Creato da Pars1fal il 14/12/2005

Cinerama

Live free or die

 

 

Hostel II, ritorno all'ostello.

Post n°297 pubblicato il 06 Luglio 2007 da Pars1fal

Hostel: Part II, USA 2007, regia di Eli Roth, con Jay Hernandez, Bijou Phillips, Milan Knazko, Jordan Ladd, Richard Burgi, Roman Janecka, Roger Bart, Edwige Fenech, Lauren German, Heather Matarazzo, Vera Jordanova.

Da Filmup.com
"Tre giovani americane in viaggio nel vecchio continente decidono di trascorrere il fine settimana con un'europea brillante e raffinata che le invita in un luogo esotico con terme naturali dove potranno rilassarsi, rinvigorirsi e rafforzare i legami tra loro."

Quentin Tarantino punta a diventare l'Alfred Hitchcock degli anni duemila, manca solo che si inventi un gingle e si metta di profilo facendo emergere la sua silouette, anch'essa sempre più panciuta. Sotto l'ala protettiva del "Quentin Tarantino presenta", Eli Roth plasma sulla scia del successo di Hostel un secondo capitolo tutto al femminile, prendendo anche in prestito da Grindhouse la bionda Jordan Ladd. Senza essere troppo "spoiler", il film inizia dove ha termine il primo episodio, con l'unico sopravvissuto in arrivo in Italia. Proprio nel bel paese, precisamente a Roma (vi lascio immaginare gli stereotipi, dalle parolacce scritte sul treno alle magliette di Totti) tre studentesse americane di belle arti decidono di concedersi una vacanza a Praga, fin quando, convinte da una sedicente amica straniera, cambiano il loro tragitto in direzione Slovacchia. Simpatico e dovuto (almeno da parte di regista e produttore) il cameo iniziale di Edwige Fenech, di nuovo nei panni di una professoressa anche se in questo caso ermeticamente succinta. "Mi sono divertita moltissimo. Per tutte le riprese mi ha detto che ero fantastica. La giornata in cui abbiamo girato il mio cameo, l'11 settembre, è andata benissimo, sono tornata ad interpretare dopo anni il ruolo della professoressa. Ho apprezzato questa opportunità è stato un atto d'amore di Eli e di Quentin Tarantino. Mi ha stupito inoltre che un regista così giovane potesse conoscere la mia filmografia. Sono stata molto lusingata" ha dichiarato la Fenech a Cinema Zone. Il mio giudizio sul film è oltremodo lusinghiero, non mi aspetto mai molto dai sequel. Anzi devo ammettere che per buona parte del film ho provato molta più tensione rispetto alla visione del primo episodio. Ciò che li constraddistingue, e che fa scivolare Hostel II verso film come Saw, allontanandolo dalla costola originaria, è essenzialmente l'elevato uso, estremo nell'ultima parte del film, di esplicite scene appartenenti al genere "gore", molto splatter rispetto alle sensazioni più ricercate provate precedentemente. Nel suo funzionare, il "meccanismo" sanguinario voluto da Roth regala rivisitazioni originali di scene da cineteca-horror (ad esempio il vampiresco "bagno di sangue" termale). Purtroppo al raggiungimento del suo climax, e all'ostentazione della tortura, la pellicola perde di smalto e ripiomba in ciò che in fondo in fondo è sempre stata, un B-Movie. Roth fa inoltre ricorso a un umorismo nero e grottesco, caricaturizzando talvolta anche fin troppo i personaggi (ricordate il gruppo di teppistelli?), dissipando il bagaglio di inquietudini accumolate "visione facendo".

CURIOSITA'
Per gli amanti di Desperate Housewives sarà un piacere ritrovare protagonisti di questa pellicola Roger Bart (il farmacista innamorato di Bree Van De Kamp/Marcia Cross) e mr "The Sentinel" Richard Burgi (l'ex marito di Susan Mayer/Teri Hatcher).

voto 7--/10*

(*il voto è personale e puramente indicativo)

 
 
 

Viaggio nel Crepuscolo

Post n°295 pubblicato il 05 Luglio 2007 da Pars1fal

I guardiani della notte, (Nochnoj Dozor), Russia (2004) regia di Timur Bekmambetov, con Konstantin Khabensky, Vladimir Menshov, Valeri Zolutukhin.

da Filmup.com
"Ambientato nella Mosca contemporanea, descrive la battaglia ultraterrena per mantenere la tregua millenaria tra le forze della Luce e le forze dell’Oscurità. Il destino dell’umanità poggia su un delicato equilibrio tra il bene e il male, ma questo destino è ora in pericolo... Un’antica profezia prevede infatti che un giorno compaia un “Eletto”, in grado di porre fine all’apocalittica battaglia tra la Luce e l’Oscurità. A Mosca è giunto questo momento, ma quale fazione sceglierà l’Eletto?"



Nonostante abbia visto il film pochi giorni dopo aver letto il romanzo omonimo di Sergej Luk'Janenko, e malgrado questo stesso libro mi abbia piacevolmente sorpreso in positivo, posso affermare che I guardiani della notte di Bekmambetov rientri a pieno titolo nella mia personale classifica dei migliori film B-Movie. Pochi soldi, attori sconosciuti al pubblico europeo, ma un ricorso agli effetti speciali ponderato e soprattutto non noioso (mi riferisco specialmente all'uso del "bullet time"). Un fantasy gradevole dunque, inquietante senza essere pulp o splatter.
Rispetto al romanzo, il film rivela la scoperta del "Crepuscolo" dell'agente Anton, membro delle forza della Luce e di conseguenza Guardiano delle Tenebre. I suoi poteri gli permettono di dare la caccia a chi cerchi di interrompere la tregua tra il Male e il Bene causando vittime senza l'ausilio di una certificata autorizzazione.

