Creato da anna_861 il 27/05/2014

MASSA: 1915-1918

MASSA (MS) NEGLI ANNI DELLA GRANDE GUERRA: MONUMENTI, STORIE, IMMAGINI, RACCONTI

 

 

Antonino Cascino, un generale diverso

Foto di anna_861

 

Antonio Cascino

Siate la valanga che sale, non c'è sosta che sulla cima!

 

Cento anni fa, moriva per le gravi ferite riportate nella cruenta battaglia della Bainsizza, uno tra i generali più illuminati e benvoluti dalla sua truppa, la valorosa Brigata Avellino. Un educatore, un riformatore.

Antonino Cascino era nato in Sicilia, Piazza Armerina il 14 settembre 1862. Giovanissimo, ad appena 17 anni compiuti, supera l'esame di ammissione ed entra nell’Accademia di Artiglieria di Torino, dove riesce presto a distinguersi per le sue doti e presto viene scelto per addestrare le reclute dell’esercito. Cascino si configura subito come un educatore per la sua umanità nei confronti dei giovani analfabeti che gli arrivano da ogni parte. Istruirli, trasformarli in bravi soldati e restituirli al Paese come onesti cittadini diventa la sua missione.

In questo suo ruolo di educatore, si impegna nel cercare nuovi e più efficaci metodi di addestramento, pubblica diversi saggi in proposito. Gli viene offerta una cattedra all'Accademia Militare di Modena, città in cui si trasferisce ed dove incontra la contessa Pia Taccoli, divenuta sua moglie nel 1899.

A Modena ebbe modo di formare diversi giovani ufficiali che avrebbero poi tenuto le sorti nella Grande Guerra. Diversi di questi ufficiali furono toscani, rampolli del nobilato o dell'alta borghesia.

Alcuni suoi allievi furono proprio apuani, tra questi anche Giorgio Schiff Giorgini,il Conte Alessandro del Medico ed altri ancora.

Il ruolo di educatore di anime di Cascino si evidenziò soprattutto nel corso della Grande Guerra.Numerose le testimonianze della sua benevolenza, della sua attenzione verso i suoi soldati. Sincera e bonaria, tanto da essere considerato come una sorta di padre o di nonno.

Durante i lunghi mesi di guerra, il suo nome divenne famoso grazie ad una curiosa tattica. Alla metà di agosto 1917, il maestro Arturo Toscanini, pure lui sotto le armi, raggiunse Cascino sul Monte Santo. Ammirato dalla considerazione che la Brigata aveva per il suo generale, d'accordo con Antonino, Toscanini assicurò alla sua banda una posizione protetta e poi diede il via alle musiche, suonando ininterrottamente inni italiani dal 25 al 29 agosto del '17, in faccia agli austriaci. L'evento ebbe grande eco e fu riportato da tutti i rotocalchi, anche esteri.

Questo momento di grande tripudio fu putroppo il preludio, un po' come il canto del cigno, per il generale Cascino e per la sua Brigata.

I suoi uomini si caricarono e risollevarono al suono di quella musica, si distesero gli animi. Ma la guerra non dà tregua... incalza e grida!

Il 15 settembre,il giorno dopo il suo 55° compleanno,Cascino ed i suoi ragazzi sono impegnati nella conquista del Monte S.Gabriele. Il generale è al loro fianco, li segue, li incita, li soccorre. Una grossa scheggia di granata arriva impazzita e lo colpisce, grave, ad una coscia. Antonino non si cura del sangue e del dolore.Sotto il bombardamento impietoso,continua a preoccuparsi dei suoi ragazzi, non vuole abbandonare il campo di battaglia, vuole aiutarli a mantenere quella disgraziata posizione, bersagliata tutt'intorno dalle artiglierie avversarie.Due giorni dopo, stremato dalla febbre e dall'emorragia, viene ricoverato in ospedale. Morirà all'ospedale di Quisca, dopo 12 giorni di agonia,devastato dalla setticemia. La Brigata Avellino, vittoriosa nella presa del Monte, perdeva il condottiero che l'aveva formata.

Al generale verrà concessa una Medaglia d'Oro V.M.

«Nobile figura di condottiero e di soldato, diede costante e mirabile esempio di ardimento e di valore alle truppe della sua divisione, recandosi a condividere con esse, sulle prime linee, tutte le vicende della lotta. Gravemente ferito da proiettile nemico, volle ancora mantenere il comando, finché ebbe assolto il suo compito della giornata, stoicamente sopportando il dolore della ferita, che poi lo condusse a morte.»

Nella Foto: il Generale Cascino è il primo a sinistra, in prima fila, con subito accanto Toscanini, con la bandiera come il vicino ten. col. Baldo Rossi; chiudono la fila il Cap. Giuseppe Solaro e il Cap. Remo Guzzi.

Approfondimenti

https://it.wikipedia.org/wiki/Antonino_Cascino

 

 
 
 

LA BELLA ETA' - 100 ANNI DI ANMIG A MASSA

Foto di anna_861

La storia della Sezione ANMIG di Massa in un libro

"La bella età. 100 anni fra Mutilati ed Invalidi di Guerra.

La Sezione di Massa"

A proposito di ricorrenze, nel 2017 è anche il centenario della nascita dell'Associazione Nazionale Mutiliati ed Invalidi di Guerra - ANMIG

Al di là della strumentalizzazione che se ne è fatta, in particolare durante la presidenza di Carlo Del Croix che ha segnato l'avvicinamento e poi la plasmazione totale col regime, a livello localistico la storia dell'Associazione si rivela un interessante tassello storico su ciò che fu la Grande Guerra.

Questa pubblicazione è stata voluta dalla Sezione di Massa, dal vice presidente Euro Gerini ed, in particolare dal Presidente Andrea Lazzini (1926-2017). In ricordo di questo uomo, recentemente scomparso, ricordo che nel volume c'è una sua breve biografia.

Nato a Massa nel 1926, Andrea Lazzini fu uno tra i più giovani partigiani. Schivo, restio a raccontare la sua esperienza, è stato poco amato dall'ANPI, sebbene abbia avuto più riconoscimenti per il suo passato di combattente. Di lui, che ho avuto la fortuna di intervistare, ricordo lo sguardo fiero nonostante la malattia che già l'aveva pervaso. Ricordo anche la sua ritrosia e quello scrutarmi profondo, prima di centellinare ogni sua parola.

Orfano di guerra, Andrea fu inviato nei collegi per i bambini come lui. Il collegio si chiamava Vittorio Veneto. in Italia ne aprirono diversi, in diverse città italiane, tanti che erano i figli orfani e tante le madri impossibilitate ad allevare e sfamare la prole si numerosa!

Andrea adesso non c'è più. Restano le poche righe, ciò che ha voluto lasciare della sua storia. Sono raccolte nel volume, insieme alla storia della sezione locale dell'associazione, insieme alla storia sofferta della Casa del Mutilato di Massa.

La storia dell'Associazione è anche la storia del territorio e delle persone, per un lungo arco di tempo. E così si parte dalla difficile situazione degli Anni Venti, con i moti del '21, la guerriglia urbana e i morti, per arrivare ad oggi. Un viaggio lungo cento anni, appunto.

"La bella età" è questa! Anche un ricordo per Andrea ed una raccolta di testimonianze e documenti d'archivio.

Contenuti

Primo presidente della Sezione di Massa fu il tenente aviatore Ottavio Menzione, invalido di guerra. La difficoltà nel far accettare il nuovo corso politico, convinse la direzione centrale ad inviare a Massa un uomo di fiducia, Ulderico Pachetti di Siena, che " forgiando gli animi" avrebbe portato la Sezione riottosa nella voluta direzione. Negli Anni Trenta, l'Associazione viaggia all'unisono con il regime fascista, tant'è che la sede del partito è ospitata nella Casa del Mutilato, accando all'ufficio del presidente dell'Associazione.

Nel dopoguerra, l'associazione viene commissariata dal CLN e, in un certo senso, ripulita. La necessità di protesi convince il laboratorio Michelotti, già riferimento dalla Grande Guerra, ad aprire una succursale a Massa.

In realtà, a Massa la situazione del secondo dopoguerra fu più confusa. Alla guida della Sezione, viene infatti confermato l'avvocato Guido Piovano, già presidente negli anni precedenti, e rifondatore del Partito Repubblicano massese. Configurandosi piuttosto associazione governativa che di categoria, anche la sezione di Massa seguirà l'avvicendarsi dei corsi politici, avvicinandosi anche al Partito Comunista ed eleggendo a presidente Federico Pietro Mignani, Deputato del PCI negli Anni Settanta.

Antonella Aurora Manfredi, La bella età. 100 anni fra Mutilati ed Invalidi di Guerra. La Sezione di Massa, Ceccotti Edizioni, Massa, 2017

 
 
 

MUTILATI DI GUERRA, MONUMENTI VIVENTI OCCULTATI DALLA STORIA

Foto di anna_861

La Grande Guerra ce l'hanno insegnata galoppando su date, battaglie, grandi imprese e bollettini di guerra. A distanza di cento anni si avvert ancora la sensazione che quella storia sia costellata di molti buchi neri, dovuti non certo alla mancanza di fatti, documenti, ma piuttosto ad una prescisa volontà di evitare tali fatti, alla volontà di raccontare una storia più tranquilla, prendendo un certo distacco e mettendo la più grande distanza possibile tra la narrazione storica ed i fatti reali.

Appena subito le prime battaglie dell'Isonzo nell'estate del 1915 fu chiaro che tutti gli ardori interventisti andavano a frantumarsi in quelle trincee in cui i fanti-contadini venivano mandati a morire. I loro corpi ridotti a brandelli, pezzi di umanità in cerca di una Patria, impastati con sangue del nemico, rimanevano confinati al fronte e taciuti, Dispersi in battaglia veniva poi scritto nell'Albo d'Oro dei Caduti. Ciò che non si poteva nascondere erano invece i corpi mutilati di coloro che, nonostante la riduzione a brandelli, erano ritornati dal regno delle ombre.

La nuova categoria del genere umano: il MUTILATO DI GUERRA!

Uomini che, come monumenti viventi, portavano i segni più o meno gravi, di ciò che era la guerra!

