ITA MI CONTAS HA 10 ANNI

Francesco Casula
ITA MI CONTAS HA 10 ANNI
di Francesco Casula
L’Associazione culturale ITAMICONTAS di Flumini di Quartu Sant’Elena festeggia il decimo anniversario. Nasce per iniziativa del compianto Paolo Maccioni e si costituisce ufficialmente, come organizzazione Onlus, con la registrazione dello statuto a fine novembre 2012, con sede sociale presso la Biblioteca di Flumini e la sede legale a Quartu. Nel suo Statuto formula e chiarisce i suoi obiettivi generali: la promozione e la diffusione della cultura, materiale e immateriale, in tutte le sue diverse forme e manifestazioni, attraverso attività di studio, incontri e collaborazioni culturali, attività editoriali cartacee e digitali. Con mostre, convegni, seminari, rassegne, concerti ed altre manifestazioni a carattere culturale; attività di volontariato finalizzate a promuovere e sostenere il benessere ed una migliore qualità della vita nella comunità, dedicate al sostegno della singola persona o organizzate in strutture e centri di servizio, o ancora, dedicate a preservare valorizzare, proteggere e migliorare il patrimonio culturale, storico, artistico ed eco-ambientale comunitario. Ma il suo obiettivo fondamentale è quello di contribuire a promuovere, tutelare, valorizzare e rilanciare il patrimonio storico, artistico, linguistico-culturale, sociale, economico e produttivo della Sardegna con particolare riferimento al territorio di Quartu Sant’Elena. E dunque la diffusione della storia e della lingua sarda; dei libri; delle attività artistiche, musicali, artigianali, turistiche. In questa direzione, nei dieci anni di attività, ITAMICONTAS, ha realizzato centinaia e centinaia iniziative: presentazione di libri di scrittori noti ma anche poco conosciuti (con particolare attenzione a quelli riguardanti la Sardegna); conferenze di studiosi ed esperti sui temi più svariati: da quelli letterari e storici a quelli scientifici e tecnologici: ma segnatamente sulla storia la lingua e la cultura sarda e locale; concerti e serate musicali e teatrali, proiezione di video e filmati. Oltre che a Flumini ha svolto la sua attività anche a Quartu: da ricordare la rappresentazione dell’Atto teatrale nuragico CIVITATES BARBARIAE, con testi e musiche originali di Mario Murgia nella Sala consiliare del Comune di Quartu Sant’Elena il 5 dicembre 2014. Nei 7 anni prima del Covid l’Associazione ha svolto le sue attività (esclusi i due mesi estivi) ogni giovedì; dopo il Covid e fino ad oggi ogni quindici giorni. Ha un suo direttivo, un Presidente (Francesco Casula) e una vice Presidente (Isabella Maccioni). E’ completamente autofinanziata
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ANNIVERSARI : 1409 Sa Batalla di Sanluri e la fine di un sogno

