Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi di Dicembre 2020

I buoni frutti dei grandi mali

Luigino Bruni, Avvenire, mercoledì 30 dicembre 2020

La dimensione collettiva della paura e della morte, è questa una eredità che ci lascia il 2020. Avevamo dimenticato le grandi paure collettive, avevamo relegato la morte nell’intimità della famiglia e nella solitudine del cuore degli individui. E abbiamo imparato che una casa è troppo piccola per elaborare il dolore dei lutti, perché per non morire anche noi insieme a chi amiamo ci sarebbe bisogno della forza di una comunità intera. Dentro la stessa tempesta abbiamo provato la stessa paura, abbiamo condiviso la paura di avere paura della morte, e avendola condivisa non ci ha sopraffatto.

Non sappiamo come usciremo da questo annus horribilis. Certamente ne usciremo senza una buona parte di quella generazione nata in un’Italia poverissima e morta in una Italia benestante. Genitori e nonni che con le loro virtù, la loro pietas e fede popolare hanno generato famiglie, imprese e democrazia. Mezzadri, contadini, casalinghe che seppero usare i sassi delle macerie delle guerre per edificare cattedrali sociali ed economiche. Abbiamo sofferto tutti vedendoli morire, troppo spesso da soli, perché sentivamo che si stava consumando qualcosa di sbagliato e di profondamente ingiusto. Quella era una generazione che aveva camminato dietro una grande stella etica: "La felicità più importante non è la nostra, ma quella dei figli". Si sono sacrificati perché il valore del futuro era per loro più grande di quello del presente.

Ma poi, soprattutto le donne, dopo aver trascorso la loro giovinezza a curare figli e genitori rinunciando troppe volte alla propria fioritura professionale, si sono ritrovate a invecchiare e poi morire fuori casa.

Allora, una prima lezione di questo anno riguarda la cultura dell’invecchiamento che ci manca troppo. In pochi decenni abbiamo sperperato una buona arte dell’invecchiare e del morire appresa nei millenni, e mentre attendiamo di trovarne una nuova facciamo pagare un conto molto alto alle nostre mamme e nonne, che hanno lasciato questa terra con un enorme e inestimabile credito di cura e di accudimento. Sta anche qui una radice del dolore di questo anno, in un debito collettivo di cui abbiamo preso coscienza proprio mentre si estingueva.

La storia ha conosciuto altri anni orribili. Nel 536 d.C. una misteriosa nebbia (vulcanica) fece precipitare l’Europa e parte dell’Asia nella quasi totale oscurità per circa un anno e mezzo. Iniziò così il decennio più freddo degli ultimi duemila anni, con neve in estate, raccolti distrutti dall’Europa alla Cina, una carestia severissima e lunga. Il 1347-48 fu l’anno dell’arrivo della peste nera, una strage enorme che decimò un terzo della popolazione europea. A Firenze, particolarmente colpita, tre grandi novità furono generate da quella sciagura. A leggere le cronache di Matteo Villani e degli altri scrittori fiorentini, la fine del 1348 segnò l’inizio di una perversa concezione morale della vita e di un maggiore malcostume. Il ritorno alla vita dopo tutta quella morte generò una corsa affannosa al lusso, per bere il calice della vita ritrovata fino all’ultima sua goccia. Un nuovo sperpero e una corruzione amplificati anche dalle grandi eredità lasciate dai morti per la peste: quel molto denaro che affluì nelle casse dei fiorentini finì, in buona parte, nelle tasche sbagliate.

Ma ci furono altri effetti di segno diverso. I Priori della città adottarono provvedimenti per venire incontro ai debitori diventati insolventi in seguito alla peste, e nel 1352 si costituì in Firenze un ufficio per i diritti delle arti e dei mestieri, a vantaggio dei debitori insolventi. Infine, il 1349 fu per Firenze un anno di grande sviluppo delle biblioteche e degli investimenti in libri e in opere d’arte. Il governo cittadino rifondò lo Studium fiorentino, le biblioteche di Santa Croce e di Santa Maria Novella furono molto incrementate, e furono creati vari incentivi per l’acquisto dei manoscritti. Questi investimenti culturali furono decisivi per l’inizio dell’Umanesimo civile, uno degli effetti collaterali più imprevisti e straordinari di quella peste nera. Cittadini, domenicani e francescani capirono che la strada per ricominciare dopo la grande catastrofe non era la corsa al lusso, né la ricerca forsennata dei piaceri della vita per dimenticare la morte; intuirono invece che sarebbero risorti se una nuova cultura avesse scritto i codici simbolici per un Rinascimento.

