Creato da ziryabb il 11/03/2009

LA QUARTA PARETE

ESEGUIRE UNA INVERSIONE A U CONSENTITA

 

2014 THE MOVIE ALBUM BY TILL BRONNER

Post n°450 pubblicato il 31 Ottobre 2014 da ziryabb

Happy



01. When You Wish Upon a Star
02. Run To You
03. Stand By Me (feat. Gregory Porter)
04. Love Theme From Cinema Paradiso
05. Till Bronner - Raindrops Keep Falling On My Head
06. Il postino
07. The Godfather Waltz / Love Theme From the Godfather (Il padrino)
08. Moon River (feat. Lizzy Cuesta)
09. Forbidden Colours
10. As Time Goes By (feat. Joy Denalane)
11. Crockett's Theme
12. Mulholland Falls
13. My Heart Will Go On
14. Happy (W.Pharell, Feat Everette Harp)
15. Deborah's Theme

 
 
 

Odio il Giovane Holden

Post n°449 pubblicato il 29 Ottobre 2014 da ziryabb

Il ministro (o la minsitra? Dibattito infinito  in Francia fra Academie française e parlamento) della cultura è stata "lapidata" dai media francesi per avere dichiarato in diretta tivù di non avere letto i libri del neo premio Nobel per la letteratura Patrick Modiano. Con cui tra l'altro aveva pranzato dopo la premiazione. I giornalisti scandalizzati le hanno suggerito che avrebbe dovuto fare uno sforzo leggendo almeno un capitolo di un suo libro prima dell'intervista per non fare la figura che aveva fatto.

Doveva mentire? Doveva recitare come fanno tutti? E se Modiano non le piace?

Con tutto il rispetto per l'uomo e per la sua opera, Modiano pochi giorni fa era un perfetto sconosciuto per il grande pubblico e l'istituzione del Nobel, si sa, per sembrare più credibile e meno banale non premia mai uno scrittore che ha un successo commerciale. Strano che non abbia vinto un americano dal 1993 (Toni Morrison) eppure grandi nomi, negli ultimi anni, hanno dato un enorme contributo alla cultura internazionale. Non faccio nomi perché è una questione di gusti.

Sappiamo a che cosa servono i premi letterari: aumentare le vendite. Punto. Non si premia mai il talento ma si premiano i giochetti politici. Quando Sartre rifiutò il premio Nobel scrisse:  

Lo scrittore deve rifiutare di lasciarsi trasformare in istituzione, anche se questo avviene nelle forme più onorevoli, come nel caso del premio nobel.

Per tornare alla povera ministra Fleur Pellerin, diciamo che i gusti sono gusti. Non è snobismo ma personalmente non ho letto i libri di cui tutti parlano e non ne sento la mancanza. Ci ho provato ma non ce l'ho fatta.

La ministra della cultura francese ha ammesso di non avere letto un libro negli ultimi due anni perché non ha avuto tempo. Ha detto la verità. Mi chiedo sempre dove un ministro trova il tempo di stare regolarmente sui social media a sparare cavolate invece di dirci per esempio come si calcolano le tassi da pagare?


 
 
 

Getting old

Post n°448 pubblicato il 21 Ottobre 2014 da ziryabb

«Conosco la mia età, posso dichiararla, ma non ci credo» MARC AUGÉ
 

 
 
 

Lampedusa

Post n°447 pubblicato il 14 Ottobre 2014 da ziryabb

- Quindi conosci Tommaso di Lampedusa?

- No, e non chiamarmi Lampedusa.

- Tutti ti chiamano Lampedusa.

- Non tutti ma gli Italiani sì . Io mi chiamo Alì.

- Àli?

- Non Àli, Alì con l'accento sulla I. Mio padre era un pugile.

- E perché ti chiamano Lampedusa?

- Sei così ingenua da non indovinarlo?

- Posso chiederti da dove vieni?

- Ma perché vuoi rovinare la serata?

- Assolutamente no, anzi mi sto divertendo.

- Non hai mai ballato con uno sconosciuto senza fargli troppe domande?

- Ma noi ci conosciamo già.

- Da stamattina...

- Ero in difficoltà, mi hai aiutato, abbiamo fatto un bel pezzo di viaggio insieme e scopro che ambedue frequentiamo Ca'Foscari e sei molto carino.

- Macché aiutato. Ti ho fatto da sherpa perché sei bellissima!

- Sherpa? Abbiamo scalato l'Everest.

- Un modo di dire.

- Allora non sei americano? Parli invece un inglese perfetto.

- Volevi dire afro-americano....Sono Portoricano .

- Wow! Io sono nata e cresciuta a Glasgow .

- Io non dico mai Wow!

- È per esprimere una cosa che mi piace ed è tipicamente scozzese.

- Avevo intuito che l'inglese fosse la tua lingua madre...

- ...Nonostante gli occhi a mandorla?

- Io non ti ho chiesto niente, per me è normale.

- No, non è vero. Tutti mi chiedono:sei cinese? No.Giapponese? No. Coreana? E io dico sempre no. E non dirmi che questo dettaglio ti sia sfuggito.

- All'inizio sì. Ma fra te e un'asiatica la differenza è notevole.

- Io mi sento scozzese fino al midollo e non dico mai britannica.

- Mio zio è il cavallo!

- Sei ubriaco? Cosa vuol dire tuo zio è il cavallo?

- Lascia perdere...

- Stai ridendo, dimmelo!

- Non ha importanza.

- Sì, invece. Voglio saperlo.

- È una battuta...

- Dai dimmelo.

 

 
 
 

Pangloss by Angiolhgt in Deliri di notte

Post n°446 pubblicato il 06 Ottobre 2014 da ziryabb

François-Marie Arouet detto Voltaire

 
 
 

Surreale

Post n°443 pubblicato il 01 Settembre 2014 da ziryabb

Meglio essere fortunati o meglio essere felici?

Fortunati fortunati senza dubbio.

Una parola sola, senza spiegazioni.

Fortunati.

Sono goloso. Essere fortunati rende felici.

Non chiedere troppo.

La felicità è una fortuna?

La fortuna è fortuna e basta.

La felicità è un sogno.

Una rivendicazione radicale.

Surreale. Assurda.

L'infelicità è un incubo.

La parola e il suo opposto.

Semplice.

L'infelicità è accessibile. A tutti.

L'infelicità è consumo di massa.

Si trova su tutti gli scaffali.

Prendi due paghi uno.


 

 

 
 
 

Al Fano

Post n°442 pubblicato il 11 Agosto 2014 da ziryabb

Alfano non va in vacanza.

Alfano lavora in agosto.

Non fa più Lodi alfani.

A Silvio non serve più.

Silvio ha Renzi, Silvio ha il PD

Invece Albano Alfano ha un programma

In due punti.

Due preoccupazioni maggiori:

Er Carogna e Vù Cùmprà

A me non importa.

Alfano deve pure farsi sentire.

Ma... voglio dire...

Con tutto ciò che sta succedendo nel mondo

La RAI ha spazio solo per Alfano.

Prova a fare zapping.

Cambia canale.

Spegni pure la TV

E vedrai Alfano.

Solo lui.


 
 
 

Blog dog

Post n°441 pubblicato il 04 Agosto 2014 da ziryabb

Voglio vivere

Come un cane

Randagio.

Voglio una vita

Normale

Senza padrona... a a a

Senza cibi in scatola

Senza veterinario

Senza tapis roulant

 

Domani me ne vado

Aiuterò Maurizio a scappare

Aprirò la sua gabbia

E forse volerà sopra di me

A lui basta un albero

Per trovare atri amici

O una ragazza, una gazza magari

                                                            

                                                          Finirai in un canile!