Erano migliaia di giovani che dovevano ritornare alla vita, reintegrarsi in una società che comunque avrebbe tirato le proprie conlcusioni.

Migliaia di giovani che non si potevano nascondere internandoli nei lazzareti.

Eppure la prima risposta dello stato italiano fu questa. Nascondere, occultare il più possibile questa atroce, drammatica realtà.

Soltanto nel 1917 L'ONIG, Opera Nazionale per la protezione degli Invalidi di Guerra, approva nel suo regolamento due articoli, il n. 12 e il n. 13, che riconoscevano ai mutilati il diritto al ”passeggio e all'attività fisica” dopo il completamento delle cure chirurgiche (ricostruzioni facciali soprattutto) e fisiche -ortopediche (applicazione ed uso delle più disparate protesi). Dal 1917 è ufficiale anche l'ANMIG, Associazione NAzionale Mutilati Invalidi di Guerra, che si occupa dell'assistenza ai mutilati e del loro inserimento lavorativo nella società.

Nei primi anni del conflitto, migliaia di giovani sono stati tenuti sotto controllo, occultati insomma, ospitati negli ospedali militari in modo da contenere al minimo gli effetti che la vista dei loro corpi, drammaticamente straziati e martoriati, avrebbe potuto provocare sulla popolazione che, ricodiamolo, a maggioranza si era espressa contro la guerra!

Negli ospedali militari si approntarono i laboratori protesici, dove artigiani lavoravano insieme ad ingegneri ed artisti alla realizzazione di parti di corpo artificiali, soprattutto gambe e braccia. In Gran Bretagna funzionò anche un laboratorio specializzato nelle ricostruzioni facciali. Il filmato che potete vedere, riproduce una realtà chiaramente idilliaca, mostrando come la creatività artistica delle donne impegnate nel laboratorio, possa migliorare alcune contaminazioni di guerra. Niente sangue, niente tragedia. Quasi come andare dal dentista!!

Invece la lunga riabilitazione fisica, ma soprattutto psicologica, fu lunga, sofferta e spesso impossibilie; supportata dalle infermiere volontarie della Croce Rossa e dai militari della Sanità.

Fu un grande lavoro di “sperimentazione” umana e tecnica che portò infine ad accettare questa nuova categioria di esseri umani nata dalla bestialità della guerra nella primavera del 1917, dopo due anni di conflitto e migliaia di uomini dal corpo brutalmente contaminato.

Per decenni sottoaciuta, sussurata, risucchiata dai buchi neri della storia ufficiale, è bene che si ricordi, che si conosca e che si prenda coscienza. Se non altro per renderci conto, se qualcuno ancora non lo avesse inteso, che le guerre sono inutili per l'umanità!

Riferimenti bibliografici. Non sono molti gli storici che si sono occupati di questo argomento. Nel 2012 Barbara Bracco pubblica con Giunti, La Patria Ferita che affronta l'argomento di petto, senza velature, nella sua brutalità totale.

Nel video, il laboratorio di ricostruzione facciale in Gran Bretagna

https://www.youtube.com/watch?v=8epVBKiMmns

 
 
 

11 LUGLIO 1916... UN'INCURSIONE AEREA CHE CAMBIO' LA STORIA DI MASSA, SPEZIA, CARRARA EDINTORNI

Foto di anna_861

Erano circa le 8 del mattino di cento anni fa, un lunedì di luglio caldo ed afoso.

Un improvviso rumore mosse l'apparente calma mattutina del porto di Spezia. Nel cielo la sagoma scura di un Hansa Branderburg diventò via via più nitida, mentre a terra l'attività febbrile dei cantieri continuava indisturbata. Dalle navi alla fonda, i marinai scrutavano quell'enorme volatile che non prometteva nulla di buono, parandosi con la mano gli occhi altrimenti trafitti dai raggi del sole radenti. Intanto Joseph Siegel, il pilota del biplano austriaco, dopo un paio di volteggi alti nel cielo, prese la mira e lanciò un paio di shrapnels, spargendo una pioggia di schegge, poi riprese il volo spostandosi indisturbato nell'aria e ne lanciò altri tre più avanti.

Cominciavano a fischiare i colpi della contraerea, , ma Joseph, veloce e sicuro che ormai nessuno lo avrebbe colpito, riprese la rotta verso la Val di Magra. Sorvolò ancora Aulla, il Passo del Lagastrello e poi su, verso la grande pianura Padana, per atterrare qualche ora più tardi nel piccolo campo di aviazione di Gardolo, da cui era decollato prima dell'alba. Un'impresa in solitaria, da Trento austriaca a Spezia, roccaforte marittima sul mar Tirreno. Un'impresa eccezionale, se la vediamo con gli occhi di un aviatore, che ebbe invece un grande impatto e conseguenze nel territorio della Piazza Marittima di Spezia in cui rientravano anche Massa, Carrara e parte della Lunigiana.

L'attacco improvviso provoco danni contenuti a due navi all'ancora nel porto, la Città di Milano e la Washington. Rimasero uccisi sette marinai e feriti una ventina. Per non allarmare la popolazione della Piazza, la notizia fu quasi taciuta. Anche La Stampa, uno tra i rotocalchi più aperti dell'epoca, riportò appena le due righe del comunicato ufficiale, approvato dal governo e diramato dall'Agenzia di stampa Stefani, l'ANSA di allora.

L'incursione aerea su Spezia andava a ferire ulteriormente la città che pochi giorni prima, il 3 luglio, era stata tragicamente sconquassata da una esplosione in cui persero al vita 265 persone. Un treno carico di munizioni era in attesa sui binari del Molo Pagliari, quando si sviluppò un incendio sotto uno dei carri vuoti che, propagatosi al carro di munizioni, provocò un'eplosione immane. Il boato risuonò in tutta la città, fin sulle prime colline, e si alzò un fumo denso, compatto che per un attimo oscurò anche il sole.

I corpi volarono nell'aria, disperdendo i loro brandelli lontano dal porto, appesi come foglie ai platani di Viale Bartolomei. Ancora oggi, molti sono convinti che fu solo un incidente, una tragica fatalità. Si trattò invece di uno dei molti colpi messi a segno dalla ben organizzate rete di spionaggio austriaca che proprio nel 1916 mise a segno diversi attentati nelle piazze marittime italiane.

Quando la mattina dell'11 luglio 1916, arrivò il biplano austriaco, la città era ancora sconvolta dalla mattanza del Pagliari e la notizia fu sottaciuta per non peggiorare lo stato psicologico dei cittadini della Piazza MArittima.

Dopo questo avvenimento, la vita della Piazza mutò radicalmente. Entrarono subito in vigore diverse costrizioni; dall'oscuramento aereo, al controllo delle coste, alla necessità di provvedere all'incolumità della popolazione, allestendo rifugi anti aerei.

Massa, uno dei principali centri della Piazza MArittima, allestì un rifugio anti aereo nei pressi della Caserma MArtana, in una zona della città nata nel 1600 come quartier generale delle truppe albericiane.

Da quell'11 luglio, ogni giorno un dirigibile fece la spola da Ciampino sino a Spezia.

Si reclutarono giovani aviatori volontari per implementare il reparto. Da Massa, Carrara e Spezia, i giovani imparavano a volare nel Campo di Coltano, ma anche al Cinquale. I migliori in addestramento venivano inviati a Centocelle, a Roma. La tradizione dell'aviazione iniziò così durante la Grande Guerra ed ebbe un ulteriore incremento dal 1917 in poi, quando il deputato Eugenio Chiesa, eletto nel collegio di Massa Carrara, divenne alto commissario generale dell'aeronautica.

La necessità di controllo delle coste e dello spazio aereo favorì senz'altro la costruzione di nuovi campi di aviazione non solo in Liguria, ma anche nella zona costiera toscana. Oltre a quello di Coltano a Pisa, si realizzò quello del Cinquale di Montignoso dove per un breve periodo ci fu anche una scuola di pilotaggio. A Massa, il progetto di un campo di aviazione agli Uliveti non fu portato a termine perchè sopraggiunse la fine della guerra.

Accanto ai campi di aviazione, sorsero nuove industrie meccaniche e si implementarrono quelle esistenti, convertendole alla causa bellica. E' ll caso della Polveriera di Forte dei Marmi  http://blog.libero.it/PrimaGuerra/13416689.html  o della fabbrica di aerei Caproni che doveva essere impiantata a Massa, vicino al costruendo campo d'aviazione, dallo stesso ingegner Gianni Caproni.

Una incursione aerea, quella dell'11 luglio a Spezia, che ha messo in movimento una macchina da guerra impensabile nei territori così lontani dal Fronte.

In parte tratto dal volume "Massa 1915-1918. Cronache e storie della Grande Guerra", di Antonella Aurora Manfredi, Edizione Nuova Prhomos, 2015

 

 
 
 

LA POLVERIERA SIPE A FORTE A MARMI. ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE

Foto di anna_861

La Polveriera SIPE di Forte dei Marmi

Il lungo viale che si stacca dall'Aurelia, in località Querceta, e dritto porta al mare per un lungo tratto si chiama ancora Via Sipe, anche se da molti decenni questa Società Italiana Prodotti Esplodenti non esiste più...

Nel 1891, a fondare la società SIPE di Milano sono Ferdinando Quartieri insieme alla Bocconi e Bonzani S.p.A.. La società si ingrandisce acquisendo altre realtà industriali della zona, tra cui il Polverificio Pallotti e Osti di Spilamberto. Ma il salto di qualità nella produzione di esplodenti avviene quando la SIPE inizia a collaborare, fondendosi poi con la Dinamite Nobel S.A., fondata da Alfred Nobel, il chimico inventore che darà origine e nome all'ambito premio.

LA SIPE Nobel inizia così la produzione di balistite, un esplodente da lancio senza fumo, composto al 50% da nitroglicerina, brevettato dallo stesso Nobel nel 1887.

La richiesta di rifornimenti di prodotti “a scopo difensivo” provoca ancor prima della Grande Guerra un aumento della loro richiesta e, diconseguenza, l'apertura di nuove fabbriche.

Le località per i nuovi impianti sono scelte con particolare cura, prediligendo aree aperte e ben nascoste, ma comunque strategiche in prossimità di linee ferroviarie, porti e fonti di approviggionamento delle materie prime.