Nel 540, mentre l’Europa stava attraversando la carestia più dura del primo millennio, a Montecassino san Benedetto scrisse la sua Regola, che segnò il decollo della straordinaria stagione del monachesimo occidentale, essenziale per la rinascita dopo l’impero romano. La peste a Firenze generò Il "Decameron", uno dei capolavori assoluti dalla letteratura mondiale, iniziato da Boccaccio nel 1349, con la pestilenza ancora in corso, con lo scopo di consolare il suo popolo: «Umana cosa è l’avere compassione degli afflitti», queste le sue prime parole.

Non si esce dalle grandi crisi senza artisti e profeti, sono le loro consolazioni quelle davvero necessarie per la ripresa. Gli aiuti economici sono importanti, soprattutto se rivolti a evitare le insolvenze dei debitori, ma non bastano, e possono complicare il cammino, anche perché finiscono spesso nei posti sbagliati. Gli artisti e i profeti di oggi sono diversi da quelli che ci hanno salvato nei secoli passati; ma, anche questa volta, usciremo migliori se avremo generato artisti e profeti.

 
 
 

L'incontro con un prete

Post n°3493 pubblicato il 30 Dicembre 2020 da namy0000
 

Alain, l'educatore nel pallone che salva i bimbi di Yaoundé

Arrivato in Italia col sogno del calcio e abbandonato dal procuratore senza scrupoli si ritrovò abbandonato e senza soldi. L'incontro con un prete e una comunità lo ha fatto rinascere

Alain sognava quello che sognano tanti bambini africani vedendo giocare i campioni di pelle nera applauditi dai tifosi negli stadi italiani: diventare uno di loro. Le premesse sembravano esserci: giocando nella scuola di calcio Des Brasseries du Camerun nel capoluogo della provincia dell’Ovest, era stato notato da un procuratore che gli aveva fatto balenare un futuro stellare.

Per questo quando aveva solo 15 anni era venuto in Italia con un visto turistico. Qualche provino, poi un giorno un colloquio del procuratore con il manager di una squadra. La prima domanda non è "come si chiama", non è "da dove viene", ma "quanto costa il ragazzo?".

Comincia a giocare nel Brera Calcio, una squadra milanese che milita nella categoria Promozione. Ma mentre il sogno sembra prendere forma, un brutto infortunio lo costringe in ospedale per otto mesi. Lui non demorde, troppo forte è la passione per il calcio, troppo forte il desiderio di sfondare e diventare un campione. Torna a giocare, ma quando il procuratore che aveva alimentato i suoi sogni lo abbandona, Alain si ritrova solo, senza neppure il biglietto aereo per tornare in Camerun da sua madre e dai suoi dodici fratelli.

Un giorno mentre vaga sconsolato per Milano entra nell’oratorio di Lambrate, un quartiere alla periferia della città, per tirare due calci al pallone con altri ragazzi. Conosce il prete che segue i giovani, don Claudio B., gli confida i suoi sogni e la sua amarezza, il sacerdote cerca ospitalità per lui in alcune famiglie della parrocchia che a turno lo accolgono nelle loro case.

«Sono state la mia ancora di salvezza, la mia seconda famiglia – racconta Alain – . Grazie a loro ho ricominciato gli studi e ho trovato una strada per me».

È dall’esperienza di ospitalità condivisa tra quel gruppo di famiglie che nel 2000 è nata Kayròs, una comunità di accoglienza per minori in difficoltà diretta da don Claudio. Lui è stato il primo ospite, oggi sono una cinquantina i giovani che vivono insieme a Vimodrone, alle porte di Milano.

Ora Alain Ngaleu ha 37 anni, è sposato e ha tre figli, è diventato cittadino italiano, lavora come educatore nella comunità che lo aveva accolto, ma la passione per il calcio non ha smesso di scorrere nelle vene.

 

Da quella passione alcuni anni fa è nata la decisione di prendere il patentino da allenatore e di metterlo a frutto nel suo Paese. Con l’aiuto di alcuni amici ha raccolto magliette, palloni e scarpette, ha caricato tutto in un container, è tornato in Camerun e nella capitale Yaoundé ha aperto Kayròs Camerun, un luogo dove da dieci anni centinaia di giovani imparano a giocare a pallone, vengono aiutati negli studi e accompagnati a trovare lavoro.