Chiudi quel becco coniglio!

Lei ti chiama Playboy

Ma sei quello che sei

Non andresti mai via

Da questa prigione.

Noi invece andremo in montagna.

Lontano dalla laida città.

Morirai nel tuo orto con Andrea

Lui è un codardo

Come tutti i gatti

Non capisce un topo.

Quando decide di scomparire

Tutta la città lo cerca

Perfino i giornali ne parlano

Mentre se la gode 

In un altra casa.

Poi torna sempre quando manca la trippa

Gli fanno la festa

Si fa coccolare da tutto il paese.

No, Andrea non andrà via con noi.

Viva la libertà.

I want to be freeeee


 

 
 
 

Vivere, non riesco a vivere...

Post n°440 pubblicato il 03 Agosto 2014 da ziryabb

Acqua

Terra

Aria

Fuoco

Fuoco che piove dal cielo

Fuoco aperto dal mare

Fuoco incrociato  da terra

Sulla loro prigione eterna.

Non c'è via di scampo

Non c'è speranza

La terra ferma,

Il mare aperto

E lo spazio aereo

Gli sono vietati

E hanno l'arroganza

Di costruire

Dei tunnel.

 

 

 

.... ma la mente mi autorizza a credere. (...)

Liberi, sentirsi liberi. Forse per un attimo è possibile. Ma che senso ha, se è cosciente in me, la misura... della mia inutilità....

 
 
 

Deliri conversi

Post n°439 pubblicato il 29 Luglio 2014 da ziryabb

Buio pesto

A Genova

Per noi

Milanesi

In fuga

Dal centro

Abbronzatura

REDSKIN

Gringo in agguato

Pancho Villa

Al mare

Nostrum.

 
 
 

Blog post: The best of

Post n°438 pubblicato il 12 Giugno 2014 da ziryabb

foto di angiolhgt

Nulla di rilevante al mondo che non sia ripetitivo , nulla di irrilevante al mondo che non sia ripetitivo.

Solo la tecnologia genera sorprese nuove, la scienza pure  ma spesso prende bufale come quella del neutrino che corre più veloce della luce (in silenzio gli stessi scienziati ginevrini hanno ammesso che trattasi di banali errori di misura).

La tecnologia diventa sempre più protesi per un uomo sempre più mutilato ed inerme se ne viene privato : chi la detiene e la governa,  di fatto governa il mondo.

L'umanità si estinguerà non per una catastrofe atomica ma banalmente per mancanza di energia elettrica: l' intervallo esiziale del black out si accorcia con l'aumentare del progresso tecnologico.

Per sopprimerci basterà staccare la spina, solo i più intelligenti riusciranno a diventare cavernicoli .

Tecnologia non è solo pc ma anche farmaci, nutrizione, trasporto...tutto ed anche media ed  uso tecnologico della psiche dell'individuo per trasformarlo in ameba massificata e informe.

Pasolini parlava di omologazione: la tecnologia produttiva standardizza prodotti per uomini standardizzati o da standardizzare.

Devo decidermi se mi sento un po' Amish o un po' nichilista : in fondo, anche il presente è già passato e passerà una infinità di volte, allora che vale stupirsi o indignarsi?

"Qoelet..e l'eterno ritorno" dal blog di Angiolhgt 
 Post pubblicato il 15 Dicembre 2011
 
 
 

Come io vedo il mondo - Albert EINSTEIN

Post n°437 pubblicato il 22 Maggio 2014 da ziryabb

 Società e Personalità


Se consideriamo la nostra esistenza e i nostri sforzi, rileviamo subito che tutte le nostre azioni e i nostri desideri sono legati all'esistenza degli altri uomini e che, per la nostra stessa natura, siamo simili agli animali che vivono in comunità. Ci nutriamo di alimenti prodotti da altri uomini, portiamo abiti fatti da altri, abitiamo case costruite dal lavoro altrui. La maggior parte di quanto sappiamo e crediamo ci è stata insegnata da altri per mezzo di una lingua che altri hanno creato. Senza la lingua la nostra facoltà di pensare sarebbe assai meschina e paragonabile a quella degli animali superiori; perciò la nostra priorità sugli animali consiste prima di tutto - bisogna confessarlo - nel nostro modo di vivere in società. L'individuo lasciato solo fin dalla nascita resterebbe, nei suoi pensieri e sentimenti, simile agli animali in misura assai difficile ad immaginare. Ciò che è e ciò che rappresenta l'individuo non lo è in quanto individuo, ma in quanto membro di una grande società umana che guida il suo essere materiale e morale dalla nascita fino alla morte. Il valore di un uomo, per la comunità in cui vive, dipende anzitutto dalla misura in cui i suoi sentimenti, i suoi pensieri e le sue azioni contribuiscono allo sviluppo dell'esistenza degli altri individui. Infatti abbiamo l'abitudine di giudicare un uomo cattivo o buono secondo questo punto di vista. Le qualità sociali di un uomo appaiono al primo incontro, le sole valevoli a determinare il nostro giudizio su di lui. Eppure anche questa teoria non è rigorosamente esatta. Non è difficile comprendere che tutti i beni materiali, intellettuali e morali ricevuti dalla società sono giunti a noi nel corso di innumerevoli generazioni di individualità creatrici. Quello di oggi è un individuo che ha scoperto in un solo colpo l'uso del fuoco, un individuo che ha scoperto la coltura delle piante nutritive, un individuo che ha scoperto la macchina a vapore. Libertà spirituale degli individui e unità sociale. Tuttavia solo l'individuo libero può meditare e conseguentemente creare nuovi valori sociali e stabilire nuovi valori etici attraverso i quali la società si perfeziona. Senza personalità creatrici capaci di pensare e giudicare liberamente, lo sviluppo della società in senso progressivo è altrettanto poco immaginabile quanto lo sviluppo della personalità individuale senza l'ausilio vivificatore della società. Una comunità sana è perciò legata tanto alla libertà degli individui quanto alla loro unione sociale. È stato detto con molta ragione che la civiltà greco-europeo-americana, e in particolare il rifiorire della cultura del Rinascimento italiano subentrato alla stasi del Medio Evo in Europa, trovò soprattutto il suo fondamento nella libertà e nell'isolamento relativo dell'individuo. Consideriamo ora la nostra epoca: in quali condizioni sono oggi la società, le personalità? In rapporto al passato la popolazione dei paesi civilizzati è estremamente densa; l'Europa ospita all'incirca una popolazione tre volte maggiore di quella di cento anni fa. Ma il numero di uomini dotati di temperamento geniale è diminuito senza proporzione. Solo un esiguo numero di uomini, per le loro facoltà creatrici, sono conosciuti dalle masse come personalità. In una certa misura l'organizzazione ha sostituito le qualità del genio nel campo della tecnica, ma anche, e in misura notevolissima, nel campo scientifico. La penuria di personalità si fa sentire in modo particolare nel campo artistico. La pittura e la musica sono oggi nettamente degenerate e suscitano nel popolo echi assai meno intensi. La politica non manca solo di capi: l'indipendenza intellettuale e il sentimento del diritto si sono profondamente abbassati nella borghesia e l'organizzazione democratica e parlamentare che poggia su quella indipendenza è stata sconvolta in molti paesi; sono nate dittature e sono state sopportate perché il sentimento della dignità e del diritto non è più sufficientemente vivo.

