Recensione “I leoni di Sicilia. La saga dei Florio” di Stefania Auci

«Gli altri sono gli altri e fanno quello che vogliono. Noi siamo i Florio.»

Uno schifazzo lambito dal mare che separa la Calabria dalla Sicilia; la voglia di ricominciare, la fiducia di avere qualcosa di più dalla vita.
Paolo e Ignazio Florio sono commercianti di spezie, ma approdano a Palermo animati dalla speranza di cambiare la propria esistenza. Una nuova terra, una nuova città schiva a diffidente con quelli che etichetta come portarobbe, poco più che facchini ai loro occhi. Un posto che Giuseppina, moglie di Paolo, non ama, un luogo dove sente di non poter mettere radici.

Così inizia la saga, la leggenda, la storia dei Florio: una famiglia che parte dal nulla, che lavora e suda per conquistarsi un posto in quella città che appare come una donna che seduce e respinge al tempo stesso.

“Palermo, schiava padrona, che pare vendersi a tutti, ma che appartiene solo a se stessa.”

 

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“I leoni di Sicilia. La saga dei Florio” di Stefania Auci

Personaggi forti e intensi come le spezie da cui tutto comincia: così appaiono Ignazio e suo nipote Vincenzo ne “I leoni di Sicilia” di Stefania Auci.

Prudente e schivo il primo, che accantona gli impulsi del cuore per prendersi cura di un nipote che cresce come fosse un figlio e una cognata che ama segretamente.
Determinato e ambizioso sarà invece Vincenzo, figlio di Paolo, che cresce alimentando una nera rabbia nel cuore per non essere mai all’altezza di gente orgogliosa e conservatrice. Nulla sembra inarrivabile per chi vuole un riscatto che nessuno sembra disposto a dargli.

“E allora capisce che esistono amori che non potano questo nome, ma che sono altrettanto forti, altrettanto degni di essere vissuti, per quanto dolorosi.”

Una famiglia quella dei Florio che sa imporsi cavalcando le giuste correnti che interessano, tanto nella politica quanto nel commercio, la Sicilia, ma anche l’Europa dell’ottocento. L’accento storico non è mai, fra queste pagine, una lezione pedante e priva di interesse, ma dà spessore ai fatti e alle scelte di Casa Florio, li giustifica e spesso li spiega.

Una storia intessuta fra gli affari e gli affetti di uomini che hanno sacrificato la loro esistenza per il prestigio di un nome. Il tutto intrecciato all’amore impossibile di due cognati e quello scandaloso di Vincenzo e Giulia, la donna che sarà al fianco del “leone” dei Florio, accettando le ingiurie di chi la vede come una mantenuta.

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Targa Florio

Pagine che rievocano gli odori delle spezie, il gusto particolare del Marsala, il dolce sapore del tonno sott’olio. Il regno dei Florio, il loro intuito verso qualcosa che li ha resi grandi e che Stefania Auci ci restituisce con un’attenta analisi.

Un libro intenso, passionale; uno sguardo verso un passato che ha segnato l’ascesa di una famiglia ma anche della Sicilia. Una ricostruzione coinvolgente che emoziona in ogni sua pagina, che parla di voglia di cambiare, di ambizione ma anche di un amore che assume altri nomi ma che resta forte e indomabile nel tempo.

Il quadro storico che fa da cornice a queste pagine è quello di una terra da sempre predata e conquistata, ma che ha un’identità così particolare e forte da non accettare più di non avere una voce propria.

“I leoni di Sicilia” parla di spezie, commercio, ambizione e potere. Ma anche di legami che si sentono dentro le ossa e che l’autrice abilmente riesce a trasmetterli al lettore. Perché la Sicilia deve tanto ai Florio, e i Florio altrettanto alla Sicilia.

Recensione “L’Appello” di Alessandro D’Avenia

“Alla fine ciò che conta non è se ci vedi, ma che cosa guardi.”