Allo scoppio della Grande guerra, sorgono nuovi opifici per far fronte alla richiesta sempre più crescente.

Lo Stabilimento di Forte dei Marmi viene acquisito dalla SIPE tra il 1914-1915 per la produzione di polvere nera e di proiettili da destinare alla Regia Marina della vicina Piazza Marittima di Spezia.

La fabbrica si specializza anche in una serie di servizi per un settore allora all'avanguardia, quello dell'Aviazione.

Alla SIPE di Forte dei Marmi oltre al servizio di caricamento delle bombe per aeroplano, si svilupperà infatti un settore meccanico destinato alla riparazione degli aerei, in supporto al vicino campo di aviazione del Cinquale di Massa, dove negli anni della Grande Guerra era stata avviata anche una scuola di pilotaggio.

Come la maggior parte degli opifici della SIPE Nobel è probabile che anche quello di Forte dei Marmi sia stato realizzato su progetto dell'ingegner Anderson che realizzò il primo stabilimento di Avigliana, presso Torino, e parte di quello si Signa.

L'architettura della fabbrica del Forte, oggi dismessa e in parte riconvertita in abitazioni, ben richiama infatti il disegno dell'Anderson, soprattutto negli edifici destinati ai laboratori che si presentano come lunghi capannoni, illuminati da grandi finestre ad arco ribassato, aperte con ritmo iterato nel liscio sviluppo della parete. Un disegno lineare, tipico nelle architetture industriali di inizio secolo XX.

Nonostante la sua lunga storia, questo complesso industriale è stato per tanto tempo abbandonato e, nel totale, disinteresse non sono state fatte nel tempo proposte di recupero, finché non ne è stata approvata la sua trasformazione ad uso residenziale, ancora in atto.

https://www.facebook.com/media/set/?set=oa.1209663485744688&type=1

 per citare questo articolo A. A. Manfredi, La polveriera SIPE di Forte dei Marmi, http://blog.libero.it/PrimaGuerra/13416689.html

 
 
 

IL REGGIMENTO CAVALLEGGERI ALESSANDRIA ED ERNESTA BITTANTI A MASSA, 1919

Post n°31 pubblicato il 22 Aprile 2016 da anna_861
Foto di anna_861

MASSA 21 APRILE 1919

ERNESTA BITTANTI, VEDOVA BATTISTI MADRINA

DEI CAVALLEGGERI ALESSANDRIA

 

Il 3 Novembre 1918 il Reggimento Cavalleggeri di Alessandria entrò a Trento, tra gli ultimi baluardi austriaci. Su come andò la storia e se davvero furono loro i primi ad entrare, sono state scritte diverse pagine e ciascuno che abbia letto un pò di letteratura, diari, epistolari sull0argomento, tragga le proprie conclusioni. Per quanto mi riguarda, ho idea che si sia trattata di una parata concordata, con tanto di fotografi al seguito pronti ad immortalare lo storico momento: dalle Donne Trentine che omaggiano con Gargliardetto faticosamente cucito, a rischio e pericolo loro, al Sindaco in elegante abito nero che stringe la mano al colonnello Ernesto Tarditi, in alta uniforme. Piero Calamandrei, nelle sue lettere, scrive di esser arrivato a Trento un paio di giorni prima, a bordo di una moto, insieme ad un compagno. Ma questo non è argomento del mio articolo, lascio ad altri e a ciascuno le proprie elucubrazioni.

A me interessa raccontare ciò che avvenne a Massa, città lontana dal fronte, ma dichiarata zona di guerra, nel lontano aprile 1919, in un santo giorno che era il Lunedì dell'Angelo, la prima Pasqua dopo la guerra!

Partiamo da Trento, qualche mese prima...

Gli squadroni del glorioso reggimento entrarono ordinati nella Piazza del Duomo, avanzando in formazione.

Restarono in zona guerra anche dopo l'Armistizio e solo agli inzi del 1919 ripresero la strada del ritorno. A gruppi di quattro squadroni, circa 640 uomini ed altrettanti cavalli, partivano dal nord per ritornare alla loro caserma a Lucca, in Toscana.

Un episodio particolare lega la storia di questo reggimento alla piccola città di Massa (MS) dichiarata zona di guerra dal 1915 in poi.

Nell'aprile 1919 il Reggimento Cavalleggeri si trovava così a transitare nell'alta Toscana, con necessità di fermarsi per una tappa di riposo. Il Reggimento Guide precedette l'Alessandria di circa una settimana, chiedendo alle autorità di Massa l'ospitalità per i quattro squadroni.

Nonostante fosse ancora militarizzata e intasata dalle truppe, la città cercò di organizzare al meglio l'accoglienza e nel giro di una settimana si trovarono gli spazi per alloggiare la truppa, gli ufficiali e anche per lo stallaggio delle centinaia di cavalli al seguito. Quando il primo squadrone avanzò verso il centro città, quegli uomini a cavallo, sfiniti dalla fatica, impolverati dal viaggio, trovarono una folla festosa ad accoglierli dal Teatro Guglielmi a Piazza Umberto I (oggi Piazza Aranci) e più in là, lungo via Palestro.

Nel giro di pochi giorni, la città fu invasa dallo scalpitare degli oltre 600 cavalli sistemati in gran parte dentro il verde parco di Villa Massoni che il Marchese Gasparo aveva concesso in uso per lo stallaggio durante tutto il periodo di guerra ed oltre.

Il 21 Aprile 1919 in onore dei Cavalleggeri Alessandria fu allestita, in Piazza Umberto I, una grande festa. Il giorno prima si era celebrata la prima Pasqua dopo la guerra e quel lunedì dell'Angelo il sole scaldava la piazza, la guerra era davvero finita! Alla presenza di tutta la popolazione e delle autorità cittadine, gli squadroni dell'Alessandria, ripuliti e rifocillati, sfilarono acclamati attorno alla piazza sino a raggiungere il portone del Palazzo Ducale dove ad accoglierli si trovava una madrina d'eccezione, invitata ed appositamente arrivata sulla sua auto da Forte dei Marmi.

Davanti al Portone di Palazzo Ducale, in piedi sulla sua decapottabile, stava infatti Ernesta Bittanti, la giovane vedova di Cesare Battisti. Accanto a lei, in piedi, i due figli più piccoli. Dal Balcone del Palazzo, il prefetto Moro declamò i suoi ringraziamenti, ricordando anche i cavalleggeri apuani caduti. Tra questi il giovane Sandrino, il Conte Alessandro del Medico di Carrara.

Il corteo a cavallo si spostò poi nella vicina Piazza Mercurio dove un'altra folla li attendeva insieme al saluto delle autorità municipali.

Il 25 aprile, il Reggimento riprese la sua formazione e si diresse infine a Lucca, a casa, nella sua caserma.

Uno squadrone rimase invece a Massa, nella Caserma Martana, fino a nuovo ordine.

La guerra era davvero finita, ma si stava prospettando un periodo ben più difficile per la provincia apuana e per l'Italia.

Dal volume "Massa 1915-1918. Cronache e storie della Grande Guerra", 2015

 
 
 

120 anni fa nasceva PIERO MASSONI, pilota della GRANDE GUERRA

Foto di anna_861

PIERO MASSONI 

In foto: Piero Massoni, il secondo da destra, abbracciato all'amico Aldo Finzi

Giusto 120 anni fa fervevano in questi giorni i preparativi per il battesimo di Piero Massoni, aviatore della Grande Guerra, figlio primogenito del Marchese Gaspero e della nobildonna belga Marie Matthys Moreau

La Moreau aveva portato in dote all'attempato marchese due figli avuti dal precedente matrimonio. Piero, primogenito della coppia e primo erede della nobile famiglia, venne alla luce il 12 aprile 1896, nella villa Tori-Massoni di Massa (MS), ereditata per parte di Francesca Tori, nonna paterna giovane benestante massese andata in sposa a Pietro, padre di Gaspare.

Il battesino si sarebbe svolto nella piccola Cappella di famiglia, fatta costruire da Gasparo nei pressi delle splendide terrazze della bucolica residenza di campagna, in cui il marchese aveva preso la residenza, alternando la sua vita tra Massa e Lucca, sua città di origine.

Il giovane rampollo Massoni trascorse gran parte della sua adolescenza nella piccola cittadina affacciata sull'alto Tirreno, ma affascinato dai mezzi volanti che la guerra europea aveva sempre più imposti nei cieli e nella fantasia degli uomini, presto decise di arruolarsi per diventare un pilota.

Nel 1915 entra come volontario nella scuola di aviazione di Mirafiori a Torino e nel 1916 è già pilota esperto, attivo con gli aerei da ricognizione sulle più impervie zone del Fronte.

Imparò a pilotare diversi aerei, dai pesanti Caudron 300 da ricognizioni, al più agile e leggero SVA alla cloche del quale fece parte della 87 Squadriglia la “Serenissima” e con cui partecipò alla incredibile azione su Vienna il 9 agosto 1918 con Gabriele d'Annunzio.

Coetaneo di Flavio Torello Baracchini, instaurò un rapporto di sincera amicizia con il pilota Aldo Finzi, suo commilitone nella Serenissima.  Nonostante le sue imprese e le sue tre medaglie d'argento, Piero Massoni non salì mai agli onori della cronaca. Finzi invece fu ministro nel governo di regime ma presto pagò tutte le conseguenze del suo carattere integro e ribelle e soprattutto dell'essere ebreo. Accusato indirettamente di essere fautore del delitto di Giacomo Matteotti fu imprigionato. Nel 1944 fu tra i fucilati delle Fosse Ardeatine.

Finita la Grande Guerra, a differenza dell'amico Aldo e di altri aviatori, Piero scelse la vita civile, rifiutando il nuovo corso politico e recandosi per lunghi periodi in Belgio, patria della madre e sua seconda patria, più aperta e liberale dell'Italia post bellica.