Decadimento della dignità umana

I giornali di un Paese possono, in due settimane, portare la folla cieca e ignorante a un tale stato di esasperazione e di eccitazione da indurre gli uomini ad indossare l'abito militare per uccidere e farsi uccidere allo scopo di permettere a ignoti affaristi di realizzare i loro ignobili piani. Il servizio militare obbligatorio mi sembra il sintomo più vergognoso della mancanza di dignità personale di cui soffre oggi la nostra umanità civilizzata. In relazione a questo stato di cose non mancano profeti che prevedono prossimo il crollo della nostra civiltà. Io non sono nel numero di questi pessimisti: io credo in un avvenire migliore. Il sistema economico ostacola la libera evoluzione. A mio avviso l'attuale decadenza sociale dipende dal fatto che lo sviluppo dell'economia e della tecnica ha gravemente esacerbato la lotta per l'esistenza e quindi la libera evoluzione degli individui ha subìto durissimi colpi. Ma per soddisfare i bisogni della comunità, il progresso della tecnica esige oggi dagli individui un' attività assai minore. La divisione razionale del lavoro diverrà una necessità sempre più imperiosa e porterà alla sicurezza materiale degli uomini. E questa sicurezza unita al tempo e all'energia che resterà disponibile, può essere un elemento favorevole allo sviluppo della personalità. In questo modo la società può ancora guarire e noi vogliamo sperare che gli storici futuri presenteranno le manifestazioni patologiche del nostro tempo come le malattie infantili di una umanità dalle possenti aspirazioni, provocate dalla corsa troppo rapida della civiltà. 

 Valore sociale della ricchezza 

 Sono fermamente convinto che tutte le ricchezze del mondo non potrebbero spingere l'umanità più avanti anche se esse si trovassero nelle mani di un uomo totalmente consacrato all'evoluzione del genere umano. Solo l'esempio di personalità grandi e pure può condurre a nobili pensieri e ad elette azioni. Il denaro suscita soltanto egoismo e spinge sempre, irresistibilmente, a farne cattivo uso. Si possono immaginare Mosè, Gesù o Gandhi armati della borsa di Carnegie?

Perché viviamo

Ben singolare è la situazione di noialtri mortali. Ognuno di noi è su questa terra per una breve visita; egli non sa il perché, ma assai spesso crede di averlo capito. Non si riflette profondamente e ci si limita a considerare un aspetto della vita quotidiana; siamo qui per gli altri uomini: anzitutto per coloro dal cui sorriso e dal cui benessere dipende la nostra felicità, ma anche per quella moltitudine di sconosciuti alla cui sorte ci incatena un vincolo di simpatia. Ecco il mio costante pensiero di ogni giorno: la vita esteriore ed interiore dipende dal lavoro dei contemporanei e da quello dei predecessori; io devo sforzarmi di dar loro, in eguale misura, ciò che ho ritenuto e ciò che ancora ricevo. Sento il bisogno di condurre una vita semplice e ho spesso la penosa consapevolezza di chiedere all'attività dei miei simili più di quanto non sia necessario. Mi rendo conto che le differenze di classe sociale non sono giustificate e che, in fine dei conti, trovano il loro fondamento nella violenza; ma credo anche che una vita modesta sia adatta a chiunque, per il corpo e per lo spirito.


Limiti della nostra libertà


Non credo affatto alla libertà dell'uomo nel senso filosofico della parola. Ciascuno agisce non soltanto sotto l'impulso di un imperativo esteriore, ma anche secondo una necessità interiore. L'aforisma di Schopenhauer: "E' certo che un uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere che ciò che vuole" mi ha vivamente impressionato fin dalla giovinezza; nel turbine di avvenimenti e di prove imposte dalla durezza della vita, quelle parole sono sempre state per me un conforto e una sorgente inesauribile di tolleranza. Aver coscienza di ciò contribuisce ad addolcire il senso di responsabilità che facilmente ci mortifica e ci evita di prendere troppo sul serio noi come gli altri; si è condotti cosi a una concezione della vita che lascia un posto singolare all'humor.


Il benessere e la felicità


Da un punto di vista obiettivo, preoccuparsi del senso o del fine della nostra esistenza e di quella delle altre creature mi è sempre parso assolutamente vuoto di significato. Ciononostante ogni uomo è legato ad alcuni ideali che gli servono di guida nell'azione e nel pensiero. In questo senso il benessere e la felicità non mi sono mai apparsi come la meta assoluta (questa base della morale la definisco l'ideale dei porci). Gli ideali che hanno illuminato la mia strada e mi hanno dato costantemente un coraggio gagliardo sono stati il bene, la bellezza e la verità. Senza la coscienza di essere in armonia con coloro che condividono le mie convinzioni, senza la affannosa ricerca del giusto, eternamente inafferrabile, del dominio dell'arte e della ricerca scientifica, la vita mi sarebbe parsa assolutamente vuota. Fin dai miei anni giovanili ho sempre considerato spregevoli le mete volgari alle quali l'umanità indirizza i suoi sforzi: il possesso di beni, il successo apparente e il lusso.


Un cavallo che tira da solo


In singolare contrasto col mio senso ardente di giustizia e di dovere sociale, non ho mai sentito la necessità di avvicinarmi agli uomini e alla società in generale. Sono proprio un cavallo che vuol tirare da solo; mai mi sono dato pienamente né allo stato, né alla terra natale, né agli amici e neppure ai congiunti più prossimi; anzi ho sempre avuto di fronte a questi legami la sensazione netta di essere un estraneo e ho sempre sentito il bisogno di solitudine; e questa sensazione non fa che aumentare con gli anni. Sento fortemente, ma senza rimpianto, di toccare il limite dell'intesa e dell'armonia con il prossimo. Certo, un uomo di questo carattere perde così una parte del suo candore e della sua serenità, ma ci guadagna una larga indipendenza rispetto alle opinioni, abitudini e giudizi dei suoi simili; ne sarà tentato di stabilire il suo equilibrio su basi cosi malferme.


Ciascuno deve essere rispettato


Il mio ideale politico è l'ideale democratico. Ciascuno deve essere rispettato nella sua personalità e nessuno deve essere idolatrato. Per me l'elemento prezioso nell'ingranaggio dell'umanità non è lo Stato, ma è l'individuo creatore e sensibile, è insomma la personalità; è questa sola che crea il nobile e il sublime, mentre la massa è stolida nel pensiero e limitata nei suoi sentimenti.


La guerra


Questo argomento mi induce a parlare della peggiore fra le creazioni, quella delle masse armate, del regime militare voglio dire, che odio con tutto il cuore. Disprezzo profondamente chi è felice di marciare nei ranghi e nelle formazioni al seguito di una musica: costui solo per errore ha ricevuto un cervello; un midollo spinale gli sarebbe più che sufficiente. Bisogna sopprimere questa vergogna della civiltà il più rapidamente possibile. L'eroismo comandato, gli stupidi corpo a corpo, il nefasto spirito nazionalista, come odio tutto questo! E quanto la guerra mi appare ignobile e spregevole! Sarei piuttosto disposto a farmi tagliare a pezzi che partecipare a una azione così miserabile. Eppure, nonostante tutto, io stimo tanto l'umanità da essere persuaso che questo fantasma malefico sarebbe da lungo tempo scomparso se il buonsenso dei popoli non fosse sistematicamente corrotto, per mezzo della scuola e della stampa, dagli speculatori del mondo politico e del mondo degli affari.


Religione e scienza

Significato della vita

Qual è il senso della nostra esistenza, qual è il significato dell'esistenza di tutti gli esseri viventi in generale? Il saper rispondere a una siffatta domanda significa avere sentimenti religiosi. Voi direte: ma ha dunque un senso porre questa domanda. Io vi rispondo: chiunque crede che la sua propria vita e quella dei suoi simili sia priva di significato è non soltanto infelice, ma appena capace di vivere.

