incanalato
e molto poco pianto.

Sopra le tegole sorgeva il suo disinteresse
in una piccola stanza scrostata
suonavano carillon a lutto
e appiccicato dal primo calore sentiva
l'iniziale vecchiaia, la cacciava
ma ritornava;
si rese conto di non venire al mondo
ma che il mondo si richiudeva poco alla volta
su di lui e non forniva cambiali

solo cimbali dagli echi screziati.

Poi prende il cappello e scende gli scaloni in disfacimento,
ranuncoli disfatti ancora resistono nel cortile diafano
mentre pagliacci dai corti gambali chilometri più a nord
festeggiano.
Tutto s'accatasta a un fuoco spedito dallo spazio,
gira intorno alla pira
e si concede un'altra nota poetica,
poi la getta nel fuoco, da adesso in avanti anche senza senso
andrà nel mondo bello
a morire.










 
 
 

# 229

Post n°232 pubblicato il 22 Dicembre 2017 da lacey_munro

 













Sto bene e così spero di Te

Era un racconto
che terminava in un qu
adro
e finiva bene,
dentro filamenti di un turbinoso
passato crepitava la celebrazione
di anime nuove,
trattavasi di un universo mondato
e calore sopra gelo.

Stelle smarrite gongolavano dentro paia di galassie
confuse, abbracciavo chiunque
e chiunque aveva il sapore di tutti
mentre la tempistica dei suoi occhi
mi ringraziava donando un amore
al tempo stesso

lo stesso tempo che si era scorticato a lungo
e ora invece riluceva, apoteosi di mesto
fulgore, la bellezza inquartata

con sopra tirate le coperte
di grezza lana
e un piccolo presente ad operare la differenza.

Scendendo in cortile mi perdevo pensando
alle brutture trascorse e al cielo
che appariva come rubino in teglia,
ma subito insorgeva quella felicità
lasciata di lato
a lungo

e quasi un colono dentro terre sparigliate
riconoscevo colori e scritte sui muri.
Da questa periferia
dove ci si azzarda a sopravvivere
buttavo sassolini lungo la salita
e piegando la testa

li vedevo risalire a coppie o ansimando
danzando o rotolando, credendo ai miracoli
e alla porta dal numero cancellato,

da dove, si dice, ogni visione è come questa

















 
 
 
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