Avete presente Bridget Jones, pasticciona ma capace di avere un happy ending? O le strafighe protagoniste di Sex and the city, sempre impegnate in avventure amorose? Bene, ora che sapete di cosa parlo metteteli da parte, perché Chiara, la voce narrante di questo libro, nonché protagonista, è tutt’altra cosa.

"Volevo essere una gatta morta"

“Volevo essere una gatta morta”

Volevo essere una gatta morta” di Chiara Moscardelli non è un semplice romanzo divertente che racconta qualcosa di irreale: è una sorta di manuale per sopravvivere nella giungla delle scelte sbagliate che si fanno nella vita. Soprattutto in quella sentimentale. Passo dopo passo, raccontando di sé e mettendo a nudo una vita imperfetta ma vera, l’autrice stila una serie di nozioni che hanno fatto sì che il mondo femminile si divida in “gatte morte” e tutto il resto. E Chiara, con la sua ricerca del principe azzurro, fa parte del secondo gruppo.

Nei miei sogni c’era sempre il lieto fine, altrimenti che razza di sogni sarebbe stato?”

Alla lunga, però, le aspettative lasciano il posto alle delusioni, soprattutto quando molte di noi diventano le amiche dei ragazzi che si vorrebbe conquistare e tu, ma in modo particolare Chiara, ti domandi il perché. Cosa si sbaglia nell’approcciarsi agli altri? Cosa si dovrebbe fare per non essere sì simpatica ma nemmeno presa in considerazione per una storia seria? Chiara Moscardelli cerca di dare la sua interpretazione partendo da un’operazione in ospedale: la frase “Perché gatta morta si nasce, non si diventa” riassume molto bene il suo pensiero.

Lei ne è sicura: è stata la sua smania di essere sempre attenta all’uomo di turno, di non apparire pesante o con aspettative che l’ha fregata. Mentre, dall’altra parte, molte donne –le famose gatte morte- hanno un’altra strategia. La gatta morta, rivela l’autrice, è una sorta di donnina dell’ottocento piena di riservatezza, quasi troppo moralista e che fa la misteriosa. Niente a che vedere con la Chiara del romanzo, alle prese con una vita che le va stretta in tutti sensi.

“Volevo essere una gatta morta” è un libro che si legge con il sorriso sulle labbra. Pagina dopo pagina non puoi che sentirti come uno dei tanti amici della protagonista alle prese con avventure quotidiane al limite del vero. Ho sorriso, ho riso, ho annuito felice mentre lo leggevo, dicendomi che questa Chiara Moscardelli ha scoperto il vero Graal per tutte noi che gatte morte non ci siamo nate. È una sorta di balsamo per chi la Natura si è dimenticato di valorizzare con doni estetici degni di questo nome, ma comunque va avanti e non perché, dopotutto, “è bello dentro” : l’autrice sfata anche quest’ancora di salvezza di  molte donne meno belle.

Dovremmo invece tutti capire, specialmente le donne, che rincorrere la perfezione non appaga sempre il nostro cuore e che, come dice la bravissima Moscardelli, “quello che non abbiamo riesce sempre a rovinare quello che abbiamo.”

“La ragazza della palude” di Delia Owens

UNA RAGAZZA. UNA PALUDE. E UNA VITA DI SOLITUDINE E SCOPERTA.

UN OMICIDIO E I PREGIUDIZI DI UNA COMUNITA’


Kya ha sei anni quando sua madre scappa di casa, lasciando un marito violento e cinque figli a se stessi. Un abbandono che segnerà la sua giovane vita vissuta in un ambiente dai più ritenuto inospitale: la palude.

LA RAGAZZA DELLA PALUDE” di Delia Owen, edito dalla Casa Editrice Solferino, racconta lo straordinario riscatto di una ragazza emarginata e abbandonata.

"La ragazza della palude" di Delia Owens

“La ragazza della palude” di Delia Owens

Kya, infatti, vive in una sorta di simbiosi con la palude che lei vede con occhi diversi e che la porta a conoscere le creature faunistiche e floreali uniche nel loro genere. Una passione che le farà conoscere Tate, una figura-guida molto importante nella sua vita.

Un micromondo quello di Kya Clark lontano da una società, quella di Barkley Cove, che si lascia alle spalle il secondo conflitto mondiale e si protende verso il boom economico.
Ma è anche una comunità che, sconvolta, ritrova un giorno il cadavere di Chase Andrews, figlio perfetto e amico di tutti.