ANNIVERSARI: 1409 Sa Batalla di Sanluri e la fine di un sogno

di Francesco Casula

Il 30 giugno prossimo ricorrerà il 614° anniversario di Sa Batalla di Sanluri: forse la data più infausta dell’intera storia della Sardegna perché segnò l’inizio della fine della indipendenza e della libertà dei Sardi e della Sardegna. Una fine tutt’altro che scontata ed ineluttabile.
Infatti con l’ultimo Marchese di Oristano, Leonardo d’Alagon, (dal 1470 al 1478) sarà ancora scossa e attraversata da momenti di dissenso e di ribellioni nei confronti dei catalano-aragonesi, culminati in opposizione armata prima con la battaglia di Uras (1470) e infine con la sfortunata e definitiva sconfitta di Macomer (1478).
Una data infausta insieme al 238 a.C. che segnò l’inizio dell’occupazione e del brutale dominio romano; al 1297, quando il papa Bonifacio VII, con la Bolla Licentia invadendi, infeudò del regno di Sardegna e Corsica, appositamente e arbitrariamente inventato, Giacomo II d’Aragona, invitandolo di fatto a invadere e occupare militarmente le Isole, cosa che puntualmente avverrà, almeno per la Sardegna; al 1820, quando furono emanati gli Editti delle Chiudende, che posero fine al millenario uso comunitario delle terre da parte di tutto il popolo, usurpate dai nuovi proprietari, in un ciclonico turbinio di inaudite illegalità, sopraffazioni e violenze; al 1847, quando con la Fusione perfetta, la Sardegna fu privata del suo Parlamento.
Il 30 giugno 1409 infatti presso Sanluri, si scontrarono l’esercito siculo-catalano-aragonese, guidato da Martino il giovane, Re di Sicilia e Infante di Aragona, e l’esercito sardo-giudicale, al comando di Guglielmo III visconte di Narbona, ultimo giudice-re del Giudicato d’Arborea, che fu battuto e disfatto in quella atroce battaglia. Finiva così la sovranità e l’indipendenza nazionale della Sardegna che, dopo cruente battaglie i Sardi-Arborensi, prima con Mariano IV e poi con la figlia Eleonora, erano riusciti ad affermare, prevalendo sui Catalano-Aragonesi e dunque riuscendo di fatto a ottenere il controllo su tutto il territorio sardo e coronando in tal modo il sogno, di unificare l’intera nazione sarda.
Il regno d’Arborea infatti dal 1392 al 1409 comprenderà l’intera Isola, eccezion fatta per Castel di Cagliari e di Alghero: Isola governata e gestita sulla base di quella moderna e avanzata Costituzione che fu la Carta de Logu, che promulgata dalla stessa regina Eleonora, rimase in vigore per ben 435 anni, fino al 1827, quando entrò in vigore il Codice feliciano.
Ma ritorniamo alla battaglia di Sanluri: lo scontro finale cominciò all’alba di domenica 30 Giugno del 1409, (al alva de Domingo del mes de Junio: così infatti scrive negli Anales della Corona d’Aragona lo storico aragonese Geronimo Zurita); quando l’esercito siculo-catalano-aragonese, lasciato l’accampamento cominciò ad avanzare ordinatamente (con horden) fino a un miglio a sud est di Sanluri (Sent Luri).
Davanti stava Pietro Torrelles (en la avanguardia Pedro de Torrellas), il capitano generale, con mille militi e quattromila soldati (con mil hombres de armas, y quatro mil soldados), mentre il re Martino il Giovane, più indietro guidava la cavalleria e il resto formava la retroguardia. A loro si contrapponeva, sbucando improvvisamente da dietro un poggio, appena a Oriente di Sanluri e chiamato ancora oggi Bruncu de sa Batalla, l’esercito giudicale comandato dal re arborense Guglielmo di Narbona-Bas con i fanti e i cavalieri (con toda la gente de cavallo, y de pie), nascosti dietro una collina. Quanto durò esattamente la battaglia non ci è dato di sapere, Geronimo Zurita parla genericamente di “por buen espacio”.
Certamente fu dura e accanita. E, purtroppo, perdente per i Sardi. La tattica degli Aragonesi infatti, il cui esercito assunse una formazione a cuneo, sfondò il fronte delle forze sardo-arborensi che investite al centro, fu diviso in due tronconi. La parte sinistra si divise a sua volta in due parti: la prima ripiegò a Sanluri dove trovò rifugio nel borgo fortificato e nel castello di Eleonora; le mura però non resistettero all’assalto e le forze aragonesi irruppero massacrando a fil di spada gran parte della popolazione civile, senza distinzione di sesso e di età, mentre 300 donne furono fatte prigioniere. La seconda parte, guidata dal re Guglielmo III, si rifugiò nel castello di Monreale, a poche miglia di distanza, senza che gli Aragonesi riuscissero a inseguirli. Così: “el Vizconde con los que escaparon huiendo de la batalla, al castillo de Monreal” si salvò.
Morirono invece sul campo ben cinquemila Sardi (y murieron en el campo hasta cinco mil)mentre quattromila furono catturati: sempre secondo i dati di fonte storica aragonese e dunque da prendere prudentemente, cum grano salis. Di contro solo pochissimi nobili iberici persero la vita ((Murieron en esta batalla de la
Parte del Rey muy pocos, y los mas senalados fueron, el vizconde de Orta, don Pedro Galceran de Pinos, y mossen Ivan de Vilacausa). Le fonti aragonesi non riportano alcun dato sui soldati semplici: evidentemente contano poco o, niente.
La località, una collinetta subito dopo il bivio “Villa Santa” guardando verso Furtei, dove avvenne una vera e propria strage conserva ancora oggi, in lingua sarda, un nome sinistro e tristo: Su occidroxiu. Ovvero il mattatoio: dove insieme a migliaia di sardi fu “macellata” non solo la sovranità e l’indipendenza nazionale della Sardegna ma la stessa libertà dei Sardi.
Ci sarebbe, a fronte di tutto ciò, da chiedersi cosa ci sia da “celebrare” in occasione della ricorrenza del 30 Giugno, segnatamente a Sanluri, come da anni avviene. Da celebrare niente. Molto invece da rievocare per conoscere la nostra storia: nelle sconfitte come nelle vittorie. Per conoscere il nostro passato, per troppo tempo sepolto, nascosto e rimosso: dissotterrandolo. Perché diventi fatto nuovo che interroga l’esperienza del tempo attuale, per affrontare il presente nella sua drammatica attualità, per definire un orizzonte di senso, per situarci e per abitare, aperti al suo respiro, il mondo, lottando contro il tempo della dimenticanza e della smemoratezza.
Proite unu populu chi non connoschet s’istoria sua, su tempus colau, non tenet ne oje nen cras.