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Omero Romeo è il nuovo professore di scienze e sta per affrontare quella che è ritenuta la classe più complicata dell’istituto. È un supplente, è di passaggio ed è nuovo. Ma soprattutto è cieco. Per questo istituisce l’Appello per conoscere i suoi nuovi dieci alunni. Un modo per entrare nelle loro vite attraverso la spiegazione dei misteri dell’universo che mai sono troppo distanti dalla realtà quotidiana. E ciò che nato per mancanza della vista diviene ben presto una necessità da trasmettere anche agli altri. Perché l’Appello non è snocciolare i nomi degli alunni, ma entrare in sintonia con loro.

“Tutti dalla mattina alla sera lottiamo Perché il nostro nome Venga pronunciato come si deve.”

La lezione di scienze presto si rivela essere quella della vita: un pretesto per conoscere i ragazzi, un cammino fra le stelle per capire l’anima di ognuno dei dieci studenti.
Storie normali, quotidianità crude che hanno una bellezza che si specchia nella fragilità. Un appello che è solo una scusa, un modo come un altro per far uscire le debolezze di chi affronta tutto di petto o si nasconde dietro a una maschera che gli occhi del professore non possono vedere. Ma esistono altri sensi per conoscere le persone e Omero Romeo lo sa: armi affidate all’udito, all’olfatto, al tatto, ma soprattutto al cuore. È quella la chiave per arrivare a vedere ciò che la vista non scorge seppur ci vediamo bene.

“Sprechiamo la maggior parte del nostro tempo e delle nostre energie a nasconderci, ma sotto sotto vogliamo venire alla luce.”

Un libro deve toccare sempre le corde del lettore, farle vibrare, regalare emozioni. Alessandro D’Avenia ha il dono di saperlo fare attraverso parole che scavano dentro l’anima fino a metterci radici. I suoi libri parlano a tutti usando storie che potrebbero appartenerci. Non insegna, non sale in cattedra, ma tende la mano per mostrarti che c’è altro nella vita. Questo suo ultimo romanzo è un grido di protesta non solo verso una scuola che ha dimenticato il suo vero compito, persa dietro a una burocrazia che sa di fumo ma anche un rimprovero contro chi si è scordato cosa significa avere 18 anni e tanta paura del domani. D’Avenia è un vero Maestro nel parlare al cuore con il cuore.

Recensione “VOX” di Christina Dalcher

Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione.”
Edmund Burke

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100 parole.
Non una di più per Jane e tutte le donne americane. Senza libri da leggere, quaderni per scrivere; senza poter sostituire la voce con il linguaggio dei gesti. Ridotte al silenzio dalla nuova politica di matrice religiosa che vuole che il ruolo della donna faccia un balzo indietro di secoli e secoli. Per riportare la società a una sorta di patriarcato scritto nelle Sacre Scritture.
Un bracciale al polso che conteggia le parole e la propaganda che si insinua nelle scuole per fare un vero e proprio lavaggio di cervello fin da piccoli.
Poi, però, qualcosa cambia.
Per Jane si prospetta la possibilità di poter cambiare questa dittatura del silenzio quando le viene chiesto di riprendere in mano la sua ricerca sull’afasia (che indica la perdita della capacità di comporre o comprendere il linguaggio, dovuta a lesioni alle aree del cervello),. Un compito che le permetterebbe di non avere più il bracciale conta-parole e poter salvare delle vite dall’oblio dell’incomprensione verbale,.ma non è tutto come appare.

Leggere “VOX” di Christina Dacher  mi ha dato i brividi. A ogni capitolo terminato sentivo la gola secca e capivo l’importanza di poter dire anche solo delle sciocchezze. Difficile esprimere esattamente le sensazioni provate: c’era rabbia, frustrazione, paura, stupore. È un romanzo con molti, troppi, elementi in comune con la nostra società, su quella, meglio, che sarebbe potuto diventare o potrebbe essere. Nei secoli scorsi abbiamo visto gli effetti delle varie dittature, eppure pensiamo che nessun’altro oltraggio ai nostri diritti potrà mai avere luogo. Ci sbagliamo.
Non è qualcosa riferito solo alle donne, perché il messaggio chiave del libro, a mio avviso, è legato alla percezione che spesso abbiamo di ciò che è giusto o sbagliato, alle nostre azioni ispirate da idee totalmente nocive per qualcun altro. Se le donne del romanzo sono inermi davanti all’imposizione di questa dittatura che le vuole silenziosi e ubbidienti, gli uomini, forti del loro ritorno al vecchio patriarcato, vedono solo i vantaggi di una situazione innaturale e non più l’abuso che stanno autorizzando.
Una storia che parla della debolezza degli uni e della leggerezza degli altri, senza distinzione di sesso o credo religioso. Non pensiamo che sia solo fantascienza: un secolo fa nella Germania nazista si preparavano le basi per quello che è diventato uno dei capitoli più neri dell’umanità.  Solo 100 anni fa, come 100 sono le parole concesse alle donne di questo romanzo.