 Ma cosa c’entra Kya con la sua morte? Quali fili uniscono la sua storia fatta di solitudine con quella del giovane ucciso che invece brillava di luce propria?

“La ragazza della palude” è uno di quei lavori che ti catturano piano piano, ti guidano verso mondi lontani dal tuo per mostrarti l’altra faccia della vita, quella fatta di emarginati come la protagonista o come discriminati, come Jumpin e sua moglie Marbel.

Una vita solitaria, quella di Kya, respinta da tutti nonostante in lei cresca prepotente quel bisogno umano che abbiamo tutti di essere amati ed essere circondati dai nostri simili.
Un’esistenza solitaria non voluta bensì solo accettata, contro i pregiudizi e le cattiverie.

“Quanto si è disposti a dare per combattere la solitudine?”

Quello di Delia Owens è un lavoro che esplora l’animo umano un po’ come Kya fa con la sua palude. Emerge la figura di una ragazza fragile, attenta e sola; una creatura che accetta le briciole di un’attenzione collettiva che la società le nega perché diversa, perché strana. Appare quasi scontato questo clima di diffidenza se si pensa al contesto storico del libro. Negli anni ’60 del secolo scorso anche solo il colore della pelle era motivo di discriminazione.

Questo romanzo, però, racchiude molto di più di quello che in apparenza ci mostra. Emerge una realtà dolce e malinconica, inframmezzata dalla poesia che Kya stessa compone.
Allo stesso tempo, però, si snoda una storia fatta da diverse verità nascoste oltre la vegetazione di un palude.

Ma sopratutto dietro ai segreti di un cuore che ha conosciuto anche il dolore.

“Pet Sematary” di Stephen King

Esiste un’alternativa alla morte?


Molti ignorano come la paura nasconda in sé qualcosa di seducente che ti porta sul baratro della follia senza lasciarti mai cadere. Anche la morte viene vista solo come il male peggiore, una sentenza senza appello a cui l’uomo di ogni epoca deve fare i conti.

Sono in molti a credere che sia solo l’ignoto a generare paura nei cuori delle persone, che basta esorcizzare la Signora Nera per tenerle testa. Ma non è così. A volte si ha più paura di ciò che si conosce, delle conseguenze delle proprie azioni, di ciò che ha una logica per tutti tranne che per il cuore. E quando la paura incontra il sovrannaturale allora la faccenda si complica, perché ci sono forze ed entità nell’universo che l’uomo non conosce o che volutamente ignora.

“Probabilmente sbaglia chi crede che vi sia
un limite all’orrore che la mente umana può sperimentare.”

Louis Creed ancora non sa nulla della paura quando si trasferisce con la moglie Rachel, i figli Eileen e Gage e il gatto Church nella piccola città di Ludlow, nel Maine, accettando il posto di medico universitario. La sua è una vita normale, a tratti imperfetta ma con sprazzi di quotidiana felicità, che trova la sua completezza approfondendo l’amicizia del vicino di casa Jud.

"Pet sematary" di Stephen King

“Pet sematary” di Stephen King

Ecco come il lettore conosce i protagonisti di “Pet Sematary” di Stephen King, un libro del 1983 di cui recentemente è stato riproposto un remake del vecchio film.

Sembrerebbe una vita comune quella di questo dottore americano. Ma non lo è. Si delinea man mano, infatti, un disegno malefico in cui a lui spetta la parte la parte principale.
Tutto inizia con il cimitero degli animali dove l’anziano amico Jud conduce la famiglia Creed: un posto dove i bambini seppelliscono i loro amici animali quando per loro non c’è più niente da fare. Ma se quelle tombe sembrano essere il punto di partenza non è, però, anche la fine. Perché cose più antiche e malvagie si annidano in quella parte del Maine e affondano le loro radici nelle tradizioni dei popoli indigeni come quelle degli indiani Micmac.
Lo scoprirà ben preso lo stesso Louis quando dovrà fare i conti con la possibilità che ci sia un’alternativa alla morte, quando la debolezza del cuore rifiuterà che qualcuno abbia potuto togliergli qualcosa di caro. E allora la realtà danza vicino al sovrannaturale in una spirale senza fine che chiamerà a sé Louis come il canto delle sirene facendolo deviare dalla strada già tracciata.

