Il manifesto sardo

Centesima presentazione di “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”

1 dicembre 2018

[red]

A Cagliari il 15 dicembre prossimo alle ore 17.30, Via Ospedale n°2 sarà presentato il libro di Francesco Casula “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”. Si tratterà della centesima presentazione, a due anni esatti dalla prima presentazione, avvenuta il 16 dicembre del 2016, sempre a Cagliari.

Organizza La Congregazione Mariana degli Artieri di San Michele. Introduce Gianni Agnesa, presenta l’opera Giuseppe Melis con letture di Giancarla Carboni e conclude l’autore Francesco Casula. Sarà presente l’Editore Paolo Cossu. Canzoni e musica di Andrea Porcu e Enrico Putzolu.

In questi due anni l’opera è stata presentata nelle principali città dell’Isola (Cagliari e Sassari, Nuoro e Oristano, Quartu, Assemini, Alghero e Carbonia) ma anche in decine e decine di paesi: nel Medio Campidano e nel Sulcis come nell’Ogliastra e nella Baronia; nel Nuorese e nell’Oristanese come nel Sassarese e nella Gallura).

A organizzare le presentazioni sono state Associazioni culturali, Pro Loco, Amministrazioni comunali (specie con gli Assessorati alla cultura), Biblioteche, Gruppi e Movimenti politici. Ma anche Cooperative agricole e turistiche. Fattorie didattiche, Rotary club e persino una Parrocchia.

Il successo dell’opera (arrivata alla quinta edizione) dimostra il favore del pubblico e una nuova coscienza e consapevolezza dei sardi nel riappropriarsi della propria storia, per troppo tempo dimenticata e sconosciuta, per responsabilità soprattutto della scuola e dei testi scolastici, in cui la storia sarda semplicemente è stata azzerata.

Il libro documenta in modo rigoroso la politica infausta dei Savoia, sia come sovrani del regno di Sardegna (1726-1861) che come re d’Italia (1861-1946). Il volume è rivolto in modo specifico agli studenti ma ha un carattere divulgativo per fare conoscere una storia – o meglio una controstoria – poco conosciuta, anche perché assente e/o mistificata dalla storia ufficiale. Pensiamo al Risorgimento e all’Unità d’Italia, presentati come espressione delle magnifiche e progressive sorti, dimenticando i drammi e le tragedie che comportarono, ad iniziare dalla “creazione” della Questione Meridionale ancora oggi più che mai presente.
Per quanto riguarda specificamente la nostra Isola, la presenza dei sovrani sabaudi, con le loro funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardò lo sviluppo di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiuta¬mente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della “Sardegna sabauda”, lo storico Girolamo Sotgiu.

Gli storici, gli scrittori, gli intellettuali di cui si riportano valutazioni e giudizi nei confronti dei re sabaudi spesso sono filo monarchici e filo sabaudi (come Pietro Martini) e dunque non solo loro avversari (come Mazzini o Giovanni Maria Angioy) ma tutti convergono in un severissimo giudizio nei loro confronti, ma segnatamente nei confronti di Carlo Felice che fu il peggiore fra i sovrani sabaudi.

Il libro vuole anche essere uno strumento di informazione nei confronti delle Comunità sarde e in specie dei Consigli comunali che decidessero di rivedere la toponomastica, ancora abbondantemente popolata dai Savoia, che campeggiano, omaggiati, in Statue, Piazze e Vie. A dispetto delle loro malefatte e persino “infamie” da loro commesse, una per tutte: le leggi razziali.

THIESI: Lotte antifeudali e s’Annu de s’atacu

 

THIESI: Lotte antifeudali e s’Annu de s’atacu

di Francesco Casula

L’Amministrazione comunale di Thiesi, in occasione della giornata in ricordo de “S’annu de s’atacu”, mi ha invitato a presentare il mio libro CARLO FELICE E I TIRANNI SABAUDI.

Andrò con piacere e interesse perché Thiesi ha un ruolo centrale e da protagonista nelle lotte antifeudali che si combatteranno in Sardegna, alla fine del Settecento. Ad iniziare dal 1795, quando il notaio Francesco Cilocco, (col notaio Antonio Manca e con l’avvocato Giovanni Falchi, seguaci dell’Angioy) nel mese di novembre

fu inviato dagli Stamenti nel Capo di Sopra, per la pubblicazione e diffusione, nei villaggi, del pregone viceregio del 23 ottobre che contraddice la circolare del governatore di Sassari Santuccio del 12 dello stesso mese, che ordinava di sospendere tutti gli ordini provenienti da Cagliari.

Un vero e proprio tentativo “secessionista” del governatore stesso e dei baroni. che avevano la loro roccaforte proprio a Sassari. “L’invio dei tre commissari, –- secondo la Storia dei torbidi, ripresa dal Manno – è preceduta da una riunione a Cagliari alla quale prendono parte, oltre ai «capi cagliaritani della congiura» anche gli avvocati Mundula e Fadda di Sassari e altri «innovatori» sassaresi. In tale riunione si stabiliscono le linee d’azione per il futuro: mobilitazione dei villaggi del Logudoro, assedio di Sassari, arresto dei reazionari, loro traduzione a Cagliari” 1.

Nonostante il viceré, venuto a conoscenza del piano, cerchi di dissuadere Cilocco dal pubblicare e diffondere il pregone, il Nostro non solo lo pubblica e lo diffonde ma diviene l’anima dei moti, insieme agli altri due commissari, Manca e Falchi, riuscendo a coinvolgere e mobilitare nella sua battaglia antifeudale non solo il popolo (contadini e villici in genere), particolarmente colpito dalla scarsità dei raccolti negli anni 1793-95, ma anche settori della piccola nobiltà e del clero: di qui la partecipazione alle lotte antifeudali di numerosi sacerdoti come i parroci Gavino Sechi Bologna (rettore di Florinas), Aragonez (rettore di Sennori), Francesco Sanna Corda (rettore di Torralba) e Francesco Muroni, (rettore di Semestene) che “conoscevano le miserie e talvolta subivano le stesse angherie dai baroni e dai loro ministri”2 .

Annota inoltre lo storico Girolamo Sotgiu che “direttamente investiti dalla massa degli zappatori affamati, i proprietari coltivatori, che costituiscono l’altro cardine della società rurale, sollecitavano anch’essi la fine del sistema feudale. Anche i proprietari coltivatori erano notevolmente aumentati come aumentata era la produzione complessiva. Ma a questo aumento della produzione non aveva fatto riscontro un aumento del benessere, proprio per gli impedimenti posti dal sistema feudale” 3

Di qui la lotta antifeudale e antibaronale ma anche di liberazione nazionale . Racconta Francesco Sulis che “Il Cilocco nel villaggio di Thiesi intesosi con Don Pietro Flores amico dell’Angioy, da un terrazzo della Casa Flores eccitò quelli popolani a insorgere contro i feudatari; e di subito essi tennero l’invito, ed a furia, con tutta sorta di stromenti percotendo le mura del palazzo feudale, lo rovinarono e l’adequarono al suolo”4.

A Osilo, Sedini e Nulvi, tre centri dell’Anglona i vassalli si rifiutarono di pagare i diritti feudali. Mentre a Ittiri, Uri, Thiesi, Pozzomaggiore e Bonorva e ad Ozieri e Uri i contadini s’impossessarono dei granai dei feudatari.

Una lotta che assume però anche caratteri più squisitamente politici, prefigurando in qualche modo un nuovo ordine e una nuova organizzazione sociale, attraverso una trasformazione non violenta dell’assetto esistente. Sempre a Thiesi infatti, il 24 novembre davanti al notaio Francesco Sotgiu Satta le ville di Thiesi, Bessude e Cheremule, del marchesato di Montemaggiore, appartenente al duca dell’Asinara, con sindaci, consiglieri, prinzipales, capi famiglia, firmano il primo atto confederativo, cui seguirono nei mesi successivi altri patti d’alleanza. E con esso giurano di non riconoscere più alcun feudatario, ma anche di voler “ricorrere prontamente a chi spetta per essere redenti pagando a tal effetto quel tanto, che da’ Superiori sarà creduto giusto e ragionevole”5 .

I cosiddetti “strumenti di unione” ovvero “patti” fra ville e paesi segnano un salto di qualità della lotta antifeudale, facendole assumere una cifra più squisitamente politica: le federazioni di comunità infatti assurgono al ruolo di soggetto primario, di protagonista fondamentale nell’evoluzione sociale dell’Isola. Esse si moltiplicano e si diffondono in tutto il Sassarese: dopo quelli del 24 novembre se ne stipula un altro a Thiesi il 17 marzo 1796 fra i rappresentanti di 32 paesi fra i quali Bonorva, Ittiri, Osilo, Sorso, Mores, Bessude, Banari, Santu Lussurgiu, Semestene e Rebeccu. “Il patto – scrive Vittoria Del Piano – vincola le popolazioni a spendere fin l’ultima goccia di sangue, piuttosto che obbedire in avvenire ai loro baroni” 6.

