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Guerra "anomala": la sconfitta iraniana
Post n°49 pubblicato il 16 Agosto 2006 da Antalb
La seconda guerra di Israele nel Libano è la prima guerra "anomala" che un governo "normale" di Gerusalemme ha dovuto affrontare. Si è trattato di un grande conflitto asimmetrico tra terrorismo e globalizzazione (secondo il testo ormai classico dei colonnelli cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui, "Guerra senza limiti", che la Libreria Editrice Goriziana ha fatto conoscere al pubblico italiano attraverso la traduzione del generale Fabio Mini), conflitto che, nonostante i suoi aspetti locali, non conosce limiti di interessi costituiti o territoriali. Una guerra che Israele ha vinto "ai punti" e che ha rischiato di perdere - mettendo in gioco la sua stessa esistenza -, perché militarmente e psicologicamente non preparato: una vittoria sugli Hezbollah era irrealizzabile con le armi e senza un accordo politico internazionale. Cosa ora assai difficile da accettare per un Paese ancora traumatizzato da un processo di decolonizzazione non ultimato e contrastato sia dall'interno che dall'esterno, che temeva la perdita dei suoi soldati e di impantanarsi nuovamente nel Libano. Anche se Israele è rimasto unito nella guerra e ora è disunito nel giudizio sulla condotta delle operazioni, è sulla irosa reazione di Teheran che Gerusalemme può misurare i risultati e gli scopi raggiunti. Con l'attacco degli Hezbollah, voluto da Teheran per spostare l'attenzione delle grandi potenze dal suo problema nucleare, il regime iraniano voleva dare all'Islam minoritario sciita radicale la prova della sua capacità di guida politica e ideologica sull'Islam maggioritario sunnita, passando sulle rovine dell'avamposto democratico israeliano in terra di Islam. Non c'è riuscito, e questa guerra ha cessato di essere una guerra di Israele per trasformarsi in quella di tutti coloro che cercano di realizzare il destino umano - sia pure in modi diversi - nella modernità laica e religiosa - ma vissuta dentro il mondo -, contro coloro che vogliono farlo attraverso la morte legittimata dal più fanatico tradizionalismo religioso espansionista ed aggressivo. La risoluzione dell'Onu, se permette agli Hezbollah di presentarsi come vittoriosi davanti al mondo islamico, è strategicamente una catastrofe per l'Iran: ha perduto il contatto militare indiretto con l'avversario israeliano che voleva fiaccare; ha fatto fallire il tentativo degli Hezbollah di impadronirsi del Libano - l'anello più fragile della catena degli Stati arabi -, provocando il ritorno degli "odiati crociati" occidentali; ha visto, con l'insospettata reazione di Israele, cambiare i termini di una sfida che doveva trasformarsi nella prima reale prova di forza contro l'Occidente, in una guerra di cui Teheran riteneva di detenere le doppie chiavi della vittoria attraverso lo spauracchio del terrorismo e della bomba atomica. Se Olmert riuscirà a superare le disillusioni e le critiche del Paese per una mancata - ma impossibile - completa vittoria militare, è ormai un fatto secondario. Israele non è stato né piegato, né abbandonato dalle grandi potenze; come nella guerra del 1956 contro l'Egitto ha invece probabilmente ottenuto un periodo di tranquillità lungo le sue frontiere. Se saprà sfruttarlo, o invece lo sprecherà in lotte intestine, dipenderà soltanto da lui. I terroristi e i governanti di Damasco e Teheran tremano perché sanno che i cambiamenti imposti dal tempo e dalla globalizzazione all'interno delle loro società sono i loro peggiori nemici. Sanno anche che la prossima volta in cui sfideranno Israele pagheranno un prezzo spaventoso. |


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