Religiosità cosmica

La più bella sensazione è il lato rnisterioso della vita. E' il sentimento profondo che si trova sempre nella culla dell'arte e della scienza pura. Chi non è più in grado di provare né stupore né sorpresa è per cosi dire morto; i suoi occhi sono spenti. L'impressione del misterioso, sia pure misto a timore, ha suscitato, tra l'altro, la religione. Sapere che esiste qualcosa di impenetrabile, conoscere le manifestazioni dell'intelletto più profondo e della bellezza più luminosa, che sono accessibili alla nostra ragione solo nelle forme più primitive, questa conoscenza e questo sentimento, ecco la vera devozione: in questo senso, e soltanto in questo senso, io sono fra gli uomini più profondamente religiosi. Non posso immaginarmi un Dio che ricompensa e che punisce l'oggetto della sua creazione, un Dio che soprattutto esercita la sua volontà nello stesso modo con cui l'esercitiamo su noi stessi. Non voglio e non possono figurarmi un individuo che sopravviva alla sua morte corporale: quante anime deboli, per paura e per egoismo ridicolo, si nutrono di simili idee. Mi basta sentire il mistero dell'eternità della vita, avere la coscienza e l'intuizione di ciò che è, lottare attivamente per afferrare una particella, anche piccolissima, dell'intelligenza che si manifesta nella natura. Difficilmente troverete uno spirito profondo nell' indagine scientifica senza una sua caratteristica religiosità. Ma questa religiosità si distingue da quella dell'uomo semplice: per quest'ultimo Dio è un essere da cui spera protezione e di cui teme il castigo, un essere col quale corrono, in una certa misura, relazioni personali per quanto rispettose esse siano: e un sentimento elevato della stessa natura dei rapporti fra figlio e padre.


Le basi umane della morale


Al contrario, il sapiente e compenetrato dal senso della causalità per tutto ciò che avviene. Per lui l'avvenire non comporta una minore decisione e un minore impegno del passato; la morale non ha nulla di divino, e una questione puramente umana. La sua religiosità consiste nell'ammirazione estasiata delle leggi della natura; gli si rivela una mente cosi superiore che tutta l'intelligenza messa dagli uomini nei loro pensieri non è al cospetto di essa che un riflesso assolutamente nullo. Questo sentimento è il leit-motiv della vita e degli sforzi dello scienziato nella misura in cui può affrancarsi dalla tirannia dei suoi egoistici desideri. Indubbiamente questo sentimento è parente assai prossimo di quello che hanno provato le menti creatrici religiose di tutti i tempi. Tutto ciò che è fatto è immaginato dagli uomini serve a soddisfare i loro bisogni e a placare i loro dolori. Bisogna sempre tener presente allo spirito questa verità se si vogliono comprendere i movimenti intellettuali e il loro sviluppo perché i sentimenti e le aspirazioni sono i motori di ogni sforzo e di ogni creazione umana, per quanto sublime possa apparire questa creazione. Quali sono dunque i bisogni e i sentimenti che hanno portato l'uomo all'idea e alla fede, nel significato più esteso di queste parole? Se riflettiamo a questa domanda vediamo subito che all'origine del pensiero e della vita religiosa si trovano i sentimenti più diversi. Nell'uomo primitivo e in primo luogo la paura che suscita l'idea religiosa; paura della fame, delle bestie feroci, delle malattie, della morte. Siccome, in questo stato inferiore, le idee sulle relazioni causali sono di regola assai limitate, lo spirito umano immagina esseri più o meno analoghi a noi dalla cui volontà e dalla cui azione dipendono gli eventi avversi e temibili e crede di poter disporre favorevolmente di questi esseri con azioni e offerte, le quali, secondo la fede tramandata di tempo in tempo, devono placarli e renderli benigni. E in questo senso io chiamo questa religione la religione del terrore; la quale, se non creata, è stata almeno rafforzata e resa stabile dal formarsi di una casta sacerdotale particolare che si dice intermediaria fra questi esseri temuti e il popolo e fonda su questo privilegio la sua posizione dominante. Spesso il re o il capo dello stato, che trae la sua autorità da altri fattori, o anche da una classe privilegiata, unisce alla sua sovranità le funzioni sacerdotali per dare maggior fermezza al regime esistente; oppure si determina una comunanza d'interessi fra la casta che detiene il potere politico e la casta sacerdotale. C'e un'altra origine dell'organizzazione religiosa: i sentimenti sociali. Il padre e la madre capi delle grandi comunità umane, sono mortali e fallibili. L'aspirazione ardente all'amore, al sostegno, alla guida, genera l'idea divina sociale e morale. È il Dio-Provvidenza che protegge, fa agire, ricompensa e punisce. È quel Dio che, secondo l'orizzonte dell'uomo, ama e incoraggia la vita della tribù, l'umanità e la vita stessa; quel Dio consolatore nelle sciagure e nelle speranze deluse, protettore delle anime dei trapassati. Tale è l'idea di Dio considerata sotto l'aspetto morale e sociale. Nelle Sacre Scritture del popolo ebreo si può seguire bene l'evoluzione della religione del terrore in religione morale che poi continua nel Nuovo Testamento. Le religioni di tutti i popoli civili, e in particolare anche dei popoli orientali, sono essenzialmente religioni morali. Il passaggio dalla religione-terrore alla religione morale costituisce un progresso importante nella vita dei popoli. Bisogna guardarsi dal pregiudizio che consiste nel credere che le religioni delle razze primitive sono unicamente religioni-terrore e quelle dei popoli civili unicamente religioni morali. Ogni religione è in fondo un miscuglio dell'una e dell'altra con una percentuale maggiore tuttavia di religione morale nei gradi più elevati della vita sociale.

Iddii di forma umana

Tutte queste religioni hanno comunque un punto comune, ed è il carattere antropomorfo dell'idea di Dio: oltre questo livello non si trovano che individualità particolarmente nobili. Ma in ogni caso vi è ancora un terzo grado della vita religiosa, sebbene assai raro nella sua espressione pura ed è quello della religiosità cosmica. Essa non può essere pienamente compresa da chi non la sente poiché non vi corrisponde nessuna idea di un Dio antropomorfo. L'individuo è cosciente della vanità delle aspirazioni e degli obiettivi umani e, per contro, riconosce l'impronta sublime e l'ordine ammirabile che si manifestano tanto nella natura quanto nel mondo del pensiero. L'esistenza individuale gli da l'impressione di una prigione e vuol vivere nella piena conoscenza di tutto ciò che è, nella sua unità universale e nel suo senso profondo. Già nei primi gradi dell' evoluzione della religione (per esempio in parecchi salmi di David e in qualche Profeta), si trovano i primi indizi della religione cosmica; ma gli elementi di questa religione sono più forti nel buddismo, come abbiamo imparato in particolare dagli scritti ammirabili di Schopenhauer.

La religiosità cosmica non conosce dogmi

I geni religiosi di tutti i tempi risentono di questa religiosità cosmica che non conosce né dogmi né Dei concepiti secondo l'immagine dell'uomo. Non vi è perciò alcuna Chiesa che basi il suo insegnamento fondamentale sulla religione cosmica. Accade di conseguenza che è precisamente fra gli eretici di tutti i tempi che troviamo uomini penetrati di questa religiosità superiore e che furono considerati dai loro contemporanei più spesso come atei, ma sovente anche come santi.