Quale Sardo?

QUALE SARDO?

di Francesco Casula

Quale sardo è un interrogativo che spesso viene posto in genere dai nemici della lingua sarda: la cui risposta sottesa è, per loro, che non esisterebbe un solo sardo ma molti. E’ però anche una domanda legittima fatta da molti che lo amano invece, ma che sosno frastornati e confusi, in modo particolare dai Media, in genere su questa problematica pressapochisti poco informati.
Occorre rispondere con nettezza che il Sardo è uno e uno solo: consta di due fondamentali varianti o parlate: il logudorese e il campidanese. Se vogliamo semplificare: perché in realtà ci sono tante parlate, quanti sono in paesi e le città sarde.
Ma il fatto che esistano tante parlate non mette minimamente in discussione l’esistenza di una lingua sarda sostanzialmente unitaria, in quanto la lingua, per la linguistica scientifica è considerata un sistema o un insieme di sistemi linguistici. Inoltre la struttura del campidanese e del logudorese è sostanzialmente identica: quando vi sono delle differenziazioni di tratta di differenziazioni o lessicali (dovuta alla diversa penetrazione delle lingue dei popoli dominatori, soprattutto spagnolo e italiano) o differenze fonetiche, di pronuncia. Cioè differenze minime. Peraltro presenti anche nei diversi paesi della stessa “zona linguistica”. Ma non differenze sostanziali a livello grammaticale o sintattico.
Del resto, qualcuno può affermare che l’Italiano non sia una lingua unitaria perchè viene parlata con una pronuncia che varia – e molto! – da regione a regione, da paese a paese, da città e città? Qualcuno può pensare che la lingua sarda non sia unitaria perché “adesso” in campidano risulta “immoi” e nel logudoro “como”? Che dire allora dell’italiano “unitario” a fronte di: adesso, ora, mo’, per indicare lo stesso termine? Il fatto che in sardo per indicare asino si utilizzino molti lessemi (ainu, molente/i, poleddu, burricu, bestiolu, burriolu, urragliu, chidolu, cocitu, unconchinu) non è forse segno di ricchezza lessicale piuttosto che di disunità del Sardo? Una lingua fatta di somme e di accumuli in virtù delle influenze plurime indotte dalla presenza nei secoli, di svariati popoli, ognuno dei quali ha influenzato e contaminato la lingua sarda?
Ma poi, dopo essere stata riconosciuta anche giuridicamente e politicamente come lingua, chi impedisce al Sardo di assurgere al piano e al ruolo anche pratico, di lingua unificata? Così come è successo storicamente a molte lingue, antiche e moderne, nel mondo e in Europa, prima pluralizzate in molte parlate e dialetti e in seguito unificate?
Negli ultimi 150 anni della nostra storia è successo nell’800 e nel primo ‘900, tanto per fare qualche esempio, al rumeno, all’ungherese, al finlandese, all’estone; e recentemente al catalano, le cui varietà (il barcellonese, il valenzano, il maiorchino per non parlare del rossiglionese, del leridano e dell’algherese) erano assai diverse fra loro e assai più numerose delle varietà del Sardo di oggi.
Dopo l’incerto procedere, fra molte incomprensioni e non pochi pregiudizi, che accompagnò una prima proposta di standardizzazione della lingua, dal 2006 la Regione si è dotata di Sa limba sarda comuna, uno standard linguistico per i documenti in uscita dall’Amministrazione e di riferimento per le decine di varietà del sardo. Si tratta non di un cocktail di varianti ma di una lingua effettivamente parlata nel centro dell’Isola, qualcosa che sta al sardo come il lucchese stava all’italiano nascente. È un primo incoraggiante inizio: occorrerà proseguire in tale direzione.
Si potrà ancora obiettare che tra logudorese e campidanese potrebbero esserci differenze poco sostanziali, ma come la mettiamo con il Catalano di Alghero, il Tabarchino di Carloforte e Calasetta, e lo stesso Gallurese e Sassarese?
I linguisti rispondono a questa obiezione con chiarezza e scientificità: si tratta di Isole alloglotte. Ovvero di lingue diverse dalla lingua sarda, pur presenti nello stesso territorio sardo. Un fenomeno del resto presente in tutto il territorio italiano – e non solo – dove vi sono molte isole alloglotte in cui si parla: albanese, catalano, greco, sloveno e croato oltre che francese, franco-provenzale, friulano, ladino e occitano.
Questo fenomeno ha radici storiche precise: per quanto attiene al catalano di Alghero è da ricondurre al fatto che nel 1354 Alghero fu conquistata dai catalani che cacciarono i Sardi e da quella data si parlò il catalano, appunto.
Il Tabarchino parlato a Carloforte (Isola di San Pietro) e a Calasetta (Isola di Sant’Antioco) è ugualmente da ricondurre a motivazioni storiche: alcuni pescatori di corallo provenienti dalla Liguria e in particolare dalla città di Pegli (a ovest di Genova, ora quartiere del comune capoluogo) intorno al 1540 andarono a colonizzare Tabarca (un’isoletta di fronte a Tunisi) assegnata dall’imperatore Carlo V alla famiglia Lomellini. Nel 1738 una parte della popolazione si trasferì nell’Isola di San Pietro. Nel 1741 Tabarca fu occupata dal bey di Tunisi. La popolazione rimasta fu fatta schiava, Carlo Emmanuele di Savoia, re di Sardegna, ne riscattò una parte portandola ad accrescere la comunità di Carloforte. Di qui il tabarchino.
Diverso è invece il discorso che riguarda il sassarese, considerato dai linguisti un sardo-italiano e il gallurese ritenuto un corso-toscano. E da ricondurre ugualmente a motivazioni storiche.