Poi la trama evolve mescolando le pagine del libro in una sceneggiatura troppo frettolosa e, sempre rispetto alle pagine di Luk'Janenko, trascurando gli aspetti psicologici e il travaglio interiore dell'agente, in bilico tra la Luce e l'oscurità.
La scarsa disponibilità temporale del film fa si che venga trascurata la caratterizzazione dei personaggi questione che, alla fine, pesa sulla sua economia qualitativa. Pur dimostrando come si possa realizzare, malgrado la scarsa pubblicità, una buona opera senza l'ausilio dei mezzi hollywoodiani, rimango dell'opinione della superiorità del libro rispetto al film, trovando comunque quest'ultimo un prodotto originale e con più anima e pathos rispetto a paccottiglie dello stesso genere come ad esempio Underworld (2003) di Len Wiseman.

voto 6+/10*

(*il voto è personale e puramente indicativo)

 
 
 

C'era una volta De Niro

Post n°284 pubblicato il 26 Giugno 2007 da Pars1fal

Godsend, USA 2004, regia di Nick Hamm, con Robert De Niro, Rebecca Romijn-Stamos, Cameron Bright, Merwin Mondesir, Greg Kinnear.

Paul e Jessie hanno un bambino di 8 anni, Adam. Un giorno il piccolo rimane ucciso durante un incidente. I genitori non riescono a faresene una ragione. decidono così di rivolgersi a un medico che opera illegalmente nelle clinica "The Godsend Institution" e promette loro di poter clonare un bambino a immagine e somiglianza del piccolo Adam, prelevando il DNA dal suo cadavere... (da filmup.com)


Mah... continuare a speculare sul declino senile di De Niro mi sembra abbastanza irriguardoso nei suoi confronti e verso coloro (me compreso) che ancora lo amano alla follia e si stravolgono fisicamente nella visione di Toro Scatenato (ieri sera in tv) o di Taxi driver e C'era una volta in America (tre titoli a caso). Considerando questa una breve premessa al film (che dovrebbe bastare per classificare il film stesso), vi sconsiglio vivamente la visione di una pellicola dai mille buchi e dalle interpretazioni approssimative e poco credibili. Ed è un vero peccato. L'idea è molto buona nonostante non sia originalissima ma rimane ancorata a dialoghi davvero irrispettosi dell'intelligenza dello spettatore.



Se avevate ammirato Greg Kinnear nello strepitoso Qualcosa è cambiato, amabile scrittore gay artefice con Helen Hunt dei cambiamenti del burbero Jack Nicholson, dimenticatelo. Se siete fan delle gesta cinematografiche degli X-Men chiederete alla Romijn-Stamos di rimettersi la squamosa pelle blu della mutaforme Mistica. A dir la verità non è giusto attribuire tutta la colpa agli attori, costretti a barcamenarsi in scene senza senso e senza alcun collegamento tra loro, tra una suspance tirata per i capelli e ricorrenze cinematografiche più che usurate (dai richiami a Shining e Il sesto senso alla solita capannina dell'orrore, il fuoco in Chiesa a contrasto tra Bene e Male).



Menzione a parte, se non per l'età, spetta al giovane Cameroon Bright (X-Men 3, Ultraviolet), dotato certamente di talento ma gestito in maniera errata, tanto da sembrare, in alcune occasioni, la versione sfortuna della già sfortuna bambola assassina (Child's play). Questo nonostante in conclusione, il giovane attore resti l'unica nota positiva di un film che purtroppo è rimasto nella mente di chi intelligentemente l'ha pensato ma che erroneamente ha riversato i propri pensieri nella pellicola.

voto 4/10*

*il voto è puramente personale e indicativo.


 
 
 

Trip Mentali & Utero Materno

Post n°277 pubblicato il 13 Giugno 2007 da Pars1fal

The Jacket, USA 2005, regia di John Maybury, con Adrien Brody, Keira Knightley, Daniel Craig, Kris Kristofferson.

Il caporale Stark reduce dalla guerra del Golfo e affetto da amnesia post-traumatica in seguito a una gravissima ferita subita proprio in Iraq viene sottoposto a trattamenti sperimentali che producono in lui violente allucinazioni e alterazioni delle dimensioni spazio-temporali. (dal dvd)

Dal pluripremiato duo Clooney-Sodembergh e per la regia dell'inglese Maybury, alla prima esperienza hollywoodiana, l'esperienza visiva di The Jacket lasciava presagire un prodotto di qualità e di sprimentazione. Purtroppo le buone premesse sulla carta e iniziali nella pellicola si sciolgono nel mentre della proiezione lasciando sul palato la sensazione di non aver goduto di nulla di nuovo e, soprattutto, di molto confuso.



Sulla scia di Memento (ad esempio) e delle follie visionarie di David Linch, presente nel film con il suo fotografo di fiducia Peter Deming, The Jacket si ispira all'ancora poco conosciuta e indagata Sindrome del Golfo (leggi) per poi addentrarsi in una ricostruzione cronologica e pseudo-fantascientifica. Si perchè l'approssimativa cella frigorifera/macchina del tempo lascia abbastanza a desiderare e i viaggi del caporale Jack Starks (Brody) sembrano avvicinarsi più a una sorta di usurata preveggenza che a problematiche ben più serie di tipologia mentale.

La delusione che rimane dopo la visione può essere soltanto in parte rimarginata dall'ottima prova di Adrien Brody (davvero talentuoso, l'unica nota positiva del film) e dalla fotografia intensa e profondamente efficace di Deming. Malgrado ciò, le interpretazioni scadenti di Keira Knightley (sopravvalutata dark lady) e di Daniel Craig, nei panni di un patetico malato mentale ( forse in vita sua ha visto decisamente troppe volte Qualcuno volò sul nido del cuculo tanto da risultare una scarna parodia del mitico Nicholson), riportano lo spettatore sulla terra e alla reltà dello scarso valore della pellicola.