La storia ha tutto per appassionare il lettore: sentimenti, azione, lotta contro le ingiustizie. Forse solo il finale appare accomodante, una ricerca per accontentare il famoso lieto fine. Ma non è un difetto, anzi.

Questo libro, per quanto sembri scontato affermarlo, non è un manifesto femminista, ma un inno alla libertà che ogni essere umano dovrebbe avere come qualcosa di già acquisito e non come una conquista da faticarsi. Poter parlare, discutere, litigare, dichiarare i nostri sentimenti sembrano cose troppo intrinseche per preoccuparci di doverle difendere. Eppure occorre ricordare, allo stesso tempo, che abbiamo un’identità e dei doveri verso la nostra stessa società. Non dobbiamo rinunciare per paura o pigrizia. Abbiamo tutti una voce, uomini e donne, da far sentire per non far trionfare il male e rivendicare ciò che è nostro. Bisogna solo saperla usare bene.

BUONA LETTURA.

“La capanna dello zio Tom” di Harriet Beecher Stowe

“Padrone! Con qual diritto è mio padrone? Ecco ciò che mi chiedo: Che diritto ha sopra di me? Non sono un uomo anch’io?”

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Tom è uno degli schiavi neri di Mr Shelby, un possidente del Kentucky, un uomo buono ma oberato dai debiti. È per questo motivo che decide di vendere il suo fidato schiavo a un mercante di schiavi senza scrupoli. Una vicenda dolorosa per tutti, padrona compresa che vorrebbe riscattare la più presto quell’uomo di grande umanità così devoto alla sua famiglia. Insieme a Tom, anche il figlio degli schiavi Eliza e George viene venduto, ma la donna, affrontando pericoli umani e naturali, riesce a impedire un atto così scellerato e scappa via con il bambino.

Tom, invece affronta il suo destino con piena fiducia non solo nei suoi vecchi padroni, ma anche nella volontà di Dio. E lasciando dietro di sé sua moglie Cleo e i suoi bambini segue il mercante per essere venduto. Affronterà un viaggio lungo e pieno di insidie, pagando sulla sua pelle la sua grande umanità verso il prossimo.

Tom, Cleo, George, Eliza.
Non solo nomi, ma persone: sono i protagonisti di questo classico mondiale che porta il titolo di “La capanna dello zio Tom” di Harriet Beecher Stowe, pubblicato nel 1852, ossia nel periodo dove ancora imperversava la schiavitù in America. Un libro con un tema forte, anche se lo stile è semplice e diretto.

“La capanna dello zio Tom” è un lungo grido di riscatto dalle catene di migliaia di uomini che per tanto tempo sono stati ritenuti alla stregua di semplice merce di scambio. Nessun diritto per loro, solo lavoro e sottomissione. A uno schiavo non era permesso nemmeno di sposarsi davanti a un ministro di Dio, non potevano avere proprietà né avere anche solo la voce in capitolo sulla loro stessa persone.
Merce. Erano merce e come tale trattati, senza nessun riguardo.

“La schiavitù non è che un delitto, e le leggi che proteggono un crimine non possono essere che leggi inique.”

Il romanzo della Stowe si è imposto subito nello scenario mondiale per il suo tema, per il suo messaggio e la sua forza. Fra queste pagine il lettore troverà la cattiveria e l’opportunismo dell’uomo, ma non solo, perché, come nel vaso di Pandora, ci sarà sempre, sul fondo, la speranza

Per non dimenticare mai, qualunque sia la nostra epoca, che la libertà è un diritto fondamentale di tutti a prescindere dal nostro colore della pelle.