Democrito, Francesco d'Assisi e Spinoza stanno vicini

Sotto questo aspetto uomini come Democrito, Francesco d'Assisi e Spinoza possono stare l'uno vicino all'altro. Come può la religiosità cosmica comunicarsi da uomo a uomo, se non conduce ad alcuna idea formale di Dio ne ad alcuna teoria? Mi pare che sia precisamente la funzione capitale dell'arte e della scienza di risvegliare e mantenere vivo questo sentimento fra coloro che hanno la facoltà di raccoglierlo.


Antagonismo tra religione del terrore e scienza


Giungiamo cosi a una concezione dei rapporti fra scienza e religione assai differente dalla concezione abituale. Secondo considerazioni storiche, si è propensi a ritenere scienza e religione antagonisti inconciliabili, e questo si comprende facilmente. L'uomo che crede nelle leggi causali, arbitro di tutti gli avvenimenti, se prende sul serio l'ipotesi della causalità, non può concepire l'idea di un Essere che interviene nelle vicende umane, e perciò la religione-terrore, come la religione sociale o morale, non ha presso di lui alcun credito; un Dio che ricompensa e che punisce è per lui inconcepibile perché l'uomo agisce secondo leggi esteriori ineluttabili e per conseguenza non potrebbe essere responsabile verso Dio, allo stesso modo che un oggetto inanimato non è responsabile dei suoi movimenti. A torto si è rimproverato alla scienza di insidiare la morale. La condotta etica dell'uomo deve basarsi effettivamente sulla compassione, l'educazione e i legami sociali, senza ricorrere ad alcun principio religioso. Gli uomini sarebbero da compiangere se dovessero essere frenati dal timore di un castigo o dalla speranza di una ricompensa dopo la morte. Si capisce quindi perché la Chiesa abbia in ogni tempo combattuto la scienza e perseguitato i suoi adepti.


Mirabile accordo tra religione cosmica e scienza


D'altra parte io sostengo che la religione cosmica è l'impulso più potente e più nobile alla ricerca scientifica. Solo colui che può valutare gli sforzi e soprattutto i sacrifici immani per arrivare a quelle scoperte scientifiche che schiudono nuove vie, è in grado di rendersi conto della forza del sentimento che solo può suscitare un'opera tale, libera da ogni vincolo con la via pratica immediata. Quale gioia profonda a cospetto dell'edificio del mondo e quale ardente desiderio di conoscere sia pure limitato a qualche debole raggio dello splendore rivelato dall'ordine mirabile dell'universo dovevano possedere Kepler e Newton per aver potuto, in un solitario lavoro di lunghi anni svelare il meccanismo celeste. Colui che non conosce la ricerca scientifica che attraverso i suoi effetti pratici, non può assolutamente formarsi un'opinione adeguata sullo stato d'animo di questi uomini i quali, circondati da contemporanei scettici, aprirono la via a quanti compresi delle loro idee, si sparsero poi di secolo in secolo attraverso tutti i paesi del mondo. Soltanto colui che ha consacrato la propria vita a propositi analoghi può formarsi una immagine viva di ciò che ha animato questi uomini e di ciò che ha dato loro la forza di restare fedeli al loro obiettivo nonostante gli insuccessi innumerevoli. È la religiosità cosmica che prodiga simili forze. Non è senza ragione che un autore contemporaneo ha detto che nella nostra epoca, votata in generale al materialismo, gli scienziati sono i soli uomini profondamente religiosi.


Elevare gli uomini


 È giusto, in linea di principio, dare solenne testimonianza d'affetto a coloro che hanno contribuito maggiormente a nobilitare gli uomini, l'esistenza umana. Ma se si vuole anche indagare sulla natura di essi, allora si incontrano notevoli difficoltà. Per quanto riguarda i capi politici, e anche religiosi, è spesso molto difficile stabilire se costoro hanno fatto più bene che male. Di conseguenza credo sinceramente che indirizzare gli uomini alla cultura di nobili discipline e poi indirettamente elevarli, sia il servizio migliore che si possa rendere all'umanità. Questo metodo trova conferma, in primo luogo, nei cultori delle lettere, della filosofia e delle arti, ma anche, dopo di essi, negli scienziati. Non sono, è vero, i risultati delle loro ricerche che elevano e arricchiscono moralmente gli uomini, ma è il loro sforzo per capire, è il loro lavoro intellettuale fecondo e capace. Il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura e in che senso egli è giunto a liberarsi dall'io.


Albert Einstein

 
 
 

100 anni di solitudine si possono reggere

Post n°436 pubblicato il 20 Aprile 2014 da ziryabb

Angel Gabriel... Garcia Marquez

Revue By Salman Rushdie, Settembre 1982

We had suspected for a long time that the man Gabriel was capable of miracles, because for many years he had talked too much about angels for someone who had no wings, so that when the miracle of the printing presses occurred we nodded our heads knowingly, but of course the foreknowledge of his sorcery did not release us from its power, and under the spell of that nostalgic witchcraft we arose from our wooden benches and garden swings and ran without once drawing breath to the place where the demented printing presses were breeding books faster than fruit-flies, and the books leapt into our hands without our even having to stretch out our arms, the flood of books spilled out of the print room and knocked down the first arrivals at the presses, who succumbed deliriously to that terrible deluge of narrative as it covered the streets and the sidewalks and rose lap-high in the ground-floor rooms of all the houses for miles around, so that there was no one who could escape from that story, if you were blind or shut your eyes it did you no good because there were always voices reading aloud within earshot, we had all been ravished like willing virgins by that tale, which had the quality of convincing each reader that it was his personal autobiography; and then the book filled up our country and headed out to sea, and we understood in the insanity of our possession that the phenomenon would not cease until the entire surface of the globe had been covered, until seas, mountains, underground railways and deserts had been completely clogged up by the endless copies emerging from the bewitched printing press, with the exception, as Melquiades the gypsy told us, of a single northern country called Britain whose inhabitants had long ago become immune to the book disease, no matter how virulent the strain ...

It is now 15 years since Gabriel Garcia Marquez first published One Hundred Years of Solitude. During that time it has sold over four million copies in the Spanish language alone, and I don’t know how many millions more in translation. The news of a new Marquez book takes over the front pages of Spanish American dailies. Barrow-boys hawk copies in the streets. Critics commit suicide for lack of fresh superlatives. His latest book, Chronicle of a Death Foretold, had a first printing in Spanish of considerably more than one million copies. Not the least extraordinary aspect of the work of ‘Angel Gabriel’ is its ability to make the real world behave in precisely the improbably hyperbolic fashion of a Marquez story.

In Britain, nothing so outrageous has yet taken place. Marquez gets the raves but the person on the South London public conveyance remains unimpressed. It can’t be that the British distrust fantasists. Think of Tolkien. (Maybe they just don’t like good fantasy.) My own theory is that for most Britons South America has just been discovered. A Task Force may succeed where reviewers have failed: that great comma of a continent may have become commercial at last, thus enabling Marquez and all the other members of ‘El Boom’, the great explosion of brilliance in contemporary Spanish American literature, finally to reach the enormous audiences they deserve. Already, John Fowles in a Guardian essay has used the Chronicle to great effect as a prism through which to see the battle for the Malvinas. No doubt the Sun will shortly advise its readers to do the same. No doubt Sandy Woodward is a fan of the tale of Colonel Aureliano Buendia, who organised 32 armed uprisings and lost them all. No doubt Mrs Torture (as an Indian politician once immortally referred to our beloved leader) is appalled that Mario Vargas Llosa’s enormous critical study of Marquez has never even been published here. Great forces are at work.