Forse ora starei meglio se sapessi che ciò a cui ho assistito è stata soltanto una allucinazione.


voto 5/10*





*il voto è del tutto personale e non pretende di essere universale

 
 
 

Il mio cuore è oro, cosa mi darai in cambio?

Post n°268 pubblicato il 01 Giugno 2007 da Pars1fal

L'amore giovane, The Hottest State, USA 2006, regia di Ethan Hawke, con Ethan Hawke, Mark Webber, Catalina Sandino Moreno, Sonia Braga.

La vertigine dell'amore a vent'anni.

Seconda prova da regista per Ethan Hawke dopo Chelsea Walls (2001), L'amore giovane è stata davvero una bella sorpresa. Forse per colpa della sala (cinema old style) vuota (5 spettatori 5) ma l'atmosfera che si è venuta a creare è stata decisamente ambigua, da un lato una falsa speranza poi divenuta certezza nella sorpresa dall'altro un sapore sconusciuto che non so bene identificare. Non penso che troverete questa pellicola nelle multisale (anche se partecipe a Cannes) ma in questa pellicola troverete (ne sono certo) un pezzo di voi, qualcosa delle vostre esperienze "amorose". Beatà gioventù, si potrebbe dire, dolore, gioia, dolore non necessariamente a fasi alterne.



Un piccolo manifesto oltre i sogni di Bertolucci, che forse vi sorprenderà se solo avrete il coraggio di tentare. Non voglio aggiungere altro, vorrei che fosse un piccolo scrigno da rivelare ai pochi che, se vorranno, potranno poi confermare o smentire le mie sensazioni.

A voi il trailer... (qui)

 
 
 

L'uomo che non c'è

Post n°266 pubblicato il 23 Maggio 2007 da Pars1fal

L'uomo dell'anno, The Man of the Year, USA 2006, regia di Barry Levinson, con Robin Williams, Christopher Walken, Laura Linney, Jeff Goldblum, Tina Fey.

L'uomo dell'anno, intendiamoci subito, non è un film esclusivamente comico. L'uomo dell'anno è un film sulla delusione politica, un film in cui il "buffone di corte" si prende carico di tutte le nostre lagnanze, le nostre insoddisfazioni e decide di prendersi per l'ennesima volta gioco del proprio sovrano. Un gesto estremo il suo, sostituirsi al re ed essere più realista del re stesso.

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La pellicola scritta e diretta da Barry Levinson si integra perfettamente con la personalità e con il piglio interpretativo di Robin Williams, mattatore di platee e seggi elettorali, utopico idealista che in fondo in fondo, non spera altro che il re rinsanisca per tornare a occuparsi delle tresche amorose della classe politica piuttosto che della politica stessa. Tom Dobbs (Williams) diventa il vettore dell'universale richiesta di una classe dirigente davvero attenta agli interessi del popolo e non di lobbies degradate e degranti per la democrazia.

Ma L'uomo dell'Anno è anche una storia d'amore tra Tom e Eleanor, folle anch'essa nel suo tentativo di ribellarsi a una multinazionale informatica senza scrupoli, così folle da poter credere e confidare nell'unica persona a lei simile, il presidente degli Stati Uniti designato.

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Seppur ideologicamente romantico e sognatore, il film non riesce appieno a coinvolgere lo spettatore, come al solito preparato e ingannato dai vari trailer, perso tra la comicità irriverente e senza freno di Williams e una spy story che stenta a decollare. L'uomo dell'anno non rimarrà negli annali del cinema ma credo andrebbe mostrato alla classe politica mondiale (non solo italiana) e fatto rivedere più e più volte in stile Arancia Meccanica, forse solo per il messaggio conclusivo che esprime e che vi invito a raccogliere negli ultimi istanti della pellicola.

 
 
 

Wild Hogs!

Post n°259 pubblicato il 09 Maggio 2007 da Pars1fal

Svalvolati on the road, Wild Hogs, USA 2007, regia di Walt Becker, con John Travolta, Tim Allen, William Macy, Martin Lawrence, Ray Liotta, Marisa Tomei.

No, non voglio sentir parlare di "svalvolati", ennesima insulsa nostrana traduzione che ci saremmo potuti risparmiare mantenendo il semplice ma immediato Wild Hogs. Ero molto scettico nel vedere questo film ma tutto sommato non posso dire di essermi pentito nell'essermi goduto un John Travolta in ottima forma accompagnato da Allen e Lawrence, due dei cabarettisti più amati negli States. In assoluto, l'interpretazione dell'insospettabile Macy contribuisce a rendere la pellicola una delle più divertenti commedie del momento, che di gran lunga distacca in simpatia l'ennesimo Epic Movie (troppe saghe non fanno male... ah ah...).

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Wild Hogs
si presenta come la versione comica ed epurata di Easy Rider, riuscendo a mantenere un buon ritmo fino al termine nonostante i 100 minuti di durata. Poco sesso, nessuna droga ma molto rock, in questo percorso che trascina i protagonisti fuori dagli schemi della loro vita quotidiana per scaraventarli sulle strade d'america in un coast to coast che avrà in serbo per loro una rivincita sulla quotidianità della loro esistenza. Seppur non un capolavoro, il film riesce nell'impresa di far ridere senza mostrare impunemente "culi e tette", senza volgarità di alcun genere ma con grandi prove dei suoi attori, capaci di rinverdire una sceneggiatura che a tratti sembrerebbe scontata ma che ogni volta riesce a rivelare il suo piglio frizzante.

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Wild Hogs
è un film per tutti, semplicemente divertente.

 
 
 

Prima l'agenzia, poi Dio...