“Ogni volta che passate davanti a quella sua capanna, alla capanna dello zio Tom, pensate alla vostra liberazione: pensate alla libertà che è il bene supremo cui l’uomo possa aspirare.”

“Il mondo a culo in suso. Quando l’amore non ti lascia morire in pace” di Claudia Mereu

Un fidanzato da riconquistare, il fantasma di un donnaiolo che vuole ottenere il perdono e tre fidanzate da calmare. Una bella gatta da pelare per Arianna che lascia la Sardegna per Roma pensando di risolvere solo i suoi guai. Infatti spera di riconquistare Michele, il fidanzato che l’ha lasciato il giorno prima delle nozze. In realtà dovrà anche sistemare le “questioni in sospeso” di Dario che è morto lasciando dietro di sé tre fidanzate ognuna all’oscuro dell’altra.

412JD7RqrtL._SX322_BO1,204,203,200_È così che inizia questo divertente romanzo di Claudia Mereu: è la vigilia di Tutti i Santi quando il mondo fra i vivi e i morti è a culo in suso, come si dice in Sardegna, ossia tutto sotto sopra. Una sorta di momento in cui i vivi possono entrare in contatto con i morti e una povera fidanzata con il cuore spezzato può vedere su spìritu di un ragazzo convinto di avere ragione.

Una prova difficile da superare per chi, come Arianna, è inseguita dalla mala sorte e crede nel vero amore, indistruttibile e duraturo, a differenza di Dario che da vivo aveva ben tre relazioni contemporaneamente. Ma cosa hanno da spartire un don giovanni e una ragazza sfortunata? E ciò che inseguono è davvero così diverso da ciò che vogliono?

"Il mondo a culo in suso" di Caludia Mereu

“Il mondo a culo in suso” di Caludia Mereu

Una storia divertente che ha il tocco della commedia dei film hollywoodiani, fra equivoci, imprevisti e quel tocco di imprevedibilità che rende tutto pepato. Arianna riuscirà a riconquistare il suo ex e ad aiutare il fantasma? E Dario capirà il suo errore o resterà bloccato nel mondo dei vivi?
Un romanzo, “Il mondo a culo in susu. Quando l’amore non ti lascia morire in pace“, che conquista già dalle prime pagine. La protagonista non è un’eroina, né una prescelta, ma una ragazza normale, anche se un po’ scuminigada, sfigata, come dice di sé stessa. Una sorta di viaggio dell’eroe quello di Arianna che ha come aiutante Dario, un insolito cavaliere che più che aiutarla potrà solo confonderla.

Con una scrittura arricchita dal sardo e da una schietta ironia, Claudia Mereu diverte il lettore mentre insegna qualcosa che pochi capiscono: come l’amore sua un ingrediente fondamentale nella vita di tutti. Anche se si è solo uno spìritu.

Buona lettura

 

“L’accusa del sangue” di Giovanna Barbieri

 

Chi si vendica avrà la vendetta dal Signore ed egli terrà sempre presenti i suoi peccati.
(Siracide, Antico Testamento)


Urbino, Anno Domini 1483.

Quando viene rinvenuto il cadavere della piccola nobile Crezia Odasi a risolvere il caso viene chiamato Goffredo Fortespada, Bargello della città.
Il misterioso omicidio iniziato con un rapimento muove la città contro la comunità ebraica che vive fra loro, ed è da lì che Goffredo inizia la sua indagine supportato dall’amico Edmundo de la Turre, speziale della città.
Non sarà facile vincere il riserbo sociale provato nei confronti del popolo giudeo né tantomeno evitare le false piste che casi del genere rivelano.

E mentre la città viene avvolta dal manto di nebbia che lento scende assieme alla notte, gli omicidi aumentano. Chi si cela dietro un delitto così crudele? Si tratta di una vendetta fra nobili o di una disputa che riguarda altri aspetti?