IL SARDO: Lingua o dialetto?

Il SARDO: Lingua o dialetto?

di Francesco Casula

Vedo che, periodicamente, riemerge la questione se il Sardo sia una lingua o un dialetto, nonostante sia stata chiarita definitivamente e da tempi ormai immemorabili. Comunque lo ribadisco, sia pure in termini succinti e, spero chiari.
Sul Sardo sono presenti una serie di luoghi comuni creati e sedimentati nel tempo, frutto insieme dell’ignoranza e della malafede da parte dei nemici della Lingua sarda.
Il luogo comune più diffuso è che il Sardo sia un dialetto. Occorre rispondere e chiarire con nettezza che nessun linguista o intellettuale rigoroso e serio ritiene che il Sardo sia un dialetto: dal massimo studioso Max Leopold Wagner (che scriverà una monumentale opera dal titolo inequivocabile: La lingua sarda. Storia, spirito e forma) a Gramsci.
Ma oggi è lo stesso Stato italiano a riconoscere al Sardo lo status di Lingua: nella Legge del 15 dicembre 1999, n.482 concernente “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”. Il Sardo è una lingua con proprie strutture sintattiche e grammaticali, espressioni foniche e semantiche, peculiari, autonome e distinte da tutte le altre lingue neolatine, ad iniziare dall’italiano, rispetto al quale nasce circa 300 anni prima.
Ciò premesso occorre anche aggiungere che la linguistica moderna, scientifica, non distingue né fa differenze tra ciò che comunemente si chiama lingua da ciò che si chiama dialetto. Ciò che rende differente ciò che noi chiamiamo lingua da quello che chiamiamo dialetto non è qualcosa di insito nel sistema linguistico ma l’uso e l’importanza sociale dello stesso. In altre parole fra lingua e dialetto non ci sono differenze culturali ma politiche e giuridiche.
Per cui schematicamente potremmo affermare che la lingua è un dialetto che nella storia “vince” politicamente: così è stato per l’Attico di Atene in Grecia; per il castigliano di Madrid in Spagna; per il francese che da “dialetto” di Parigi, in seguito alla supremazia della città, è stato adottato come idioma di tutto lo stato francese; per lo stesso italiano che da “dialetto” di Firenze, diviene idioma comune a tutta la penisola per il prestigio culturale degli scrittori fiorentini,
O pensiamo ai “dialetti” dei vari paesi africani e asiatici ecc., che una volta decolonizzati e ottenuta l’indipendenza, diventano “lingue”. È cambiata qualcosa? Sì. Lo status politico e giuridico, non altro. Ed è proprio lo status politico, in buona sostanza, a distinguere una lingua da un dialetto. A questo proposito è quanto mai opportuno ricordare la famosa definizione di Max Weinreich : “Una lingua è un dialetto con un esercito e una flotta”.

Umberto I, re “buono” o re “mitraglia?.