Lo sbocco di questo ampio movimento, autenticamente rivoluzionario e sociale, perché metteva radicalmente in discussione i capisaldi del sistema vigente nelle campagne, fu l’assedio di Sassari. A migliaia – 13 mila secondo le fonti ufficiali e secondo Francesco Sulis, un esercito di contadini armati, proveniente dal Logudoro ma anche dal Meilogu e da paesi più lontani, accorse a Sassari, stringendola d’assedio. Secondo invece lo storico Giuseppe Manno “Sommavano quegli armati a meglio di tremila, non numerando le donne che in copioso numero erano venute anch’esse a guerra, o per assistere i congiunti o per comunione d’odio ed eransi partiti da Osilo, Sorso, Sennori, Usini, Tissi, Ossi, Thiesi, Mores, Sedilo, Ploaghe e altri luoghi posti in quelle circostanze” 7.

Il numero di tremila è poco credibile: vista la massiccia e ubiquitaria mobilitazione soprattutto dei paesi del Logudoro e dell’Anglona ma anche del Meilogu. del Goceano e non solo. Il Manno, storico conservatore e filosabaudo, tende a minimizzare e sminuire l’ampiezza, l’organizzazione e la qualità di una lotta di migliaia e migliaia di contadini, uomini e donne, che dopo secoli di rassegnazione, usi a chinare il capo e a curvare la schiena, si ribellano, si armano per dire basta e per porre fine a un duro stato di servitù, di rapina e di sfruttamento inaudito.

Il Manno non è dunque credibile. La sua, più che una Storia della Sardegna è infatti una Storia regia della Sardegna. E non è un caso che il magistrato sassarese Ignazio Esperson nei suoi Pensieri sulla Sardegna dal 1789 al 1848, definisca il Manno “l’antesignano della scuola delle penne partigiane e cortigianesche che vergognano le patrie storie”.

A migliaia, comunque, al di là del numero, a piedi e a cavallo circondarono Sassari, pare al canto di Procurade ‘e moderare, Barones, sa tirannia di Francesco Ignazio Mannu. Così l’esercito dei contadini, guidato dal Cilocco e da Gioachino Mundula, costrinse la città alla resa dopo uno scambio di fucilate con la guarnigione. Quindi, mentre il famigerato duca dell’Asinara, il conte d’Ittiri e alcuni feudatari, erano riusciti a scappare precipitosamente in tempo, prima dell’assedio, rifugiandosi in Corsica prima e nel Continente poi, Cilocco e Mundula arrestarono il governatore don Antioco Santuccio e l’arcivescovo Giacinto Vincenzo Della Torre, portandoli a Cagliari verso cui si dirigono con 500 uomini armati.

Gli Stamenti d’accordo col viceré, per porre rimedio alla piega, secondo loro pericolosa e “sovversiva” che avevano preso gli avvenimenti, inviarono loro incontro altri tre commissari, che li raggiunsero con un manipolo di guardie il 4 gennaio 1796 a Oristano, ed ingiunsero loro dì liberare gli ostaggi e rimandare ai villaggi d’origine i loro uomini, nel frattempo ridottisi di numero. Ad un primo rifiuto, due giorni dopo, a Sardara, i commissari viceregi risposero con un atto di forza. Cilocco, per paura di essere arrestato, consegna il governatore Santuccio e l’arcivescovo Della Torre ai tre inviati del vicerè : l’avvocato Ignazio Musso, l’abate Raffaele Ledà e Efisio Luigi Pintor Sirigu, ex democratico, uno dei protagonisti della cacciata dei Piemontesi da Cagliari il 28 aprile 1794, ma ormai “pentito” e da vero e proprio voltagabbana, rientrato, opportunisticamente, in cambio di onori, uffizi e privilegi, nell’alveo filo sabaudo.

Era il segnale della svolta moderata che stava maturando negli Stamenti e che avrebbe di lì a poco provocato anche la caduta di Angioy: si concludeva infatti così quella che, a posteriori, sarebbe apparsa come la prova generale della sfortunata marcia di G. M. Angioy.

Thiesi sarà ancora protagonista nel 1800, quando contro la cittadina del Meilogu si scatenerà la vendetta dei tiranni sabaudi,come nel 1896 si era scatenata contro Bono, il paese natale di Giovanni Maria Angioy.

A descriverla è con Giovanna Colombo è Salvatore Tanca, attuale Assessore comunale alla cultura:” Dopo il suo insediamento, il conte di Moriana iniziò una serie di visite ai villaggi rendendosi conto dello stato di miseria dei vassalli e della opprimente vessazione dei feudatari. Emanò cosi un pregone dettando norme sulle modalità da seguire nella riscossione dei tributi, con lo scopo di tranquillizzare le popolazioni e placare gli abusi dei baroni. I feudatari però si rifiutarono di dare applicazione al pregone viceregio. In questa situazione si distinse il Duca Manca che ordinò ai suoi agenti di riscuotere tutti i diritti, legali e non, presenti e passati. I vassalli tiesini, istigati dai sacerdoti, si rifiutarono di sottostare a questo  nuovo arbitrio del Duca e la notte tra il 22 e il 23 settembre organizzarono una manifestazione di protesta davanti alla casa del sindaco chiedendo un suo intervento contro le pretese del duca. Il giorno seguente il sindaco informò il Vicerè dei fatti accaduti, confermando la ferma determinazione del popolo di rifiutarsi di pagare i diritti signorili. Il conte di Moriana convocò immediatamente a Sassari il sindaco ed il consiglio comunicativo e promise alla delegazione che sarebbe intervenuto contro il Duca dell’Asinara. I tiesini, che avevano aspettato in armi e sul piede di guerra il ritorno dei loro delegati, venuti a conoscenza delle promesse del governatore non se ne convinsero e si persuasero che qualcosa di losco si stava tramando alle loro spalle, perciò si tennero pronti ad ogni evenienza, consapevoli che dati i loro trascorsi non l’avrebbero fatta franca. I loro timori si dimostrarono fondati: in una lettera inviata da Sassari dallo studente Schintu di Bessude, il sacerdote don Antonio Sanna  fu informato che il governatore stava segretamente organizzando una spedizione punitiva contro Thiesi e che gli armati sarebbero giunti il 6 ottobre, con il compito di distruggere ed annientare il villaggio. Il contenuto della lettera si diffuse anche ai villaggi vicini e si iniziarono ad approntare le fortificazioni e ad organizzare la resistenza. Bessude inviò 150 armati, Banari  altri 150. Tiesi riuscì ad organizzare 500 uomini. A difesa del villaggio si trovarono quindi 800 uomini armati. Il conte di Moriana aveva affidato il comando della spedizione al cav. Grondona e segretamente aveva inviato un rapporto a tutti i capitani dei miliziani del capo di sopra perché si mettessero in marcia verso Thiesi, informandoli anche che avrebbe concesso amnistia a tutti quei banditi che avessero partecipato.  L’armata partì da Sassari alle 19:30 del 5 ottobre 1800, per tutta la notte accorse gente in armi verso il punto di concentramento. Sul far dell’alba si ritrovarono in 1500, in massima parte banditi aggregatisi alle truppe regolari con l’illusione dell’amnistia. Verso le sette del mattino del giorno 6 ottobre si mossero verso Thiesi. Il paese, difeso da 800 uomini, si preparò ad impedire il saccheggio con ogni mezzo. Tra i difensori ci fu anche il ferraiolo Mastro Francesco Angelo Santoru (Mastr’Anghelu) che, nonostante avesse le gambe paralizzate e si muovesse su una sedia a braccioli, volle partecipare all’impresa mettendo a disposizione le sue doti di tiratore scelto. Appostato sul campanile attese il nemico con l’odio nel cuore, pronto al segnale. Il Grondona, fece rullare i tamburi per intimare la resa, ma i villici risposero con una fragorosa salve di fichi e insulti. Fu quello, l’inizio delle ostilità. Le truppe inferocite si scagliarono contro i trinceramenti tiesini. I piani del Grondona furono messi a dura prova a causa del fuoco che gli giungeva alle spalle ad opera di una pattuglia di venticinque cheremulesi accorsi in aiuto. Il Grondona, preso di mira da Mastr’Anghelu, fu lievemente ferito alla spalla (S’archibusada de Mastr’Anghelu). Il contrattacco fu immediato, selvaggio e violento, i villici, caduta ogni speranza di difesa, si rifugiarono nelle case e nella chiesa parrocchiale continuando la sparatoria. In breve il villaggio venne però inondato da uomini inferociti che saccheggiarono le case e appiccarono un fuoco che si spinse verso il centro. I tiesini non sembravano volersi fermare. Alcuni sostennero dal campanile un fuoco vivissimo per ore, ma alla fine furono costretti ad aprire le porte della chiesa e a consegnare i fucili. Furono arrestati in ventitre. Le truppe regolari cessata la resistenza si ritirarono verso Sassari lasciando però il paese in mano ai banditi arruolati per l’occasione, i quali sfondarono gli usci delle case, razziarono tutto ciò che era possibile razziare, usarono violenza sulle donne che cercarono di difendersi con bastoni e spiedi. Tutto il villaggio fu tristemente ammantato di lutto, non solo per le violenze e per le grassazioni subite ma anche e specialmente perché nell’eccidio perdettero la vita 14 persone, 34 rimasero ferite (due di queste morirono nei giorni seguenti) e furono incendiate quasi totalmente 18 abitazioni.   Mentre Thiesi seppelliva i suoi morti, il conte di Moriana nominava un consiglio di guerra per giudicare i responsabili della resistenza del 6 ottobre. Tutto il clero di Thiesi coinvolto nello scandalo venne completamente scagionato, diversa fu la sorte per alcuni dei villici arrestati, che furono impiccati il 27 febbraio 1801 sulle forche di “Mesu e Giagas”, altri ancora furono condannati alla galera. Molti si dettero alla macchia. Ad un anno circa dai moti rivoluzionari, il Re Carlo Emanuele IV concesse ampia amnistia ai capi rivoluzionari ancora latitanti. Ma questi, poco convinti dell’atto di clemenza rimasero uccel di bosco, vagando per tutta la Sardegna e vivendo del commercio di derrate alimentari. Fu in questo periodo che iniziarono le prime intraprese commerciali dei tiesini. Si chiude cosi un tristissimo capitolo di storia che a Thiesi è costato tanto sangue e le cui conseguenze i paesani si trascineranno a dosso per molti anni. Il 28 ottobre 1802, maledetto dalle popolazioni del Logudoro, moriva a Sassari il carnefice di Thiesi conte di Moriana, mentre il 16 gennaio 1805, pare per un indigestione di tordi, morì l’arrogante Don Antonio Manca, Duca dell’Asinara e signore di Thiesi, chiudendo cosi la pagina più triste della storia del nostro paese” 8.