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“L’accusa del sangue” di Giovanna Barbieri

L’accusa del sangue” di Giovanna Barbieri è un romanzo storico accurato e perfettamente contestualizzato.
Dal linguaggio forbito all’ambientazione sapientemente ricostruita, l’autrice crea un percorso nel passato muovendosi con maestria fra politica, religione e società del XV secolo.

Lo stesso omicidio, e i passi del protagonista per risolverlo, servono anche per inquadrare la società di Urbino e del territorio senza mai risultare una pesante lezione di storia.
Non solo, ma le indagini che Goffredo svolge non travalicano mai i confini del periodo storico in cui la trama si evolve, divenendo un caso moderno come spesso accade con libri ambientati nei secoli scorsi.

Il romanzo si presenta come una finestra sul passato dove il lettore può respirare l’aria dei vicoli di Urbino, fra credenze religiose e schieramenti politici che fanno da anticamera a quel fenomeno grandioso del nostro Rinascimento.

 

 

 

“Il kamikaze di cellophane” di Ferdinando Salamino

“Niente è senza movente. Si tratta solo di guardare abbastanza lontano, scavare abbastanza a fondo.”

Un uomo legato, un altro davanti a lui con un rasoio affilato. Due individui che stanno per morire. Una vittima, un carnefice, apparentemente. La realtà è sempre più complessa.
Michele avrebbe avuto le potenzialità per essere un uomo dal destino brillante ma, come dice lui stesso, fa parte della tipologia 2, quella che non vuole seguire i consigli degli altri. Persone in gamba ma che a un certo punto decidono di voler seguire il demone che ride nella propria testa. Una voce da sirena che ammalia e distrugge al tempo stesso.
Così, avvinghiato a queste pagine come se contenessero ossigeno, segui anche tu Michele nel suo cadere nel baratro del non ritorno.
In un alternarsi fra il presente e il passato, quella del protagonista è una parabola in discesa, verso l’inferno esistenziale che lo ha reso l’uomo in procinto di uccidere un altro. Ma chi ha reso Michele l’individuo che tiene in mano una rasoio e la vita di un altro individuo?

“La follia è una festa con mille invitati, nella quale tu sei l’unico in costume.”

"Il kamikaze di cellophane" di Ferdinando Salamino

“Il kamikaze di cellophane” di Ferdinando Salamino

Nelle pagine che si susseguono nel romanzo “Il kamikaze di cellophane” di Ferdinando Salamino (Golem Edizioni), il protagonista si racconta senza filtri, senza paraventi fin dal primo momento in cui il click della follia ha suonato inesorabile dentro la sua anima. Un suono tragico e funesto, nascosto dietro a scelte di salvezza che avevano il sapore della pazzia. Perché chi stabilisce chi è matto e chi è sano? La società, la religione, la morale, la medicina. Tuttavia non sono infallibili, e chiedono un tributo salato per restituirti con le carte in regola al mondo. Ma è sempre tutto così semplice?

“Finché l’incantesimo tiene, possiamo fingere che tutto vada bene, ma li sentiamo di continuo, i rintocchi dell’orologio. Riconosciamo subito quell’ansia, quando la magia si dissolve a poco a poco e la carrozza si trasforma in zucca.”

Questa storia parla di distruzione, di pazzia, di fragilità; racconta l’amore, l’odio, le perversioni. Emozioni buone, paure terribili, tutte racchiude dentro un vaso di Pandora che, come ci insegna la tradizione, non va mai scoperto. Perché i propri demoni, quelli che ci spingono a commettere i più grandi errori, spesso non sono chiusi dentro quel vaso, il cui contenuto è ancora più crudo e terribile.

“C’era una violenza, nella tragedia, che mi suonava rintocchi nell’anima.”

Lo stile di Salamino è come quei secchi di colore buttati sulla tela: l’effetto visivo è immediato, cromatico, suggestivo. E tu sei li a fissare le gocce che colano per capire quale sarà l’effetto finale, e sai già che non sarà possibile, perché il colore prende strade che tu non puoi vedere o intuire. E così anche fra queste pagine l’ovvio viene scalzato dall’imprevedibile e la tela si colora di sfumature che tu non avevi immaginato. E tutto viene messo in discussione, così da coltivare quella specie di affetto verso un carnefice che è capace di uccidere senza rimorsi.