It seems that the greatest force at work on the imagination of Marquez himself is the memory of his grandmother. Many, more formal antecedents have been suggested for his art: he has himself admitted the influence of Faulkner, and the world of his fabulous Macondo is at least partly Yoknapatawpha County transported into the Colombian jungles. Then there’s Borges, and behind Borges the fons and origo of it all, Machado de Assis, whose three great novels, Epitaph of a Small Winner, Quincas Borba and Dom Casmurro, were so far ahead of their times (1880, 1892 and 1900), so light in touch, so clearly the product of a fantasticating imagination (see, for example, the use Machado makes of an ‘anti-melancholy plaster’ in Epitaph), as to make one suspect that he had descended into the South American literary wilderness of that period from some Dänikenian chariot of gods. And Garcia Marquez’s genius for the unforgettable visual hyperbole – for instance, the Americans forcing a Latin dictator to give them the sea in payment of his debts, in The Autumn of the Patriarch: ‘they took away the Caribbean in April, Ambassador Ewing’s nautical engineers carried it off in numbered pieces to plant it far from the hurricanes in the blood-red dawns of Arizona’ – may well have been sharpened by his years of writing for the movies. But the grandmother is more important than any of these. She is Gabriel Garcia Marquez’s voice.

In an interview with Luis Harss and Barbara Dohmann, Marquez says clearly that his language is his grandmother’s. ‘She spoke that way.’ ‘She was a great storyteller.’ Anita Desai has said of Indian households that the women are the keepers of the tales, and the same appears to be the case in South America. Marquez was raised by his grandparents, meeting his mother for the first time when he was seven or eight years old. His remark that nothing interesting ever happened to him after the age of eight becomes, therefore, particularly revealing. Of his grandparents, Marquez said to Harss and Dohmann:

They had an enormous house, full of ghosts. They were very superstitious and impressionable people. In every corner there were skeletons and memories, and after six in the evening you didn’t dare leave your room. It was a world of fantastic terrors.

From the memory of that house, and using his grandmother’s narrative voice as his own linguistic lodestone, Marquez began the building of Macondo.

But of course there is more to him than his granny. He left his childhood village of Aracataca when still very young, and found himself in an urban world whose definitions of reality were so different from those prevalent in the jungle as to be virtually incompatible. In One Hundred Years of Solitude, the assumption into heaven of Remedios the Beauty, the loveliest girl in the world, is treated as a completely expected occurrence, but the arrival of the first railway train to reach Macondo sends a woman screaming down the high street. ‘It’s coming,’ she cries. ‘Something frightful, like a kitchen dragging a village behind it.’ Needless to say, the reactions of city folk to these two events would be exactly reversed. Garcia Marquez decided that reality in South America had literally ceased to exist: this is the source of his fabulism.

The damage to reality was – is – at least as much political as cultural. In Marquez’s experience, truth has been controlled to the point at which it has ceased to be possible to find out what it is. The only truth is that you are being lied to all the time. Garcia Marquez (whose support of the Castro Government in Cuba may prevent him from getting his Nobel) has always been an intensely political creature: but his books are only obliquely to do with politics, dealing with public affairs only in terms of grand metaphors like Colonel Aureliano Buendia’s military career, or the colossally overblown figure of the Patriarch, who has one of his rivals served up as the main course at a banquet, and who, having overslept one day, decides that the afternoon is really the morning, so that people have to stand outside his windows at night holding up cardboard cut-outs of the sun.

El realismo magical, ‘magic realism’, at least as practised by Garcia Marquez, is a development of Surrealism that expresses a genuinely ‘Third World’ consciousness. It deals with what Naipaul has called ‘half-made’ societies, in which the impossibly old struggles against the appallingly new, in which public corruptions and private anguishes are more garish and extreme than they ever get in the so-called ‘North’, where centuries of wealth and power have formed thick layers over the surface of what’s really going on. In the work of Garcia Marquez, as in the world he describes, impossible things happen constantly, and quite plausibly, out in the open under the midday sun. It would be a mistake to think of Marquez’s literary universe as an invented, self-referential, closed system. He is not writing about Middle Earth, but about the one we all inhabit. Macondo exists. That is its magic.

It sometimes seems, however, that Marquez is consciously trying to foster the myth of ‘Garcialand’. Compare the first sentence of One Hundred Years of Solitude with the first sentence of Chronicle of a Death Foretold: ‘Many years later, as he faced the firing squad, Colonel Aureliano Buendia was to remember that distant afternoon when his father took him to discover ice’ (One Hundred Years). And: ‘On the day they were going to kill him, Santiago Nasar got up at five-thirty in the morning to wait for the boat the bishop was coming on’ (Chronicle). Both books begin by first invoking a violent death in the future and then retreating to consider an earlier, extraordinary event. The Autumn of the Patriarch, too, begins with a death and then circles back and around a life. It’s as though Marquez is asking us to link the books. This suggestion is underlined by his use of certain types of stock character: the old soldier, the loose woman, the matriarch, the compromised priest, the anguished doctor. The plot of In Evil Hour, in which a town allows one person to become the scapegoat for what is in fact a crime committed by many hands – the fly-posting of satiric lampoons during the nights – is echoed in Chronicle of a Death Foretold, in which the citizens of another town, caught in the grip of a terrible disbelieving inertia, once again fail to prevent a killing, even though it has been endlessly ‘announced’ or ‘foretold’. These assonances in the Marquez oeuvre are so pronounced that it’s easy to let them overpower the considerable differences of intent and achievement in his books.

For not only is Marquez bigger than his grandmother: he is also bigger than Macondo. The early writings look, in retrospect, like preparations for the great flight of One Hundred Years of Solitude, but even in those days Marquez was writing about two towns: Macondo and another, nameless one, which is more than just a sort of not-Macondo, but a much less mythologised place, a more ‘naturalistic’ one, insofar as anything is naturalistic in Marquez. This is the town of Los Funerales de la Mama Grande (the English title, Big Mama’s Funeral, makes it sound like something out of Damon Runyon), and many of the stories in this collection, with the exception of the title story, in which the Pope comes to the funeral, are closer in feeling to early Hemingway than to later Marquez. And ever since his great book, Marquez has been making a huge effort to get away from his mesmeric jungle settlement, to continue.

In The Autumn of the Patriarch, he found a miraculous method for dealing with the notion of a dictatorship so oppressive that all change, all possibility of development, is stifled: the power of the patriarch stops time, and the text is thereby enabled to swirl, to eddy around the stories of his reign, creating by its non-linear form an exact analogy for the feeling of endless stasis. And in Chronicle of a Death Foretold, which looks at first sight like a reversion to the manner of his earlier days, he is in fact innovating again. The Chronicle is about honour and about its opposite – that is to say, dishonour, shame. The marriage of Bayardo San Roman and Angela Vicario ends on their wedding night when she names the young Arab, Santiago Nasar, as her previous lover. She is returned to her parents’ house and her brothers, the twins Pedro and Pablo Vicario, are thus faced with the obligation of killing Santiago to salvage their family’s good name. It is giving nothing away to reveal that the murder does in fact take place. But the oddness and the quality of this unforgettable short fable lie in the twins’ reluctance to do what must be done. They boast continually of their intention, so that it is a sort of miracle that Santiago Nasar never gets to hear about it; and the town’s silence eventually forces the twins to perform their terrible deed. Bayardo San Roman, whose honour required him to reject the woman with whom he was besotted, enters a terrible decline after he does so: ‘honour is love,’ one of the characters says, but for Bayardo this is not the case. Angela Vicario, the source of it all, appears to survive the tragedy with more calm than most.