 

Note bibliografiche

  1. Vittoria Del Piano, Giacobini moderati e reazionari in Sardegna– Saggio di un dizionario biografico 1793-1812, Edizioni Castello, Cagliari 1996, pagina 155.
  2. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Edizioni U. Mursia, Milano 1971, pagina 846.
  3. Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, (1720-1847), Editori Laterza, Roma-Bari 1984, pagina 193.
  4. Francesco Sulis, Dei moti politici dell’isola di Sardegna dal 1793 al 1821, Tip. Nazionale di G. Biancardi, Torino 1857, pagina 64.
  5. Luigi Berlinguer, Alcuni documenti sul moto antifeudale sardo del 1795-96, in AA.VV., La Sardegna del Risorgimento, Ed. Gallizzi, Sassari, 1962, pagine 123-124.
  6. Vittoria Del Piano, Giacobini moderati e reazionari in Sardegna– op. cit., pagina 156.
  7. Giuseppe Manno, Storia moderna della Sardegna-Dall’anno 1773 al 1799, a cura di Antonello Mattone, Ilisso edizioni, Nuoro 1998, pagina 294.

8.Salvatore Tanca-Giovanna Colombo, Meilogu Notizie.net 06/10/2015,

Libri e Scritti di Francesco Casula

Libri e Scritti di Francesco Casula

1. PUBBLICAZIONI in lingua sarda*

1) “Pupillu, Menduledda e su Dindu GLU’ GLU’” Alfa Editrice, Quartu, Maggio 2003.
2)“Contos de sabidoria mediterranea” ,Alfa editrice, Quartu Aprile 2004
3)”Paristorias a supra de sos logos de sa Sardinna”, Alfa editrice, Quartu, Aprile 2004
4 )” Paristorias a supra de sos nuraghes”, Alfa editrice, Quartu, Aprile 2004.
Ha inoltre pubblicato 11 monografie in lingua sarda per la collana “Omines e feminas de gabbale”, Uomini illustri sardi, sempre per la Casa editrice Alfa di Quartu . Eccole:
1. Gratzia Deledda, , Alfa editrice, Quartu (Ca), Maggio 2006
2. Leonora d’Arborea, Alfa editrice, Quartu (Ca) , Giugno 2006
3. Antonio Simon Mossa, Alfa Editrice, Quartu (Ca), Ottobre 2006
4. Antonio Gramsci (coautore Matteo Porru), Alfa editrice, Quartu (Ca), Ottobre 2006
5. Amsicora (coautore Amos Cardia), Alfa editrice, Quartu (Ca), Aprile 2007
6. Giovanni M.Angioy (coautrice Giovanna Cottu) Alfa editrice, Quartu(Ca), Aprile 2007
7. Marianna Bussalai (coautrice Giovanna Cottu) Alfa editrice, Quartu(Ca), Giugno 2007
8. Sigismondo Arquer (coautore Marco Sitzia), Alfa editrice, Quartu (Ca), Maggio 2008
9. Giuseppe Dessì (coautore Veronica Atzei), Alfa editrice, Quartu(Ca), Maggio 2008
10. Antioco Casula -noto Montanaru- (coautore Joyce Mattu), Alfa editrice, Quartu (Ca), Maggio 2009
11. Grazia Dore, Alfa editrice, Quartu (Ca), Maggio 2009.

PUBBLICAZIONI in Lingua italiana
? Statuto sardo e dintorni, Artigianarte editore, Cagliari 2001.
? Storia dell’autonomia in Sardegna, Grafica del Parteolla, Dolianova 2009.
? La poesia satirica in Sardegna,Della Torre editrice, Cagliari, 2010 (di cui ha scritto la parte riguardante la Poesia satirica campidanese).
? Uomini e donne di Sardegna- Le controstorie, Alfa editrice, Quartu, 2010.
?La Lingua sarda e l’insegnamento a scuola, Alfa editrice, Quartu, 2010.
? Sa die de Bernardinu Puliga (con Vittorio Sella), Studiostampa srl, Nuoro, 2011.
?Letteratura e civiltà della Sardegna, 2 volumi, Grafica del Parteolla Editore, Dolianova, 2011-2013
?Viaggiatori italiani e stranieri in Sardegna, Alfa Eitrice, Quartu, 2015.
?Carlo Felice e i tiranni sabaudi, Grafica del Parteolla Editore, Dolianova, 2016.

Ha inoltre scritto
1.il saggio Questione Sarda” (di cui è coautore) edizione dps Cagliari 1979;
2.il saggio Autodecisione e Federalismo “ (apparso su Ichnusa di gennaio-marzo/1985);
3.il saggio “ Identità, Lingua, Omologazione “ (apparso in Società Sarda, 1° quadrimestre 1999, edizione castello);
4.il saggio “Una politica nuova?” (apparso in L’ora dei Sardi, a cura di Salvatore Cubeddu, Fondazione Sardinia editore, Cagliari 1999
5.il saggio “ Gramsci e la lingua sarda “ apparso in “Gramsci e la cultura sarda”, ed. CUEC, Cagliari, Gennaio 2001.
6.Il saggio di storia “Statuto sardo e dintorni” Ed. Artigianarte, Cagliari, Luglio 2001:7.
7.Il saggio “Statuto, Nazione Identità” apparso nel Periodico dell’Associazione tra gli ex Consiglieri regionali della Sardegna “PRESENTE E FUTURO”, Novembre 2001.
8.Il saggio “I Kurdi, un popolo senza stato, senza diritti, cancellato dalla storia” apparso nel volume “La Questione kurda nell’Europa dei popoli e dei diritti” a cura di Maggio, Setzu, Calledda, Cuec editore, Cagliari 2003;
9.Il saggio “Lingua e cultura sarda nella storia e oggi” pubblicato nel volume “Pro un’iscola prus sarda” Atti del Convegno di Arborea (Or) CUEC editore, Cagliari Ottobre 2004, a cura dell’IRRE Sardegna;
10.Il Saggio “In Antonio Simon Mossa la Lingua sarda come strumento di liberazione nazionale” apparso nel volume “Antonio Simon Mossa- Dall’utopia al progetto” Condaghes editore Cagliari 2004;
12.Il saggio “Il Federalismo di Lussu” apparso in “Emilio Lussu, trent’anni dopo”, Alfa editrice, Quartu, Aprile 2006;
13.Il saggio “Identità e dintorni” apparso su “Sardegna, seminario sull’Identità” a cura di Angioni,Bachis, Caltagirone, Cossu, University press, antropologia, CUEC editore, Cagliari 2007;
14.Il saggio sull’Identità “Fatto nuovo” apparso in “Cartas de logu- Scrittori sardi allo specchio” Cuec editore, Cagliari 2007.
15. Il saggio Semus totus pastores apparso nella Rivista Camineras, Edizioni Condaghes, maggio 2011, Cagliari.

