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BOSCO DI SAN FRANCESCO

Al di là, oltre il muro

Non odo la voce, Francesco

Alla prima alba, luccicando al sole

il tuo convento

Tra ulivi, coltivi, colline e pianure

Un sacro paesaggio

Ma nessuno riprende il cammino

D'amore e di luce del Santo?

Passione, che in lui fu Divino

Nel bene la costanza dei forti

Hai diviso i tuoi pregi a ciascun Santo

Nulla si spegne in te

E in te vivrò, luco caro

Senza più colpe

Libero da pene

Tra alberi ameni

Nati da un Santo

 

 

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Ciò che è grande continua

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Nell'antichità, a Oriente

e a Occidente, l'arte

medica era spesso

paragonata all'arte

del governo.

Chi sà governare, sa

mobilitare molte risorse,

non si affida ad una

sola freccia.

Per curare, occorre, invece,

trovare il modo di equilibrare.

 
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« L'energia dell'intuitoCOME L'ENERGIA DINAMICA... »

LA FIABA D'AMORE DI PSICHE

Post n°28 pubblicato il 28 Febbraio 2012 da susypoet
Foto di susypoet

La fiaba della crescita dell'anima

C'erano una volta un re ed una regina che avevano tre figlie.

Le due figlie maggiori erano d'aspetto gradevole, ma nulla più. La minore invece era di una bellezza a dir poco splendente, Psiche. Tutti anche fuori dai confini del paese, conoscevano l'infinita bellezza della fanciulla e molte persone la onoravano, Dea dei flutti. Alcuni addirittura dicevano che Psiche non fosse solo una manifestazione di Venere, ma fosse una Dea ella stessa, nata non dal mare, ma dalla terra.

Queste voci raggiunsero le orecchie della Dea che, adirata, desiderò vendicarsi sulla dolce fanciulla. Convocò quindi suo figlio, Amore, intimandogli di scoccare una freccia che trafiggesse il cuore dell'impertinente ragazza, s'innamorasse di un individuo orrendo e malvagio.

Ma Psiche e la sua famiglia non gioivano del dono di quella straordinaria bellezza, come Venere credeva. Infatti nessun uomo voleva sposare Psiche. Nessuno voleva teneramente amarla in quanto donna. Volevano solo venerarla come una Dea.

Psiche perciò era sola, convinta che il suo futuro sarebbe stato privo d'amore. I genitori della fanciulla decisero quindi di consultare l'Oracolo di Delfi, e la pitonessa pronunciò parole di sventura.

Psiche avrebbe dovuto essere condotta sulla cima di una rupe e lì abbandonata, in modo che un mostro serpentino potesse portarla con sè per farne la propria compagna. Tutta la famiglia rimase per giorni in preda all'angoscia, ma alla fine si dovette per forza adempiere al volere degli Dei. Così una triste processione accompagnò la giovane, vestita da sposa, verso il suo tetro fato.

Giunta sulla rupe Psiche venne abbandonata tra molti rimpianti lasciata sola a consumarsi di lacrime. Mentre si trovava paralizzata dalla paura, Psiche sentì d'improvviso spirare una brezza leggera, che delicatamente la sollevò in aria per condurla al di là della montagna, verso una valle segreta.

Qui Psiche si addentrò cautamente nel folto di un bosco e, presso una fonte cristallina, vide un palazzo meraviglioso. Abbagliata dallo splendore delle colonne d'oro e dei soffitti d'avorio, decise di entrare in quella che pareva la dimora di un qualche Dio. All'interno lo spettacolo non era da meno, ma tra tanta leggiadria quel che più la incantò fu che nessun quardiano sembrava far da sentinella a quelle ricchezze, mentre rifletteva su questo, udì delle voci incorporee e gentili invitarla ad accomodarsi e a richiedere ciò che più preferiva, spiegandole che tutto quello che vedeva apparteneva a lei. Così, riposata e rifocillata, giunse la sera e la bella fanciulla andò a dormire, non sapendo cosa l'oscurità le avrebbe portato. Nel silenzio della notte un uomo, che Psiche non riuscì a vedere, si accostò al suo letto e si unì a lei, facendone la prorpia sposa.

Al mattino la giovane si ritrovò nuovamente sola, con le voci come unica compagnia. Ciò si ripetè nello stesso modo per diverso tempo finchè una notte Psiche udì finalmente la voce melodiosa del suo compagno che l'avvertiva di un imminente pericolo.

