Recensione di “Seconda possibilità” di Renato Ghezzi

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“Seconda possibilità” di Renato Ghezzi

I sogni nel cassetto sono la molla che spingono l’uomo a osare, a re-inventarsi, a trovare un motivo per andare avanti. Lo sa bene Richard Bower quando con i Terriers, la sua squadra di hockey, gioca una partita importante contro i Black Bears per aggiudicarsi la coppa NCAA. Un traguardo che sarà per lui un trampolino verso la meta tanto sognata: diventare un giocatore di hockey professionista. Un’occasione ghiotta che in qualche modo compensa quell’andare un po’ tutto a rotoli che lo circonda: i rapporti pessimi con il padre, che non ama l’hockey, le incomprensioni con la fidanzata Kate e una tesi in fisioterapia che sembra sempre più un miraggio. Rick, però, ha fiducia in se stesso e sa di potercela fare.

Così si apre “Seconda possibilità” di Renato Ghezzi, pubblicato dalla Casa Editrice LE MEZZELANE, fra incontri sul ghiaccio e la voglia di emergere che caratterizza il protagonista.

Ma cosa accade se le cose non vanno come sperato? Se la strada che sembrava già tracciata subisce delle deviazioni che aprono scenari impensabili? Difficile prova per un ragazzo giovane come Rick che si ritrova a cambiare i propri progetti dopo essersi trovato faccia a faccia con la foto di un noto giocatore di hockey della Germania degli anni’30. La chiave di lettura sarà incentrata sulla figura di Rudi Bauer e le scelte fatte per sopravvivere assieme alla sua famiglia: cosa mai può unire quest’uomo alla figura, quasi anonima, del nonno di Rick? Quali fili uniscono le vite di uno studente americano con quella di un uomo ebreo del periodo nazista? Quanto potere può avere il passato per tracciare il nostro futuro?
Il romanzo cattura fin dalle prime righe l’attenzione dei lettori, anche quelli poco avvezzi a seguire uno sport come l’hockey: tutto merito di Ghezzi ha la capacità di farti appassionare a quel disco che i giocatori si lanciano. La storia ha un crescendo molto intrigante man mano che il passato del protagonista emerge attraverso documenti e testimonianze orali: un susseguirsi di eventi che hanno la loro eco anche in realtà storiche ben più note. Come per il protagonista, anche il lettore viene catapultato in uno dei capitoli più bui della storia dell’umanità e che vide gli ebrei protagonisti involontari: l’antisemitismo. Emergono, così, fatti minori di uno sterminio che l’uomo non deve dimenticare per non ripetere mai più e che, in questo romanzo, seguono parallelamente i passi di un giocatore che amava l’hockey.

Il nazismo è purtroppo una traccia indelebile della storia più recente che influenzò persino lo sport. Significativa è la frase di uno dei personaggi del romanzo quando si parla di razze di appartenenza: “Io conosco solo due razze. […]Quelli che sanno giocare a hockey e quelli che non sanno giocare”, ma sappiamo bene che la distinzione per i vertici politici era assai più radicata.
Il lavoro di Renato Ghezzi è magistrale nella ricostruzione storica di eventi realmente accaduti che si fondono, in maniera impercettibile, con l’invenzione per restituirci un quadro molto intenso a cavallo fra due epoche lontane solo nel tempo. È il protagonista Richard a guidarci e a svelare i misteri della propria esistenza, a vedere realizzati quei cambiamenti che lo restituiranno alla sua vecchia vita con nuove idee e convinzioni:

“Aveva giocato la sua partita, aveva dato il meglio di sé contro un avversario molto più forte e aveva conseguito il miglior risultato possibile”.

Una regola che si applica tanto allo sport quanto alla vita vera.

Mi sono lasciata catturare da queste pagine in maniera totale, assorbendo le emozioni che le righe facevano trapelare attraverso un titolo molto evocativo: chi di noi, infatti, non vorrebbe una seconda possibilità quando tutto va a rotoli? Chi ci riesce a inseguirla? E come riesce l’uomo a riconciliare il famoso sogno nel cassetto con le occasioni e le sorprese della vita? Nel modo più semplice che esista e che Rick intuisce quando i pezzetti del puzzle saranno tutti a loro posto:

Bisogna sempre lasciare a chiunque una seconda possibilità”.