Ha scritto inoltre la prefazione:
-al romanzo di Claudio De Murtas: “Via dei Misteri Gloriosi“ ed. Todariana Milano 1989;
-al romanzo di Vincenzo Mereu “Messi d’oro sulle colline“ ed. Contendium, Cagliari 1999;
-al saggio di Pietro Manunta su “ l’Emigrazione Sarda negli anni 80 “ ed. Società Poligrafica Sarda Cagliari 1998;
-alla raccolta di poesie bilingui “per Gramsci“ ed. Artigianarte Cagliari 1999;
-alla Silloge in lingua sarda “ Quartinas “ di Aldo Puddu ed. Solinas – Nuoro;
alla Raccolta di poesie di Luigi Murtas “L’orma oltre la siepe” Cocco Edizioni, Cagliari Aprile 2001;
-Al volume “Colori e sapori, la cultura tradizionale delle erbe in Sardegna”, Arte Grafiche Pisano, Cagliatri 2002;
-Al Romanzo “Balente” di Antonello Guiso, Artigianarte editrice, Cagliari Febbraio 2002;
-Alla Raccolta di poesie in Limba (Nelle varianti logudorese e campidanese) “Lugore de luna”, di Maddalena Frau, ed. La Neby, Sanluri , Aprile 2002;
-A ”Su conilliu beffianu” (Alfa Editrice, Quartu Settembre 2004) raccolta di “Contos” dello scrittore bilingue Franco Carlini, vincitore del Premio Grazia Deledda;
-A “Sas meravillas di Don Bosco” (Ed. Effedi Informatica di Sanluri, 2005) raccolta di poesie in onore di Don Bosco, di Maddalena Frau;
-A “Is Pregadorias antigas”, a cura di Nicoletta Rossi e Stefano Meloni, raccolta di preghiere e canti religiosi in lingua sarda arborense dell’800, Ed. Grafica del Parteolla, Dolianova, 2006;
– Ha scritto due micro saggi in “Escalaplano e la poesia” (1° volume), Nuove Grafiche Puddu, Ortacesus, Dicembre 2006;
-A “Is Pregadorias antigas” a cura di Nicoletta Rossi e Stefano Meloni, raccolta di preghiere e canti religiosi dell’800 in lingua sarda campidanese, Ed. Grafica del Parteolla, Dolianova 2007.
-A “Il sardismo di ieri e di oggi” di Italo Ortu, Alfa editrice, Quartu Marzo 2007.
-A Rivoluzionari in sottana, di Massimo Pistis, Ed. Albatros-Il Filo, Roma, 2009.
– A Escalaplano e la poesia, (2° volume) Nuove Grafiche Puddu, Ortacesus, Dicembre 2009.
– A Escalaplano e la poesia, (3° volume) Nuove Grafiche Puddu, Ortacesus, Dicembre 2010.
– A Escalaplano e la poesia, (4° volume) Nuove Grafiche Puddu, Ortacesus, Dicembre 2011.
– A Is pregadorias antigas, Comune di Monserrato a cura di Nicoletta Rossi e Stefano Meloni, Ed. Grafica del Parteolla, Dolianova, 2010.
– A Arbus terra di carri e di buoi di Francesco Ventaglio, Ed. Il mio libro.it, Roma, 2011;
– Alla silloge poetica Tramas de seda di Maddalena Frau, Ed. La Riflessione di Davide Zedda, Cagliari , 2011.
-Alla silloge poetica SCURIGAT di Rosanna Podda, Cagliari 2013.
– Alla favola SARDUS PATER di Vincenzo Mereu, Alfa Editrice, Quartu Sant’Elena, 2013
– Alla silloge poetica Petali di cuore di Alessandra Porru, Edizioni Grafica del Parteolla, Dolianova, 2014.
– A Sardegna di Pantaleo Ledda (Almanacco per ragazzi del 1924-Edizione Anastatica dall’originale) E.P.D’O, Oristano 2014.
– Al libro Karen d’Irlanda di Mimmo Corvetto, Grafica del Paretolla Edizioni, Dolianova, 2015.
– Alla silloge poetica Undas di Maddalena Frau, Grafica del Paretolla Edizioni, Dolianova, 2016.
– Al libro Le belle fiabe della vita di Vincenzo Mereu, Alfa Editrice, Quartu, 2016.
– Alla Silloge poetica L’anima del tempo di Maria Cau, Ed. Grafica del Parteolla, Dolianova, 2017.
– Alla Silloge poetica Pani de miniera, di Marinella Sestu, Ed. Grafica del Parteolla, Dolianova, 2017.
– Al romanzo Santu Miali di Antonio Cogoni, Grafica del Parteolla, Dolianova, 2018.
– Alla silloge poetica in lingua sarda Piscadori de cultura di Pasquale Sanna, Grafica del Parteolla, Dolianova, 2018.

Le 4 “Infamie” di Vittorio Emanuele III

  

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Le 4 “Infamie” di Vittorio Emanuele III

di Francesco Casula

La salma di Vittorio Emanuele III tornerà in Italia, Con il beneplacito di Mattarella. Una vergogna. Ma è stato “il padre della patria”. No, è stato il padre di 4 ciclopiche infamie. Che niente e nessuno potrà cancellare né dimenticare.

  1. Vittorio Emanuele III e la Prima Guerra mondiale

La decisione di entrare in guerra fu presa esclusivamente dal sovrano, in collaborazione con il primo ministro Salandra, desideroso com’era di completare la cosiddetta “unità nazionale” con la conquista di Trento e Trieste, ancora in mano austriaca. Il conflitto fu, come noto, tremendo per le forze armate italiane, che andarono incontro ad una spaventosa carneficina, tra il fango, la neve delle trincee e tra indicibili stragi e sofferenze.

Fu lo stesso Papa Benedetto XV a definire quella guerra una inutile strage. Ma in una enciclica del 1914 Ad Beatissimi Apostolorum Principis  lo stesso papa era stato ancora più duro definendola una gigantesca carneficina.

Sarà il sardo Emilio Lussu, in una suggestiva testimonianza storica e letteraria come Un anno sull’altopiano a descrivere gli orrori di quella guerra. Egli infatti al fronte sperimenterà sulla propria pelle l’assurdità e l’insensatezza della guerra: con la protervia e la stupidità dei generali che mandano al macello sicuro i soldati; con i miliardi di pidocchi, la polvere e il fumo, i tascapani sventrati, i fucili spezzati, i reticolati rotti, i sacrifici inutili.

Una guerra che comportò oltre a immani risorse (e sprechi) economici e finanziari, lutti, con decine di migliaia di morti, feriti, mutilati e dispersi. A pagare i costi maggiori fu la Sardegna: “Pro difender sa patria italiana/distrutta s’est sa Sardigna intrea, cantavano i mulattieri salendo i difficili sentieri verso le trincee, ha scritto Camillo Bellieni, ufficiale della Brigata” (Brigaglia, Mastino, Ortu, Storia della Sardegna,  Editori Laterza, 2002, pagina 9).

Infatti alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe contato bel 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9.

E a “crepare” saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come “gesto esemplare” alla D’Annunzio o, cinicamente, come “igiene del mondo” alla futurista, alla guerra non ci sono andati.

In cambio delle migliaia di morti ci sarà il retoricume delle medaglie, dei ciondoli, delle patacche. Ma la gloria delle trincee – sosterrà lo storico sardo Carta- Raspi –  non sfamava la Sardegna.

  1. Vittorio Emanuele III, il Fascismo e le leggi razziali

Una delle massime responsabilità storiche di Vittorio Emanuele III fu l’aver favorito l’avvento e l’affermarsi del Fascismo. In seguito alla cosiddetta Marcia su Roma infatti, incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo. Avrebbe potuto far intervenire l’esercito per combattere e disperdere gli “insorti”, invece, mentre le forze armate si preparavano a fronteggiare “le camicie nere”, Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio, di fatto aprendo la strada al fascismo e alle leggi razziali.

