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Comandante Pavlov

Post n°115 pubblicato il 10 Aprile 2007 da In_mezzo_alla_segale
 

(tempo di lettura 6 minuti) 

– Su, bambini, adesso basta. Lasciamo in pace il comandante Pavlov!

La scolaresca sciama fuori, in un vociare eccitato. Appena la transumanza si è compiuta, e anche la maestra è sparita dalla vista, il vecchio sbotta: – Sono stufo!

I dottori in camice azzurrino lo guardano in tralice, come assistessero alle bizze di un qualunque anziano non più del tutto presente a se stesso.

– Comandante, la prego, tutti gli anni ripetiamo queste schermaglie inutili. Sa perfettamente qual è il suo dovere di fronte alla nazione. Comunque il suo tempo sta per scadere, si svesta e si prepari per la Sospensione.

A parlare è stato l’unico con segni distintivi sul camice. I medici si allontanano, al loro approssimarsi le porte si aprono con un lieve sibilo, per richiudersi alle spalle dell’ultimo.

Il vecchio rimane solo nella grande sala asettica. Si contempla la logora tuta da astronauta, ormai utile solo per quella messinscena. Si avvicina al finestrone e guarda fuori. Il mondo che si dipana al suo sguardo gli è sconosciuto, non è più quel deserto di cui lui conosceva ogni rilievo, ogni forra. Ora i pericoli sono altrove, non più, certo, nell’inospitalità ambientale. Ha deciso, stavolta non saranno "schermaglie inutili". Quando rientra il capomedico, il vecchio è ancora vestito. Una sfida aperta.

– Dottore, non rientrerò nel mio sarcofago.

– Comandante Pavlov, capisco quello che prova, ma non possiamo permetterci di perderla, soprattutto in questo momento. Tutto congiura contro di noi, lei è l’unico che può dare nuova linfa alle generazioni nascenti.

Il vecchio scuote il capo, mesto. – Se li tenga per sé i discorsi retorici di propaganda, a me fanno l’effetto contrario. Non ho più intenzione di collaborare, di essere complice di questa mistificazione.

– E cosa vorrebbe fare?

– Raccontare la verità, per esempio.

– Si rende conto dell’effetto devastante che potrebbe avere quella che lei chiama "verità"?

– È comunque destino che prima o poi venga alla luce, non può durare in eterno.

– Ci basta ancora poco, poi si vedrà. L’importante è che duri quel tanto che basta per uscire da questa guerra. Lei è l’eroe della Colonizzazione, colui a cui dobbiamo la civiltà, il governo, l’aria che respiriamo…

– Sappiamo benissimo entrambi che è falso. Venni messo a capo della spedizione soltanto perché il mio addestramento all’Accademia Spaziale faceva di me l’unico con esperienza nei voli interplanetari e con un po’ di cultura generale. Per il resto ero un ergastolano come gli altri. Quando ci venne data la scelta, colonizzare Marte o marcire in galera, partimmo per disperazione, non per eroismo o per spirito pionieristico.

– Sì, è vero, ma non è necessario che si sappia. Siamo attaccati contemporaneamente dalla Terra e dagli indigeni marziani. Abbiamo bisogno di un capo carismatico che ci guidi.

– Propagando menzogne? Quando si verrà a sapere, il danno sarà ben maggiore del guadagno. Tutto quello che esiste ora, non lo dovete a me, ma a tutti quelli che erano sull’astronave Mayflower e all’appoggio che ci diede la Terra per i primi decenni. Senza l’attrezzatura che ci venne fornita, senza la spola di navette cargo che ci sostentarono finché le prime colture attecchirono, non ci sarebbe niente!

– Ma poi dal pianeta madre cominciarono con la politica coloniale e la vostra ribellione fu giusta!

– Questo è ciò che è scritto nei libri di scuola, ma in realtà fummo dei pazzi ingrati. Avevamo munto il possibile e quando cominciammo a essere autonomi, ci autoproclamammo pianeta indipendente. Fu un vero e proprio colpo di stato. La Terra era al collasso, noi eravamo stati mandati qui per preparare l’arrivo di tre miliardi di persone. Invece volevamo tenere per noi il nuovo Eden.

– Sì, ma almeno i marziani faceste bene a combatterli.

– Ne è convinto? Provi a ragionare. Quando arrivammo non c’era traccia di vita superiore. Spore, batteri, licheni, niente altro. Ne concludemmo di essere soli e facemmo i nostri comodi. In realtà i nativi si erano rifugiati da millenni nel sottosuolo, dall’epoca in cui l’ultimo brandello di atmosfera originaria si era perso nel vuoto. Si sono adattati a vivere nel ventre di Marte, il cui nucleo è ormai freddo e quindi non costituisce un problema. Si misero in contatto con noi soltanto quando cominciammo a perforare la superficie fino in profondità, per le miniere.

– Ma sono selvaggi, non sono riusciti a fare in migliaia di anni quel che noi abbiamo realizzato in pochi decenni con mezzi di fortuna: ricreare un’atmosfera con ossigeno! La vegetazione! L’acqua! Nulla! Era giusto sottometterli!

– Non era per niente attrezzatura di fortuna, era frutto della migliore tecnologia terrestre dell’epoca. Inoltre, i "selvaggi" furono molto più civili di noi. Ci ingiunsero di smettere, perché mettevamo in pericolo le loro strutture. Noi insistemmo, e loro per rappresaglia ci intimarono di andarcene dal pianeta. Tutto ciò che avevamo fabbricato in quasi mezzo secolo sarebbe rimasto a loro come indennizzo. Noi non ce ne andammo, e loro ci attaccarono da sottoterra.

– Ma cosa potevamo fare? Tornare indietro, dopo aver rotto i ponti con tutti? Dovevamo per forza inventarci qualcosa, ne andava della nostra sopravvivenza. Per questo venne scelto lei, che era già vecchio allora. Le rimaneva poco da vivere, la ibernarono e tutti gli anni da allora, nel "Giorno di Pavlov", l’anniversario dello sbarco, lei torna alla vita per alimentare la fiamma che arde nei…

– Le ho già detto di evitare le frasi fatte. Se sapeste, se poteste immaginare il tormento, la sofferenza di "tornare alla vita", la smettereste con queste buffonate. È tutto uno sbaglio, una catena di errori, che si stanno sommando gli uni agli altri. Mandare degli ergastolani a colonizzare Marte, sfruttare intensamente il pianeta, ribellarsi alla Terra, non cercare seriamente altre forma di vita, combattere i nativi, tentare di plasmare la storia a proprio beneficio…

Il medico annuisce, con lo sguardo perso nel vuoto. – Ha ragione, comandante, lo so da sempre, ma ormai è un meccanismo che vive di vita propria; siamo costretti a continuare.

– Se ancora mi riconoscete una qualche autorità, se non sono soltanto un burattino da esibire, ascoltatemi: scendete a patti con i nativi e riconoscete il governo terrestre. Il resto verrà da sé. Ma soprattutto, lasciatemi morire in pace.

Il vecchio entra nella camera di Sospensione Funzioni Vitali, chiudendo il portello sopra di sé. Il dottore rimane a pensare qualche minuto, poi regola gli strumenti per portare dolcemente il vecchio al di sotto delle condizioni minime di sopravvivenza. Uscendo dalla stanza, un nodo in gola gli impedisce di salutare l’infermiera. Pensa tra sé che sarà necessario convocare urgentemente il Consiglio: deve comunicare la morte del comandante Pavlov e le sue ultime volontà.


Nessundove
Novembre 2002

 
 
 
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