Buona lettura.

Qui potete acquistare il libro:

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Recensione di “Nella mia selva sgomenta la tigre” di Moka

"Nella mia selva sgomenta la tigre" di Moka

“Nella mia selva sgomenta la tigre” di Moka

Immagini, suoni ricordi e sentimenti imprigionati dentro le parole. Un antico gioco dove il poeta erige città di versi non per nascondersi al mondo ma per rivelarsi a esso. Non è facile carpire i segreti dietro all’inchiostro: le poesie vanno lette più e più volte per carpine l’essenza e anche allora si intravede solo uno squarcio del mondo che il poeta voleva trasmettere.
Non può, dunque, bastare una sola lettura per “Nella mia selva sgomenta la tigre” di Moka, edito presso Le Mezzelane Casa Editrice: qui molti mondi e altrettanti sentimenti si mostrano al lettore attraverso la poesia che

«[…] scandisce la fioritura di un mondo imperfetto»
(Poesia romantica).

Si parte già dalla suggestiva copertina e dal titolo di questa raccolta di poesie che veste i panni della tigre, superbo felino che è forza e bellezza allo stesso tempo.

«In fondo alla radice dei tuoi sogni,
dove si nasconde la tigre,
là, nei tuoi occhi ti vedo»
(In fondo alla radice dei tuoi occhi)

Difficile scegliere dei versi su cui soffermarsi, perché in tutte le poesie c’è qualcosa, un richiamo ancestrale che richiede attenzione e vuol parlare di te, in un certo modo. A tratti questa raccolta appare come la ricerca di sé nel tentativo di spiegarsi a gli altri, cercando di distendere la stessa anima e sperando di andare oltre a ciò che la gente vede. Come nei versi di “Le ho raccontato di quanto acrobata fossi”:

«Un giorno le ho raccontato di quanto acrobata fossi
sul filo e tagliente del mio baratr

oppure in quelle di “Stagioni”:

«[…] l’uomo è l’ombra di versi inspiegabili.»

Una ricerca che spesso appare intensa, fotografia vera degli uomini in cerca di qualcosa nei posti sbagliati, agognando una vita in cui:

«[…] non ci strappiamo i sogni in solitudine»
(Dentro il corpo c’è un dolore).

Il mondo descritto da Moka ha, a tratti, il “sorriso amaro” di chi si adegua a una società che ci vuole perfetti, senza cercare di capirci (Schiava dal sorriso amaro); una realtà che lotta contro l’impetuosità dei sentimenti, ma è poi sempre più impigliata negli affetti che si palesano attraverso la violenza:

«[…] le pareti piangono anche quelle del cuore- anzi lo rivela»
(Violenza domestica).

Bisogna andare oltre, sembra volerci dire Moka, come in “Napoli”, quest’istantanea del capoluogo partenopeo:

«[…] ogni nota è apparenza di vita sconosciuta, matriosca di appartenenza».

Un concetto che riprende altrove e che spinge il lettore a vedere nei tanti “io” di cui siamo fatti. Non basta togliere lo stato esterno, perché le persone sono simili a tanti contenitori colmi di diversità che poi ci completano o che si lasciano influenzare dalle vite altrui:

«[…] parti di me lasciate ovunque
impressionate dall’esistere altrui»
(Matriosca di sentimenti)

Questa mia prima lettura mi dato l’impressione di un percorso, di una ricerca ed esplorazione dell’anima che può riguardare tutti anche se non sappiamo bene come leggere queste cose dentro di noi. Moka intravede questo nostro esserci persi senza aver mai intrapreso il viaggio:

«Forse,
non saremo mai ciò che vorremmo
Essere
eppure
non sappiamo ancora ciò
a cui vogliamo somigliare»
(La musa dell’incertezza)

Una raccolta che merita tempo e riflessioni. Buona lettura.