I centoventi anni dalla sua nascita ed il Centenario della Grande Guerra sono occasioni per ricordarlo e per ricordare che, pur non essendo mai stato un asso dei cieli, le sue imprese scrissero comunque una parte della storia d'Italia e della nostra città.

http://blog.libero.it/PrimaGuerra/13133515.html

 
 
 

COME 100 ANNI FA: DA SPEZIA 1916-BRUXELLES 2016. STRATEGIA DELLA TENSIONE E MERCENARI DELLA MORTE

Foto di anna_861

La Storia ripete i suoi cicli e cambiando strategie, armi e strumenti ripropone anche nuove guerre.
Tra nuove strategie e nuovi strumenti siamo immersi oggi, 2016, in una guerra nuova che trova molti paralleli con la storia di cento anni fa.
Durante il periodo di neutralità dell'Italia, la rete di spionaggio austriaca, una delle più potenti del mondo di allora e dell'Europa, si era ben infiltrata e radicata in Italia.
Dal momento in cui l'Italia scese in guerra contro l'Impero austro-ungarico, si verificarono diversi inspiegabili incidenti che provocarono la morte di centinaia di persone, tra cui molti civili.
La vecchia compagna Austria, con cui l'Italia aveva intrattenuto rapporti politici, economici e dinastici, aveva infatti tessuto sul territorio nazionale una rete di spie ed infiltrati, arruolando dal più umile ma scaltro contadino, al carabiniere, all'uomo politico, al militare. Era così in grado di raggiungere qualsiasi obiettivo, pagando bene per i suoi servizi quella moltitudine di persone senza scrupoli ne coscienza, arruolata per creare morte. Ci volle del tempo prima che l'Italia si rendesse conto dei fatti ed iniziasse ad indagare, a collegare, ad intervenire.
Leggendo dei fatti recenti, umanamente abominevoli, accaduti a Bruxelles si trova un triste parallelo con i fatti accaduti circa 100 anni fa.
Il 3 luglio 1916, nello scoppio di un treno carico di esplosivi, in attesa sul Molo Pagliari a Spezia, morirono circa 300 persone, la maggior parte delle quali civili.
"I corpi straziati delle vittime volarono in aria e si appiccarono sulle piante di Viale Bartolomeo, a circa trecento metri di distanza dallo scoppio. Un boato scosse tutta la città, avvolta subito dopo dal denso fumo che si innalzò dal molo squartato".
Ci vollero altri sabotaggi e molto tempo ancora prima che si arrivasse a scoprire la natura dolosa dei fatti e la firma dei sabotatori.
Le indagini partite dopo i  fatti di Spezia portarono nel 1917 alla scoperta di una grande centrale di spionaggio a Zurigo. Un commando di esperti italiani, costituito ad hoc, si introdusse nottetempo nell'edificio che ospitava il Consolato austro-ungarico e che nascondeva la sede centrale dei servizi segreti.
Tra i documenti rinvenuti nella cassaforte, anche le strategie di attacco dei servizi segreti austriaci che avevano studiato a tavolino un preciso piano di intervento in Italia, individuando sul territorio nazionale una mirata serie di obiettivi da colpire, appoggiandosi ai mercenari a servizio della morte.
L'Austria aveva ben progettato di impegnare l'Italia su due fronti: la guerra al Fronte, unita ad una guerra imprevista e coordinata in cui ad azioni puntuali frutto di sabotaggi mirati, seguiva una strategia della tensione provocata dai danni dei sabotaggi e dalle successive azioni aeree che spesso seguivano di pochi giorni i sabotaggi.
Una strategia ben organizzata, a tavolino come si dice, allo scopo di indebolire l'Italia, spingerla alla resa ed, infine, approdare alla sua facile conquista.
Da Spezia 1916 al Bataclan 2015, a Bruxelles 2016 cosa è cambiato?
Esiste una strategia di indebolimento dell'Europa e del mondo occidentale, attuata per obiettivi mirati che sta provocando una tensione di potenza incredibile. La nuova guerra non ha confini, non conosce limiti amministrativi ne limiti geografici, si avvale di forze ben radicate da generazioni nella vecchia Europa e di organizzazioni che non possono essere casuali.
Allora non basta pensare alla difesa,  al compianto di tutte quelle povere vittime.Si dovrebbe lavorare per individuare le radici ed i mandanti di questa nuova guerra. Cosa c'è dietro all'ISIS, chi c'è e soprattutto come sono organizzati. Una organizzazione così efficace come quella messa in scena a Bruxelles, non può essere casuale nè repentina, ha bisogno di appoggi e basi.
Le varie intelligence dovrebbero muoversi super partes,  tutte insieme con un comune obiettivo, perchè lo scenario  che si prospetta suggerisce conseguenze ben più catastrofiche di allora.
E' possibile un'azione comune? oppure sono troppi gli interessi in gioco?
Interessi che l'Europa ha tessuto con gli stati arabi: armi, petrolio e movimentazioni varie con inimaginabili introiti e banche mercenarie.
E poi non dimentichiamo l'occhio USA che da sempre illumina l'Europa ka quale non riesce a guardare con occhi propri.

Qua sotto il link per un articolo di Lucia Annunziata che fa un'analisi dei recenti fatti. Drammatica, ma condivisibile

 

 
 
 

Borghesi nella Grande Guerra. I CAVATORI DELLE APUANE

Foto di anna_861

 

I CAVATORI DELLE APUANE, BORGHESI NELLA GRANDE GUERRA

I "Borghesi" al Fronte altro non erano che gli operai reclutati tra gli uomini non reclutati per le fatiche di guerra, vuoi per età vuoi per altri moitivi. A tal proposito lo scrittore Rudyard Kipling, corrispondente di guerra sul Fronte Italiano per conto della Gran Bretagna, li defini ancor meglio "lavoratori di morte", alludendo alle grandi opere messe in cantiere e destinate a "creare" morte. Difficile quantificare quanti furono questi operai borghesi. Certo è che consultando le fonti primarie, dai diversi archivi il fenomeno appare diffuso, importante ed esteso a tutta l'Europa in guerra.

In Italia sono le ricerche localistiche che in qualche modo mettono l'indice su questo aspetto della Grande Guerra, rivelando una lunga catena di operai dalle qualifiche ben precise, lunghe liste di nomi, storie individuali di giovani imberbi e anziani senza speranza. Le qualifiche più richieste erano quelle di cavatori e minatori, spaccapietre  e scalpellini. Nel caso di Massa (MS), allora un piccolo centro con circa 30.000 abitanti, al confine tra Toscana e Liguria, a Settembre del 1915 erano già stati reclutati ben 300 operai.

Per plasmare le Alpi, gli anfratti del Carso, le cime di Lavaredo o gli strapiombi del Grappa c'era bisogno di gente che la montagna l'avesse nell'anima. Gente che mescolata al sangue avesse la polvere delle pietre su cui aveva mosso i primi passi e poggiato i primi sguardi.

I cavatori delle Apuane. Loro si che erano nati e plasmati dalle montagne. Erano nati in quei borghi aggrappati alla roccia. A Forno, Casette e Resceto, le case in pietra stavano sospese ai declivi come camaleonti invisibili e i bambini crescevano cercando, a sera, i tramonti sulle vette brulle e azzurre come il cielo.

Al tramonto, scendevano i padri, cantando dalla cava, marcando il passo lungo i sentieri, fino a casa.

E così di padre in figlio, la montagna e la cava erano i due capi estremi di quel filo sottile che era la vita tra i monti.

Quando scoppiò la guerra, i cavatori di Forno e Casette e degli altri paesi della Valle del Frigido, insieme a quelli di Fivizzano, Carrara ed Equi, furono sin da subito reclutati. Erano tra i più abili, tra i più coraggiosi e soprattutto tra quelli che della montagna conoscevano la voce, i respiri ed i segreti, anche quelli oscuri.

Ogni paese fornì così una lista di uomini. C'era per ogni gruppo un Caposquadra, uno che era pratico del lavoro ma che sapeva anche leggere e scrivere.

Da una delle liste d'archivio, i nomi di 21 operai, la loro età ed il luogo di provenienza. Alcuni di loro, nati nei paesi di montagna, si son trasferiti a valle dopo il matrimonio o con la famiglia di origine. Il documento è riportato come scritto in originale

«Massa, 2 agosto 1915

Nota per i sottoscritti cavatori che si recherebbero a lavorare dove è stato fatto richiesta dal Genio:

N.

Nome e Cognome

È paternità

Anni

Residenza e domicilio

1

Alberti Gildo Capo scuadra

di Ambrogio

di 25

Forno Massa

2

Alberti Alessandro

fu Jacopo

41

= = = =

3

Fruzzetti Oreste

di Daniele

41

= = = =

4

Biagi Adolfo

di Oreste

19

= = = =

5

Tonarelli Rinaldo

fu Pietro

34

Castagnola Massa

6

Angeloni Pietro

fu Giovanni

42

Castagnola Massa

7

Alibani Paolo

fu Giuseppe

34

= = = =

8

Vita Adamo

di Michele

31

Massa

9

Grossi Emilio

di Domenico

22

Poggio Piastrone Massa

10

Casali Giuseppe

fu Pietro

44

Massa

11

Borghini Ernesto

fu Giovanni

29

di Castagnola Massa

12

Mignani Paolo

di Domenico

29

di Massa

13

Vita Silvio

di Domenico

29

di Massa

14

Mannini Enrico

di Giuseppe

27

Massa

15

Mannini Pietro

fu Francesco

45

Massa

16

Antognoli Giuseppe

fu Francesco

57

di Casette Massa

17

Ricci Carlo

fu Giuseppe

26

di Casette Massa

18

Bondielli Francesco

di Gaetano

33

Massa

19

Vita Guglielmo

fu Giovanni

33

di Borgo del Ponte,Massa

20

Giannoni Nello

di Lodovico

32

di Martana Massa

21

Ricci Aurelio

fu Domenico

35

di Casette Massa

N.B. Come risulta in segreteria del Comune di Massa il 2/8/15 il Capo scuadra 1° in prima riga

                            Alberti Gildo Meccanico da Forno (Massa)

 

Dal Libro: MASSA 1915-1918. CRONACHE E STORIE DELLA GRANDE GUERRA

Antonella Aurora Manfredi, 2015, Edizione Nuova Prhomos

 
 
 

RUDYARD KIPLING, GLI OPERAI AL FRONTE E LA GRANDE GUERRA

Foto di anna_861

 

Mi lancio in un post un po' lungo, ma l'argomento è interessante e poco trattato. L'occasione del Centenario e di ricerche avviate con nuove prospettive è allettante, soprattutto perchè consente di muoversi in un terreno poco esplorato, nonostante l'impatto che il lavoro al Fronte ebbe per tutta la durata del conflitto.