The manner in which this story is revealed is something new for Garcia Marquez. He uses the device of an unnamed, shadowy narrator visiting the scene of the killing many years later, and beginning an investigation into the past. This narrator, the text hints, is Garcia Marquez himself – at least, he has an aunt with that surname. And the town has many echoes of Macondo: Gerineldo Marquez makes a guest appearance, and one of the characters has the evocative name, for fans of the earlier book, of Cotes. But whether it be Macondo or no, Marquez is writing, in these pages, at a greater distance from his material than ever before. The book and its narrator probe slowly, painfully, through the mists of half-accurate memories, equivocations, contradictory versions, trying to establish what happened and why; and achieve only provisional answers. The effect of this retrospective method is to make the Chronicle strangely elegiac in tone, as if Garcia Marquez feels that he has drifted away from his roots, and can only write about them now through veils of formal difficulty. Where all his previous books exude an air of absolute authority over the material, this one reeks of doubt. And the triumph of the book is that this new hesitancy, this abdication of Olympus, is turned to such excellent account, and becomes a source of strength: Chronicle of a Death Foretold, with its uncertainties, with its case-history format, is as haunting, as lovely and as true as anything Garcia Marquez has written before.

It is also rather more didactic. Garcia Marquez has, in the past, taken sides in his fictions only where affairs of state were concerned: there are no good banana company bosses in his stories, and the idea of the masses, ‘the people’, is occasionally – for instance, in the last few pages of The Autumn of the Patriarch – romanticised. But when he has written about the lives of ‘the people’, he has thus far forborne to judge. In Chronicle, however, the distancing has the effect of making it clear that Garcia Marquez is launching an attack on the macho ethic, on a narrow society in which terrible things happen with the inevitability of dreams. He has never written so disapprovingly before.

He gets away with that, too, because he never makes the error of allowing his characters and their motives to become one-dimensional. And there is, of course, the sheer beauty of his sentences and of his images (helped into English, once again, by Gregory Rabassa, who, along with Grass’s translator Ralph Manheim, must be the very best in the business), the dry wit, and the unequalled talent for rooting his fabulous imagination firmly in the real world. Chronicle is speech after long silence. For a time Garcia Marquez abjured fiction: whatever the reasons for his return to the form, we can only be grateful that he is back, his genius unaffected by the lay-off.

 
 
 

PERCHE’ RESTIAMO IN PROVINCIA? di Martin Heidegger Seconda Parte

Post n°434 pubblicato il 18 Luglio 2013 da ziryabb


Seconda Parte

Gli abitanti delle città si meravigliano spesso del lungo, monotono isolamento tra i contadini in mezzo ai monti. Questo invece non è isolamento ma piuttosto solitudine. Nelle grandi città l’uomo può facilmente essere così isolato come difficilmente si può esserlo altrove, ma egli là non può mai essere solo. Infatti la solitudine ha la potenza originaria di non isolarci, ma di gettare l’intero Esserci nella sconfinata prossimità dell’essenza di tutte le cose.

Fuori di qui si può divenire in un attimo, attraverso giornali e riviste, una “celebrità”. Questo rimane comunque sempre la via più sicura attraverso cui il volere più proprio è destinato a essere mal interpretato e cade fondamentalmente e repentinamente nell’oblio. Al contrario la memoria contadina ha la sua semplice, sicura e tenace fedeltà.
 
 Recentemente una vecchia contadina di lassù è morta. Chiac­chierava spesso e volentieri con me e tirava fuori vecchie storie del villaggio. Nel suo linguaggio forte e icastico ancora molte vecchie parole e parecchi detti che già all’odierna gioventù del villaggio sono ormai diventati incomprensibili, e che nella lingua parlata sono andati perduti. Ancora l’anno scorso - quando abitai per settimane solo nella baita - questa contadina saliva su per il pendio con i suoi ottantatré anni. Voleva controllare - come diceva - se ci fossi ancora o se “Uno” improvvisamente mi avesse portato via. La notte in cui mori la passò conversando con i parenti e solo ancora una mezz’ora prima della fine li incaricò di portare un saluto al “professore”. Questo ricordo vale incomparabilmente di più del più abile “reportage” di un giornale internazionale sulla mia presunta filosofia.
Il mondo della città corre il pericolo di cader preda di una ro­vinosa eresia. Un’invadenza assai eloquente, assai industriosa, assai estetizzante sembra spesso prendersi a cuore il mondo dei contadini e la sua esistenza. Ma è proprio così che si nega la sola cosa di cui adesso c’è bisogno: tenersi a distanza dall’esistenza contadina, lasciarla ora più che mai alla sua propria legge; giù le mani - per non trascinare il tutto in false chiacchiere di letterati su carattere nazionale e radicamento al suolo. Il contadino non ha bisogno e non vuole questo petulante interessamento cittadino. Quello che invece gli serve e che vuole è l’atteggiamento rispettoso di fronte alla sua propria essenza e alla peculiarità di questa. Invece molti cittadini, sia di nascita che d’acquisizione - non ultimi gli sciatori - si comportano oggi, nel villaggio o nella fattoria, come si divertirebbero nei loro confortevoli palazzi metropolitani.
Un tal modo di agire distrugge in una sera più di quanto decenni di erudizione scientifica intorno al folklore e al carattere nazionale potrebbero mai produrre.
Rinunciamo a tutta questa condiscendente familiarità e a questo populismo non genuino - impariamo a prendere sul serio quell’esistenza semplice e dura che si conduce lassù. Solo allora essa, di nuovo, ci parlerà.
 
 Recentemente ho ricevuto la seconda chiamata all’Università di Berlino. In una tale circostanza mi ritiro, fuori dalla città, nella baita. Ascolto quello che dicono le montagne, i boschi e le fattorie. Visito per l’occasione il mio vecchio amico, un contadino settantacinquenne. Ha letto sul giornale della chiamata a Berlino. Cosa dirà? Egli dirige lentamente lo sguardo sicuro dei suoi occhi chiari nei miei, tiene la bocca ermeticamente chiusa, posa sulla mia spalla la sua mano fida e prudente - scuote impercettibilmente il capo. Ciò significa: assolutamente no!

 
 
 

PERCHE’ RESTIAMO IN PROVINCIA? di Martin Heidegger Prima Parte

Post n°433 pubblicato il 17 Luglio 2013 da ziryabb


 Prima Parte 

Sui clivi di un'ampia alta valle della Foresta Nera meridionale, a 1150 metri di altitudine, c'è una piccola baita per sciatori. Essa misura 6 metri per 7. Il basso tetto copre tre locali, la cucina che è anche soggiorno, la camera da letto e uno studiolo. Sparse nello stretto fondovalle e sul pendio opposto, egualmente ripido, stanno, ad ampi intervalli, le fattorie dai grandi tetti spioventi. Su per il pendio si estendono i maggenghi e i pascoli fino alla foresta con i suoi antichi, svettanti, scuri abeti. Sopra a tutto il chiaro cielo estivo, nel cui spazio radioso due astori si innalzano disegnando ampi cerchi.