Qualcuno ha pure fatto carriera: uno ha partecipato ai campionati mondiali in Brasile under 17 nel 2019, uno gioca nel campionato professionistico camerunense ed è stato selezionato per la nazionale.

Alain non nasconde la soddisfazione per questi risultati, ma ha fatto tesoro della sua storia. «L’esperienza fatta con don Claudio e gli amici della comunità Kayròs è stata decisiva – racconta –. Ho imparato che le passioni vanno assecondate ma senza che ti facciano andare fuori di testa diventando un assoluto. Non bisogna mai smettere di sognare evitando però che il sogno porti fuori dalla realtà, come è accaduto a tanti ragazzi inseguendo il mito di diventare come Eto’o, il mio connazionale più famoso, e di fare soldi a palate. Ci sono ragazzini che si mettono in mano a gente senza scrupoli che sfrutta le loro attese illudendoli di ottenere un facile successo e poi li molla, lasciandoli magari a chiedere l’elemosina sulle strade per poter campare. I giovani hanno bisogno di qualcuno che scommetta su di loro e sappia proporre una strada positiva da seguire, seguendola lui per primo. Come è capitato a me incontrando don Claudio, che mi ha preso per mano e mi ha aiutato a capire che la vita è più grande di un pallone». (Avvenire, 29 dicembre 2020).

 
 
 

La capra felice

Trentino. Trovata morta Agitu, pastora etiope rifugiata e simbolo di integrazione

È stata assassinata in casa. Rifugiata dal 2010, aveva scelto di recuperare terre e capre di razza Mochena. Era stata minacciata e il responsabile condannato a gennaio.

È stata trovata morta, uccisa con un violento colpo alla testa, nella sua casa di Frassilongo in Trentino, Agitu Ideo Gudetapastora rifugiata etiope che avrebbe compiuto 43 anni il giorno di Capodanno. Sul delitto stanno indagando i carabinieri. Al momento i sospetti si concentrano su un giovane africano, dipendente dell'azienda della donna, che avrebbe avuto con lei dissidi economici.

Era arrivata in Italia ad appena 18 anni, si era laureata a Trento in Sociologia ed era tornata nel suo Paese, impegnandosi contro il land grabbing, l'occupazione delle terre da parte di multinazionali e Paesi stranieri per sfruttarle con monoculture estranee, cacciando i contadini. Il suo impegno l'aveva resa invista al governo così, a rischio di arresto, nel 2010 era dovuta fuggire tornando in Trentino.

Qui la scelta, eredità della sua cultura, di dedicarsi all'allevamento della capre. Ma da cittadina di queste terre. Così la scelta di recuperare terre abbandonate e razze in estinzione, come la capra di razza Mochena. Prima solo un sogno (per anni ha fatto la barista), poi una realtà con l'azienda "La capra felice", undici ettari, 80 capre, latte, formaggi, yogourth, tutto rigorosamente biologico.

A Trento aveva aperto un punto vendita di formaggi e prodotti cosmetici a base di latte di capra.Tutto trentino. Al punto che nel 2015 Agitu e i suoi formaggi hanno rappresentato la Regione all’Expo di Milano. Agitu e le capre, una vita in simbiosi, così dormiva in auto per difenderle dagli orsi. "Gli tiro contro dei petardi e scappano", diceva scherzando, capace di convivere col grande plantigrado.

Donna integrata, lei etiope che insegnava ai giovani trentini l'antico mestiere del casaro o che dava lavoro ad altri africani. Ma circa due anni faAgitu aveva ricevuto minacce e subito un'aggressione a sfondo razziale. "Sporca negra te ne devi andare", l'aveva assalita l'uomo che abita la baita vicino all’abitazione della pastora.

Lo scorso gennaio, l’autore della violenza, che si era scagliato anche contro il casaro del Mali che aiutava Agitu, era stato condannato a 9 mesi per lesioni dal Tribunale di Trento, mentre l’accusa di stalking finalizzato alla discriminazione razziale era stata lasciata cadere, contrariamente a quanto aveva chiesto il pm.

Ma Agitu, volto solare e sempre sorridente, ancora una volta aveva reagito positivamente. Sul suo profilo Fb aveva appena scritto "Buon Natale a te che vieni dal sud, buon Natale a te che vieni dal nord, buon Natale a te che vieni dal mare, buon Natale per una nuova visione e consapevolezza nei nostri cuori". Questa era Agitu, che in Trentino aveva trovato e costruito con convinzione una nuova vita. (Avvenire, 29 dicembre 2020).