Impatto umano, non solo funzionale. Gli operai e le operaie ebbero un ruolo determinante, al pari dei soldati con cui condividevano sforzi, rischi, paure, fame e malattie. Scarsa invece la letteratura a riguardo e più scarsa ancora la memoria a loro tributata. Anche molti operai sono caduti in guerra.

C'è una raccolta di articoli, scritti da Kipling nel 1917 e raccolti nel volume “La guerra nelle montagne”, che rappresenta una sorta si reportage sul lavoro al Fronte. Una serie di flash distribuita nel testo che come una sequenza fotografica rivia a quegli uomini ed al loro lavoro ed alle mie riflessioni. Un ricordo per tutti loro che hanno sostenuto gli altri, impegnati assieme nella sopravvivenza. Come un volo di pietre aguzze del Carso.

Il lavoro al Fronte è uno degli aspetti più tecnici della guerra che spesso non viene preso in considerazione. Il grande sforzo bellico non riguardò infatti soltanto gli armamenti e i soldati impegnati in trincea, ma anche tutta quella serie di infrastrutture create ad hoc per raggiungere le cime più impervie delle montagne: chilometri di vie arroccate e chilometri di gallerie, monorotaie e teleferiche per facilitare il trasporto di mezzi ed uomini. E poi baraccamenti, chilometri di trincee, infermerie scavate nel ventre delle montagne, sentieri di arroccamento e muri di contenimento.

Soltanto di trinceramento si scavarano tanti chilometri da poter doppiare l'equatore. Un lavoro immane, compiuto quasi sempre in condizioni climatiche avverse, sotto il costante pericolo di vita. Furono gli operai militarizzati, i borghesi, a realizzare tutto ciò.

La vita dell'operaio era come quella del soldato: le stesse privazioni, gli stessi pericoli, le stesse paure e malattie. Le uniche differenze: la paga e l'età.

Gli operai ricevevano infatti una paga maggiore; spesso erano assunti con un contratto regolare dalle ditte che avevano appaltato i lavori al frogiorno ente. Un operaio minatore poteva guadagnare 6.5 lire al  poteva anche fare il cottimo!

Ma si poteva scegliere di fare l'operaio? Non proprio. I comandi del Genio avevano bisogno di manodopera per approntare le difese. Ogni Comune era quindi obbligato a fornire liste di operai reclutati tra gli uomini che non potevano essere arruolati nell'esercito: quelli troppo giovani, sotto i diciotto anni, o quelli troppo anziani, sopra i 45-48 anni.

Da Massa per esempio partirono oltre 300 operai, alcuni giovanissimi di 14-15 anni. Gli operai più giovani si ritrovavano a volte nella condizione di disertore senza aver alcuna colpa. Partiti minorenni ed impegnati nei lavori al Fronte, appena compiuti i 18 anni venivano subito reclutati come soldati e considerando analfabetismo e tempi di comunicazione rallentati, venivano tacciati di diserzione!

Nelle liste degli operai che partirono da Massa e da Carrara erano indicate l'età e le qualifiche. Scorrendo l'elenco, si ha la netta percezione di quanto fossero ricercati ed apprezzati quegli operai proprio per le loro capacità come cavatori, lizzatori, minatori, muratori, scalpellini, quadratori, cementisti, ecc... Nati all'ombra delle Apuane, montagne splendide quanto impervie, la maggior parte di loro era infatti esperta nei lavori di cava. Diverse le testimonianze sul campo, impegnati in uno scavo in galleria o nella costruzione di qualche via di arroccamento.

Nel 1916, scrive Padre Garlando, cappellano militare in servizio all'Ospedale da campo 025: «Trovandomi oggi nel cantiere Mattei, ho veduto arrivare quattro squadre di operai carraresi. Le squadre Dell'Amico e Ferretti vi si sono fermate; quelle di Rosolino Benedetto e Pom proseguirono per altro cantiere» e più avanti annota: «Una sorpresa capitò a una trentina di essi, appartenenti alla classe 1897. Giunti nel paese di C. dove è il Comando del Genio, furono invitati a ritornare a casa per servire la Patria sotto l'onorata divisa del soldato italiano».

Infine aggiunge anche alcune note riguardo al lavoro svolto: «Dal Sig. Coli Antonio di Bedizzano, capo principale delle cave di questo cantiere, ho saputo che per suo interessamento alla squadra Fantini è stato assegnato un lavoro più conforme alle abitudini dei massesi e dei carraresi e, credo, anche meglio retribuito. Questi operai lasceranno ad altri il lavoro di spaccapietre e andranno tutti nelle cave».

Rudyard Kipling, corrispondente di guerra sul Fronte italiano, vi fu inviato nel 1917 proprio per rendersi conto dell'immane sforzo bellico dell'Italia, per dimensioni, impegno economico e costi umani.

Kipling, più noto come autore delle storie di Kim e Capitani Coraggiosi, scrisse più articoli pubblicati sul Daily Telegraph in Gran Bretagna e sul New York Tribune negli Stati Uniti, articoli che sono delle vere e proprie cronache in diretta sul lavoro degli operai al Fronte.

Kipling visitò gran parte delle postazioni italiane, accompagnato da una guida ed accolto dagli ufficiali di turno. Finì anche sul Podgora, la collina nei pressi di Gorizia, teatro di lunghe e cruente battaglie in trincea per la mesta conquista di quota in quota.

Per un po' di tempo abbiamo finito con le pietre - disse l'Ufficiale.... Questa è una strada di costruzione piuttosto recente; in complesso noi abbiamo tracciato circa quattromila miglia di nuove strade – oltre ad aver migliorato le vecchie – sopra un fronte di seicento chilometri. Ma come vedere i nostri chilometri non sono piani”.

Un articolo, tra tutti, si dilunga sui lavori e sugli operai. Si intitola “The roads of an Army”, Le strade di un Esercito... leggiamo qualche brano:

«Gli uomini devono essere nati nelle montagne o rotti alla vita montana perché queste riescano loro accessibili... Di quando in quando sulla strada si trovava un monticello di petrisco, intorno al quale vi era un canale d'acqua. Ad ogni centinaio di metri circa, un vecchio ed un ragazzo lavorano insieme, l'uno con una lunga pala, l'altro con un recipiente di zinco, fisso alla punta di una pertica. Nel momento stesso che si riscontrava il più piccolo danno sulla superfice della strada, il vecchio riempiva le buche con una palata di pietrisco, che il giovane innaffiava d'acqua, e il punto riparato si rinsaldava subito sotto la pressione dei veicoli...».

«Non è facile scavar trincee sul Carso, più di quel che si riesca a trovar acqua, perchè alla profondità di una palata sotto alla superficie, l'ingenerosa pietra si muta in cupa roccia e tutto deve essere perforato o schiantato...

Poi il terreno ebbe un sussulto pochi metri innanzi a noi, e i sassi aguzzi del Carso volarono via, in alto, come stormi di pernici. “Mine”, disse l'ufficiale serenamente, mentre i borghesi che si trovavano là rialzarono macchinalmente il colletto del loro soprabito; stanno lavorando sul versante ripido della giogaia, ma potevano ben avvertirci”. Le mine esplosero in linea ben ordinata.»

In questi due passaggi Kipling racconta gli aspetti più interessanti sul lavoro al Fronte: lo stato di “borghese” e non militare; l'età degli operai; quel vecchio e quel ragazzo addetti alla manutenzione delle strade; il lavoro di cava e le grande capacità necessarie: i minatori posizionarono le cariche e le mine esplosero in linea ben ordinata.

Tra i tanti che Kipling vide all'opera, senz'altro vi erano anche gli operai partiti dalle Apuane. Soprattutto tra i minatori, una qualifica molto ricercata. Tra Massa e Carrara, nel solo 1915 ne furono reclutati ben 20, inviati al fronte come operai borghesi, come scrive Kipling1.

Come l'Achille Biagioni, 40 anni, e Pietro Rossi di 21 anni, minatori di Forno partiti insieme a tanti altri cavatori quasi tutti di Forno e Casette, tra cui Lorenzo Alberti fu Jacopo di anni 63, uno dei più anziani.

Tra gli operai anche uno dei miei bisnonni Rinaldo Baldi, vulgo Orlando, mandato a scavar trincee perché a 50 anni era troppo vecchio per imbracciare il fucile.

 

 

 

1Gli elenchi completi degli operai minatori e degli operai proveniente dai diversi borghi della montagna massese sono pubblicati sul mio libro “Massa 1915-1918. Cronache e storie della Grande Guerra”, Edizione Prhomos. Il volume è in vendita nelle librerie a Massa o direttamente da me.

 

 
 
 

LA ROTTA DI CAPORETTO.. E LE DONNE MASSESI

Foto di anna_861

24 Ottobre 1917.... e fu la Disfatta di Caporetto!


Con qualche giorno d'anticipo e a quasi 100 anni di distanza, ricordiamo uno degli eventi bellici che più incise sulle sorti della Grande Guerra e sulla ripresa e rinsaldo del Fronte Interno.
Ecco il comunicato emesso all'alba di quel tragico 24 Ottobre da Luigi Cadorna. Convinto che l'accentramento nemico sul Fronte Giulia fosse uno dei tanti tentativi per distogliere l'attenzione sul Fronte carsico, sottovalutò la situazione e poche ore dopo Caporetto era caduta. Gli austro-ungarici invadevano la Valle dell'Isonzo. Sulle alture circostanti, nell'estrema difesa a nord di Caporetto, si trovava anche lo scrittore Carlo Emilio Gadda, combattente  volontario interventista. "Gadda iniziò quindi a scendere lungo il crinale. In pochi minuti si rese conto che la situazione era veramente disperata: migliaia di soldati italiani cercavano di attraversare il fiume (privo di ponti) mentre i tedeschi li inseguivano su entrambe le rive. Molti decisero di gettare il fucile, arrendersi e farsi catturare dagli uomini guidati da Krauss".

http://www.itinerarigrandeguerra.it/La-Disfatta-Di-Caporetto-24-Ottobre-1917

Lo smarrimento provocato da questo evento e la paura del nemico alle porte, azionarono ulteriormente la ruota motrice del Fronte Interno che si rinsaldò e si rinserrò forse per la prima volta unito, con l'intento specifico di resistere e ricacciare il nemico comune.