Post n°250 pubblicato il 23 Aprile 2007 da Pars1fal

The Good Shepherd, L'ombra del potere, regia di Robert De Niro, con Matt Demon, Robert De Niro, Angelina Jolie, Alec Baldwin, William Hurt, John Turturro.

Gli albori della CIA, dalla "baia dei porci" alla "Guerra fredda" attraverso gli occhi e gli intrighi dell'agente Edward Wilson.

Un film sui servizi segreti più discussi del mondo senza una minima percentuale di azione non potrebbe che risultare noioso nelle mani di un qualsiasi regista approssimativo, ovviamente De Niro non può e non appartiene a questa categoria. La sua abile maestria fa si che la pellicola, seppur con una durata considerevole (167'), riesca a catturare l'attenzione della platea e a regalarci, finalmente, un opera decisamente accattivante su uno spaccato di storia americana che inevitabilmente si è ripercosso e si ripercuote ancora oggi sulle politiche economiche-sociali-militaristiche del pianeta. 

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A dare prestigio a questa impeccabile sceneggiatura scritta da Eric Roth (screenplayer tra gli altri di Forrest Gump, The Insider e Munich) contribuiscono interpretazioni senza sbavature come quella di Matt Damon, a suo agio nei panni dell'agente segreto questa volta più "mente" (Syriana) e meno "braccio" (Jason Bourne), e di una Angelina Jolie finalmente tornata a fare l'attrice dopo ben otto anni e un premio oscar da Ragazze interrotte (1999), nonostante il ruolo di madre attempata non gli si addica facilmente. Nel ruolo di Wilson, Damon mostra le debolezze di un uomo senza apparenti tentennamenti ma alle prese con un dramma interiore che lo porterà a rinunciare e a spezzare ogni legame sociale e sentimentale in cambio di un continuo e vertiginoso oblio verso la menzogna e la rettitudine patriottica, ma paradossalmente negativa, del "buon soldato".

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Seguire nel suo svolgimento questo intenso dramma spirituale e nazionale non fa rimpiangere l'azione dei migliori film di spionaggio. L'insegnamento in senso civico che emerge regala allo spettatore uno spicchio di consapevolezza maggiore nei confronti degli eventi del mondo moderno, sulla scomparsa e la deriva di una informazione etica o meglio di una trasformazione di questa in "etica del profitto". La domanda è di conseguenza necessaria, è un buon patriota colui che sacrifica senza scrupoli la propria vita e quella degli altri in nome di un ideale pur sapendo e conoscendo il profondo lato oscuro di questo?

Consigliato vivissimamente!

 
 
 

Un giorno di inusuale lucidità

Post n°241 pubblicato il 15 Aprile 2007 da Pars1fal
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Un giorno di ordinaria follia (Falling Down), USA 1993, regia di J. Schumacher, con M. Douglas, R. Duvall, B. Hershey, T. Weld, R. Ticotin.

I giorni di licenza di un mio carissimo amico militare sono sempre delle buonissime occasioni per rivedere qualche film nelle serate di noia prettamente provinciale (oltre ai bivacchi in collina). La visione di Falling Down ci ha offerto l'opportunità di rivedere, per quanto mi riguarda, uno dei tre migliori film di Micheal Douglas, insieme a La guerra dei Roses (1989) e All'inseguimento della pietra verde (1984), e una storica interpretazione di Robert Duvall nei panni del detective Prendergast.

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Un film politico, sporco, ironico e graffiante che lacera i tessuti della società americana fino a rivelarne il lato peggiore nascosto tra le inevitabili e indiscutibili magnificenze. L'affidamento in caso di separazione, l'inflazione, razzismo, la proprietà privata sono solo alcune delle tappe che William (Billy) "D-Fens" Foster toccherà nel suo viaggio fino a casa in preda a lucide analisi della condizione economico-sociale statunitense e del suo nuovo status da "obsoleto", obsoleto per l'economia, per sua moglie ma non per sua figlia, il vero scopo del suo viaggio e se vogliamo della sua "pazzia". Molte verità escono dalla bocca di Billy, ma proprio queste contribuiscono a renderlo "cattivo" agli occhi borghesi della massa convertita all'ineluttabile pazzia di un mondo che alla dignità e al rispetto dell'identità umana preferisce i dettami del dio dollaro.


...riportare i prezzi agli anni '60... oddio perchè è "solo" un film?

 
 
 

Quell'angelo di Hilary Swank

Post n°239 pubblicato il 11 Aprile 2007 da Pars1fal
Foto di Pars1fal

I segni del male, The Reaping, USA 2007, regia di S. Hopkins, con Hilary Swank, David Morrissey, Idris Elba.

Katherine Winter, ex pastore battista, arriva nel villaggio di Heaven con l'incarico di assegnare una spiegazione scientifica alle calamità bibliche che stanno allarmando la popolazione.

Una Hilary Swank in grande forma fisica, forse mai così femminile al cinema, interpreta un personaggio controverso, combattuto tra il ricordo dell'omicidio di suo marito e della figlia, una fede ormai persa e il suo nuovo rifugio nella scienza. La sua recitazione lascia però a desiderare tanto da farla apparire troppo ammicante e decisamente fuori posto,
un pò come fu per Winona Rider in Lost Souls, la profezia (2000), in una trama che in conclusione risulta banale anche se talvolta positivamente evocativa dal punto di vista della fotografia e delle citazioni, dalla Giovanna d'Arco (1999) di Besson a La Mummia (1999).