 
 
 

Il presepe

Post n°3491 pubblicato il 28 Dicembre 2020 da namy0000
 

Il presepe non basta, dobbiamo viverne fino in fondo l’essenza

Il 2020 mi porta a ripensare il concetto di “normalità”: capisco che la vera ricchezza non è nell’avere, ma nella casa misera eppure aperta di quand’ero bambino

Il Natale di quest’anno dobbiamo avere il coraggio di non viverlo attorno al presepe. Teniamocelo lì, carino, nell’angolo più bello della casa, come teniamo volentieri qualche quadro di valore o qualche foto dei nostri cari sulle pareti. Ma poi dobbiamo capire, una volta per sempre, perché Lui ha scelto la povertà come unica via; l’ha citata come prima beatitudine e nella sua vita sono esistite solo la strada, le notti, una tunica e forse i calzari.

Per noi la povertà consiste nella mancanza di qualche cosa e la consequenziale voglia di recuperarla per tornare nella normalità. Per lui la povertà è scelta definitiva di vita. Anzi, Lui, quel bambinello lì, ha davanti trent’anni vissuti perché il mondo capisca che solo così si può vivere fraternamente senza guerre, senza l’ansia del potere, senza straricchi e pezzenti, in Stati non democratici nei quali impera il “mammona iniquitatis”. La povertà che nasce con la nascita di Cristo è ben altro. E nessuno, anche il più cristiano e il più francescano del mondo, nonostante promesse, voti e il saio, mai arriva a questa normalità di vita.

I movimenti cattolici poi hanno inventato la solidarietà per superare proprio questo stato di povertà permanente. A causa di questa maledizione mondiale mi faccio, a 91 anni, per la prima volta, una domanda seria sul concetto di povertà espresso dal Cristo pellegrino. E allora mi esplodono cento quesiti: la povertà umilia o esalta? È giusta o ingiusta? È possibile o impossibile? È inquietudine o beatitudine? Riscatta o schiavizza? Fa parte di un’esistenza umana dignitosa o sul filo della precarietà?

Poi ci ripenso, e a mia insaputa si traducono in sogno queste mie “paturnie”. Capisco che solo così ognuno potrebbe vivere dignitosamente, con le cose di cui ha bisogno, libero dalla massa di altre cose che si possono godere senza il bisogno di possederle, e di ammassarle dentro case vere, accoglienti, profumate dai vasi di fiori e calde come sono caldi i luoghi dell’amicizia e della fraternità sociale. Ricordo, oggi, quando bambino andavo dentro le cucine della gente della grande “corte” con tutte le porte aperte, e che avevano sul tavolo sempre qualcosa da mangiare e bere. Fino a ieri pensavo: eravamo poveri! Invece, causa il virus, il Dio del Natale è diventato un “grande intervallo” tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere (Antonio Mazzi, FC n. 52 del 27 dicembre 2020).

 
 
 

La speranza

Post n°3490 pubblicato il 28 Dicembre 2020 da namy0000
 

La speranza è il dono più bello anche in questo Natale

Non possiamo nasconderci quanto l’anno che si sta chiudendo sia stato duro e doloroso e quanta apprensione abbia provocato in ogni famiglia. Ma è proprio nel buio, nella difficoltà, che forse affiora maggiormente il significato più profondo del Natale, che è il centro della fede, il fulcro di una speranza senza fine…..

Tornano alla memoria le parole di san Cipriano: il santo interrogato sul senso della terribile peste che devastava Cartagine nel III secolo, scrisse: «Essa serve se coloro che sono sani aiutano gli infermi; se i congiunti amano pietosamente i loro parenti, se i padroni sentono compassione dei loro servitori malati; se i medici non trascurano i malati che invocano la loro opera; se i violenti frenano la loro prepotenza; se i ladri trattengono, almeno in vista della morte, la brama insaziabile della furente rapacità; se i superbi frenano la loro alterigia…».

Voci che ci dicono che ci sono luci in questo buio e che queste luci non si spengono mai, perché vengono dal profondo, da sentimenti inarrestabili.

Questo è l’augurio che ci sentiamo di farvi: di sentire ancora più forte in questi giorni la speranza luminosa del Natale. (FC n. 52 del 27 dicembre 2020).

 
 
 

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