A Massa anche gli organi stampa contribuirono notevolemente a "guidare" in tal senso la pubblica opinione. Il neo nato Comitato di Resistenza Civile pubblicò a Dicembre del 1917 il rotocalco "E VINCERE BISOGNA" dalle cui pagine lanciava dardi di incoraggiamento alla popolazione e soprattutto alle DONNE così scrivendo:

"DONNE MASSESI! E' SCOCCATA L'ORA DI SERRARE IN PETTO OGNI VANO SENTIMENTO SVENEVOLE, DI CORAZZARE IL VOSTRO CUORE GENTILE DI ROMANA FIEREZZA, DI TRANGHIOTTIRE OGNI LACRIMA E DI SAPER DIRE FORTE AI VOSTRI UOMINI: PRIMA MORTO CHE VILE, PRIMA MORTO CHE VINTO, PRIMA RAMINGA E PEZZENTE CHE LUDIBRIO DEL BARBARO" (in Massa 1915-1918. Cronache e storie della Grande Guerra, 2015)

http://www.ibs.it/code/9788868532154/manfredi-antonella-a-/massa-1915-1918.html

 
 
 

GIOSUE' BORSI, il tenente poeta del 125° REGG. FANTERIA

Foto di anna_861

Tra i vari artisti e uomini di lettere che partirono per la Guerra vi sono giovani personaggi toscani che vogliamo ricordare non solo per la loro grandezza letteraria, ma anche per l'aver avuto in qualche modo contatti con MAssa e con i suoi soldati durante la Grande Guerra, come il giovane scrittore Giosuè Borsi.

Giosuè Borsi nasce a Livorno il 1 Giugno 1888 da Averardo, giornalista originario di Castagneto Carducci, e da Verdiana Fabbri.

Tenuto a battesimo da Giosuè Carducci, di cui porta il nome, il giovane respira sin da piccolo l'ambiente letterario familiare mostrando subito una rara predisposizione. Alla morte del padre nel 1910, Giosè segue le sue orme dedicandosi al giornalismo e andando a dirigere il Nuovo Giornale di Firenze, appena poco più che ventenne.

La sua produzione letteraria è notevole a dispetto della sua breve vita, conclusasi il 10 Novembre 1915 a Zagora, colpito da un cecchino austriaco.

Partito volontario per la Grande Guerra, pieno di incosciente entusiasmo, il Borsi intrattiene una quasi quotidiana corrispondenza con la madre tra l'agosto ed il novembre, raccolta e pubblicata postume nel volume Lettere dal Fronte che nel 1918 era già alla sua terza edizione.

"Tutte le lettere insegnano come si vive, come si ama come si muore" si legge nella prefazione alla terza edizione.

Borsi fu tenente di complemento assegnato al 125° Reggimento Fanteria, il cui comando si stabilì a Massa sin dal Febbraio 1915. Il giovane non transitò mai dalla città altotirrenica, ma ebbe modo di condividere la tragedia della Grande Guerra con molti dei soldati massesi e toscani che, assegnati al 125°, affrontarono fianco a fianco la battaglia di Zagora e morirono accanto al Borsi.

Nella giornata del 1 Novembre 1915 il 125, sotto il comando della brigata Ravenna, attacca di sorpresa, e conquista, parte del villaggio di Zagora e il sottostante trinceramento, catturando 10 ufficiali austriaci, 306 soldati di truppa e una ingente quantità di materiali di guerra. Notevoli furono però anche le perdite italiane: 23 ufficiali e 480 soldati, tra cui molti massesi.

Il 125° subì un'altra profonda ferita, la seconda dopo la cruenta Battaglia di Plava del 16 giugno 1916 che gli valse una Medaglia di Bronzo al valore.

Giosuè, sopravvissuto a questo primo infernale attacco, nel giorno dei Santi, dopo pochi giorni il 10 Novembre si trova coinvolto in una nuova drammatica azione alle pendici di Monte Kuk - Monte Cucco. Violenti attacchi si susseguono, l'artiglieria nemica si accanisce lasciando a terra altre centinaia di giovani vite. Da entrambe le parti. Ancora una volta il 125°, Brigata Spezia, riporta una lieve avanzata. Questa volta il reggimento è davvero decimato. Il 16 Novembre quel che resta dei giovani e gloriosi battaglioni viene inviato a riposo a Pojanis.

Giosuè Borsi muore durante uno degli assalti, mentre incitando il suo plotone viene colpito a morte. Accanto a lui e negli stessi giorni morirono altri giovani del 125°, tra cui i massesi che si aggiunsero alla già lunga lista dei caduti di Plava:

Della Bona Adamo

Briglia Antonio

LeverottiDomenico

Lazzoni Dante

Rappelli Orlando, morto lo stesso giorno del Borsi

Ricci Giuseppe

Fiorentini Pietro

A proposito del 125° Così scriveva il Borsi: "Il 125°, che è preposto ad una medaglia al valore, è uno di quelli che presero parte alla giornata di Plava, il 16 giugno, una delle più terribili battaglie di questa guerra."

Dopo l'entusiasmo iniziale, durante il viaggio di avvicinamento al Fronte e l'incontro con altri letterati volontari tra cui Prezzolini, nel suo stesso battaglione, dopo lo stupore di fronte al fuoco ed alla potenza delle armi, al rombo continuo nelle vallate, al grido di Viva L'Italia...ecco l'amara presa di coscienza della Guerra e della sua tragedia senza però mai perdere la fiducia e la speranza, il coraggio e la determinazione. La sua ultima lettera alla madre così conclude: "I nostri soldati, puoi dirlo a tutti, sono i migliori del mondo."

Le Lettere dal fronte si possono leggere on line a questo link:

http://www.slideshare.net/movimentoirredentistaitaliano/giosu-borsi-lettere-dal-fronte-agostonovembre-1915







 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 
 
 

MARIA PLOZNER MENTIL.. DONNE NELLA GRANDE GUERRA

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DONNE NELLA GRANDE GUERRA...


MARIA PLOZNER MENTIL era nata nel 1884 a Timau, ultimo paesino prima del confine austriaco, nell'Alto But. Fu una delle portatrici carniche che con gran fatica e rischio, coraggio e sacrificio risalivano le impraticabili montagne per rifornire i soldati di cibo, medicine e bende, sigarette, ma anche proiettili ed armi se necessario. Si arrampicavano laddove neppure i muli riuscivano, percorrendo anche 40 km al giorno tra andata e ritorno. Non esistevano infatti vie rotabili o carrarecce che consentissero il transito di automezzi e di carri a traino animale per trasportare sulla linea del Fronte materiali e vettovaglie conservate invece nei magazzini e depositi nel fondo valle. I rifornimenti si potevano pertanto attuare solo con trasporto a spalla e non potendo sottrarre forza militare dalla linea del Fronte, furono le Portatrici ad assolvere la preziosa opera nel tempo del conflitto. Furono le donne di 24 comuni addossati alla linea del Fronte ad "arruolarsi", per una magra paga rispetto alla fatica ed ai rischi corsi. VEnivano chiatae ad ogni ora del giorno e della notte e pagate 1 lira e 50 centesimi a viaggio, l'equivalente di circa 3 Euro di oggi. Spesso durante il viaggio riuscivano anche a lavorare ai ferri confezionando calze di lana per i soldati.

Il 14 febbraio 1916 era una giornata fredda, Maria risaliva lo stretto sentiero cercando di ancorare i piedi alla montagna ricoperta di neve. Improvviso si aprì il fuoco contro quel filo umano, scura linea tracciata nel biancore del primo mattino.Maria Muser Olivotto, Maria Silverio Matiz di Timau e  Rosalia Primus di Cleulis rimasero ferite, Maria fu copita a morte da un cecchino austriaco. Quella sera non fece ritorno a casa, dai quattro figli che ogni mattina lasciava addormentati con cuore in mano. Trasportata all'ospedale di Paluzza, se ne andò il giorno dopo, senza riprendere conoscenza. Nel 2012 in quel punto preciso in cui Maria perse la vita fu apposta una lapide a ricordo del suo sacrificio. 

Maria Plozner è stata l'unica donna insignita di Medaglia d'oro al valor militare, il 29 aprile 1997. Molto in ritardo rispetto ai fatti. La medaglia fu ritirata dalla figlia Dorina che viveva ancora a Timau, la città di Maria. Dorina Mentil era ormai vecchia, una piccola donna rinchiusa nei suoi ricordi che non si scompose per nulla mentre l'allora presidente Oscal Luigi Scalfaro le appuntò la Medaglia l'Oro della madre, piegandosi quasi in un inchino.

A Maria è stato dedicato un monumento, anche  questo unico nel suo genere, simbolo del sacrificio di tutte le portatrici carniche e di tutte le donne italiane che sperimentarono gli orrori della Grande Guerra. Si trova a Timau, il paese dove è nata ed è vissuta. l'ultimo paese nell'Alto But, prima del confine austriaco.
Qua sotto la motivazione del conferimento della Medaglia:

"Madre di quattro figli in tenera età e sposa di combattente sul fronte carsico, non esitava ad aderire, con encomiabile spirito patriottico, alla drammatica richiesta rivolta alla popolazione civile per assicurare i rifornimenti ai combattenti in prima linea. Conscia degli immanenti e gravi pericoli del fuoco nemico, Maria PLOZNER MENTIL svolgeva il suo servizio con ferma determinazione e grande spirito di sacrificio ponendosi subito quale sicuro punto di riferimento ed esempio per tutte le "portatrici carniche", incoraggiate e sostenute dal suo eroico comportamento. Curva sotto il peso della "gerla", veniva colpita mortalmente da un cecchino austriaco il 15 febbraio 1916, a quota 1619 di Casera Malpasso, nel settore ALTO BUT ed immolava la sua vita per la Patria. Ideale rappresentante delle "portatrici carniche", tutte esempio di abnegazione, di forza morale, di eroismo, testimoni umili e silenziose di amore di Patria. Il popolo italiano Le ricorda con profonda ammirata riconoscenza."