Poco interessa oggi sapere se lo abbia fatto per viltà, opportunismo e calcolo politico: fu comunque il re a nominare Mussolini capo del Governo, dando il via alla tragedia ventennale di quel regime la cui maggiore infamia furono le leggi razziali del 1938. Esse saranno firmate da un sovrano che accettava l’antisemitismo e la furia xenofoba dell’alleato tedesco, fiero di un Mussolini che l’aveva fatto re d’Albania ed imperatore d’Etiopia!

  1. Vittorio Emanuele e la seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale rappresenterà l’evento più drammatico che mai si sia verificato nella storia dell’umanità. Ma c’entra il re con la seconda guerra mondiale? Certo che sì: ecco come icasticamente si esprime nella bella Commedia s’Istranzu avventuradu, Bastià Pirisi: su Re nostru hat dadu manu libera ai cuddu ciacciarone de teracazzu de s’anticristu fuidu dae s’inferru… Sincapat qui sa corona de imperadore l’hat frazigadu su car­veddu

Lo storico Franco della Peruta facendo una analisi complessiva scriverà:”Il bilancio del conflitto appariva sconvolgente  perché la guerra, l’ecatombe più micidiale degli annali del genere umano, tre volte superiore a quella della grande guerra, aveva fatto 50 milioni di vittime fra militari e civili…Alle perdite umane si sommarono quelle materiali”. (Franco Della Paruta, Storia del Novecento, Le Monnier, Firenze, 1991, pagine 249-250).

Anche la Sardegna pagò un grande tributo. Subirà infatti “numerosi bombardamenti dapprima di lieve entità, ma poi, dopo lo sbarco americano nell’Africa settentrionale, frequentissimi e massicci. Furono danneggiati circa 25 comuni, fra cui Alghero, Carloforte, Carbonia, La Maddalena, Sant’Antioco, Palmas Suergiu, Setzu, Olbia, Oristano, Milis e, più gravemente degli altri, Gonnosfanadiga, dove si ebbero 114 morti e 135 feriti. Presa di mira fu soprattutto Cagliari. Le tristi giornate del 17, 26, 28 febbraio 1943 e quella del 13 maggio (per citare le più terribili) non saranno mai dimenticate dai Cagliaritani, che hanno visto la furia devastatrice venire dal cielo e distruggere la loro città, sventrando interi rioni, sconvolgendo le vie, lasciandosi dietro una scia di cadaveri e di feriti nelle strade e nelle macerie. Migliaia di morti (che alcuni fanno ascendere a 7.00 e il 75% dei fabbricati distrutti o resi inabitabili, furono il tragico bilancio di quei giorni. (Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, volume terzo, Editrice Sardegna, Cagliari, 1986, pagine 487-488).

4.. Vittorio Emanuele III e la fuga a Brindisi. 

Persa la guerra e convinto ormai che il disastroso esito del conflitto potesse segnare non solo la fine del regime fascista ma anche quello della monarchia, Vittorio Emanuele arresta Mussolini (25 luglio 1943) e nomina nuovo capo del Governo il maresciallo Badoglio. Il giorno dopo l’Armistizio, il 9 settembre, insieme a Badoglio stesso abbandona Roma e fugge prima a Pescara e poi a Brindisi, nella zona occupata dagli alleati. L’ignominiosa fuga avrà conseguenze devastanti. E la Sardegna pagherà un altissimo tributo a questa fuga: 12.000 mila i soldati sardi IMI (fra i 750-800 mila militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio) verranno  rinchiusi nei lager nazisti. E molti, lì moriranno.

Marianna Bussalai

Marianna Bussalai, sardista e femminista ante litteram, antifascista e poetessa, amica di Lussu, è l’oranese di cui parlerò giovedì prossimo 30 novembre a Flunimi di Quartu, nella scuiola elementare di Via Ligure,3. Organizza l’Associazione culturale ITA MI CONTAS.

  1. la vita

Marianna Bussalai, “Signorina Mariannedda de sos Battor Moros”, così veniva chiamata dagli oranesi, è i una straordinaria figura di femminista, di sardista e di antifascista. Una poetessa, traduttrice e intellettuale di valore, morta nel 1947, a soli 43 anni. Frequenta solo fino alla quarta elementare, poi abbandona a causa di una malattia che non le permette di potersi recare a Nuoro per proseguire gli studi. Autodidatta – legge gli autori sardi (Sebastiano Satta, Montanaru, – con cui ha un fitto carteggio epistolare – e Giovanni Maria Angioy, di cui vanta una remota ascendenza), gli italiani (Dante, Manzoni, Monti, Pindemonte) ma anche i russi. Di Montanaru traduce le poesie in italiano. Di Dante avrebbe voluto tradurre la Divina Commedia in Limba per poter dare al popolo sardo – scriveva – la possibilità di leggere e comprendere l’opera.

  1. Il sardismo di Bussalai

 “II mio sardismo – scriverà in una lettera all’avvocato Luigi Oggiano – è nato da prima che il Partito sardo sorgesse, cioè da quando, sui banchi delle scuole elementari, mi chiedevo umiliata perché nella storia d’Italia non si parlasse mai della Sardegna. Giunsi alla conclusione che la Sardegna non era Italia e doveva avere una storia a parte”.
Quello della Bussalai è dunque un Sardismo ante litteram, nasce inizialmente come sentimento o, più precisamente, come ri-sentimento contro uno Stato patrigno. Di qui la sua militanza nel Partito sardo d’azione e la sua “devozione” nei confronti di Lussu, che periodicamente le scriveva dall’esilio a Parigi.

  1. Le sue poesie

Famose sono rimaste quelle che mettono alla berlina i fascisti, ad iniziare dai ras locali. Il sardismo e l’antifascismo, cui dedicò tutta la sua vita, – ovvero l’amore smisurato per l’Autonomia e per la libertà – li vedeva incarnati meravigliosamente in Lussu, verso cui nutriva ammirazione e persino devozione. Marianna Bussalai infatti durante tutto il ventennio fascista diventa a Orani – ma non solo – punto di riferimento dell’antifascismo, la sua casa è il circolo antifascista, composto di ragazzi e ragazze, di uomini e donne.
Da parte mia ritengo che gli scritti più validi e, ancora oggi più che mai attuali, siano i suoi Mutos e Mutetus, in lingua sarda. Soprattutto quelli ironici e satirici con cui ridicolizzava i gerarchi e gli scherani del fascismo e Mussolini stesso (nel cui nome allungava il mussi-mussi, l’appellativo con cui si chiamano in Sardo i gatti e la cui espressione deriva dal latino mus (topo) e dunque a fronte di mussi-mussi il (gatto si avvicina).

Eccone alcuni:
“Farinacci est bragosu/ca l’ana saludau/sos fascistas de Orane/tene’ pius valentia/de su ras de Cremona/su Farinacci nostru.”

Ite bella Nugòro / tottu mudada a frores / in colore ‘e fiama. / Ite bella Nugòro / solu a tie est s’amore / ca ses sa sola mama / Sardigna de su coro/ Saludan’ sos sardistas / chin sa manu in su coro / de sas iras fascistas / si nde ride’ Nugòro.

  1. Le amiche e gli amici di Marianna Bussalai
    Aveva due grandi amiche e compagne di lotta: Mariangela Maccioni e Graziella Sechi-Giacobbe, che considera “dolci ed eroiche amiche”. La prima è maestra elementare e moglie di Raffaello Marchi (verrà sospesa dall’insegnamento perché ostile al Fascismo), la seconda ugualmente antifascista è moglie di Dino Giacobbe, il mitico combattente e comandante nella Guerra civile in Spagna contro Franco. Formano la cosiddetta triade sardista e antifascista.

Ma aveva anche molti amici:Lussu,Dino Giacobbe, i fratelli Melis, Oggiano, Mastino, Sebastiano Satta, Montanaru. Ma aveva amici, in modo particolare fra i giovani: per cui era un punto di riferimento intellettuale e culturale oltre che politico.

La rivolta di Palabanda

La rivolta di Palabanda

di Francesco Casula

 

Ricorre il 30 ottobre prossimo il 205° Anniversario della Rivolta di Palabanda. Innanzitutto Rivolta non Congiura. Ecco perché.

 

Di congiure è zeppa la storia. Da sempre. Da Giulio Cesare a John Fitzgerald  Kennedy. Particolarmente popolato e affollato di congiure è il periodo rinascimentale italiano, nonostante gli avvertimenti di Machiavelli secondo cui “le coniurazioni fallite rafforzano lo principe e mandano nella ruina li coniurati”. Ed anche il “Risorgimento”. Esemplare la congiura di Ciro Menotti nel gennaio del 1831 ordita attraverso intrighi con Francesco IV d’Austria d’Este, dal quale sarà poi tradito e mandato al patibolo.