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Ne I segni del male è la confusione a regnare e segnare il passo delle immagini, sembra quasi che siano stati due differenti persone a scrivere la sceneggiatura del film, l'uno in disaccordo con l'altro. All'origine, una antica profezia (toh?) rivela la possibile rinascita dell'anticristo in un villaggio punito da Dio attraverso le dieci piaghe d'Egitto, digitalmente impeccabili tranne forse nel caso dei pidocchi, fenomeni che la scienza non riesce a spiegare e a cui il fermento fondamentalista cittadino assegna la responsabilità a una bambina e alla sua "infedele" famiglia. Il continuo ricorso a flashback e agli effetti speciali non contribuiscono di certo a diminuri la pesantezza dell'intrigata matassa filmica malgrado la miscela d'immagini e una colonna sonora apprezzabile donino paradossalmente una superficiale impressione di originalità. Speranza smentita dal finale, scadente, vuoto d'immaginazione e ripetitivo a cui Hopkins s'abbandona dopo il discreto risultato di Tu chiamami Peter (2004).

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Inchiesta su Gesù

Post n°230 pubblicato il 29 Marzo 2007 da Pars1fal
Foto di Pars1fal

(2 e 3 aprile 2007)

L'imperatore Tiberio invia il valoroso Tauro a indagare in Giudea sulla morte di Gesù. Il soldato incontrerà e interrogherà i testimoni del sacrificio del Cristo, avvicinandosi al messaggio d'amore del figlio di Dio.


Sul mio comodino, rigorosamente rispettando la fila, ho da alcuni giorni il libro Inchiesta su Gesù del giornalista e conduttore Corrado Augias. immagineMolte pellicole e opere teatrali sono state realizzate sul più grande rivoluzionario di tutti i tempi, ma la sua "ricerca" continua e prosegue anche nella celluloide, eccezzionalmente sugli schermi RAI (negli altri paesi europei e non uscirà al cinema), grazie allo straordinario produttore Fulvio Lucisano e al regista Giulio Base. La fiction L'inchiesta andrà in onda in due puntate, il 2 e 3 aprile alle 21,10 (circa) su RAI UNO, è un remake dell'omonimo film di Damiano Damiani del 1986 con protagonisti Keith Carradine e Harvey Keitel (già nel cast de L'ultima tentazione di Cristo), il cui nuovo soggetto è stato curato dallo scrittore (e non solo) Valerio Massimo Manfredi.
Un cast di tutto rispetto per questa produzione RAI FICTION girata tra Tunisia e Bulgaria per 8 milioni di euro: Max Von Sydow (l'imperatore Tiberio), Murray Abraham (Amadeus, Il nome della rosa), Enrico Lo Verso (sarà Pietro), Ornella Muti, Daniele Liotti (il protagonista Tauro), Hristo Shopov (che interpreterà Ponzio Pilato come nel The Passion di Gibson), Maria Pia Calzone, Dolph Lundgren (Mr Ti spiezzo in due...), Anna Kanakis, Monica Cruz (la sorella della stupenda Penelope)...

Buona visione (speriamo)!

 
 
 

Il trionfo degli uomini liberi

Post n°224 pubblicato il 25 Marzo 2007 da Pars1fal
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"300", regia di Zack Snyder, USA 2006, con Gerard Butler, Lena Headey, Dominic West, Vincent Regan, Rodrigo Santoro.

Gli amanti del genere attendevano da tempo e con soprirazione l'ascesa nelle sale cinematografiche della nuova opera tratta dal genio visionario di Frank Miller: 300! Le attese non sono state deluse, il film di certo va ad accompagnarsi alle altre due sole pellicole che, secondo il mio modestissimo parere, sono riuscite a rendere possibile e tangibile il reale connubio tra cinema e fumetto: Sin City e Batman Begins (andrebbe annoverato anche Kill Bill, ma la sua origine è differente). Pur non sottovalutando il valore di altre opere dall'indubbio carisma e appeal per gli amanti del genere (i vari X-Men, Spider Man...), i tre film in questione riescono appieno nell'impresa di produrre uno spettacolo pirotecnico di multimedialità (sarà presto anche un videogioco) per gli occhi dello spettatore, tanto che ad ogni cambio di inquadratura, o scena, sembra quasi di poter sfogliare col solo battito delle ciglia l'enorme schermo che si frappone fra le nostre emozioni e le immagini.

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E' ovvio che non si può parlare di perfezione. Ricordando che 300 non è un film storico, quindi tanto meno "manualistico", la Storia, con la S maiuscola, si alterna all'estremizzazione del fumetto, rendendo materiale la mitologia (basti pensare alla rappresentazione degli immortali) prodotta dai freneteci neuroni di Miller. Non sempre il regista Snyder riesce a stare al passo del disegnatore, le scene iniziali risultano troppo didascaliche e appensantite dal pur necessario intervento del "bardo" Dilios, narratore dell'epopea spartana, tra dialoghi che travalicano spesso il livello di guardia tra la "spacconaggine" yankee e il furore greco. Non mancano le citazioni, dal Il gladiatore a Sin City, per la filmografia, alla religione (tra gli esempi, la fine di Leonida ricorda molto la crocifissione del Cristo e il martirio di San Sebastiano), al panorama politico attuale (da qui le polemiche), anche se difficilmente si può paragonare l'eroico, stoico e fin troppo pazzo Leonida al presidente statunitense, basti solo pensare al sacrificio finale del primo...

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Senza svelare alcun aspetto della trama (che non sia relativo al fatto storico), posso affermare senza paura d'essere smentito che le scene finali del film valgono l'intero prezzo del biglietto (ahimè troppo caro) dove l'eccelso lavoro fotografico raggiunge l'apice del suo splendore. Un film da apprezzare dunque con occhio prettamente a-storico, un ennesimo passo del nuovo corso del cinema fantasy amaricano, il quale reinventa la storia, ignorando le analisi scientifiche e rapportandola prettamente al presente, conscio dell'enorme potenzialità dei suoi artisti e della tecnologia digitale.