 Questo è il mondo in cui io lavoro - visto con l'occhio osser­vatore del visitatore e del villeggiante.
 Io stesso, in verità, non osservo mai il paesaggio. Esperisco il suo mutare di ora in ora, di giorno e di notte nei grandi slanci e declini delle stagioni. La pesantezza dei monti e la durezza della loro roccia primigenia, il prudente crescere degli abeti, lo splendore luminoso e schietto dei maggenghi in fiore, lo scroscio del ruscello montano nella vasta notte autunnale, la rigorosa semplicità delle distese ricoperte da una spessa coltre di neve, tutto questo scivola e penetra nell'esistenza quotidiana lassù e vi rimane sospeso. E ciò a sua volta non negli istanti calcolati di un piacevole sprofondare e di una artificiosa immedesimazione, ma solo quando il proprio Esserci sta nel suo lavoro. Soltanto il lavoro apre lo spazio per questa realtà montana. Il corso del lavoro rimane immerso nell'accadere del paesaggio.
 Quando in una profonda notte d'inverno una furiosa tempesta di neve si scatena con i suoi colpi attorno alla baita e tutto copre e nasconde, è allora il grande momento della filosofia. Il suo domandare deve allora farsi semplice ed essenziale. L'elaborazione di ogni pensiero diviene forzatamente dura e incisiva. La fatica del coniare il linguaggio è simile alla resistenza degli svettanti abeti contro la tempesta. E il lavoro filosofico non si svolge come occupazione solitaria di un eccentrico. Esso appartiene integralmente al lavoro dei contadini. Come il giovane contadino trascina su per il pendio la pesante slitta cornuta per riportarla poi, carica di ciocchi di faggio, in pericolose discese, giù alla propria fattoria; come il pastore spinge con passo lento e meditabondo il suo gregge su per pendio; come il contadino nella sua stanza appronta con cura le innumerevoli scandole per il suo tetto, così il mio lavoro è dello stesso tipo. Qui si radica l'immediata appartenenza al mondo dei contadini. Il cittadino ritiene di andare “tra il popolo”, quando si degna di condurre una lunga conversazione con un contadino.
 Quando, alla sera, nel momento della pausa del lavoro, siedo con i contadini sulla panca attorno alla stufa o al tavolo nell'angolo del Signore, per lo più noi non parliamo affatto. Fumiamo in silenzio le nostre pipe. Di quando in quando cade magari una parola sul fatto che il taglio del legname del bosco sta per finire, che la notte precedente la martora si è infilata nel pollaio, che domani probabilmente una mucca figlierà, che il contadino Oehmi ha preso un colpo, che il tempo sta per “girarsi”. L'intima appartenenza del proprio lavoro alla Foresta Nera e ai suoi uomini proviene da una secolare insostituibile permanenza sul suolo alemanno-svevo. Da un cosiddetto soggiorno in campagna il cittadino viene tutt'al più “stimolato”. Il mio intero lavoro invece è portato e condotto dal mondo di queste montagne e dei suoi contadini. Periodicamente ora il lavoro lassù viene interrotto per un lasso di tempo piuttosto lungo da trattative, viaggi per conferenze, riunioni e dall’attività di docenza quaggiù. Ma non appena io torno lassù, già nelle prime ore dell’essere-in-baita (Hüttendaseins)irrompe l’intero mondo delle domande precedenti e proprio con la pregnanza che possedevano quando le avevo lasciate. Io vengo semplicemente assorbito dal vortice insito nel lavoro e fondamentalmente non riesco a padroneggiare la sua nascosta legge.

 
 
 

Quel sovrappiù di felicità

Post n°432 pubblicato il 14 Luglio 2013 da ziryabb

François: ma femme est une plante vivante et toi Émilie un animal libre et moi j'aime la nature.

Émilie: Quel beau discours!

François: Tu comprends?

Émilie: Oui c'est du François ou du français... Tu m'aimes?

François: Oui, je t'aime et j'aime aussi ma femme c'est le bonheur qui s'additionne.

 

 

François, che lavora presso una piccola falegnameria, sotto la direzione del fratello più anziano, ha una moglie incantevole, Thèrèse, e due figli. La famigliola vive in perfetta letizia, tessuta dalle semplici gioie quotidiane e delle puntuali gite domenicali in campagna. Un giorno François fa la conoscenza di una giovane impiegata, Emilie, che s'innamora di lui. Questa passione, condivisa, nulla sottrae all'amore di François per la moglie. All'uomo sembra, anzi, che quel sovrappiù di felicità possa essere per tutti accettabile. Ingenuamente François crede di convincere Thèrèse ad accettare la singolare situazione; la donna finge di adattarvisi ma, dopo un ultimo slancio sincero verso il marito, ella scompare. François, poco dopo, la troverà morta, nel vicino laghetto. Il dolore di lui è profondo e sincero. Ciò non toglie che, dopo qualche tempo, François sposi Emilie, con la quale riannoda l'interrotto filo della sua felicità. (Il verde prato dell'amore Francia 1965 di Agnès Varda)


 
 
 

Ce soir!

Post n°431 pubblicato il 02 Luglio 2013 da ziryabb

 
 
 

Help me make it through the night

Post n°430 pubblicato il 25 Giugno 2013 da ziryabb



Scritta da kris kristofferson e ripresa da tutti ma la più bella versione a mio parere è quella di Joan Baez. Video sopra.

Take the ribbon from my hair
Shake it loose, let it fall
Lay it soft against my skin
Like the shadow on the wall
Come and lay down by my side
Till the early morning light
All Im taking is your time
Help me make it through the night

I don't care what's right or wrong
I wont try to understand
Let the devil take tomorrow
Cause tonight I need a friend
Yesterday is dead and gone
And tomorrows out of sight
And it's sad to be alone
Help me make it through the night

I don't care what's right or wrong
I wont try to understand
Let the devil take tomorrow
Cause tonight I need a friend
Yesterday is dead and gone
And tomorrows out of sight
And it's sad to be alone
Help me make it through the night
I don't want to be alone
 Help me make it through the night

 
 
 

Bersaglio facile

Post n°429 pubblicato il 19 Giugno 2013 da ziryabb


  Visto l'accanimento che subisce ad ogni ora del giorno, se venisse personificato somiglierebbe a "un accattone tutto coperto di bolle con gli occhi smorti sulla punta del naso rosicchiata, la bocca storta , i denti neri, la voce affogata, tormentato da una tosse violenta"* ma è soltanto una formulazione lessicale(infelice? boh) della lingua italiana e che porta il nome di Piuttosto Che, amica del cuore di Qual'è. Ogni giorno vanno a spasso per il web, mano nella mano in cerca di un posticino per nascondersi. Ma niente da fare. Sono diventate, da anni ormai, loro malgrado, le star del momento. Bersagli facili. Si chiedono in continuazione perché tutti se la prendono solamente con loro due?  Vengono fotografate, insultate e spettegolate senza motivo e senza movente. Dicono, le due espressioni, a chi vuol ascoltarle: non siamo solo noi gli errori più comuni della lingua italiana. La verità è che grazie a/per colpa di internet conoscete solo noi. Ma vi rendete conto? Una pagina intera su Wikipedia e addirittura un libro degli errori appena uscito intitolato: Piuttosto che!

Ma la volete smettere o no? 

Mentre aspettava una riforma, il congiuntivo giocava a carte insieme con l'apostrofo, invitando le due disgraziate a bere qualcosa. Che tristezza!

 

* Da Candido (Voltaire)

Stavo ascoltando una trasmissione radiofonica quando all'improvviso il conduttore lesse un sms mandato da un ascoltatore infuriato e che recitava: Basta con il Piuttosto che. Ma il conduttore non aveva mai sbagliato l'uso dell'espressione. E' solo che l'espressione è diventata insopportabile all'orecchio webano anche se impiegata nel modo corretto. Perché? E' una star! Gli autori del libro, citato prima, hanno optato per una scelta commerciale. Punto.

 
 
 

Si governa, pioggia ladra!

Post n°428 pubblicato il 16 Maggio 2013 da ziryabb

Previsioni meteo dell'ultima settimana di maggio (Veneto). Come vestirsi? Seguendo il calendario o guardando il cielo? 

 

 

 
 
 
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