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Creato da Antalb il 28/07/2006
Confronto tra i giovani e la politica

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« Il razzismo del DnaAlla faccia della trasparenza »

Boicottiamo le Olimpiadi di Pechino di Piero Gheddo (missionario)

Post n°1284 pubblicato il 18 Ottobre 2007 da Antalb
 

Da Yangon un amico birmano ben informato mi scrive: «Le sanzioni economiche alla Birmania contano nulla, poiché il regime ha azzerato l'unica forza di opposizione, i monaci buddhisti, e può importare ed esportare tutto quanto gli occorre della Cina: i capitali gli vengono soprattutto dal commercio di oppio e dalla vendita di gas e petrolio. Se non succede qualcosa in campo internazionale che possa liberarci da questa schiavitù interminabile, fra alcuni mesi tutto ritornerà come prima».

Ieri i generali birmani hanno dichiarato: «Un boicottaggio economico non ci impedirà di riportare l'ordine nel nostro Paese. Stiamo ancora ricercando tutte le persone che hanno partecipato alle manifestazioni contro lo Stato». Chi conosce la Birmania sa dove questi finiscono: se va bene, vengono mandati ai lavori forzati nelle regioni più impervie e lontane. Ne ho visti centinaia legati a due a due con catene ai piedi, lavorare lungo le strade, controllati dai militari col fucile puntato. Chi mi accompagnava diceva: «Muoiono come mosche, vivono in capannoni di paglia nelle foreste, indifesi dal freddo, mangiando poco e sgobbando 12-14 ore al giorno. Molti sono studenti o uomini di città non abituati a pesanti lavori manuali».

Boicottare le Olimpiadi: ma come? Non mi rivolgo al Governo, al Comitato Olimpico Italiano, ad altri organismi. È facile capire questa decisione non può essere presa ad alto livello, per mille motivi non solo economici. Penso invece che dovrebbe essere un movimento di popoli contro il sostegno che la Cina assicura ai militari socialisti (comunisti) birmani: questo significa parlarne, discuterne, fare convegni, conferenze, manifestazioni, dare voce ai birmani profughi, far rimbalzare sui mass media la condanna dei popoli alla Cina per quanto avviene in Birmania. La minaccia stessa di un boicottaggio delle Olimpiadi può convincere la Cina ad esercitare l'enorme potere che ha sulla Birmania. Tra l'altro, i cinesi sono presenti in tutto il Paese e alcune «regioni autonome» di confine sono da loro letteralmente colonizzate: scritte cinesi, taxi cinesi, moneta cinese, ristoranti cinesi, prodotti cinesi, naturalmente con strade fatte dai cinesi, elettricità ed acqua corrente assicurate dai cinesi, ecc. La Cina ha già convinto la Corea del Nord a più miti consigli proprio grazie alla condanna universale di quel regime.


Nel 17° congresso del Partito comunista cinese che si svolge a Pechino, il segretario del Partito Hu Jintao ha detto: «Lo sviluppo economico della Cina è grandioso, ma ottenuto a prezzo di costi ambientali e umani troppo alti». Bene, ma rimane una dichiarazione verbale fatta anche per i media internazionali. Non si hanno notizie che la Cina assicuri al suo popolo la libertà di pensiero, di stampa, di religione (non solo «di culto») e nel frattempo continua ad opprimere il popolo tibetano ed è diventata il miglior sostegno di regimi come quello birmano, dello Zimbabwe, del sudanese nel Darfur: ormai la Cina è l'«icona» dei regimi che sistematicamente violano i diritti dell'uomo e l'Onu è bloccata dai suoi veti.

Non importa che il boicottaggio possa avere più o meno successo. Nessuno vuole «uccidere le Olimpiadi», che portano un messaggio di fraternità e di libertà. Ma da anni la Cina investe miliardi di dollari nelle Olimpiadi e ci gioca la sua «faccia» a livello mondiale. Vuole apparire un Paese moderno, ricco, evoluto, organizzato, affidabile. La minaccia condivisa da molti popoli di un boicottaggio di quell'evento storico per i dirigenti cinesi è peggio di qualsiasi altro insuccesso o bancarotta. Altrimenti, fra due-tre mesi il popolo birmano sarà di nuovo stabilmente sotto il tallone di ferro del regime, chissà per quanti decenni ancora. E noi saremo qui a consolarci facendo marce e fiaccolate e tentando il «dialogo» con i satrapi birmani e i loro protettori cinesi. Sono autentici i nostri pacifismi e le nostre proteste per le violazioni dei diritti dell'uomo?

 
 
 
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