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Concludo consigliandovi la lettura de "Lo scudo di Talos" di Valerio Massimo Manfredi in cui troverete molti elementi in comune con la sceneggiatura del film.

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L'enigma continua... avrà mai fine?

Post n°211 pubblicato il 16 Marzo 2007 da Pars1fal
Foto di Pars1fal

"Saw III", USA 2006, regia di Darren Lynn Bousman, con Tobin Bell, Shawnee Smith, Angus Mcfayden.

Amanti dei film horror di tutto il mondo unitevi!

L'enigmista è tornato e vuole fare un gioco con voi, vedere fino a che punto riuscirete ad assistere alla saga horror che più di tutte (seppur non stilisticamente perfetta, ma questo fa parte del "gioco"... ops, dell'industria) sta appassionando gli amanti del genere (me compreso).

Lasciando da parte i voli pindarici di regia, tagli, montaggio... Saw riesce ad accorpare il disgusto di scene splatter, che altro non sono che rimandi alla torture che, ricordiamolo e ribadiamolo, ancora oggi si cela dietro a potenze democratiche e stati del terzo mondo. Senza rivelare le scene più "hot" di questo episodio, forse il più debole ma nel complesso in linea con i precedenti, talvolta una buona musica e l'utilizzo del flashback riescono a rendere terribilmenti indigeste anche insospettabili scene di carattere medico. Il messaggio di Saw, si ha un messaggio, è costringere le proprie vite a rivalutare la propria esistenza, sembra affermare "conducete una vita da morti viventi, non apprezzate ciò che vi è stato concesso e dunque non meritate di possedere un dono che a me sta per essere tolto". La vita è breve e può esserci tolta in qualsiasi momento, da un evento casuale o da un pazzo, la "cronaca" testimonia che non è un dato così impercepibile e irrilevante.

Un collegamento possibile (e qui chiudo) si può effettuare con "Fight Club", di cui riporto un dialogo del libro di Chuck Palahniuk (un libro mediocre, non è questo il caso, è sempre migliore di un ottimo film):

"Allora torna a scuola, ti ho detto. Se domani mattina ti svegli, trova un modo di tornare a scuola. (...) In questo momento potresti tranquillamente essere morto, ti ho detto. Ho la tua patente. So chi sei, so dove abiti. Mi tengo la tua patente e ti tengo d'occhio , signor Raymond K. Hessel. (...) Vattene di qui e fa la tua piccola vita, ma ricordati che ti sorveglio, e preferisco ammazzarti che vederti fare un lavoro di merda per quei quattro soldi che ti servono per comperarti il formaggio e guardare la tele. Ora me ne vado e tu non ti voltare. (...) Raymond K. Hessel, la cena di questa sera avrà un sapore fantastico come nessun pasto che hai mai mangiato e domani sarà il più bel giorno di tutta la tua vita."

"Hostel"

"Saw II"

 
 
 

FREE TIBET!

Post n°194 pubblicato il 26 Marzo 2006 da Pars1fal
Foto di Pars1fal

"Sette anni in Tibet", "Seven years in Tibet", Usa 1997, di J.J. Annaud, con Brad Pitt, David Thewlis, B.D. Wong.

Nel corso della seconda guerra mondiale, Heinrich Harrer viene arrestato dagli inglesi durante il suo tentativo di scalare il Nanga Parbat. Imprigionato in India, riesce a fuggire e a rifugiarsi in Tibet, dove inizierà una profonda amicizia col Dalai Lama.

Quando ancora Brad Pitt era un attore e non il segugio della Jolie, regalava emozioni intense con le sue interpretazioni davvero convincenti al di là dell'involucro freddo che oggi ci rimane, rimpianto del talento che fu. "Seven years in Tibet" è testimonianza di ciò che intendo, un film che rientra alla perfezione nei canoni tibetani ma allo stesso tempo ci travolge nella frenetica evoluzione di un popolo oppresso ed oppressore quale quello cinese. Molte volte i film riescono nell'impresa (sbagliata ma alla fine utile) di sostituire un libro di scuola, o almeno potrebbero riuscire ad invogliare, ad incuriosire chi ha della Cina una proiezione mentale poco dissimile dallo spauracchio ebete odiernamente presente nel "grande fratello". La Cina fa paura e tutti noi ci inchiniamo ad una dittatura comunista capace di prendere il peggio dal sistema capitalistico occidentale, con molta soddisfazione di alcuni nostri industriali che in pubblico si dissociano sdegnati ma poi corrono ad aprire un'altra fabbricuccia in estremo oriente. Ed il popolo cinese? Il popolo cinese è morto nel 1989. Esistono dei fantasmi che lavorano 20 ore su 24 per 30 dollari mensili, esistono fantasmi che giocano a fare i turisti in Tibet, grazie ad un governo che in quei luoghi pratica prostituzione, gioco d'azzardo, deridendo e opprimendo luoghi sacri paragonabili alla nostra piazza San Pietro. Ed il mondo occidentale continua ad inchinarsi, anzi premia questo sistema incapace di concepire concetti basilari come il rispetto dei diritti umani, rispetto per chi piuttosto si sta facendo sterminare invece di reagire. Le olimpiadi erano sinonimo di pace e fratellanza all'insegna dello sport, l'olimpiade di Pechino 2008 è lo specchio del degrado morale dell'umanità, dell'interesse al di sopra della civiltà, di una globalizzazione deviata verso l'oppressione sociale. Sinceramente ho un'altra idea di globalizzazione, sinceramente spero di essere presto smentito dai governanti europei.

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Verdone VS Muccino= 10-0

Post n°192 pubblicato il 24 Marzo 2006 da Pars1fal
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"Il mio miglior nemico", Italia 2005, di e con Carlo Verdone, con Silvio Muccino, Ana Morariu, Agnese Nano.