“È come tante altre cose della vita, Ellie. Segui la retta via, e
tutto va bene. Esci di pista, e se non sei più che fortunata
prima che te ne renda conto ti sei già persa”

Stephen King non ci racconta la storia parlando di cose tangibili, di mostri di cui tutte le culture sono impregnate e che generazioni di padri hanno trasmesso ai figli, affinché rimanga viva quell’antico terrore.
Il potere che affida alle sue parole è di diverso tipo. Il suo talento è stato quello di infilare una mano nell’anima del lettore per mostrargli le sue debolezze, non altro che il vero perno attorno a cui ruota la paura. Se l’uomo fosse al di sopra delle emozioni, dei sentimenti, delle sensazioni forse non esisterebbe la paura, perché non troverebbe appigli.
L’anima, però, è fatta di strati creati da ciò che ci fa battere il cuore, sia in positivo sia in negativo. E allora tutto cambia. Persino le certezze che hanno forti radici possono essere sradicate. Tutto viene messo in discussione, persino la morte.
E l’uomo si ritrova davanti all’evidenza che non c’è niente di peggiore che morire… o  forse no?

“Non è mai troppo presto per amare” di Eugenio Nascimbeni

Amore e il tempo come amanti e nemici

I ricordi hanno il potere di farci rivivere profumi, sensazioni e sapori persi nelle pieghe del passato. Una sorta di macchina del tempo carica di nostalgia per ciò che non potremo avere più, ma che ci riscalda il cuore quando ci lasciamo travolgere dalla memoria.

"Non è mai troppo presto per amare" di Eugenio Nascimbeni

“Non è mai troppo presto per amare” di Eugenio Nascimbeni

Ed è la memoria il filo conduttore del romanzo di Eugenio Nascimbeni,Non è mai troppo presto per amare“, edito per Amarganta Editore.

E’ Fabio, il protagonista, a raccontarci l’estate dei suoi dodici anni quando scoprì come il suo mondo milanese fatto di calcio, amici e ghiaccioli, poteva essere incompleto senza l’amore, proprio lui che a certe cose non ci pensava proprio.

Per me esistevano solo i maschi, con
cui giocare a pallone o con
le cerbottane, compagni di avventura in bicicletta.
Le sole femminucce che frequentavo erano
le compagne di scuola e nessuna di loro mi aveva mai fatto battere il cuore, macché
!”

Ma l’amore è un grande tiranno che s’impone quando è giunto il momento, senza preoccuparsi se crediamo di essere pronti o meno.

“Per l’amore non è mai troppo presto, né troppo tardi.”

Assieme a Fabio anche noi facciamo un salto nel passato e si ha quasi la sensazione di poter sentire la musica che i jukebok diffondevano nei bar, di poter rivivere la felicità di collezionare figurine di calciatori famose o esultare se si para il gol nella sfida di quartiere. Sono emozioni semplici, quasi banali per chi non le vive di persona, ma che rappresentano quel bagaglio di emozioni che ci hanno reso quelli che siamo oggi.
Un mondo che da adulti quasi dimentichiamo, pur avendolo vissuto intensamente, perché

“… da ragazzi ci si sente forti, sicuri, invincibili,
e i cieli della vita non sono mai solcati dalle nuvole.

Quell’estate, però, durante le vacanze nella campagna di Pesaro, Fabio capì che l’amore “move il sole e l’altre stelle” (Paradiso, XXXIII). Un sentimento puro, innocente che a tutti ha fatto battere il cuore, vuoi per la gioia, vuoi per le pene inflitte e che nel suo caso portava il nome di Lea. Un turbinio di emozioni sconosciute che caratterizzeranno la sua esistenza tanto a portarlo proprio a quel momento dove tutto cambiò.
E allora si capisce che la memoria va coltivata come fosse un raro fiore dai petali preziosi perché indietro non si può tornare che con essa.

E’ un romanzo pieno di emozioni, che pulsa di ricordi che, come cartoline, ci rammentano l’adolescenza spensierata di chi sa di avere tutta la vita davanti. La voce di Fabio ha il potere di dipingere il passato dolce e melanconico, perché purtroppo nulla dura per sempre e l’uomo non può dirigere i propri passi verso una sorte diversa. Lo sa bene il protagonista quando dice: “Ah, se solo esistesse il modo per far tornare indietro le lancette del tempo!”
Noi non abbiamo questo potere, ma Eugenio Nascimbeni, con la sua scrittura fluida di chi ha fatto incetta di ricordi, sì e ci ha regalato questo romanzo dal sapore dolce-amaro delle cose belle e perdute.