Congiurà che però sarà ribattezzata “rivolta”, “Moto rivoluzionario”. Solo una questione lessicale? No:semplicemente ideologica. Quella congiura, perché di questo si tratta,  viene “recuperata” e inserita come momento di quel processo rivoluzionario, foriero – secondo la versione italico-patriottarda e unitarista –   delle magnifiche e progressive sorti del cosiddetto risorgimento italiano. Così, una “congiura” o complotto che dir si voglia diventa un tassello di un processo rivoluzionario, esclusivamente perché vittorioso. Mentre invece – per venire alla quaestio che ci interessa – la Rivolta di Palabanda viene ridotta e immiserita a “Congiura”. E con essa diventano “Congiure”, ovvero cospirazioni di manipoli di avventurieri che con alleanze  e relazioni oblique con pezzi del potere tramano contro il potere stesso. Questa categoria storiografica, che riduce le sommosse e gli atti rivoluzionari che costelleranno più di un ventennio di rivolte: popolari, antifeudali e nazionali a fine Settecento in Sardegna a semplici congiure è utilizzata non solo da storici reazionari, conservatori e filosavoia come il Manno o l’Angius.

Ad iniziare dalla cacciata dei Piemontesi da Cagliari il 28 aprile 1794: considerata “robetta” e comunque alla stregua di una semplice congiura ordita da un manipolo di borghesi giacobini, illuminati e illuministi, per cacciare qualche centinaio di piemontesi. A questa tesi, ha risposto, con dovizia di dati, documenti e argomentazioni, Girolamo Sotgiu. Il prestigioso storico sardo, gran conoscitore e studioso della Sardegna sabauda e non sospettabile di simpatie sardiste e nazionalitarie, polemizza garbatamente ma decisamente proprio con l’interpretazione data da storici filosavoia come Giuseppe Manno o Vittorio Angius (l’autore dell’Inno Cunservet Deus su re) che avevano considerato la cacciata dei Piemontesi, appunto alla stregua di una congiura.

Simile interpretazione offusca – a parere di Sotgiu – le componenti politiche e sociali e, bisogna aggiungere senza temere di usare questa parola «nazionali». Insistere sulla congiura – cito sempre lo storico sardo – potrebbe alimentare l’opinione sbagliata che l’insurrezione sia stato il risultato di un intrigo ordito da un gruppo di ambiziosi, i quali stimolati dagli errori del governo e dalle sollecitazioni che venivano dalla Francia, cercò di trascinare il popolo su un terreno che non era suo naturale, di fedeltà al re e alle istituzioni” 1.

Secondo Sotgiu questo modo di concepire una vicenda complessa e ricca di suggestioni, non consente di cogliere il reale sviluppo dello scontro sociale e politico né di comprendere la carica rivoluzionaria che animava larghi strati della popolazione di Cagliari e dell’Isola nel momento in cui insorge contro coloro che avevano dominato da oltre 70 anni.

Ma veniamo a Palabanda. Si parla di rivalità a corte  fra il re Vittorio Emanuele I sostenuto da don Giacomo Pes di Villamarina, comandante generale delle armi del Regno e il principe Carlo Felice sostenuto invece dall’amico e consigliere Stefano Manca di Villahermosa, che aveva un ruolo di rilievo nella vita di corte.

Ebbene è stata avanzata l’ipotesi che a guidare la cospirazione fossero stati uomini di corte molto vicini a Carlo Felice allo scopo di eliminare definitivamente i cortigiani piemontesi e di destituire il re Vittorio Emanuele I affidando al Principe la corona con un passaggio dei poteri militari dal Villamarina ad altro ufficiale, forse il capitano di reggimento sardo Giuseppe Asquer. Chi poteva incoraggiare e proteggere l’azione in tal senso era Stefano Manca di Villahermosa, per l’ascendenza di cui godeva sia presso il popolo che presso Carlo Felice.

E’ questa l’ipotesi di Giovanni Siotto Pintor che scrive: ”La corte poi di Carlo Felice accresceva il fuoco contro quella di Vittorio Emanuele: fra ambedue era grande rivalità, l’una per sistema discreditava l’altra. Villahermosa era avverso a Roburent, e tanto più dispettoso, che gli stava fitta in cuore la spina di essergli stato anteposto Villamarina nella carica di capitano delle guardie del corpo del re. Destava invero maraviglia che i cortigiani e gli aderenti a Carlo Felice osassero rimproverare i loro rivali degli stessi errori, intrighi ed arbitrij degli ultimi tempi viceragli. Pure i loro biasimi trovavano favore nelle illuse moltitudini, che giunsero a desiderare il passaggio della corona di Vittorio Emanuele a Carlo Felice, e la nuova esaltazione dei cortigiani sardi, poco prima abborriti” 2

Pressoché identica è l’ipotesi di un altro storico sardo, Pietro Martini che scrive: ”Poiché era rivalità tra le corti del re e del principe, signoreggiata l’ultima dal marchese di Villahermosa, l’altra dal conte di Roburent il quale aveva fatto nominare capitano della guardia il Villamarina, di tale discordia si giovassero per intronizzare Carlo Felice” 3 .

Si tratta di ipotesi poco plausibili. Ora occorre infatti ricordare  in primo luogo che il Villahermosa, era anche legato al re tanto che il 7 novembre 1812, pochi giorni dopo i fatti di Palabanda, gli affidò l’attuazione del piano di riforma militare.

In secondo luogo non possiamo dimenticare che Carlo Felice, ottuso crudele e famelico, sia da principe e vice re che da re, era lungi dall’essere  “favorevole ai Sardi” come scrive Natale Sanna che poi però aggiunge era all’oscuro di tutto 4 Ricorda infatti Francesco Cesare Casula56. che Carlo felice sarà il più crudele persecutore dei Sardi, che letteralmente odiava e contro cui si scagliò con tribunali speciali, procedure sommarie e misure di polizia, naturalmente con il pretesto di assicurare all’Isola “l’ordine pubblico” e il rispetto dell’Autorità. E comunque non poteva essere l’uomo scelto dai rivoluzionari  persecutore com’era soprattutto dei democratici e dei giacobini.

In terzo luogo che bisogno c’era di una congiura per intronizzare Carlo Felice? In ogni caso a lui la corona sarebbe giunta prima o poi di diritto poiché il re non lasciava eredi maschi ed egli era l’unico fratello vivente. Quando la Quadruplice Alleanza aveva conferito il regno di Sardegna a Vittorio Amedeo II, una clausola prevedeva che il regno sarebbe ritornato alla Spagna nel caso che il re e tutta la Casa Savoia rimanesse senza successione maschile.

Scrive Lorenzo Del Piano a proposito delle ipotesi di legami e rapporti fra “i congiurati” di Palabanda con ambienti di corte e addirittura con l’Inghilterra e con la Francia: “Se dopo un secolo di indagini non è venuto fuori nulla ciò può essere dovuto, oltre che a una insanabile carenza di documentazione, al fatto che non c’era nulla da portare alla luce e che quello della ricerca di legami segreti è un problema inesistente e che comunque perde molto della sua eventuale importanza se invece che a romanzesche manovre di palazzo o a intrighi internazionali si rivolge prevalente attenzione alle forze sociali in gioco e alle persone che le incarnavano e cioè agli esponenti della borghesia cittadina che era riuscita indubbiamente mortificata dalle vicende di fine settecento e che un anno di gravissima crisi economica e sociale quale fu il 1812, può aver cercato di conquistare, sia pure in modo avventuroso e inadeguato il potere politico esercitato nel 1793-96” 6 .

Non di congiura dunque si è trattato ma di ben altro: dell’ultima sfortunata rivolta, che conclude un lungo ciclo di moti e di ribellioni, che assume tratti insieme antifeudali, popolari e nazionali.

Segnatamente la rivolta di Palabanda, per essere compresa, abbisogna di essere situata nella gravissima crisi economica e finanziaria che la Sardegna vive sulla propria pelle: conseguenza di una politica e di un’amministrazione forsennata da parte dei Savoia oltre che delle calamità naturali e delle pestilenze di quegli anni: già nel 1811 forte siccità e un rigido inverno causarono nell‘Isola una sensibile contrazione della produzione di grano, ma è soprattutto nella primavera del 1812 che la carestia e dunque la crisi alimentare si manifestò in tutta la sua drammaticità.