L'incontro scontro tra un direttore d'albergo e il figlio di una cameriera sullo sfondo di fragili rapporti tra genitori e figli.

Lo avevo detto, gli unici film italiani che vedo al cinema sono quelli di Verdone, perchè per Verdone ho una passione sfrenata. Questa volta avrei fatto uno strappo alla regola, data la presenza di silvio "raccomandato" muccino (il minuscolo è una piccola vendetta infantile) ma alla fine, data l'insistenza di alcuni miei amici, ho ceduto. Purtroppo quando si hanno in mano molti indizi, il palesarsi della prova non tarda ad arrivare e, sinceramente, a me è arrivata come un cazzotto allo stomaco tanta la noia sopportata in attesa del finale. Questa sceneggiatura a quattro mani non rende giustizia al grande Carlo, il quale con la sua verve tiene alti i ritmi di un film che sprofonda ogni qual volta appare sullo schermo il bel silvio. Patetica la sua interpretazione tant'è che è molto più credibile quando non s'atteggia ad attore drammatico (dote che se possiede non dimostra) e si normalizza al pari con gli altri esseri umani. Verdone vale il prezzo del biglietto per questa commedia banale, piena zeppa di luoghi comuni italiani, che strappa risate nella prima parte per poi perdersi in lidi non propri, verso miscugli di messaggi improvvisati, i quali sembrano imbarazzare gli stessi attori, come se si rendessero conto degli improponibili risvolti che andranno a raccontare. Un primo tempo su ritmi buoni che si dilunga nella ricerca di qualità psicologiche che purtroppo il film nel complesso non possiede.

 
 
 

Tra le braccia di un angelo

Post n°186 pubblicato il 20 Marzo 2006 da Pars1fal
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"Angel-A", Francia 2005, di Luc Besson, con Jamel Debbouze, Rie Rasmussen.

Un uomo sommerso dai debiti deciede di togliersi la vita gettandosi nella Senna. Mentre sta per buttarsi, nota una donna nelle sue stesse condizioni. Quando lei si getta, si tuffa per poterla salvare.

Il nostro Andrè, il "Lucien" de "Il meraviglioso mondo di Amelie", è un uomo dalle mille difficoltà. Una persona in fondo buona travolta dagli eventi in sui abilmente si è cacciato solo per avere un pò di considerazione, per non essere solo. Jamel Debbouze entra perfettamente in una parte che Besson cuce su di lui come su la sua nuova scoperta, l'algida Rie Rasmussen. In una trama abbastanza banale, i personaggi ed i loro dialoghi elevano il livello del film, in una Parigi noir che riesce a contenere i comportamenti e le svolte emotive come solo questa città meravigliosa riesce a fare. Besson prova un ritorno al cinema francese, introspettivo, per poi liberarsi di questa etichetta cedendo alle lusinghe hollywoodiane nel finale, creando un grottesco miscuglio tra reale e fantastico. Gli angeli sono tra noi, sembra dire il regista, solo che a volte non abbiamo la forza di saper farci aiutare, o meglio ancora, gli angeli siamo noi stessi, quando sappiamo ritrovarci e spiegare le nostre bellissime ali verso un nuovo futuro, attraverso l'unica forza tangibile del mondo, l'amore.

 
 
 

Il diavolo della corruzione

Post n°173 pubblicato il 11 Marzo 2006 da Pars1fal
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"Syriana", Usa 2005, di Stephen Gaghan, con George Clooney, Matt Damon, William Hurt, Chris Cooper, Nicholas Art. Jay Barber.

I traffici e le operazioni segrete della politica estera americana post 11 settembre per garantire l'apporto di petrolio ed un instabilità stabile in Medio Oriente.

Basato sul libro dell'ex agente CIA Robert Bauer "See no evil", il film, scritto e diretto da Stephen Gaghan, narra una vicenda essenzialmente di fantasia o, per così dire, fatti che potrebbero realmente accadere all'insaputa della popolazione mondiale. Ovviamente questo discorso dovrebbe secondo me valere per tutte le organizzazioni segrete e non solo per quella statunitense. Lo stile è quello di "Traffic" (2001), di cui Gaghan scrisse la sceneggiatua, con una storia che procede grazie alle vicende di tre personaggi principali, dove spicca un Clooney da oscar, ingrassato e molto appassionante, ognuno portatore della sua verità. Non raggiunge però lo stesso livello di tensione, dove Soderbergh incise parecchio, donando in certi frangenti un senso di estraneità alla stessa pellicola. Estraneità che termina nei momenti di drammaticità del film, metafora forse dell'atteggiamento tenuto dall'opinione pubblica nei confronti della geopolitica, pronta ad allarmarsi solo nel momento del compiato.

Se la protagonista principale è dunque la trama, l'intreccio che ne scaturisce è ricco di messaggi politici rivolti in special modo al pubblico americano. Messaggi di autocritica e di conversione verso una vecchia consapevolezza democratica globale che sembra essersi smarrita tra petrolio e fumanti dollaroni. Come detto all'inizio però, deve essere stimolo per tutte le popolazioni ad una maggiore ed intensa partecipazione.

 
 
 

Un tranquillo interrail di paura

Post n°152 pubblicato il 02 Marzo 2006 da Pars1fal
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"Hostel", Usa 2005, di Eli Roth, con Jay Hernandez, Derek Richardson, Eythor Gudjonsson, Barbara Nedeljakova.

Attratti dalle droghe e dalla disponibilità delle donne europee, tre ragazzi iniziano un viaggio che da Amsterdam dovrebbe portarli a Barcellona. Influenzati dall'incontro con un ragazzo decidono però di fare tappa anche in Slovacchia.