“La spina nel cranio” di Paolo Gambi

“Crediamo di poterci salvare dalla caduta nel vuoto
che è la vita aggrappandoci a qualcosa, senza renderci conto che
anche ciò a cui siamo aggrappati
sta precipitando con noi.”

Sabrina non sa ancora di essere precipitata nelle incertezze della sua vita: è felicemente sposata, ha una figlia, tutto sembra bello. Anche le parole di quel barbone sotto un albero quando ha iniziato a raccontarle alcune storie. Episodi di altre vite, di esistenze diverse fra loro seppur accomunate dalla certezza di avere una vita con delle imperfezioni.
Così inizia “La spina nel cranio” di Paolo Gambi: un racconto  affidato a un barbone, che muove i fili non solo della narrazione ma anche dei cambiamenti che avverranno sugli altri personaggi.

"La spina nel cranio" di Paolo Gambi

“La spina nel cranio” di Paolo Gambi

Questa storia porta alla luce tante storie, tante vite nelle loro imperfette esistenze, come quella di Edoardo, ricco figlio di papà che dovrà rivedere le priorità della sua vita; poi c’è Elisabetta, giovane donna in carriera che non ha tempo per coltivare nessun legame sentimentale. Noiosa appare, invece, l’esistenza di Antonio, che passa la sua vita su un divano a da lì guarda i suoi sogni sfilargli davanti senza fare nulla per afferrarli. Infine, Giovanni il play boy sempre alla ricerca di prede da annoverare fra le sue conquiste. Quattro vite diverse, lontane, difficili da districarsi ma che hanno in comune un’insoddisfazione latente, la voglia di cambiare prima di precipitare e non riuscire più a salvarsi.

Ma chi è il barbone in realtà? Un angelo custode? Un matto che vuole seminare terrore o smarrimento? O è solo il custode di un importante messaggio? Perché ha deciso di raccontare tutto a Sabrina? E le sue parole potranno aiutarla a rimettere a posto i pezzi di un puzzle incompleto e vitale?

“La spina nel cranio” è sicuramente un libro diverso dai soliti, che porta il lettore a riconsiderare la propria esistenza sotto una luce diversa. “Vuoi davvero cambiare la tua vita?” ripete il barbone ai protagonisti di questo romanzo e anche chi legge, al di là delle pagine, non può restare sordo a tale domanda. Parole semplici, ma che spalancano un abisso fra noi e la realtà, spesso diversa da quella che i nostri occhi ci fanno vedere.

“Cosa è più reale, ciò che immagini o ciò che credi di conoscere?”

Questo lavoro permette a tutti di scavare dentro di sé alla ricerca di quel velo che abbiamo davanti e che spesso ci impedisce di vedere bene non solo il mondo, ma anche il nostro vero IO. Un’opera da leggere e su cui meditare cercando di fare nostri gli insegnamenti che i protagonisti assimilano, sopratutto Sabrina. Che da ascoltatrice si ritroverà a rivedere ciò che sta dietro il suo velo.

“Dobbiamo superare l’idea di essere tutti superuomini che sanno tutto. E lo possiamo fare solo aprendoci alla molteplicità dei punti di vista. Solo usando gli occhi degli altri possiamo conoscere realmente noi stessi.”

 

“Un giorno perfetto” di Melania G. Mazzucco

Un giorno, ventiquattro ore, tante storie che racchiudono vite fragili.

 9788806233587_0_221_0_75Aris, detto Zero, vuole sovvertire una società che non apprezza.
Maja vorrebbe capire dove ha sbagliato nella sua vita nonostante sembra non mancarle nulla.
Poi c’è Emma, alle prese con un matrimonio fallito che sembra portare Valentina, la sua primogenita, a odiarla.
Saha, invece, vorrebbe solo non sentirsi fuori posto e capire se sta perdendo tempo con il suo amante. Infine, Antonio, che vorrebbe indietro Emma e il possesso che esercitava su di lei.

Questo romanzo non racconta solo una storia, ma tante. I personaggi della Mazzucco vivono una giornata “perfetta” solo nel titolo molto evocativo. Le loro, in realtà, sono esistenze difficili dove spesso le apparenze dettano la vera essenza dei sentimenti.

“Un giorno perfetto” di Melania G. Mazzucco racconta la vita di alcuni personaggi che vivono a Roma. Una città grandiosa anche nella quotidianità delle vite descritte, nelle piccole feste, nelle piccole paure di persone con delle vite normali. Esiste anche il film del 2008 perdownload (2) la regia di Ferzan Özpetek.