Umberto I, re “buono” o re “mitraglia?
di Francesco Casula
Umberto I continua ad essere chiamato e avere la nomea, non solo in moltissimi libri scolastici, di re “buono”. Si tratta di una vera e propria falsità storica. Intanto il nostro re buono continua a campeggiare nelle nostre Vie, Piazze e quant’altro. Ma vediamo chi era. Vediamo la sua opera storica!. Iniziamo a ricordare che Umberto I non fu solo connivente con la politica coloniale, autoritaria, repressiva e liberticida dei Governi di fine Ottocento, da Crispi in poi, ma ne fu un entusiasta sostenitore: appoggiò le infauste “imprese” in Africa (con l’occupazione dell’Eritrea (1885-1896) e della Somalia (1889-1905), che tanti lutti e spreco di risorse finanziarie comportò: ben 6.000 uomini morirono nella sola battaglia e disfatta di Adua nel 1896 e 3.000 caddero prigionieri). Fu altrettanto sostenitore del tentativo, di imporre leggi liberticide da parte del governo del generale Pelloux nel 1898, tendenti a restringere le libertà (di associazione, riunione ecc.) garantite dallo Statuto. Sempre nel 1898 (8 e 9 maggio), “le truppe del generale Fiorenzo Bava Beccaris spararono sulla folla inerme uccidendo circa 80 dimostranti e ferendone più di 400”(1) . Fu un vero e proprio eccidio. La prima volta nella storia italiana si utilizzarono i cannoni per sparare sulla folla per reprimere una Manifestazione di protesta. Ebbene il re Umberto, ribattezzato dagli anarchici Re mitraglia, forse per premiare il generale stragista per la portentosa “impresa” non solo lo insignì della croce dell’Ordine militare di savoia ma in seguito lo nominerà senatore! Questo in Italia. In Sardegna l’anno seguente nel 1899 assisteremo alla “Caccia grossa”! Il capo del governo, il generale Pelloux – quello delle leggi liberticide che non passeranno solo per l’ostruzionismo parlamentare della Sinistra – invierà in Sardegna un vero e proprio esercito, un intero Reggimento, che, con il pretesto di combattere il banditismo, nella notte fra il 14 e il 15 maggio arrestò circa mille persone. Maria Giacobbe, la grande scrittrice nuorese, in un bellissimo libro testimoniale e di denuncia, “Le Radici”, ricorda e rievoca il fatto in cui è stato coinvolto il nonno, anche lui arrestato (2). Il fatto sarà anche raccontato, quasi vantandosene, da un giovane tenentino, Giulio Bechi in “Caccia grossa”: la caccia all’uomo delle selve, al bandito-cinghiale, al selvatico. Il titolo del libro – dirà nel 1953 Lussu in un memorabile intervento in Senato in cui si discuteva sul banditismo sardo – rivela la mentalità poliziesca e inumana con cui si contrapponeva allora, e spesso si contrappone tutt’ora, l’ordine al disordine, la legge alla negazione della legge: a ricordarlo è Manlio Brigaglia, autore di una ricca e documentata prefazione a una bella edizione di “Caccia grossa” da parte della Ilisso di Nuoro del 1997 (3). Ma ecco come descrive “La Caccia grossa” Eliseo Spiga ”Lo stato rispondeva la banditismo cingendo il Nuorese con un vero e proprio stato d’assedio, senza preoccuparsi,,,di un’intera società che si vedeva invasa e tenuta in cattività come un popolo conquistato…Ed ecco gli arresti, donne, vecchi e ragazzi…sequestrate tutte le mandrie e marchiate col fatidico GS, sequestro giudiziario…venduti in aste punitive tutti i beni degli arrestati e dei perseguiti…Gli arrestati furono avviati a piedi, in catene, ai luoghi di raccolta, Un sequestro di persona in grande, per fare scuola”(4) . Ma la Sardegna, la repressione poliziesca durante il regno di Umberto I l’aveva conosciuta anche prima del 1899, in particolare a Sanluri. In questo grosso centro del Campidano, in un clima di povertà, di incertezza e disperazione, il 7 agosto 1881, scoppiò una sommossa popolare contro il carovita e gli abusi fiscali, (Su trumbullu de Seddori), sommossa repressa violentemente: ci furono 6 morti. Il fatto suscitò notevole apprensione in tutta l’Isola. e in gran parte della terra ferma, per i morti e per le gravi conseguenze giudiziarie. . L’8 novembre 1882 ebbe inizio il “Processo” giustamente chiamato della fame, perché venivano processati dei poveracci morti di fame: Tale processo per il numero degli imputati e per la sua durata, (terminò il 26 febbraio 1883) fu ritenuto uno dei più importanti dell’isola. La sentenza fu molto pesante, soprattutto verso alcuni imputati giovanissimi: Venne condannato a 10 anni di reclusione Franceschino Garau Manca, detto “Burrullu” di anni 16, mentre Giuseppe Sanna Murgano di anni 19 ed Antonio Marras Ledda di anni 18 furono condannati a 16 anni di Lavori Forzati. Riferimenti bibliografici 1. Franco della Paruta, Storia dell’Ottocento, Ed. Le Monnier, Firenze, 1992, pagina 461. 2. Maria Giacobbe, Le Radici, Ed. Il Maestrale, Nuoro 2005. 3. Giulio Bechi, Caccia Grossa, Ed. Ilisso, Nuoro 1997. 4. Eliseo Spiga, La sardità come utopia, note di un cospiratore, pagina 162.
 