Un personaggio che meriterebbe maggior attenzione e la cui memoria dovrebbe essere allargata oltre i confini della piccola Timau.

Per saperne di più:

Lindo Unfer, Testimonianze della Grande Guerra sui monti di Timau e dintorni, Ed. Andrea Moro, Tolmezzo;

Adriano Gransenigh, Guerra sulle Alpi Carniche e Giulie (La Zona della Carnia nella Grande Guerra)”, Ed.Andrea Moro, Tolmezzo;

Le Portatrici Carniche,  Associazione Amici delle Alpi Carniche – Timau, Tipografia C. Cortolezzis di Paluzza.

Il Friuli del ‘15/18, di Lucio Fabi, Giancarlo L. Martina

http://www.anaconegliano.it/sezione/2004/2004portatrici.htm

http://www.donneincarnia.it/ieri/portatricicarniche.htm

 
 
 

97 ANNI FA ... IL VOLO SU VIENNA

Foto di anna_861

97 anni fa accadeva che a quest'ora una squadriglia di aerei sorvolasse Vienna, sganciando manifestiti inneggianti alla alibertà dell'Italia piuttosto che bombe. Azione unica per tanti motivi, da ricordare insieme ad uno dei piloti che la compirono. Quel misconosciuto tenente Piero Massoni, di origini lucchesi e naturalizzato massese, schivo e valoroso aviatore, tra i fidi di D'Annunzio nel raid viennese. Un ricordo di quel giorno.

 

"Volavano già da un pò in territorio nemico e Vienna era sempre più vicina.

Quella era stata per gli aviatori italiani la loro ultima occasione per compiere l'ardita impresa, già altre volte fallita. Ora o mai più ... e così il vate la sera prima della partenza, aveva fatto giurare a più fidi che sarebbero arrivati a Vienna, ad ogni costo!

La nebbia non prometteva nulla di buono neppure quel mattino del 9 agosto. Alle 5.15  gli undici SVA si lanciarono comunque in volo uno dopo l'altro e si ordinarono nel cielo in formazione, dietro allo SVA del comandante. alle 5.50 erano tutti scomparsi nella foschia.

La formazione a losanga era guidata dallo SVA biposto pilotato da Natale Palli con a bordo il comandante Gabriele d'Annunzio che, seduto dietro, si preparava all'azione. Dopo la partenza da S. Pelagio, tre degli unidici SVA si erano dovuti quasi subito arrendere per guasti ai motori ed uno, quello pilotato da Gino Sarti, fu costretto alla resa che era già in territorio nemico. Il raid fu portato a termine dai sette SVA rimasti.

Dietro il biposto del comandante, a poca distanza, affiancati, procedevano alla stessa velocità gli altri SVA pilotati dai tenenti Antonio Localtelli, Piero Massoni, Aldo Finzi, Ludovico Censi, Giordano Granzarolo, e dal sottotenente Gino Allegri.

Sono da poco passate le 8 quando i velivoli arrivano rombando sopra i tetti della città danubiana. Nella bruma del primo mattino, si delineava appena l'ombra del campanile di S. Stefano. La città iniziava a svegliarsi, impreparata ad assistere allo spettacolo che da lì a poco si sarebbe aperto ai loro occhi nel cielo di Vienna.

Era il 9 agosto 1918 quando i sette degli undici aerei decollati da S. Pelagio Due Carrare, un campo di aviazione quasi improvvisato a ridosso di Padova, arrivarono improvvisi sulla capitale austriaca sorvolando il centro storico e  le azzurre acque del Danubio, spingendosi nel cuore dell'impero asburgico: sopra la splendida reggia di Schonbrunn dove la famiglia reale stava per attendere alla sua quotidianità.

Il rumore dei motori servì ai viennesi un risveglio condito di terrore. Molti accorsero nella piazza di S. Stefano, altri pensarono a ripararsi alla bene meglio. Quelle splendide ali dispiegate nel vento cosa portavano, come erano arrivati sino a lì, perchè la contraerea austrica non li aveva fermati?

Intanto gli agili e leggeri SVA della 87a Squadriglia Serenissima roteavano nell'aria mattutina perdendo quota, avvicinandosi sempre di più ai tetti delle case. Quando furono al di sotto degli 800 metri di altezza, iniziarono a bombardare la città con il loro carico di volantini e non di bombe, così come era previsto dal Comando Supremo.

Migliaia di volantini inneggianti alla libertà dell'Italia furono seminati nell'aria. Volteggiavano leggeri e roteando tra le nuvole recapitavano agli Austriaci il loro patriottico messaggio, insieme ad un messaggio di pace... Che se avessero voluto, quel giorno Vienna sarebbe stata bombardata da ben altre cariche, al pari di Venezia, Padova e di tutte le altre città italiane colpite dagli ordigni nemici.

Il giornale austriaco Riechpost così commentò l'azione:

"Il volo italiano è un'impresa che non deve essere menomata perchè è stata compiuta da un nemico. Il volo su Vienna, per quanto non abbia fatto danni, dimostra come anche la nostra capitale sia nel numero delle città che la guerra ha raggiunto con la sua arma di più lunga portata..."

Tra gli aviatori che compirono l'impresa, Piero Massoni di origini lucchesi cui Massa diede i natali e dove egli trascorse gran parte della sua adolescenza, prima di arruolarsi come volontario aspirante pilota. Personaggio poco noto, fu decorato con tre medaglie d'argento e da una carriera di tutto rispetto che lo vide giovanissimo ed ottimo ricognitore in zona di guerra, prima di approdare alla gloriosa Serenissima in cui militò sino alla fine del conflitto mondiale.

Figlio del marchese Gaspero Massoni e della nobildonna belga Marie de MAtthys, Piero visse tra Lucca, Massa e Belgio. A Massa abitò nella sontuosa Villa Massoni e frequentò il locale liceo ginnasio "Pellegrino Rossi" prima di spostarsi in Piemonte per seguire la sua passione per il volo.


 
 
 

LA MORTE NON BUSSA: STRUPRO DELLE DONNE NELLA GRANDE GUERRA

Foto di anna_861

Lo stupro come arma di guerra...

Dopo la rotta di Caporetto la situazione precipitò nei territori friulani invasi dai nemici. Di quella popolazione fatta di donne, vecchi e bambini, molti abbandonarono le loro case  e cercarono di mettersi in salvo, altri scapparono nelle campagne.

I primi ad essere assaltati furono però proprio i casolari isolati dove i soldati, a gruppi, sfondavano le porte, picchiavano, uccidevano, torturavano le famiglie e i figli prima di aggredire le donne. Una tragedia per le donne friulane, inermi e incapaci di potersi difendere.

La legge di allora considerava lo stupro un "delitto contro il buon costume e contro l'ordine delle famiglie" e non un atto di aggressione contro la persona. E in verità abbiamo dovuto attendere altri 80 anni, nel 1996, prima che la violenza sessuale fosse considerata tale e dopo esser passati, soltanto nel 1981, all'abolizione del matrimonio riparatore previsto in caso di violenza.

Nel 1918 si istituì una Real Commissione, tra l'altro composta da soli uomini, che tra gli altri scopi aveva anche quello di raccogliere testimonianze al solo fine di chiedere i danni di guerra all'Austria. Secondo le testimonianze, i peggiori aggressori furono i soldati ungheresi e tedeschi che non risparmiarono alcuna donna: bambine, vecchie e suore. A fine guerra, tabù sociali, paure e vergogna ma anche ingiustizie ed isolamento familiare impedirono alla maggioranza delle donne di raccontare la verità e di ribellarsi. Molte non resistettero e preferirono il suicidio, altre la fuga, altre impazzirono. Soprattutto quelle che rimaste incinte, dovettero subire le accuse della famiglie e dei mariti ritornati dal fronte. Le più forti praticarono l'aborto per eliminare "quel veleno" del corpo, altre cercarono di far morire i figli della colpa non allattandoli, altre li abbandonarono. Molte però impazzirono e soffrirono per l'abbandono di quella creatura che comunque avevano portato in grembo. Un dramma inenarrabile per una donna. Allora fu necessario aprire appositi orfanatrofi per ospitare quei piccoli mostri, quei numerosi "tedeschi" nati dalle violenze, con conseguenze drammatiche sulla vita di queste donne e dei figli della violenza. Figli a cui venne negato tutto, al di fuori della loro colpa di esser nati.
In un film inglese del 1918 si toccava il dramma dello stupro proponendo l'assurda alternativa per la donna: la morte piuttosto che il disonore della contaminazione sessuale col nemico. ecco il film per intero.:
https://www.youtube.com/watch?t=2292&v=1INgb1d0IFs
L'argomento dello stupro come arma di guerra è un argomento anora oggi molto sensibile, appena trattato e controverso. PEr assurdo una delle ricerche più interessanti sull'argomento è ancora proposta da un uomo: da Michele Strazza nel suo libro Senza via di scampo. Gli stupri nelle guerre mondiali, Consiglio Regionale della Basilicata, 2010.

 
 
 

MASSA 1915-1918. CRONACHE E STORIE DELLA GRANDE GUERRA

Foto di anna_861

Presentato ieri in anteprima il volume "Massa 1915-1918. Cronache e storie della Grande Guerra", nella insolita cornice dell'Istituto Battolla, quale sede di un Ospedale Militare di Riserva, depositario di una preziosa testimonianza storica nella lapide commemorativa qua affissa nel 1918.

Il volume, attraverso documenti storici e stampa dell'epoca, narra le vicende della piccola città di Massa, lontana dal Fronte e dichiarata zona di guerra.

Dalla mobilitazione militare a quella civile, dal "fuoco dal cielo" alla necessità di difendersi anche con l'oscuramento anche con i primi rifugi antiaerei.

Il ruolo della donna, la donna nuova che nella stretta necessità di affrontare la tragedia diviene per la prima volta protagonista delle battaglie sociali e politiche.

I richiamati, i caduti, gli "scemi di guerra", renitenti e disertori... il bestiario umano della Grande Guerra.