Le due sorelle di Psiche la stavano infatti cercando, non potendo rassegnarsi alla sua perdita e certamente, prima o poi, l'avrebbero trovata. L'uomo misterioso intimò a Psiche di non rispondere mai agli appelli delle sorelle perchè altrimenti un grande dolore si sarebbe abbattuto sopra di loro e la loro vita insieme sarebbe finita per sempre.

Psiche non desiderava perdere quell'uomo che non vedeva ma al quale si era affezionata profondamente. Tuttavia l'idea di non poter più rivedere i suoi cari l'atterriva e la solitudine che provava durante il giorno le sembrava ora ancora più immensa.

La notte seguente pregò in lacrime il suo sposo di poter rivedere le sue sorelle. Egli, colto da pietà, le concesse di rivederle e di far loro dei doni preziosi. Nuovamente però le disse di stare molto attenta, di non prestare ascolto ai loro consigli. Loro avrebbero potuto tentarla a conoscere l'aspetto dell'amato. Se Psiche avesse compiuto un atto del genere la sventura si sarebbe abbattuta su di loro. Psiche promise che mai sarebbe avvenuta una cosa simile e così quando il giorno seguente le sorelle si recarono alla rupe misteriosa invocando Psiche ella rispose.

Le sorelle furono accompagnate alla reggia da Zefiro e, dopo la gioia iniziale, iniziarono ad individuare le fortune della loro sorella, cariche di doni, le due se ne tornarono a casa, ma da quel momento cominciarono a meditare vendetta. La sera il marito nuovamente intimò all'ingenua Psiche di non ascoltare i cupi consigli che certamente prima o poi le sue care avrebbero dispensato, poichè ora avrebbe dovuto badare non solo a loro amore, ma anche a quella creatura che nel suo grembo stava crescendo. Psiche ebbra di gioia per la liete notizia, iniziò a contare i giorni che lenti si succedevano, finchè una notte il suo sfuggente sposo la mise in guardia dalle macchinazioni delle due ingrate, che ormai da tempo stavano tramando di far cadere lei e il marito in disgrazia. Ma la giovane, tra mille singhiozzi, promise che mai avrebbe fatto qualcosa di male, e per questo domandò ancora una volta di rivedere le sorelle. Egli acconsentì, e così il giorno a venire le due si recarono di nuovo alla ricca dimora. In quella loro visita non si trattennero dal riferire alla sorella minore i loro pensieri malevoli, travestiti da buoni consigli, e l'ingenua ragazza cadde preda del dubbio e del timore. Le raccontarono, infatti, d'aver sentito che dietro al suo sposo affettuoso in realtà si celava una serpe mostruosa che avrebbe divorato sia lei che il bambino e che, per accettarsi della cosa avrebbe dovuto munirsi di lampada ad olio e di coltello, coi quali quella stessa notte avrebbe affrontato l'aspetto del consorte. E così fu. Calate le tenebre, la ragazza attese che lo sposo si addormentasse, per poi furtivamente scrutare il suo volto ed il suo corpo. Armata di quella piccola luce, e nell'altra mano del coltello, si trovò ad ammirare le forme perfette di Amore in persona, e ne rimase talmente abbagliata e sbigottita da lasciar cadere sulla spalla destra del Dio una goccia di olio bollente. Bruciato e tradito egli si levò dal giaciglio e si alzò in volo, abbandonando Psiche, la quale tentò di seguirlo aggrappandosi ad una delle sue gambe.

Ma durante il volo cadde a terra, e così si ritrovò sola a vagare in mezzo alla boscaglia. In preda al dolore, tentò di gettarsi nel fiume, ma esso la depose salva sulla riva, dove il Dio Pan si stava svagando con una Ninfa. Allora egli le disse d'avvicinarsi e, vedendola in pene d'amore, le consigliò di pregare il Dio Cupido, Amore stesso, per propiziarselo. Psiche non gli diede risposta, e proseguì il suo cammino, dopo aver lungamente camminato, giunse nella città dove governava il marito di una delle sue sorelle e, chiesta ospitalità, le raccontò l'accaduto. Le riferì inoltre, che Cupido l'aveva rinnegata perchè desideroso di sposare quell'altra sorella che ora le dava asilo. Così ingannata la donna maligna si precipitò subito alla rupe e, aspettandosi invano l'abbraccio di Zefiro, vi si getto trovando la morte. Nello stesso modo, trovò giustizia anche nei confronti dell'altra sorella. Dopo di che riprese a cercare il marito perduto, che nel frattempo si curava la ferita nascosto nella casa della divina madre.