 
 
 
 
 
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UNITÀ D’ITALIA COLONIALISMO INTERNO SVILUPPO E SOTTOSVILUPPO

UNITA’ D’ITALIA
COLONIALISMO INTERNO
SVILUPPO E SOTTOSVILUPPO

di Francesco Casula

In occasione de sa presentada de “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” in ORTZAI su 9 de lampadas colau, BUSTIANU CUMPOSTU, indipendentista storico e leader de Sardigna Natzionein sa isterrida chi at fatu, at postu sa chistione de su colonialismu internu e de s’isvilupu de su Nord e de su sutasvilupu de sa Sardigna, diventada a pustis de s’Unidade de s’Italia, una colonia interna.
Est una chistione de importu mannu, subra sa cale est netzessariu meledare in manera funguda. Pro como dio narrere custu.

Con l’Unità d’Italia e con la politica postunitaria della destra come della sinistra storica e, in maniera particolare prima di Crispi e poi di Giolitti, si crea la Questione sarda (e Meridionale) e viene messo in moto il colonialismo interno, di fatto creando due Italie: una ricca e sviluppata (il Nord) e l’altra povera e sottosviluppata (la Sardegna e il Sud). Più il Sud s’impoverisce più il Nord si arricchisce e viceversa. Soprattutto attraverso lo scambio ineguale: la Sardegna esporta materie prime e prodotti a basso valore aggiunto (semilavorati) nel Nord e importa da questo prodotti finiti ad alto valore aggiunto. Da tale scambio ineguale il nostro impoverimento e l’arricchimento del Nord.
Sono stati soprattutto alcuni storici e intellettuali come Nicola Zitara 1), Anton Carlo e Carlo Capecelatro (2) – chiamati nuovi meridionalisti, – a iniziare una revisione del “vecchio meridionalismo” e dell’intera “Questione meridionale” dissacrando quanto tutti avevano divinizzato: il movimento e il processo, considerato progressivo e progressista del Risorgimento; mettendo in dubbio e contestando le la bontà dello Stato unitario, sempre celebrato da chi a destra, a sinistra e al centro aveva sempre ritenuto, che tutto si poteva criticare in Italia ma non l’Italia Unita e i suoi eroi risorgimentali.
Zitara, Capecelatro e Antonio Carlo, quest’ultimo fra l’altro per molti anni docente incaricato di diritto del lavoro all’Università di Cagliari – ritengono che il Meridione con la Sardegna, sia diventata con l’Unità d’Italia una “colonia interna” dello Stato italiano e che dunque la dialettica sviluppo-sottosviluppo si sia instaurata soprattutto nell’ambito di uno spazio economico unitario – quindi a unità d’Italia compiuta – dominato dalle leggi del capitale.
Si muovono in sintonia con studiosi terzomondisti come P. A. Baran (3) e Gunter Frank (4) che in una serie di studi sullo sviluppo del capitalismo tendono a porre in rilievo come la dialettica sviluppo-sottosviluppo non si instauri fra due realtà estranee o anche genericamente collegate, ma presuma uno spazio economico unitario in cui lo sviluppo è il rovescio del sottosviluppo che gli è funzionale: in altri termini lo sviluppo di una parte è tutto giocato sul sottosviluppo dell’altra e viceversa.

Note bibliografiche
(1) Zitara giornalista e storico, è autore di “L’Unità d’Italia: nascita di una colonia”, Jaca Book ed. Milano 1971; di “ Il proletariato esterno” Jaca Book, Milano 1977 e di “Memorie di quand’ero italiano”, romanzo storico edito dall’autore nel 1994.
(2) E. M. Capecelatro e A. Carlo, storici, sono gli autori di “Contro la questione meridionale”, ed. Savelli, Roma 1972
(3) V. Baran, “ Il surplus economico e la teoria marxiana dello sviluppo”, Milano 1966
(4) Gunter Frank, “ Capitalismo e sottosviluppo in America latina”, Torino 1969

QUELL’ORRENDO E FUNESTO INNO, IERI SUONATO PRIMA DELLA PARTITA DEL CAGLIARI.