L’autrice (che io conoscevo e ho molto apprezzato per il libro “La lunga attesa dell’angelo, dove racconta la vita del pittore Tintoretto) download (1)qui si destreggia con personaggi che si muovo all’interno delle ventiquattro ore di un giorno qualunque a Roma.
Ogni capitolo permette al lettore di sbirciare persone con esistenze solo apparentemente distaccate, ma che in realtà sembrano unite dal filo rosso di una città che assiste in silenzio alle loro pene e alle loro palpitazioni.

La Mazzucco snocciola ricordi, speranze e presente con molta attenzione per i particolari, facendo passare il tempo, inchiodandolo ad azioni e gesti di ogni vita qui racchiusa. Una giornata che appare interminabile o quasi magica a seconda che si stia parlando del problematico agente di polizia Antonio o del piccolo e insicuro Kevin.
Si mettono a nudo le debolezze che ogni personaggio cerca di celare per poter andare avanti, una vana speranza che tutti nutrono per sopravvivere in un mondo dove le convenzioni hanno più importanza dei sentimenti.

La perfezione del titolo sembra quasi una burla che ci mette davanti la vita spiccia di tutti i giorni. Un romanzo che parla di gente semplice, che potremmo essere noi; racconta di sogni e speranze che tutti coltivano e spesso devono mettere da parte.
Uno spaccato di vita vera, cruda a tratti, ma sempre molto intensa. Che mette tutto in discussione perché nulla è eterno. Nemmeno l’amore.

Io e l’amore di Dora Masi

Un’adolescente pasticciona alle prese con l’amore

57038343_10214750965461032_3006901707666882560_nOggi voglio essere un po’ di parte e  parlare del primo libro che ho pubblicato grazie alla casa editrice Le Mezzelane. Il romanzo si inserisce nella collana LIVE&LOVE, pensata e voluta per raccontare la vita e l’amore in tutte le sue sfumature. Io ho voluto parlare dei primi battiti, delle prime incertezze intorno alle infatuazioni e i primi amori. Tutto ciò che, a ricordarlo, ci fa sorridere e magari imbarazzare.

“Io e l’amore” è un racconto fresco, leggero, con un retrogusto amarognolo per ciò che appartiene al passato. Perché è quello che accade a Manuela, la protagonista, quando ritrova una pagina del suo vecchio diario segreto. Quante di noi ne avevamo uno? E chissà che anche le ragazze di oggi non riversino sulla carta i loro pensieri.
Manuela, grazie a questo ritrovamento, fa un salto nel passato con la memoria, ricordando di quella volta quando aveva preso una cotta per il suo coetaneo Salvo. Un sentimento forte e non ricambiato, ma che spinge la protagonista a cambiare pur di entrare nelle sue grazie.

"Io e l'amore" di Dora Masi

“Io e l’amore” di Dora Masi

Per quanto le ragazze di oggi siano diverse da quelle di un tempo, i problemi adolescenziali legati all’accettazione di noi stessi rimangono gli stessi. Si cerca approvazione, si vuole rispondere a dei prototipi che la società impone senza dirlo apertamente. Cambiano i riferimenti, le icone a cui rapportarsi, ma il desiderio di piacere…no, quello resta. tutti sembrano agognare al lieto fine, dove il bel principe azzurro ci salvi e ci renda liberi dal drago. E se il drago fosse docile e il bel principe diverso da quello che avevamo immaginato?

Manuela cerca di adeguarsi a ciò che crede serva per fare colpo sul bel Salvo. Un cambiamento di look per iniziare, ma sopratutto la voglia di mettere in dubbio la sua personalità pur di ricevere quell’amore che crede di meritare.
Quante ragazze, e ragazzi, hanno sacrificato se stessi pur di piacere a gli altri? E a quale prezzo?
Manuela capirà sulla propria pelle quante cose ha frainteso, quante ne ha sbagliate e quante deve ancora impararne. Un percorso di crescita che non compirà da sola, perché se l’amore è importante, lo è anche l’amicizia. Infatti, come una sorta di mentore, il suo amico Marco cerca di aiutarla in questa ricerca dove, invece che trovare se stessa, sta perdendo tratti importanti che la rendono unica.