Nel suo lungo e triste vagare Psiche un giorno trovò in cima ad un monte un tempio dedicato alla Dea Cerere e, vedendolo in disordine, prese a rassettarlo; La Dea, vedendola così diligente, accorse da lei per metterla in guardia dall'odio di Venere. Infatti, la bella madre di Amore, era venuta a conoscenza del loro matrimonio tramite un gabbiano, che le aveva anche riferito della ferita del figlio. Intimorita, Psiche domandò protezione alla Dea delle messi, ma costei le riferì di non poterla aiutare. Nello stesso modo, trovato poco dopo un tempio dedicato a Giunone e avendolo messo in ordine, domandò umilmente aiuto alla Dea, ma ne ricevette la medesima risposta. Nel contempo, Venere incaricò Mercurio di bandire una ricerca e, in cambio di sette suoi baci, pretese che le si portasse la giovane sposa di suo figlio. Non passò molto tempo, che Psiche venne condotta innanzi a lei. La Dea impose alla fanciulla una serie di prove, per vendicarsi di lei.

Come prima prova Venere disse a Psiche di separare un grande mucchio di semi di vario tipo, e di disporre ogni diversa semenza in un mucchio a parte. Lasciata sola Psiche, disperata, ricevette l'aiuto di alcune formiche che avevano assistito alla scena e, tempo di sera, i semi furono separati. Non contenta, Venere le impose una nuova sfida: avrebbe dovuto strappare un fiocco di lana dorata da una delle pecore che erano solite pascolare nei pressi di un fiume poco distante. Recatasi lungo le rive, una verde canna l'avvertì di non avvicinarsi al gregge prima di sera, poichè la calura del giorno incattiviva le bestie, che certamente l'avrebbero dilaniata. Perciò, le consigliò di attendere il calare del sole, e subito dopo di raccogliere i fiocchi di lana rimasti attaccati al fogliame del bosco circostante. Detto fatto Psiche portò quindi la lana dorata a Venere che, stizzita, le indicò un'ennesima prova: porgendole un vasetto di cristallo le ordinò di riempirlo con l'acqua della fonte che alimentava le paludi dello Stinge e le correnti di Cocito. Giunta sul posto, Psiche vide che molti draghi strisciavano fra le rocce appuntite e che risultava impossibile accedervi, perciò fu tentata di rinunciare, quando un'aquila, memore di un onore recatogli da Amore, le afferrò il vasetto e andò a riempirlo con le nere acque. Vedendo anche questa prova superata, Venere pensò a qualcosa di ancor più difficile e disse alla fanciulla che avrebbe dovuto recarsi negl'inferi per chiedere in prestito la bellezza di Proserpina. Dinanzi a tale sfida, Psiche si recò su una torre per gettarsi nel vuoto e morire. Ma la torre, impietosita da tanto dolore, prese a consigliarla su come avrebbe dovuto affrontare le prove del mondo sotterraneo.

Psiche avrebbe dovuto recarsi all'entrata dell'Ade che si trovava in una vicina città. Ivi giunta avrebbe varcato la soglia recando con sè due focacce al miele e due oboli nella bocca. Una focaccia l'avrebbe data a Cerbero, il guardiano mostruoso, mentre uno dei due oboli a caronte, colui che traghettava le anime dei defunti. La stessa cosa, l'avrebbe fatta al ritorno. Giunta da Proserpina, la torre l'intimò di non mangiare il cibo dei morti che le sarebbe stato offerto e anche di non accomodarsi per nessuna ragione su uno dei giacigli, bensì avrebbe mangiato solo un pò di pane comune seduta per terra. Ma soprattutto, mai e poi mai avrebbe dovuto aprire il vasetto contenente la bellezza dell'infera regina. Psiche immensamente grata alla torre, fece tutto quanto le era stato detto ma giunta infine sulla riva del ritorno venne tentata dal contenuto dell'anforetta e, aprendola con l'intenzione di rinfrescare un poco la propria avvenenza, fu colpita da un sonno profondo e mortale, pazientemente guarito, stanco d'attendere la sua amata, si recò da lei e, trovandola in simili condizioni, la ridestò. Poi la incitò a consegnare il vasetto alla Dea Venere, per terminare quell'ultima sfida.

Mentre la fanciulla si recava dalla Dea, egli andò a domandare giustizia a Giove esponendogli il proprio caso. Convinto dall'amore del giovane Dio, Giove accondiscese a donare la divinità a Psiche facendole sorseggiare un calice d'ambrosia e celebrando le nozze legittime nell'Olimpo, così, tra canti e danze, avendo superata ogni ostacolo, Psiche sposò Amore, e da loro nacque una splendida figlia chiamata Voluttà. 

 
 
 
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