Libri così, in giro, ce ne saranno molti, dirà qualcuno. Eppure la sensazione, appena finisce l’ultimo capitolo, è che hai appena letto qualcosa di scritto davvero dannatamente bene. Non lasciatevi ingannare da ciò che Salamino vi vuole fare vedere, perché ho scoperto essere un bravo prestigiatore di parole e storie.

Quello che occorre tenere presente è che bisogna andare oltre alle apparenze, come quando si guarda un incontro di boxe. Dimenticate i pugni, il sangue, i denti rotti, e godetevi lo sport nella sua eccezione più movimentata. Non importa la tecnica, la bravura, l’impegno. Conta il risultato. Perché basta  ricordare che il “pugile perfetto è quello che scende dal ring con la stessa faccia con cui è salito.
E Salamino, da bravo prestigiatore di parole, compie una vera magia con chi è sul ring.

Buona lettura.

“Maledetta Cenerentola” di Tiziana Irosa

Bidibi bodibi bu.
Diciamocelo: la formula magica della Fata Madrina ci ha incasinato la vita, perché ci ha fatto credere che le zucche diventino carrozze, che i topi possano fare i valletti e che il principe azzurro sia alla portata di tutti. Una gran fregatura, insomma.
Victoria Morelli ne sa qualcosa e seppure non ha mai rinunciato all’amore sa anche, però, che non basta una bacchetta magica per avere ciò che si vuole.

“Da bambine ci impolpettano la storia di Cenerentola e di tutte le sue amiche creandoci delle aspettative. Crescendo scopriamo sulla nostra pelle che la realtà è diversa. Non ci sono battiti d’ali nello stomaco, sussulti al cuore o robe simili.”

Quando si ritrova a fare l’assistente personale del gran capo Christopher Carter, però, scoprirà quanto possano essere reali i sussulti e le farfalle nello stomaco. La sua vita si complica di impegni, ma si arricchisce di sensazioni ed emozioni. E non è facile conciliare lavoro con quel muscolo che ci batte nel petto. Perché dietro al carattere severo e agli scarsi sorrisi dell’uomo che tutti reputano un despota si cela forse un animo sensibile, che ha bisogno di essere amato e di dare amore, anche se gli imprevisti sono sempre dietro all’angolo. Infatti, se si bacia il rospo c’è sempre il principe come ricompensa? E come si capisce qual è il rospo giusto da sbaciucchiare?

“Come avrei potuto riconoscerlo? Nella mia mente malata credevo che sarebbe arrivato a cavallo di un bianco destriero, con un enorme mazzo di fiori in mano e, buttandosi in ginocchio, avrebbe dichiarato il suo amore infinito per me.”

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“Maledetta Cenerentola” di Tiziana Irosa

Maledetta Cenerentola” di Tiziana Irosa è un libro che celebra l’amore, quello romantico, quello, insomma, che si vede nei film mentre si mangiano schifezze. E l’autrice lo fa raccontandoci una storia che sposa l’ironia ai sentimenti in un connubio sempre spassoso. Non si sacrifica nulla di entrambi e la storia di Victoria e Christopher ne trae tutti i vantaggi.

WhatsApp Image 2020-08-31 at 16.58.30 (1)I protagonisti sono imperfetti e complicati, lontani dagli stereotipi da fiaba che da Cenerentola a La Bella e la Bestia ci hanno fatto compagnia negli anni. Sono reali, hanno passioni e debolezze, sono impulsivi e poco propensi ad attendere che una formula magica faccia il resto.

Tiziana Irosa l’avevamo già conosciuta con romanzi dove i suoi protagonisti affrontano la vita come tutti noi: a tentativi e circondandosi di affetti veri. Anzi, in “Maledetta Cenerentola” ritroviamo la scoppiettante Allegra di “Volevo una quarantadue” seguendo il filo della Bantor in una sorta di consegna del testimone. Dopotutto l’amore chiama amore e chi ha già amato Killian e Allegra non può perdersi questa nuova storia tra l’inchiostro e la carta.