“Mi ero cullata nella convinzione che fosse colpa del destino se non avevo avuto la mia occasione, non avevo neppure considerato che forse c’era un motivo se il fato mi aveva tenuto alla larga da lui. So bene che una persona sana di mente non dovrebbe credere nel destino, ma a volte gli eventi sembrano davvero predisposti da qualche entità astratta. Si può chiamare Dio, Fato, Buona Stella o Destino, non cambia nulla. Ero certa di aver forzato una situazione che altrimenti non si sarebbe verificata da sola e i risultati non erano quelli sperati.”
(Io e l’amore)

 

“Io e l’amore” non vuole dare le istruzioni per sopravvivere all’adolescenza, né ha la pretesa di voler insegnare qualcosa. La morale, però, c’è in ogni cosa e fra i pasticci di una ragazza insicura, fra le note sempre attuali di gruppi come i Ramones o The Clash, si può capire come ogni ricerca è vana se si sbaglia la meta. Che amarsi può essere meglio che cercare l’amore. E non è una cosa da sottovalutare.
Buona lettura.

Si può acquistare qui:
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LA FELTRINELLI

“Avrò cura di te” di M. Gramellini e C. Gamberale

Una donna inquieta,
un angelo custode e la forza dell’amore,
sempre e ovunque.

 

Gioconda, detta Giò, è una giovane donna che affronta la vita dal punto di vista sbagliato. A tratti teatrale nei suoi sentimenti, convinta che ci sia una cospirazione degli affetti contro di lei, gestisce la sua nuova vita incolpando quella vecchia di ciò che non va in lei. Nella sua fragilità di donna inquieta, senza sapere come, inizia una corrispondenza surreale con un angelo, il suo angelo custode. Sono loro i registi di questa storia scritta a due mani da Massimo Gramellini e Chiara Gamberale: “Avrò cura di te”, un romanzo dalla soffice consistenza della preghiera e dell’ascolto che Giò e l’angelo portano avanti fra consigli e ricordi.

A dare il via a questa conversazione con Filèmone, così si firma il suo amico di penna astrale, è un biglietto della nonna paterna, figura importante nella figura della protagonista che vede in lei la perfezione dei sentimenti che si sono consolidati in un matrimonio duraturo. In questi scambi epistolari si dispiega la vita di Giò nelle sue imperfette quotidianità: dalla sua amicizia con Kiki (l’amica che trova un equilibrio d’amore nel tradimento) al suo rapporto difficile con i genitori, accusati da Giò di essere distanti da lei. E su tutti, il difficile epilogo del suo matrimonio con Leonardo e la convinzione di dover ricevere perdono prima di perdonare se stessi.

È un libro che si legge tutto d’un fiato, inseguendo i consigli di un angelo che intreccia la sua vita a quella di questa giovane donna alla ricerca di qualcosa che ha dentro di sé senza saperlo. La voce di Filèmone, gestita magistralmente da Granellini, ha il sapore delle cose sagge e antiche, ma non per questo vecchie: è la voce della coscienza, quella che spesso releghiamo nei luoghi più remoti perché scomoda e inopportuna. Abituati a incolpare il destino, la vita, dio delle nostre colpe non ci rendiamo conto, spesso, delle attese sciocche a cui ci abbandoniamo.

“Chi resta fermo ad aspettare che la vita gli restituisca ciò che gli ha tolto otterrà soltanto rancori mescolati a rimpianti.”

Il romanzo non ha la pretesa di mostrare vite perfette, di parlarci di scelte giuste o sentimenti eterni. Non porta il lettore a ricercare quegli idilli patinati d’oro che si ritrovano spesso nella letteratura o nei film: la vita, nelle sue pieghe imperfette, ha molto da insegnare e i due autori, attraverso una giovane donna come Giò vogliono solo mostrarci come, riuscendo a capire chi siamo davvero e cosa vogliamo, possiamo essere persone diverse, migliori a tratti. Solo così riusciremo a vedere la vita da un punto differente e godercela nella sua magnificenza.

Buona lettura.