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Recensione “A.D. 1324. Alice Kyteler. La strega di Kilkenny” di Lorena Marcelli

A.D. 1324. Alice Kyteler. La strega di Kilkenny di Lorena Marcelli

A.D. 1324. Alice Kyteler. La strega di Kilkenny di Lorena Marcelli

La storia, per i posteri, dovrebbe rappresentare la memoria collettiva a cui far riferimento per non commettere gli stessi errori. Alcuni eventi sono stati dimenticati, altri sono divenuti purtroppo noti e gettano biasimo sui loro l’artefici. A questi ultimi si fa riferimento nel romanzo storico di Lorena Marcelli, pubblicato dalla Casa Editrice Le Mezzelane. Ambientato a cavallo fra il 13° e il 14° secolo, approfondendo un episodio di presunta stregoneria nell’Irlanda dell’epoca, “A.D. 1324. Alice Kyteler. La strega di Kilkenny”ci fa conoscere le vicende realmente accadute che interessarono la nobildonna che dà il titolo all’opera.

Una donna accusata di eresia e condannata al rogo per le pratiche che riguardavano l’antica religione celtica e che facevano di lei una weccan, ossia una donna saggia che conosceva il potere delle erbe, sapeva interpretare i segni della natura ed era la custode dei segreti della vita e della morte. Una figura realmente esistita, una donna molto scomoda soprattutto se si considerano le sue doti intellettuali e la sua posizione di rilievo nell’economia di una cittadina come Kilkenny. Le vicende narrate ci mostrano una donna caparbia, conscia delle sue doti; una personalità ricca di sfumature che sopravvisse a molti mariti e che dispensava prestiti e rimedi medicali dietro compensi. Un quadro che ci fa ben comprendere l’astio che si tirò addosso, non solo da parte degli stessi concittadini, ma anche e soprattutto da parte della chiesa che aveva della donna le idee piuttosto chiare, anche se poco condivisibili oggigiorno:

“Le donne sono il tramite del demonio e devo rimanere in disparte, accettare le decisioni del marito e non apparire mai,se non sono chiamate in causa.”

Quella che comunemente viene chiamata caccia alle streghe è stato un brutto capitolo che si andò a intrecciare con una serie di riforme che la chiesa cattolica apportò per rendersi più forte: da perseguitati sotto l’impero romano, i cristiani divennero in seguito loro i carnefici e dimostrarono la stessa ceca arroganza di chi li aveva preceduti. Si creò un clima di paura dove già la morte, la fame e la guerra mietevano vittime; si crearono le streghe dove invece c’erano donne che perpetuavano gli antichi riti della loro cultura.

Anche Alice lo fece, non arrendendosi davanti a nulla. In questo accurato lavoro il lettore, attraverso la figura della protagonista, può partecipare ai sacri riti di Yule o Mabon, respirando quell’aria carica di antico sapere che, in buona parte, il cristianesimo inglobò, per poter mettere radici. Seguiamo così questa donna nell’arco della sua vita, attraverso l’amore con Robert de Artisson e quella per i figli. Non una vita facile la sua, ma che non la fece neppure retrocedere dal suo compito quando sull’isola arrivò il vescovo Richard de Ledrede, con il compito di estirpare la stregoneria dall’isola. Sarà stato sufficiente tutta la sua tenacia contro il corvo francese? E saranno state giuste le decisioni che la portarono davanti alla sacra reliquia che la sua gente attendeva?

Questo romanzo è ricco di dettagli che rimandano a un lavoro di ricerca che l’autrice Lorena Marcelli non si è risparmiata. La ricostruzione storica è magistrale, frutto di un lavoro ispirato dalla passione e dalla voglia di dare voce a eventi che non vanno dimenticati. Il ritratto dell’epoca e della stessa protagonista è un’istantanea precisa dove il lettore può immergersi, facendo un salto nel tempo. Un viaggio importante che ci ricorda che spesso, in passato, essere donna comportava portarsi addosso un bagaglio di ingiustizie dettate non dalla religione ma dall’ ignoranza.

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Recensione “Jane Austen si racconta” di Giuseppe Ierolli

Jane Austen: lettrice, scrittrice, ma soprattutto una ragazza con una grande passione.

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Ironica, divertente e, a tratti, puntigliosa: per me questa è sempre stata Jane Austen. Una scrittrice che cerca di dare vigore a un mondo considerato troppo superficialmente; una donna che incanta con parole e personaggi, un’autrice che fece della sua più grande passione la sua ragione di vita. “Niente donne perfette” avrebbe detto lei stessa e, infatti, Jane non lo era, per nostra grande fortuna.