Le fiabe, a quanto pare, hanno sempre un lieto fine. Per fortuna. E spesso hanno anche una morale che possa guidare le ragazze ammaliate dalle scarpette di cristallo e il sangue blu verso una vita fatta di spine, ma non da buttare del tutto.

Forse nella vita reale non tutto fila liscio come l’olio, né si può sperare che tutto sia come lo avevamo immaginato, ma spesso basta andare oltre le apparenze per rendersi conto che la fiaba ce l’abbiamo davanti a noi. Basterebbe permettere alla vita di guadagnarsi la stessa stima riservata agli eroi delle pagine dei libri per capire come l’amore, l’avventura e i sogni siano davvero a portata di mano. Non avere paura di sognare il lieto fine come Vivian in Pretty Woman, insomma.

E allora basta poco per rendersi conto che tutto è possibile. Anche che le zucche diventino carrozze.

“La quarta dimensione del tempo” di Ilaria Mainardi

“Dove si arriva e da dove si parte sono i soli punti da tenere sempre presenti per non sbandare durante il percorso”.

Lo sa bene James Murray, pubblicitario cinquantenne della “Grande Mela”, quando entra in possesso di una lettera che lo pone davanti al suo passato. Una vita lasciata dietro di sé senza troppi rimpianti e con essa Lucinda, sua madre. Una lettera, seppur vecchia di quasi tre decenni, è pur sempre un pezzo di carta, ma diventa un segno, un monito alla vigilia dei propri cinquant’anni. James, dunque, decide insieme all’amico Gavin, di riprendere le redini della propria storia da dove l’aveva lasciata. Nel Missouri ci sarà ad attenderlo solo il rimpianto o anche quella stessa rabbia che fuggendo via aveva sperato di dimenticare? E sua madre sarà il punto da mettere alla fine di questa lunga memoria dolorosa?

Questo romanzo è una fotografia carica di colori, si sfondi, di prospettive. Il lettore non legge la storia, ma la vede, la vive con naturalezza. Attraverso paesaggi assolati dove l’aria è impregnata di ricordi, o nelle affollate vie di New York, si respira l’aria americana che siamo abituati a vedere nei film, o a scorgere nei romanzi d’oltreoceano.

"La quarta dimensione del tempo" di Ilaria Mainardi

“La quarta dimensione del tempo” di Ilaria Mainardi

Ma anche così non c’è nulla di scontato nel lavoro di Ilaria MainardiLA QUARTA DIMENSIONE DEL TEMPO“, della casa editrice Les Flauners. È la realtà quella che impregna la carta, sono i colori di esistenze comuni a far capolino fra le righe. James Murray non è un eroe, non è perfetto, non ha una missione. È uno di noi, un uomo che cerca di andare avanti pensando che sia il solo modo di vivere; un uomo che ha dimenticato come il passato possa lasciare cicatrici invisibili sull’anima.

“James si era accorto, con l’inestimabile chiarezza di una patacca di caffè sulla camicia immacolata, che gli anni e i chilometri sono il più delle volte un simpatico palliativo rispetto a dolori percepiti come inaffrontabili e che forse, almeno in una fase della vita, lo sono stati davvero.”

La narrazione procede attraverso immagini nitide e quella dell’autrice è una voce fuori campo che accompagna lo spettatore mentre le scene del film si parano davanti. Lo stile è fluido e incalzante, mai fronzoloso, mai banale. Un continuo omaggio al cinema come cornice al ritorno a casa di James. Un viaggio che gli farà scoprire altre vite, altre storie sospese in un tempo che pensava non gli appartenesse più, come quella del giovane artista Pablo o della scoppiettante Clara.

La trama viene snocciolata con attenzione attraverso una scrittura originale, d’impatto. Ilaria Mainardi butta l’amo verso il lettore e lo tira lentamente a sé raccontando l’amicizia, come quella con Gavin, e l’amore, come quello per una donna che James ha creduto di non averlo mai compreso. Tutto questo scandito dalle lancette di un orologio che reclama le sue vittime attraverso la fretta, attraverso la memoria.