Microstoria da riscoprire. Consigliato

 

http://eventi.centenario1914-1918.it/it/evento/massa-1915-1918-cronache-e-storie-della-grande-guerra

 
 
 

PROFUGHI A MASSA GRANDE GUERRA

Foto di anna_861

Profughi a Massa nella Grande Guerra... un estratto da un saggio in stampa


"I profughi furono in realtà mal accetti, ghettizzati, mendici e sfrattati della nuova Italia. Pochi mesi dopo, nuove disposizioni governative frenarono l’operato del patronato, peggiorando la  condizione profuga. Furono sospesi quasi tutti i sussidi e gli aiuti, in virtù di un quanto mai arduo recupero, per procura, dei beni abbandonati nei territori invasi. Si arrivò anche ad esprimere apertamente il disagio sociale causato dalla presenza dei profughi a Marina, motivo di disturbo per la bella società che in quegli anni frequentava gli arenili massesi" 71

In tutta la provincia di Massa Carrara nei tre anni di guerra affluirono 2784 profughi, di cui circa 2000 provenienti dal Friuli, per lo più da Udine, Cividale, Gemona, Palmanova e Tolmezzo.

In Toscana la maggior parte dei profughi venne accolta nelle province maggiori, tra  Firenze (39.741), Lucca (14.686) e Pisa (7.309) con minor intensità. Circa cinquemila arrivarono a Livorno (5.971), Arezzo (5.949) e Siena (5.183), mentre nelle province minori anche il numero dei profughi tendeva a diminuire come a Massa Carrara, Grosseto (1.513)

Furono quindi 83.136 i Profughi che arrivarono nella sola Toscana. Nuovi Italiani sfrattati dalla nuova Italia e ghettizzati. Un fenomeno sociale di grande portata che influì con una certa importanza sul territorio e sulla storia, modificando la società e rinforzando quei sentimenti di "disagio" ed "insofferenza" verso lo "straniero".

 

 
 
 

SCEMI DI GUERRA

Foto di anna_861

In questo periodo storico così contraffatto, la notizia della possibile riabilitazione dei disertori della Grande Guerra mi pare imbarazzante. Proposta poi, credo, sull'onda frenetica del Centenario e sulla scia delle poche rimembranze scolastiche sul primo grande conflitto mondiale.

Non sappiamo ancora, e mai lo sapremo, quanti furono realmente i caduti, i dispersi, gli scomparsi. Migliaia di giovani vite dimenticate al fronte.

Tra i dimenticati anche "Gli Scemi di guerra". Giovani impazziti al fronte, richiusi vivi tra le mura dei manicomi, curati con elettroschock e rimandati al fronte oppure morti dimenticati nei manicomi. Di loro non si sà quasi nulla, ne quanti fossero ne quanti siano ritornati a casa.

La percentuale deve però essere stata molto alta. Notizie rimaste nascoste nei registri dei manicomi.

Anche a Massa vi furono diversi casi di giovani impazziti. Alcuni morirono in guerra, colpiti da una granata o dilaniati dalle bombe. Altri tornarono come morti viventi e furono internati nel manicomio di Volterra. Dovevano essere davvero tanti, basti pensare che nel 1918 si pensava di costruire a Massa un manicomio provinciale. Il progetto non fu mai realizzato, ma ancora negli Anni Venti si legge di giovani accompagnati a Volterra.

Tra gli internati, anche donne giovani a cui forse la guerra aveva tolto il marito, un fratello ed anche il padre.

In questo video un assaggio di questa drammatica realtà, rimasta relegata sempre nelle retrovie della storia.

STRESS da BOMBARDAMENTO

https://www.youtube.com/watch?v=veVwAPWeedE

 
 
 

LA GRANDE GUERRA DI LORENZO VIANI_VIAREGGIO

Foto di anna_861

LA GRANDE GUERRA DI LORENZO VIANI ... UN viaggio tra Viareggio, Parigi e il Carso.

La mostra, allestita nella ritrovata cornice di Villa Argentina a Viareggio, è stata prorogata sino al 12 Aprile grazie al grande successo riscosso. Allestita in occasione del Centenario della Grande Guerra, attraverso l'opera dell'artista vuole ricordare i 381 caduti viareggini i cui nomi sono iscritti nel memoriale esposto a tutta parete nella prima stanza a piano terra.

Nei ristrutturati locali della bella villa liberty oltre a visitare una interessante antologica sull'uomo artista Viani, possiamo scoprire l'uomo soldato e le motivazioni che lo portarono a smettere le vesti dell'indomito anarchico per abbracciare con passionale convinzione la scelta interventista. Oltre alle opere che hanno contrassegnato la sua esperienza di guerra, sono esposti anche cimeli e documenti personali dell'artista. Un interessante documento autografo riguarda il progetto della Terra di Apua, supportato tra l'altro anche dal poeta ed amico Giuseppe Ungaretti.

Tra i cimeli, attrezzi del mestiere usati al fronte, la preziosa e significativa ampolla con le sacre acque del Piave.

Completa la mostra, una interessante rassegna fotografica tratta dall'archivio del Capitano medico Guido Zeppini (collezione privata Bolelli) del 56° Reggimento Fanteria.

Un percorso artistico e storico che merita di essere visitato, anche per il legami stretti che l'artista ebbe con alcuni artisti e con la società massese del tempo più in generale.

Ingresso libero

Catalogo Euro 25

Info

http://www.versiliatoday.it/2014/12/05/la-grande-guerra-di-lorenzo-viani-villa-argentina/

 

 
 
 

I SEGNI DELLA GUERRA_PISA

Foto di anna_861

I SEGNI DELLA GUERRA PISA

Il 28 marzo si è inaugurata a Palazzo Blu, Pisa, la mostra I SEGNI DELLA GUERRA, allestita in occasione del Centenario della Grande Guerra. La curatela scientifica è affidata al Professor Antonio Gibelli, ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Genova e studioso di questo periodo, in collaborazione con il Professor Carlo Stiaccini e del Dottor Gian Luca Fruci, per le ricerche di archivio 

Attraverso la narrazione affidata a due personaggi, riesumati dalle pieghe della storia con sapienti olografie, il visitatore è subito messo di fronte a quello che fu il problema più sentito di allora: entrare in guerra o non entrare? Neutralismo o Interventismo? Una introduzione generale di tipo cronologico riassume le principali vicende storiche europee ed italiane nei 10 mesi intercorsi dallo scoppio della guerra all'entrata dell'Italia nel conflitto.

Seguendo il filo della loro narrazione dei due personaggi, il visitatore è introdotto alla scoperta della storia locale attraverso documenti e materiali originali provenienti da diversi archivi toscani ed italiani, di cui molti privati. Antonio Ceccotti, classe 1891, nato a Bagni di Casciana, richiamato in guerra dopo aver già partecipato alla Campagna libica, lascia diari autografi da cui traspare una visione realistica della guerra e la sua posizione neutralista. Di tutt'altro sentore le lettere di Ivo Stojanovich, classe 1893 nato a Pisa, studente di Giurisprudenza e irriducibile interventista. Con inquietanti olografie i due personaggi vengono fatti rivivere e parlare in diversi angoli della mostra.

Un ruolo di rilievo viene dato alle Scritture di Guerra, per l'importanza che ebbero e per la mole di testimonianze ancora esistenti. Con l'ausilio delle tecnologie informatiche, scorrono sulle pareti lettere e segni dei militari inviati alle famiglie dalla trincea o dai campi di prigionia.

La richiesta impellente: cibo e vestiario, fame e freddo. Gran parte delle testimonianze proviene dall'Archivio del Cardinal Maffi, che ebbe un ruolo di rilievo nelle comunicazioni e ricerca dei prigionieri durante gli anni di Guerra.

Gigantografie accompagnano momenti significativi della storia pisana, come la manifestazione di circa 7000 persone contro la guerra nel febbraio 1915, oppure le misure di sicurezza e protezione delle opere d'arte dai bombardamenti e l'arrivo dei monumenti “inscatolati” da Venezia. La nascita della Scuola di Aviazione a S. Giusto. Un piccolo angolo dedicato al lavoro delle donne, alla propaganda dei comitati di mobilitazione civile. Salendo al piano superiore, una promenade di grandi manifesti del Prestito di Guerra che martella il visitatore con lo stesso effetto che doveva avere allora sulla popolazione. Nelle sale superiori, una piccola sezione dedicata ai Caduti e ai monumenti ed ai Mutilati di guerra. Nel corridoio di uscita, una interessante carrellata bibliografica sulla produzione d'epoca. 

Due parole sulla mostra...

Certamente una mostra da visitare, da apprezzare e da far conoscere ai più giovani.

Una mostra anche complessa da allestire, data l'ingente mole di materiale archivistico da vagliare e le tematiche più disparate da trattare che sono toccate quasi del tutto. Interessanti i laboratori didattici dedicati ai ragazzi e la possibilità di visita guidata che consiglio vivamente a chi è completamente a digiuno sull'argomento. 

Appunti costruttivi...

La mostra si concentra sulla città di Pisa, tralasciando però di evidenziare alcuni aspetti chiave. Per esempio le relazioni della città con gli altri centri della Toscana, in particolare l'importanza del campo di volo di S. Giusto dove venivano addestrati i volontari aviatori provenienti dalle province toscane, tra cui Massa.

Un altro appunto: i Monumenti. Anche se la provincia di Pisa conserva notevoli testimonianze che non potevano essere certo inserite in questo contesto espositivo (ci vorrebbe una specifica mostra in effetti!!), almeno alcune gigantografie le avrei inserite. Avrebbero significato meglio la memoria di quei Caduti rispetto a quell'espositore mignon a centro stanza, con foto di piccole dimensioni, illeggibili che a fatica ti fanno individuare il luogo del monumento. Un esempio? Lustignano, piccolo paese dell'entroterra pisano sul confine grossetano che neppure i pisani conoscono. Si fatica anche a leggerne il nome. Lo cito non a caso perché questo piccolo paese, che immolò un alto tributo di vite umane, ha una storia che si intreccia con quella di Massa. Diversi giovani di queste zone furono infatti arruolati nel 125° Reggimento Fanteria Mobile, di stanza a Massa.

http://www.palazzoblu.it/index.php?id=893&lang=it

 

Orari di apertura

Martedì-Venerdì: 10.00-19.00

Sabato-Domenica: 10.00-20.00

Ingresso libero

 tel. 050.220.46.50

 
 
 
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