Cosa è stato il dramma de su famini de s’annu dox, sono storici come Pietro Martini, a descriverlo con dovizia di particolari: ”L’animo mi rifugge ora pensando alla desolazione di quell’anno di paurosa ricordanza, il dodicesimo del secolo in cui mancati al tutto i frumenti, con scarsi o niuni mezzi di comunicazione, l’isola fu a tale condotta che peggio non poteva”.

Ricorda quindi che la “strage di fanciulli pel vaiuolo, scarsità d’acqua da bere (ché niente era piovuto), difficoltà di provvisioni per la guerra marittima aggrandivano il male già di per se stesso miserando 7.

Mentre Giovanni Siotto Pintor scrive: ”Durarono lungamente le tracce dell’orribile carestia; crebbe il debito pubblico dello stato; ruinarono le amministrazioni frumentarie dei municipj e specialmente di Cagliari; cadde nell’inopia gran novero di agricoltori; in pochi si concentrarono sterminate proprietà; alcuni villaggi meschini soggiacquero alla padronanza d’uno o più notabili; i piccoli proprietari notevolmente scemarono; si assottigliarono i monti granatici; e perciò decadde l’agricoltura. Ed a tacer d’altro, il sistema tributario vieppiù viziossi, trapassati essendo i beni dalla classi inferiori a preti e a nobili esenti da molti pesi pubblici” 8.

E ancora il Martini descrive in modo particolareggiato chi si arricchisce e chi si impoverisce in quella particolare temperie di crisi economica, di pestilenze e di calamità naturali: ”Oltreché v’erano i baroni e i doviziosi proprietari i quali s’erano del sangue de’ poveri ingrassati e grande parte della ricchezza territoriale avevano in sé concentrato. I quali anziché venire in aiuto delle classi piccole, rincararono la merce e con pochi ettolitri di frumento quello che rimaneva a’ miseri incalzati dalla fame s’appropriavano. Così venne uno spostamento di sostanze rincrescevole: i negozianti fortunati straricchivano, i mediocri proprietari scesero all’ultimo gradino, gli altri d’inedia e di stenti morivano” 9.

Giovanni Siotto Pintor inoltre per spiegare le cagioni del tentativo di rivolgimento politico che meditavasi a Cagliari, allarga la sua analisi rispetto al Martini e scrive che “La Sardegna sia stata la terra delle disavventure negli anni che vi stanziarono i Reali di Savoia. Non mai la natura le fu avara dei suoi doni come nel tempo corso dal 1799 al 1812. Intrecciatisi gli scarsi ai cattivi o pessimi raccolti,impoverì grandemente il popolo ed il tesoro dello stato. A questi disastri, sommi per un paese agricola, si aggiunsero la lunga guerra marittima che fece ristagnare lo scarso commercio; le invasioni dei Barbareschi, produttrici di ingenti spese per lo riscatto degli schiavi e pel mantenimento del navile; le fazioni e i misfatti del capo settentrionale dell’isola, rovinosi per le troncate vite e le proprietà devastate e per le necessità derivatane di una imponente forza pubblica, e quindi di enormi stipendj straordinari, di nuove gravezze, e quindi dell’impiego a favore della truppa dei denari, consacrati agli stipendi dei pubblici officiali…In questa infelicità di tempi declamavano gli impiegati: i maggiori perché ambivano le poche cariche tenute dagli oltremarini; i minori perché sospesi gli stipendj, difettavano di mezzi d’onesto vivere…i commercianti maledivano il governo e gli inglesi, ai quali più che ai tempi attribuivano il ristagno del traffico…Ondechè, scadutu dall’antica agiatezza antica, schiamazzavano, calunniavano, maledivano…Superfluo è il discorrere della plebe…Questa popolare irritazione pigliava speciale alimento dalla presenza degli oltremarini primeggianti nella corte e negli impieghi, e che apertamente o in segreto reggevano le cose dello stato sotto re Vittorio Emanuele. Doleva il vederli nelle alte cariche, ad onta della carta reale del 1799, che ammetteva in esse l’elemento oltremarino, purché il sardo contemporaneamente s’introducesse negli stati continentali. Doleva che il re, limitato alla signoria dell’isola, non di regnicoli ma di uomini di quegli stati si giovasse precipuamente nel pubblico reggimento, come se quelli infidi fossero verso di lui, e non capaci di bene consigliarlo. Soprattutto inacerbiva gli animi quel loro fare altero e oltrecotato, quel mostrarsi incresciosi e malcontenti del paese ove tenevano ospizio e donde molto protraevano, indettati con certi Sardi che turpemente gli adulavano, quel loro contegno insomma da padroni” 10.

E a tutto questo occorre aggiungere le spese esorbitanti della Corte, anzi di due Corti (quella del re e quella del vice re) ambedue fameliche, che, giunte letteralmente in camicia, portarono il deficit di bilancio alla cifra esorbitante di 3 milioni, quasi tre volte l’importo delle entrate ordinarie. Mentre il Re impingua il suo tesoro personale mediante sottrazione di denaro pubblico che investirà nelle banche londinesi.

Di qui il peso delle nuove imposizioni fiscali, che colpivano non soltanto le masse contadine ma anche gli strati intermedi delle città. A tal punto – scrive  Girolamo Sotgiu –  che “i villaggi dovevano pagare più del clero e dei feudatari: ben 87.500 lire sarde (75 mila il clero e appena 62 mila i feudatari) mentre sui proprietari delle città, sui creditori di censi, sui titolari d’impieghi civili gravava un onere di ben 125.000 lire sarde e sui commercianti di 37 mila” 11.

Così succedeva che “Spesso gli impiegati rimanevano senza stipendio, i soldati senza il soldo, mentre ai padroni di casa veniva imposto il blocco degli affitti e ai commercianti veniva fatto pagare il diritto di tratta più di una volta12 .

Questi i corposi motivi, economici, sociali, politici, insieme popolari, antifeudali e nazionali alla base della Rivolta di Palabanda. Che in qualche modo univano, in quel momento di generale malessere intellettuali, borghesia e popolo, segnatamente la borghesia più aperta alle idee liberali e giacobine, rappresentate esemplarmente dall’esempio di Giovanni Maria Angioy. Borghesia composta da commercianti e piccoli imprenditori che si lamentavano perché “gli incassi erano pochi, la merce non arrivava regolarmente o stava ferma in porto per mesi. Intanto dovevano pagare le tasse e lo spillatico alla regina” 13.

Per non parlare della miseria del popolo: nei quartieri delle città e nei villaggi delle campagne, dove la vita era diventata ancora più dura dopo che la siccità aveva reso i campi secchi, con “contadini e pastori che fuggivano dai loro paesi e si dirigevano verso le città come verso la terra promessa” 14 .

E così “cresceva l’odio popolare contro il governo e si riponeva fiducia in coloro che animavano la speranza di un rinnovamento 15 .

Di qui la rivolta: che non a caso vedrà come organizzatori e protagonisti avvocati (in primis Salvatore Cadeddu, il capo della rivolta. Insieme a lui Efisio, un figlio, Francesco Garau e Antonio Massa Murroni); docenti universitari (come Giuseppe Zedda, professore alla Facoltà di Giurisprudenza di Cagliari); sacerdoti (come Gavino Murroni, fratello di Francesco, il parroco di Semestene, coinvolto nei moti angioyani); ma anche artigiani, operai, e piccoli imprenditori (come il fornaciaio Giacomo Floris, il conciatore Raimondo Sorgia, l’orefice Pasquale Fanni, il sarto Giovanni Putzolo, il pescatore Ignazio Fanni).

Insieme a borghesi e popolani alla rivolta è confermata la partecipazione di molti  studenti e militari : “Tutto il battaglione detto di «Real Marina», formato di poco di gran numero di soldati esteri…dipartita colli suddetti insurressori per aver dedicato il loro spirito 16.

Bene: ridurre questo variegato movimento a una semplice congiura e  a intrighi di corte mi pare una sciocchezza sesquipedale. Una negazione della storia.

Note bibliografiche

  1. Girolamo Sotgiu, L’Insurrezione a Cagliari del 28 Aprile 1794, AM&D Cagliari, 1995.
  2. Giovanni Siotto Pintor, Storia civile de’ popoli sardi dal 1799 al 1848, Libreria F. Casanova, Torino 1887, pagine 233-234.
  3. Pietro Martini, Compendio della storia di Sardegna, Ed. A. Timon, Cagliari 1885, pagina 70.
  4. Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, volume III, Editrice Sardegna, Cagliari 1986, pagina 413.

5.Francesco Cesare Casula, Il Dizionario storico sardo, Carlo Delfino editore,Sassari, 2003 pagina 330.