“Il tempo non ha soltanto la dimensione “Sbrigati, è tardi”. No, il tempo ha almeno altre due dimensioni altrettanto importanti, se non di più: “Sono sempre stato qui” e “Cazzo, non adesso”. […] Esisteva una quarta dimensione del tempo: “Ancora un attimo”.

Perché tutto quello che un uomo, anche quello che pensa di poterne fare a meno, cerca nel suo passato è avere il tempo per riconciliarsi con esso. E nelle attese che precedono le vere gioie, spesso, risiede l’amore più forte.

Buona lettura.

“La canzone di Achille” di Madeline Miller

È una lungo canto d’amore questo romanzo. Una dolce dichiarazione che va oltre i confini con cui di solito si racchiudono e si cercano di imprigionare i sentimenti. Perché nelle parole di Patroclo si respira una forza che i contorni delle parole non possono spiegare. Il suo non è solo amore fisico, la sua non è soltanto cieca passione. E anche tutto questo, ma anche molto di più. Perché l’amore non va spiegato, non può essere limitante e limitato, ma deve toccare tutte le sponde che generano quelle forti sensazioni che da sempre motivano l’uomo.

“Achille era come una fiamma.”

E Patroclo la voce narrante di questo romanzo, il giovane erede di re Menezio. Un figlio scomodo, debole e che viene mandato in esilio per la morte di un suo coetaneo. È lui a parlarci di ciò che siamo abituati a conoscere attraverso le antiche parole di Omero, anche se Patroclo ci mostra la vita quotidiana,  i gesti familiari e intimi di una vita al di fuori delle cantate dei menestrelli. Il rapimento di una Donna, la più bella, una città da assediare, la lotta e le preferenze degli dei. Tutto questo contorna la storia di due ragazzi, di un legame che riscopriamo nelle pagine del romanzo “La canzone di Achille” di Madeline Miller.

"La canzone di Achille" di Madeline Miller

“La canzone di Achille” di Madeline Miller

Se tutti i personaggi dell’Odissea avessero avuto una voce predominante avremmo ascoltato anche Patroclo che parlava, o meglio ci cantava, del suo amore per il ben più famoso Achille. Un amore viscerale che nasce dalla conoscenza, procede per gradi attraverso una vita fianco al fianco fino all’amaro epilogo chi mostra come l’amore possa essere meta ma anche partenza.

Il mito in questo romanzo ci viene mostrato con naturalezza, senza esagerazioni ma senza esitazioni. Le divinità sono parte integrale di una vita fatta di allenamenti, di sacrifici, di profezie. E tutto questo per la gloria. Achille partirà per Troia ben sapendo la sorte che pende sul suo capo, ma la fame della gloria eterna è un miele troppo dolce per potervi rinunciare.

Le aspettative su questo romanzo sono state tutte mantenute. La realtà mitologica e storica è presentata con un linguaggio accurato, ma scorrevole. Tutto è verosimile, anche dove l’autrice ha intessuto attingendo all’immaginazione. Il mito della bellezza di Elena si sposa con la realtà storica di una città situata in un punto strategico, la cui caduta avrebbe portato prosperità per i greci. E, nonostante tutto ciò, è la fama che fa da cornice a tutti gli eventi, anche a quelli intorno a Elena.

“Quindi pensi che abbia fatto scoppiare la guerra di proposito?
“Può darsi. Era già nota come la donna più bella dei nostri regni. Ora la gente dice che è la donna più bella del mondo. Mille navi sono salpate per lei.”

Un romanzo evocativo, un racconto di una voce che si eleva sulle altre, per tramandare la gloria di un eroe, ma per rammentare anche come tutto sia solo di passaggio, persino gli dei.

Siamo soltanto uomini, il breve bagliore di una torcia. Le generazioni future potranno celebrarci o svilirci come vorranno.”

Una voce, un canto. Achille affidato ai posteri come l’aristos achaion, il migliore fra i Greci. Parole per trasmettere ai posteri la grandezza di un uomo che preferì la gloria a una vita lunga. E solo l’amore può rendere questo ritratto così speciale.