L'idea del film "Hostel" nasce su internet, da una "digressione" fra il regista ed alcuni suoi amici su ciò che si può trovare navigando nella rete. Trovarono un sito thailandese dove per 10.000 dollari si poteva sparare ad un uomo con un fucile., le vittime sperano così di poter garantire alle proprie famiglie un futuro migliore. Da qui potremmo fare mille discorsi sul mondo sotterraneo (neanche troppo) che esiste sotto i nostri occhi e le nostre tranquille esistenze, ma sinceramente sono troppo disgustato per farlo.

Per essere compreso "Hostel" ha bisogno di una immedesimazione attenta da parte dello spettatore altrimenti rischia di ricevere la stessa accoglienza delle prime proiezioni di "The blair witch project" (1999). Non si tratta di una pellicola banalmente stracolma di sangue e viscere, ma riesce nell'intento di essere molto realistica, anche se sicuramente non un capolavoro. Gli horror a cui siamo abituati difficilmente riescono ad andare oltre la proiezione di interioria e ossa fracassate. Eli Roth prova ad offrire un prodotto originale ma non riesce completamente ad uscire da alcuni canoni commerciali (come il sesso), pur rimanendo nelle complessità del panorama cinematografico uno dei pochi film impegnati, schierati contro lo sfruttamento, la tortura e la violenza come intrattenimento, il potere fine a se stesso. Una critica realistica ed imponente come solo i "film d'orrore" sembrano saper comunicare.

Alcune curiosità: nel dvd sarà presente un finale alternativo; la censura americana non ha compiuto tagli sul film, si può dire la stessa cosa di quella italiana?

 
 
 

"Se sei un jarhead resti per sempre un jarhead"

Post n°147 pubblicato il 27 Febbraio 2006 da Pars1fal
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"Jarhead", Usa 2005, di Sam Mendes, con Jake Gyllenhaal, Jamie Foxx, Peter Sarsgaard, Chris Cooper.

"Swoff" si arruola nei marine durante la prima guerra del golfo. Passato dall'addestramento al campo di guerra, vivrà i giorni e l'ansia prima della battaglia.

Sapevo che non si sarebbe trattato di un film "di guerra" ma sull'attesa della guerra, non è questo il problema. Mi aspettavo però una pellicola originale a livello introspettivo, degna del regista che tanto ho apprezzato per "American Beauty" (1999). Sam Mendes ha preso il suo "vaso vuoto" e lo ha riempito facendo copia/incolla da altri film (a partire dall'ovvio, "Full Metal Jacket"(1987), un pò la critica che gli venne rivolta per "Era mio padre" (2002), non producendo nulla di innovativo. Questo è abbastanza pericoloso per un regista che si propone di indagare tra la psiche dei soldati, di rivelare il loro essere al di fuori della divisa. Ne viene fuori un ritratto troppo estremizzato, vent'enni catapultati dal party studentesco al "party sulla sabbia" che non riescono a comunicarci i loro sentimenti al di fuori di una rivista o un video porno. Mentre la sindrome dell'attesa è testimoniata e ci viene ricordata soprattutto da una scritta sullo schermo più che dal film stesso.

Se il film nel suo complesso delude, il talento pratico di Mendes nella regia non è in discussione, così come la fotografia di Roger Deakins è davvero strepitosa tanto da valere da sola il prezzo del biglietto. Anche la scelta della colonna sonora non delude ("something in the way" dei Nirvana su tutte) anche se a volte è un pò troppo ingombrante. Jake Gyllenhaal è il divo del momento, se avesse avuto un copione migliore avrebbe reso certamente di più, ma la sua prova, seppur buona, si appiattisce emotivamente al livello della pellicola.

L'obiettivo che si era proposto il film penso non sia stato raggiunto anche se può essere una spinta a rivedere film sempre attuali come ad esempio "Platoon" (1986), "Il cacciatore" (quello vero) (1978), "Apocalypse now" (1978), "Nato il 4 luglio" (1989)...

 
 
 

Se tu sei mia io rigo dritto

Post n°137 pubblicato il 20 Febbraio 2006 da Pars1fal
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"Walk the line", Usa 2005, di James Mangold, con Joaquin Phoenix, Reese Witherspoon.

La storia d'amore tra Johnny Cash e June Carter, tra un profondo dramma familiare ed i tour con Elvis e Jerry Lee Lewis.

Un film autobiografico è sempre rischioso. Il rischio maggiore è quello di deludere i fan, soprattutto se si tratta di una star leggendaria della musica rock come Johnny Cash. D'altro canto, il vantaggio è quello di poter immortalare l'artista nell'immaginario di chi non lo conoscesse o di chi poco ne avesse sentito parlare. Rispetto ad Elvis, sicuramente è minore l'impatto del nome "Cash" nel pubblico giovanile europeo, ed è forse per questo un bene che il film si basi si sulla musica ma con preponderante forza sulla storia d'amore tra i due protagonisti. Grazie alla musica il film non cade nella banalità dei soliti "polpettoni" strappalacrime, ma è il vettore di dolore e sentimento che sfocia in tonalità inusuali del sogno americano. Se non ci fosse stata la musica non ci sarebbe stato l'amore, se non ci fosse stato l'amore non ci sarebbe stata la musica, non necessariamente in quest'ordine. Solo guardando il film ci rendiamo conto che questa premessa non è banale, per questo si tratta di una scommessa per il pubblico e solo per quel pubblico che è disposto a rischiare. Cash per i suoi testi, gli scandali, potrebbe essere definito il "lato oscuro" di Elvis, ma se Johnny ci ha lasciato tre anni fa, "il re" si è perso forse proprio perchè accanto a se non ha avuto qualcuno che sapesse guardare ed andarlo a riprendere oltre la linea dove ancheggiando aveva mosso i suoi ultimi passi.

 
 
 
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