Lost in Austen: una mini serie sulle orme di Jane Austen

Lost in Austen

I libri hanno l’incredibile potere di regalare al lettore vite diverse nelle quali immergersi, spesso permettendo loro di compiere quei viaggi nel tempo preclusi, per adesso, all’uomo. È ciò che accade sovente ai lettori di Jane Austen catapultati nel fascinoso mondo fatto di balli, riverenze e matrimoni di convenienza. Tuttavia chiunque ami la cara zia Jane ha a disposizione un assai ridotto materiale a cui possono attingere avendo l’autrice lasciato numerosi lavori giovanili (ma spesso acerbi), e solo sei romanzi compiuti. Non appare stano, quindi, che si cerchi Jane in tutto ciò che da lei prende ispirazione o che graviti nel suo mondo. Basti pensare al riuscito libro e film “Il club di Jane Austen”, dove i protagonisti interpretano a loro insaputa i personaggi di cui leggono, o alla curiosità che spinge molti lettori nel ricercare quei testi che la stessa autrice, all’epoca, avrà letto (basti pensare al famoso “I misteri di Udolpho” di Ann Radcliffe citato in Northanger Abbay).
Spinta in questa direzione ho finalmente trovato, e visto, una mini serie scritta da Guy Andrews intitolata “Il romanzo di Amanda”( dall’originale “Lost in Austen”) dove una giovane donna inglese del 21° secolo viene catapultata nel libro che più di tutti, forse, rappresenta Jane Austen: “Orgoglio e pregiudizio”.

Lost in Aausten- mini serie

Lost in Austen- mini serie

La trama è semplice e spesso tragi-comica: Amanda Price è una londinese che rilegge all’infinito la storia d’amore di Elizabeth Bennet e Mr Darcy essendo insoddisfatta di quella vita che lei considera poco romantica. Quando si ritrova Miss Bennet in bagno, perciò, crede sia un’allucinazione e quasi stenta a credere che la porticina nascosta in quella stanza possa portare a Longbourn, la località in cui è ambientato il romanzo. Eppure, ben presto si accorge che è proprio così e, sotto i suoi occhi increduli, si ritrova a vivere le vicende che ben conosce in qualità di amica di Elizabeth, al momento assente. Iniziano così molti equivoci divertenti intorno ai personaggi principali che muovo passi, però, fuori la trama prevista dall’autrice: con crescente impaccio Amanda compie il possibile per ripristinare gli eventi così come li conosce ma i risultati saranno ben presto contro di lei.

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I personaggi della serie

La serie è piacevole, ma che lascia molto amaro in bocca. Si ride e si cerca di capire le prossime mosse dei personaggi, anche se si pensa di saperli e il risultato è un confuso quadro dove le cose più improbabili accadano, sfidando storia originale e, a volte, anche il buon senso. Assieme ad Amanda anche lo spettatore si chiede come sarebbero andate le cose se qualcosa avesse disturbato i piani abilmente intessuti dell’autrice: basta, infatti, l’assenza di Elizabeth Bennet perché il romanzo (o serie in questo caso) cambi completamente.

Il risultato è un prodotto leggero che pecca di precisione, però, in alcuni passaggi fondamentali. Come ogni buon lettore di Jane Austen sa in nessun caso Mr Wickham avrebbe potuto mettere piede a Pemberley con il permesso di Mr Darcy, mentre in una scena della serie la cosa accade senza che il padrone di casa abbia nulla a ridire. Lo stesso Wickham è quasi redento grazie alla confessione di Georgiana Darcy il che, lasciatemelo dire, è una coltellata al petto della nostra cara Austen.

Non solo, ma la stessa assenza di Elizabeth è vissuta con una leggerezza che insospettisce alla stessa maniera del modo scelto per congiungere due mondi agli antipodi per realtà e tempo vissuti. Sarebbe stato più coerente far incappare Amanda in una casa dove Jane avesse vissuto e qui inscenare una sorta di viaggio del tempo: perché infatti la via di Longbourn si aprirebbe solo nel bagno di Amanda? Per non parlare della naturalezza con cui tutti i personaggi sembrano accettare questa giovane donna mai vista prima, vestita in maniera assurda e con una piega di capelli che…beh, nel 18° secolo non sarebbe stata possibile.

Matthew Macfadyen nei panni di Mr Darcy

Matthew Macfadyen nei panni di Mr Darcy

La conclusione a cui sono giunta è che questa mini serie va vista senza troppe pretese: è un tentativo satirico di affrontare la storia con elementi spesso poco realistici persino per un romanzo. Anche il ritratto di Mr Darcy appare troppo serioso, anche per lo stesso personaggio creato dall’autrice. Qui appare una caricatura severa del normale Darcy serio che siamo abituate a conoscere: al momento l’unico in grado di interpretarlo magistralmente per me è Matthew Macfadyen nel film del 2005.

Un po’ tutte, a ogni lettura, ci chiediamo cosa avremmo fatto noi in un quel dato episodio e questo lavoro ci mostra una versione di come potrebbero svolgersi le cose con l’assenza della protagonista e una londinese moderna al suo posto. Se il risultato sia ben riuscito è lasciato al personale gusto dello spettatore. Da parte mia pensò che mi atterrò ancora una volta al mio originale cartaceo. Jane, credo, lo apprezzerebbe.

