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Quell'ammasso di potenziale inespresso

 

 

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Incontri ravvicinati

Post n°29 pubblicato il 27 Dicembre 2007 da Pursuiter
 

Ribadisco, prima di iniziare, che non avevo aperto il blog per parlare di me, della mia vita, delle cose che mi capitano. A volte, però, mi risulta difficile separare le riflessioni dagli accadimenti che le hanno stimolate e allora mi ritrovo a scrivere pezzi come il seguente. Spero di non scivolare in patetismi e schifezze varie, se vi sembra che lo stia facendo, cercate di settare la lettura sull'idea che c'è una riflessione finale, positiva e universale, forse, ma non generalizzata.

E' ufficiale. Quello appena passato è stato il Natale più penoso della mia vita. Già il mio stato emotivo e psicologico era abbastanza frustrato ed addolorato, tanto da dire "niente presepe, niente albero, nessun genere di addobbo, non voglio regali". In più si è aggiunta una cena della Vigilia sull'orlo di una crisi di nervi, a casa di mia zia. Ma il peggio è stata la cena di Natale: avevo scampato il pranzo svegliandomi ad un'orario indecente e facendo colazione verso le 14, nel pomeriggio ho comunque raggiunto il parentame, a casa della stessa zia. Disgraziatamente ci siamo protratti in quella casa fin dopo cena... Ho assistito alla caduta dei mostri. Mio cugino, 18enne, ha aggredito e preso ad insulti mia zia per minuti, fin quando mia nonna si è intromessa e per questo si è sentita arrivare un "Zitta vecchia! Sei uno scarto, non servi a niente! Ti prendono tutti per il culo!". Pensate che mia nonna è una persona veramente rispettabile e gentile. I miei erano fuori a fumare insieme a mio zio, non hanno sentito nulla. E' finita che io ho aggredito mio cugino, trattenendomi a stento dal picchiarlo (chissene frega se è alto 1 metro e 90) e sono riuscita a bloccare quell'ondata di odio. Poi mi sono messa a piangere e me ne sono andata assieme ai miei genitori e alla nonna. Ho visto i mostri quella notte. Mio cugino ha litigato prima con il fratello, poi con me, poi con il padre, poi con la madre e la nonna (vedi sopra), poi di nuovo con me.

Ho visto i mostri. Ma non sono questi gli incontri ravvicinati di cui vi volevo parlare.

A metà sera è accaduta l'unica cosa buona di questo Natale guasto. Il cane, in giardino, ha iniziato ad abbaiare. Così mio zio ha detto "Ci sarà un riccio come l'altra volta" mettendosi poi a raccontare di come lo avesse scagliato fuori dal giardino, in mezzo alla strada, la volta precedente. A quel punto mi sono messa a dire "che carino!", "no dai, lo prendo io, non lo scagliamo via, lo allontaniamo", etc. Esco fuori in cappotto e ciabatte, mio zio lo prende con un guanto e lo mette a terra sulle mattonelle del ballatoio, davanti la porta d'ingresso.
Era una palla puncicosa. Non era la prima volta che vedevo un riccio ma come al solito mi si risvegliano tonnellate di positività interiore, di fronte a eventi preziosi e immensi come quelli naturali. Mi faccio dare un guanto da mio zio e decido di prenderlo. La prima volta che ho cercato di prendere un riccio in mano è stata nel 2001 a Ramsbury, un paesello sperduto nella campagna inglese, nel giardino di casa della zia inglese. Mi ricordo che mi punse e mi scappo dalle mani, cadde a pancia all'aria e mi allarmai un momento quando lo guardai lì, spiaccicato, giusto il tempo di rigirarsi e correre via. Poi, la seconda volta, ero in macchina con mia madre, a Latina. Un riccio attraversò la strada e si fermo proprio al centro, immobilizato dalle luci dell'auto. Così scesi, lo presi a mani nude (facendomi un male non indifferente) e lo misi sul marciapiede. Ricordo che stettimo un po' a guardarlo, gli toccai il naso umidiccio. Poi si allontanò di fretta infilandosi nel giardino di una villetta.

Quando ieri, verso le 9 di sera, mi sono trovata di fronte a quel riccio, mi è tornata in mente una foto che un ragazzo mi aveva mostrato: si trattava di un'immagine di lui da bambino con in mano un riccio. Poi mi è venuto il dubbio che in quella foto tenesse in mano Gasgas, il topino di campagna. Non ho ancora chiarito cosa avesse in mano in quella foto, ma in quel momento mi è tornato in mente quando io gli chiesi "Come facevi a prenderlo senza pungerti?" e lui mi rispose "Se lo prendi bene non punge". Ho guardato il riccio e ho deciso che non mi avrebbe punto stavolta. E così è stato, l'ho preso da sotto, non mi ha punto. L'ho portato in casa, era tranquillo, nella mia mano, l'ho mostrato a tutti. Mio cugino (sempre lo stesso) mi ha scattato un paio di foto. Sorridevo di una gioia interiore che non provavo ormai da parecchio. Gli ho toccato il naso umidiccio. Poi l'ho passato al cugino, l'altro cugino, che poi è andato fuori e lo ha messo nel giardino accanto.

Erano questi gli incontri ravvicinati di cui volevo parlare, gli incontri con i ricci. Un animale piccolo, nobile, coraggioso ma indifeso. Di quelli che muoiono sul ciglio delle strade, di quelli che mangiano il pane ammollato nell'acqua nei giardini inglesi, di quelli che si fanno prendere da un bambino che li accudisce per i due mesi di vacanza estiva nella casa al lago. Quelli che inchiodano di fronte alla tua auto, di notte, spaventati dai fari. Quelli che si appallottano se un cane abbia contro di loro. Quelli che si fanno prendere dalle mie mani, senza chiudersi (a riccio) e che mi sciolgono il cuore.

Siamo circondati da cose meravigliose, tutto sta nell'accorgersi di loro, nel coglierle quando ci passiamo accanto, nel conservarle. La vita è come quel gioco della Settimana Enigmistica in cui devi unire i punti per far uscire la figura: i puntini sono lì (come le cose meravigliose), uno accanto all'altro, ma sono ciechi, non si accorgono degli altri punti. E se non sei tu ad unirli, non uscirà nessuna figura.

 
 
 
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