  1. Vittoria Del Piano (a cura di), Giacobini moderati e reazionari in Sardegna, saggio di un dizionario biografico 1973-1812 , Edizioni Castello, Cagliari, 1996, pagina 30.
  2. Pietro Martini,Compendio della Storia di Sardegna, op. cit. pagine 60-61
  3. Giovanni Siotto Pintor, Storia civile de’ popoli sardi dal 1799 al 1848, Libreria F. Casanova, Torino 1887, op. cit. pagina 222.
  4. Pietro Martini, Compendio della Storia di Sardegna, op. cit. pagina 61.
  5. Giovanni Siotto Pintor, Storia civile de’ popoli sardi dal 1799 al 1848, Libreria F. Casanova, Torino 1887, pagine 229-230.

11.Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda (1720-1847), Edizioni Laterza, Roma-Bari, 1984, pagina 252.

12, Ibidem, pagine 252-253.

  1. Ibidem, pagina 253.
  2. Maria Pes, La rivolta tradita, CUEC,Cagliari 1994, pagina119
  3. Ibidem, pagina 120.
  4. Ibidem, pagina 151.

– I patrioti di Palabanda

-Salvatore Cadeddu, che riuscì a fuggire nel Sulcis, nella casa sul Golfo di Palmas, venne catturato condotto a Cagliari  e arrestato il 3 giugno. E’ accusato di essere “uno dei capi e principali autori dell’insurrezione” e per sentenza della regia delegazione  il 30 agosto fu condannato a morte ad essere impiccato: “a spicarsi la testa dal busto, conficarsi quella al patibolo, e questa consegnarsi alle fiamme e spargersene le ceneri al vento, previa tortura nel capo dei complici, nella confisca dei suoi beni e nelle spese”. Fu impiccato il 2 settembre dello stesso anno e il  suo corpo dato alle fiamme e le ceneri sparse nel vento.

-Raimondo Sorgia: Arrestato il 5 novembre è impiccato Il 13 maggio 1813, come  gli altri condannati non fa il nome dei complici “nemmeno ai piedi della forca” (Lorenzo del Piano).

– Giovanni Putzolu, come Raimondo Sorgia, fu arrestato il 5 novembre e impiccato Il 13 maggio 1813.

– Gaetano Cadeddu, riuscirà a fuggire ma sarà condannato a morte in contumacia, in quanto ritenuto autore dell’insurrezione e colpevole di aver reclutato armati con il denaro per l’esecuzione dell’impresa,

– Giuseppe Zedda, sarà condannato a morte in contumacia, perché ritenuto  autore dell’insurrezione e colpevole di aver reclutato con il denaro per l’esecuzione dell’impresa, come Francesco Garau, Gaetano Cadeddu, Giuseppe Ignazio Fanni,

– Francesco Garau, sarà condannato a morte in contumacia, perché ritenuto  autore dell’insurrezione e colpevole di aver reclutato con il denaro per l’esecuzione dell’impresa, come, Gaetano Cadeddu, Giuseppe Ignazio Fanni, Giuseppe Zedda.

Antonio Massa Murroni, sarà arrestato nella notte del 5 novembre, fra i primi, e condannato il 30 agosto del 1813, al carcere a vita.

–  Giacomo Floris, sarà arrestato il 5 novembre 1812 e  condannato alla galera a vita con  Pasquale Fanni. Morirà in carcere senza fare i nomi dei rivoltosi.

Pasquale Fanni. Sarà arrestato il 5 novembre 1812 e  condannato alla galera a vita come  Giacomo Floris  Morirà in carcere senza fare i nomi dei rivoltosi.

 Stanislao Deplano, arrestato sarà inviato nel maggio del 1813 in esilio a Mandas prima e a Alghero, Sassari e Carloforte poi.

– Accusati di complicità nel fatto, Antonio Massa Murroni e Giovanni Battista Cadeddu, furono condannati al carcere a vita nella torre dell’isola della Maddalena, dove Giovanni Battista Cadeddu morirà il 26 ottobre 1919.

– Stanislao Deplano venne recluso nelle carceri di Alghero e nel 1821 esiliato a Carloforte. 

– Luigi Cadeddu nel 1827 si trovava ancora in carcere.

– Efisio Cadeddu, il figlio minore di Salvatore, per la sua giovane età non fu inquisito né perseguitato..

Cagliari :Via XXIX novembre 1847

Cagliari :Via XXIX novembre 1847

di Francesco Casula

A Cagliari c’è una Via (piccola traversa di Viale Trieste) con questa intestazione: Via XXIX novembre 1947.

Credo che pochi cagliaritani e sardi conoscano questa data e perché ad essa sia stata dedicata una via. Se lo sapessero probabilmente la rimuoverebbero.

Io mi accontenterei di porre, magari a fianco, una bella lastra di marmo con una didascalia che illustri e chiarisca la vicenda sottesa a quella data.

Il Manifesto sardo potrebbe farsi promotore di tale iniziativa, avanzando al Comune di Cagliari e al Sindaco Zedda la proposta. In tal modo quella Via inizierebbe a parlare, ai Cagliaritani e ai Sardi. Rendendoli edotti e consapevoli di una triste e funesta vicenda. Oggi è infatti, questa strada è muta, silente.Quindi inutile. O, se parla, è un insulto alla Sardegna intera: nel caso volesse celebrare quella data.

Scriverei, sinteticamente questo: il 29 novembre del 1947 ci fu la Fusione perfetta della Sardegna con gli stati sabaudi di terraferma, Con essa l’Isola veniva deprivata del suo Parlamento, perdeva la sua indipendenza statuale e dunque finiva il Regnum Sardiniae.

A chiedere  la Fusione, che verrà decretata da Carlo Alberto, furono alcuni membri degli Stamenti di Cagliari e di Sassari, senza alcuna delega né rappresentatività né istituzionale (Il Parlamento neppure si riunì ) né tanto meno, popolare. Tanto che Sergio Salvi, lo scrittore e storico fiorentino, gran conoscitore di “cose sarde”, ha parlato di “rapina giuridica”.

Certo a favore della Fusione ci furono manifestazioni pubbliche a Cagliari (dal 19 al 24 novembre) e a Sassari nel 1947: ma esse erano erano poco rappresentative della popolazione sarde in quanto i partecipanti appartenevano quasi sostanzialmente ai ceti urbani. Ma soprattutto esse rispondevano esclusivamente agli interessi della nobiltà ex feudale, illecitamente arricchitasi, con la cessione dei feudi in cambio di esorbitanti compensi, che riteneva più garantite le proprie rendite dalle finanze piemontesi piuttosto che da quelle sarde.

Nella fusione inoltre  vedevano una possibile fonte di arricchimento la borghesia impiegatizia e i ceti mercantili.

I sostenitori della Fusione – ad iniziare da Giovanni Siotto-Pintor – si illudevano o, comunque speravano, che venissero estese anche alla Sardegna riforme liberali quali l’attenuazione della censura sulla stampa, la limitazione degli abusi polizieschi e qualche libertà commerciale.

La realtà fu un’altra: l’Unione Perfetta non apportò alcun vantaggio all’Isola, né dal punto di vista economico, né da quello politico, sociale e culturale. Tale esito fallimentare, fu ben chiaro sin dai primi anni  con l’aggravamento fiscale e una maggiore repressione che sfociò nello stato d’assedio, – che divenne sistema di governo –  sia con Alberto la Marmora (1849) che con il generale Durando (1852)

Gli stessi sostenitori della Fusione, ad iniziare proprio da Giovanni Siotto-Pintor, parlarono di follia collettiva, riconoscendo l’errore. “Errammo tutti” e “ci pentimmo amaramente”, ebbe a scrivere Pintor.

Gianbattista Tuveri scrisse che dopo la Fusione “La Sardegna era diventata una fattoria del Piemonte, misera e affamata di un governo senza cuore e senza cervello”.

Tra le prime conseguenze della Fusione il servizio militare obbligatorio per i giovani sardi e il “sequestro” da parte dello Stato piemontese di tutte le miniere e di tutte le risorse del sottosuolo. Che furono date in concessione, per quattro soldi, a “capitalisti”, o meglio a “briganti”, in genere stranieri (francesi, belgi eccJ ma anche italiani).

Questi “spogliatori di cadaveri” –scriverà Gramsci in un articolo sull’Avanti del 1919, – “si limiteranno a pura attività di rapina dei minerali, alla semplice estrazione,senza paralleli impianti per la riduzione del greggio e senza industrie derivate e di trasformazione”.

Oggi Via XXIX Novembre a Cagliari è una strada muta, silente.Quindi inutile. O, se parla, è un insulto alla Sardegna intera: nel caso volesse celebrare quella data. Con una bella didascalia ci comunicherebbe la verità storica. Funesta e drammatica ma da conoscere..