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Recensione di “Seconda possibilità” di Renato Ghezzi

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“Seconda possibilità” di Renato Ghezzi

I sogni nel cassetto sono la molla che spingono l’uomo a osare, a re-inventarsi, a trovare un motivo per andare avanti. Lo sa bene Richard Bower quando con i Terriers, la sua squadra di hockey, gioca una partita importante contro i Black Bears per aggiudicarsi la coppa NCAA. Un traguardo che sarà per lui un trampolino verso la meta tanto sognata: diventare un giocatore di hockey professionista. Un’occasione ghiotta che in qualche modo compensa quell’andare un po’ tutto a rotoli che lo circonda: i rapporti pessimi con il padre, che non ama l’hockey, le incomprensioni con la fidanzata Kate e una tesi in fisioterapia che sembra sempre più un miraggio. Rick, però, ha fiducia in se stesso e sa di potercela fare.

Così si apre “Seconda possibilità” di Renato Ghezzi, pubblicato dalla Casa Editrice LE MEZZELANE, fra incontri sul ghiaccio e la voglia di emergere che caratterizza il protagonista.

Ma cosa accade se le cose non vanno come sperato? Se la strada che sembrava già tracciata subisce delle deviazioni che aprono scenari impensabili? Difficile prova per un ragazzo giovane come Rick che si ritrova a cambiare i propri progetti dopo essersi trovato faccia a faccia con la foto di un noto giocatore di hockey della Germania degli anni’30. La chiave di lettura sarà incentrata sulla figura di Rudi Bauer e le scelte fatte per sopravvivere assieme alla sua famiglia: cosa mai può unire quest’uomo alla figura, quasi anonima, del nonno di Rick? Quali fili uniscono le vite di uno studente americano con quella di un uomo ebreo del periodo nazista? Quanto potere può avere il passato per tracciare il nostro futuro?
Il romanzo cattura fin dalle prime righe l’attenzione dei lettori, anche quelli poco avvezzi a seguire uno sport come l’hockey: tutto merito di Ghezzi ha la capacità di farti appassionare a quel disco che i giocatori si lanciano. La storia ha un crescendo molto intrigante man mano che il passato del protagonista emerge attraverso documenti e testimonianze orali: un susseguirsi di eventi che hanno la loro eco anche in realtà storiche ben più note. Come per il protagonista, anche il lettore viene catapultato in uno dei capitoli più bui della storia dell’umanità e che vide gli ebrei protagonisti involontari: l’antisemitismo. Emergono, così, fatti minori di uno sterminio che l’uomo non deve dimenticare per non ripetere mai più e che, in questo romanzo, seguono parallelamente i passi di un giocatore che amava l’hockey.

Il nazismo è purtroppo una traccia indelebile della storia più recente che influenzò persino lo sport. Significativa è la frase di uno dei personaggi del romanzo quando si parla di razze di appartenenza: “Io conosco solo due razze. […]Quelli che sanno giocare a hockey e quelli che non sanno giocare”, ma sappiamo bene che la distinzione per i vertici politici era assai più radicata.
Il lavoro di Renato Ghezzi è magistrale nella ricostruzione storica di eventi realmente accaduti che si fondono, in maniera impercettibile, con l’invenzione per restituirci un quadro molto intenso a cavallo fra due epoche lontane solo nel tempo. È il protagonista Richard a guidarci e a svelare i misteri della propria esistenza, a vedere realizzati quei cambiamenti che lo restituiranno alla sua vecchia vita con nuove idee e convinzioni:

“Aveva giocato la sua partita, aveva dato il meglio di sé contro un avversario molto più forte e aveva conseguito il miglior risultato possibile”.

Una regola che si applica tanto allo sport quanto alla vita vera.

Mi sono lasciata catturare da queste pagine in maniera totale, assorbendo le emozioni che le righe facevano trapelare attraverso un titolo molto evocativo: chi di noi, infatti, non vorrebbe una seconda possibilità quando tutto va a rotoli? Chi ci riesce a inseguirla? E come riesce l’uomo a riconciliare il famoso sogno nel cassetto con le occasioni e le sorprese della vita? Nel modo più semplice che esista e che Rick intuisce quando i pezzetti del puzzle saranno tutti a loro posto:

Bisogna sempre lasciare a chiunque una seconda possibilità”.

Buona lettura.

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FELTRINELLI