 
Francesco Casula
QUELL’ORRENDO E FUNESTO INNO, IERI SUONATO PRIMA DELLA PARTITA DEL CAGLIARI.
di Francesco Casula
Ieri la “Brigata Sassari,” prima della partita del Cagliari ha suonato l’Inno italico “Fratelli d’Italia”. Giustamente fischiato dal pubblico presente. Non aveva alcuna attinenza. Era fuori luogo. Per me, comunque, suonarlo e cantarlo in Sardegna è sempre fuori luogo. Per mille motivi. E’ l’Inno di uno Stato storicamente ostile e nemico dei Sardi: lo Stato occupante. Lo stato coloniale. Ma vi sono anche altre ragioni: ugualmente giuste e nobili: è un Inno brutto, ultraretorico bellicista e guarrafondaio, militarista e militaresco. E’ un Inno in perfetta continutà con la monarchia dei tiranni sabaudi, con abbondanti elementi fascisti, in relazione soprattutto alla cosiddetta “romanità” Che riassume una “storia” falsa e falsificata: “Dall’Alpe a Sicilia dovunque è Legnano;/ogn’uom di Ferruccio ha il core e la mano; I bimbi d’Italia si chiaman Balilla/il suon d’ogni squilla i Vespri suonò”: Di grazia, che c’entrano i combattenti della Lega lombarda, i Vespri siciliani, Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze, Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci, con l’Italia, il suo “Risorgimento”, la sua Unità? E’ stata questa la versione distorta e falsificata della storia italica offerta e propinata dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell’Ottocento, di cui un secolo di ricerca storica ha preso a roncolate mostrando l’infondatezza di tale pretesa. Anche perché non la puoi dare a bere a nessuno l’idea che questi «italiani» fossero buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori, stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli. Ma quello che maggiormente disturba – dicevo – è la vomitevole “romanità” di cui è impastato: “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta; dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa”. Romanità, non a caso, sposata e celebrata dal Fascismo, dal cui mito fu animato fin dalla primavera del 1921 quando Mussolini lanciò l’iniziativa di celebrare il Natale di Roma il 21 aprile di ogni anno e nel novembre di quell’anno, nello statuto del neonato Pnf, i fascisti definirono il partito come una milizia al servizio della nazione. Mutuando da Roma le insegne, come i gagliardetti con il fascio e le aquile, e il gesto di saluto con il braccio teso. Scrive Mussolini: ”Celebrare il Natale di Roma significa celebrare il nostro tipo di civiltà, significa esaltare la nostra storia, e la nostra razza, significa poggiare fermamente sul passato per meglio slanciarsi verso l’avvenire. Roma e Italia sono due termini inscindibili. […] Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento, il nostro simbolo, o se si vuole, il nostro mito. […] Molto di quel che fu lo spirito immortale di Roma risorge nel fascismo : romano è il Littorio, romana è la nostra organizzazione di combattimento, romano è il nostro orgoglio e il nostro coraggio : Civis romanus sum” !* Ma il nucleo più forte che il fascismo mutuò dalla “romanità” fu il mito dell’impero che sembrò realizzarsi con la conquista dell’Etiopia il 9 maggio 1936, tanto che Mussolini dichiarò dal balcone di palazzo Venezia che l’Impero era tornato sui « colli fatali » di Roma, con il ritorno in Italia delle immagini della romanità e della missione gloriosa di del caput mundi. Con il Duce celebrato come « il novello Augusto della risorta Italia imperiale », « un genuino discendente di sangue degli antichi romani ». Lo testimoniava, -secondo l’archeologo Giulio Quirino Giglioli – l’origine romagnola di Mussolini il quale «era degno emulo di Cesare e di Augusto perché artefice di una nuova era della romanità nell’epoca moderna» Altri noti studiosi si impegnarono nel sostenere l’identità fra il duce del fascismo e gli imperatori romani, o anche a dimostrare la superiorità di Mussolini su Cesare o su Costantino. Amen! * Benito Mussolini, « Passato e avvenire », Il Popolo d’Italia, 21 aprile 1922, p. 1.

