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Interno a tre voci

Post n°55 pubblicato il 12 Febbraio 2006 da majakowskij
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LILJA

 Potrei tacere su di te, dovrei per alcuni. E’ più facile inventarsi il volto della nike. Parlare d’amore ad un poeta…che parole usare? Quale spazio di cielo prendere a prestito per trasfigurarvi, con geniale precisione, il blu intenso dei tuoi occhi? Non sono dotata di pennellate provette e le mie penne d’oca sono intinte in un inchiostro stinto. Non è arduo amare, vivere presso un doppio indirizzo, abitare una duplice casa in cui riposare dalle sere tutte uguali di chiacchiere e champagne, tra i merletti della società buona e i fendenti di improbabili tombeur affamati e saziati solo da banalità. Come, allora, non innamorarmi del tuo amore? L’unica cosa che non sembrasse uguale o banale ai miei teneri occhi. L’unico palpito di dolore tra i guanciali di serena quiete del mio amour d’antan… Passion, passion, concedo alla moda francese l’impeto sensuale della lingua estranea, ma non dimentico il mio idioma di selvatico desìo; lo ricerco nella tua poesia. Quando dovetti riconoscere l’aspetto sconvolto del mio cuore, ne fui dapprima rapita, poi spaventata, insine irata. Non ho mai potuto sottrarmi al tuo corpo, alla tua lingua e tu, debole amante, mi hai tenuta. Non sapevo scappare.
Oh, il mio tenero Osip, egli mi attendeva nella notte come un padre la figlia sfuggita ed io tra le sue braccia versavo lacrime di perdono; non mi ha mai abbandonata né disconosciuta. Sempre me lo trovai vicino e simile. Sempre seguitava il suo amore, per lo stesso sentiero, con la stessa attesa, la stessa fede. Non ti ho mai tradito, non fui causa della tua morte, ma della tua vita. Ti ho donato quell’amore che cercavi; la rivoluzione dell’animo che anelavi giunse sui piedini delicati di una ballerina ebrea… Rammenti il primo bacio? Bacio d’impeto, come la tua poesia; bacio d’angoscia come la tu malinconia. Volevo il poeta più dell’uomo, ma forse erano tutt’uno. Ed io, per quindici lunghi anni, ho amato e mi sono lasciata amare. Non credere a chi ti dice che la tua Lilja non è la tua Lilja, tu sai ciò che solo tu ed io possiamo.

OSIP

Da insigne giurista ad editore di un poeta dall’imperituro destino. Destino di gloria. D’altronde la mia ammirazione fu sempre sincera. L’arte è arte. Non si può voltare le spalle alla bellezza. Ero affascinato da tanto ardore, da tanta guerra, da tanto genio. E volevo che Lilja fosse felice. Si, avete inteso bene. La mia luce voleva ascoltare la lira di Apollo da un luogo più vicino, essere musa ed amante. Ispiratrice ed ispirata ed io lo permisi. E fui anch’io partecipe nel rivoluzionario gioco, nell’insensato ménage; il più scandaloso e meno borghese che si fosse vissuto alla luce del sole. Rapporti naturali vissuti da persone non comuni travisano e scompongono le regole sociali, travasano fuochi in acque e stendono i loro indecenti panni come vessilli agli occhi scandalizzati e ipocriti della Mosca di allora. Del resto, anche oggi, quanto è mutato? Non fui una spia, e tanto meno la mia Lilja. Amammo Vladimir di sincera ammirazione, troppo poco umano per non esserne affascinati. Troppo poeta e poco uomo. Taccio sui possibili rimbrotti dei benpensanti e considero solo coloro che mi pongono il problema del più primitivo dei sentimenti: la gelosia. No amici, non fui mai geloso. Perché Lilja era mia. E’ sempre stata mia. Non mi si laceravano le carni, non urlavo come una bestia quando la sapevo tra le braccia di un altro. Perché c’ero anch’io. Lilja non è mai stata senza me. Nei suoi occhi vivevo come nessuno. Vladimir era la poesia. Io ero la sua vita.

VLADIMIR


Il terzo incomodo non esiste. Figura integrata ed integra fui. Tra i due io non ero il terzo, ma il primo tra loro. Mai spezzato. Mai indagato. Se non dopo la mia morte. Il mio cervello fu sezionato alla ricerca del mio genio. Ma il mio genio abitava la mia vita, e con la fine di essa perì tutto. Resta solo la poesia e la memoria. La memoria dell’unica donna che abbia amato. Il sesso non c’entra. L’amavo tra altre amanti, l’amavo tra le angosce, tra la passione politica e la solitudine. Nel sonno persino l’amavo. Ero il suo gattino. Ai suoi piedi disteso, alle sue caviglie lasciavo baci votivi, nella speranza di grazie già concesse mille volte. Era molto bella. Molto intelligente. Molto sposata. Non me ne feci mai un problema. Credevo mi amasse. Dopo sono venuti a dirmi che mi aveva tradito, che era una spia, che il suo amore era un sogno. Presi una pistola quel giorno. La puntai al mio cuore. Cosa uccidere se non l’organo che duole? Caccio via il tuo sapore amore…illusione. Sei ancora dovunque, dentro le vaste regioni che mi abitano, popoli campi e radure, segreti e stagioni, come l’aria ti distendi in ogni dove. Ed io non posso liberarmi di ciò che é. Esisti per sempre dentro me.

 
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