5 giugno: Giornata mondiale dell’ambiente

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Francesco Casula
5 giugno: Giornata mondiale dell’ambiente
di Francesco Casula
Il filosofo Eraclito di Efeso, gran teorico del “πάντα ῥεῖ” (tutto scorre), ovvero dell’incessante fluire e divenire delle cose, nella sua concezione relativistica, salvava un unico valore, considerato assoluto, stabile e perenne: l’ambiente. A più di 2.500 anni di distanza, l’intuizione del filosofo greco non pare abbia il consenso, in Sardegna, degli ultimi epigoni dello “sviluppismo”, ancora disposti a barattare l’ambiente con un po’ di occupazione e di crescita economica, peraltro momentanee e incerte, e di sviluppo, peraltro illusorio ed effimero. Non capendo, fra l’altro, che devastando la natura, dissestando e consumando il territorio, si distruggono, nel tempo, molti più posti di lavoro di quanti non se ne creino. Per non parlare, dei danni profondi agli ecosistemi e alla salute della popolazione. Comunque nonostante inquinamento, brutture e devastazioni ambientali, sfregi profondi al paesaggio e all’ecosistema. la Sardegna, fortunatamente, non è ancora precipitata del tutto nell’inferno industrialista, tutto giocato sullo sfruttamento spietato della natura, del territorio, delle materie prime e delle risorse naturali, teso esclusivamente a produrre merci finalizzate alla realizzazione di un profitto e di un consumo immediato. L’ambiente – pur profondamente manomesso – rimane ancora la nostra risorsa più pregiata, il “valore” primario che rischiamo però di sbranare se andassero avanti progetti devastanti come i tentativi di impiantare, in dosi industriali, le Pale eoliche, di continuare con le esercitazioni militari o con lo stoccaggio di alighe radioattive e non solo: come se fosse su muntonargiu de s’Italia. Occorre essere consapevoli che l’ambiente è una risorsa, limitata e irriproducibile. Di qui la necessità di difenderlo con le unghie e con i denti e di conservarlo, valorizzandolo e non semplicemente sfruttandolo e divorandolo. Esso è l’habitat la cui qualità non è un lusso ma la necessità stessa per sopravvivere. Ed il territorio deve essere certo utilizzato anche come supporto di attività turistiche, economiche e produttive ma nel rigoroso rispetto e della salvaguardia del nostro complesso sistema di identità ambientali, paesaggistiche, geografiche, etno-storiche, culturali e linguistiche.

Anniversario della morte di Garibaldi

Anniversario della morte di Garibaldi.

di Francesco Casula

Ricorre oggi il 141° anniversario della morte di Garibaldi. Occorre ricordarlo per esaltarlo? Al contrario. Per fargli le pulci e demitizzarlo.
Ecco come il più grande mistificatore del Pianeta, Edmondo de Amicis, descrive Garibaldi:” «Affrancò milioni d’italiani dalla tirannia dei Borboni […] Quando gettava un grido di guerra, legioni di valorosi accorrevano da lui da ogni parte […] Era forte biondo bello. Sui campi di battaglia era un fulmine, negli affetti un fanciullo, nei dolori un santo» (De Amicis, Cuore, Garzanti, Milano, 1967, pagina 176)
E le stragi, i massacri, le devastazioni compiute nella conquista, manu militari, del Sud da Garibaldi o comunque in nome e per conto di Garibaldi? Taciute. Nascoste.
Per ristabilire, con un minimo di decenza un po’ di verità storica occorrerebbe, messa da parte l’agiografia e l’oleografia patriottarda, andare a spulciare fatti ed episodi che hanno contrassegnato, corposamente e non episodicamente, il Risorgimento e Garibaldi: Bronte e Francavilla per esempio. Che non sono si badi bene, episodi né atipici né unici né lacerazioni fuggevoli di un processo più avanzato. Ebbene, a Bronte come a Francavilla e in moltissime altre località, vi fu un massacro, fu condotta una dura e spietata repressione nei confronti di contadini e artigiani, rei di aver creduto agli Editti Garibaldini del 17 Maggio e del 2 Giugno 1860 che avevano decretato la restituzione delle terre demaniali usurpate dai baroni, a chi avesse combattuto per l’Unità d’Italia. Così le carceri di Franceschiello, appena svuotate, si riempirono in breve e assai più di prima. La grande speranza meridionale ottocentesca, quella di avere da parte dei contadini una porzione di terra, fu soffocata nel sangue e nella galera. Così la loro atavica, antica e spaventosa miseria continuò. Anzi: aumentò a dismisura. I mille andarono nel Sud semplicemente per “traslocare” manu militari, il popolo meridionale, dai Borboni ai Piemontesi. Altro che liberazione