Di Jane molti ne hanno parlato, tantissimi continueranno a farlo. Ci sono libri, ci sono film, ci sono tentativi di emularla in romanzi che prendono spunto dalle sue opere, ma ben poca ombra è rispetto alla luce delle sue opere. Di lei si sa solo ciò che lei stessa, nella corrispondenza con i suoi parenti, lascia intravedere ed è comunque poca cosa. La sorella Cassandra provvide, dopo la sua morte avvenuta nel 1817, a distruggere molte lettere personali, forse quelle relative a fatti e situazioni che non si voleva far trapelare.L’autrice di Orgoglio e Pregiudizio o e di Emma, però, doveva essere qualcosa di più di quella che traspare nella biografia redatta dal nipote, ben attento a non mettere in cattiva luce nessuno.

Tuttavia, il libro a lei dedicato da Giuseppe Ierolli, ci permette di scavare molto più in profondità di quanto non appaia in superficie. “Jane Austen si racconta” (Edizioni Utelibri) è il tentativo ben riuscito di ricostruire la vita di una ragazza prima, e una giovane donna poi, che voleva scrivere e amava i libri; un lavoro che ci mostra una Jane dedita alla famiglia, amorevole con i nipoti e legatissima alla sua amata sorella Cassandra, dove tuttavia traspare quel vezzo ironico che ritroviamo nei suoi romanzi.

Il libro di Ierolli è un susseguirsi di epistole, e il loro commento, dalle quale si scorgono squarci di vita quotidiana, la stessa che traspare nei suoi lavori. Jane Austen non ha mai scritto di ciò che lei stessa non padroneggiava, ritenendo saggio non compiere voli di fantasia quando il materiale a cui attingere è ben fornito di esempi. Lo consiglia lei stessa alla nipote Anna, anch’essa in procinto di scrivere un romanzo:

“Lascia che i Portman vadano in Irlanda, ma dato che tu non sai nulla delle Usanze di laggiù, faresti meglio a non andare con loro. Correresti il pericolo di fare descrizioni inesatte. Resta fedele a Bath e ai Forrester. Là sarai a casa tua.”

Un consiglio molto rilevante, perché rispecchia il suo stesso stile, le sue stesse scelte. Jane non farà mai l’errore di parlare di qualcosa che lei stessa non avesse potuto ascoltare e considerando che lei non scriveva fantasy la sua scelta credo sia molto azzeccata. Quello che aveva le bastava; tutto ciò che la circondava era fonte di ispirazione. A proposito non posso non ricordare un passo contenuto in Emma, che in qualche modo può essere applicato alla sua scrittura: “Una mente vivace e serena può farlo senza vedere nulla, e nulla di ciò che vede non la interessa.

Da quest’opera il lettore può delineare la figura di una ragazza che scriveva abusando delle maiuscole, che apprezzava i doni del fratello marinaio tanto da includere l’episodio in una scena di Mansfield Park; emerge una donna in ristrettezze economiche e il suo mondo che ruotava sulla dipendenza da gli altri, ma anche un’attenta osservatrice dei caratteri.

Sicuramente questo libro può trovare accoglimento soprattutto negli appassionati dell’autrice: non senza un pizzico di presunzione posso dire che solo chi ha amato Persuasione o Mansfield Park, solo che ha riconosciuto la sua abilità ironica in Northanger Abbey, può essere attratto dalle minuzie di una donna normalissima che parlava di sentimenti forse perché non aveva potuto esprimere i suoi, una scrittrice che ci regala descrizioni superbe anche di personaggi subdoli come Mr Collins.

Il lavoro è magistrale e, dopotutto, l’autore Giuseppe Ierolli è il massimo esperto dell’Austen in Italia. Dietro a questa ricostruzione si intravede la passione del lettore di Jane prima che l’autore di un libro a lei dedicato.

Mi piace pensare che la mia cara scrittrice oggi riderebbe di noi che ne facciamo un tale elogio, apostrofandoci con la sua solita ironia, che non abbandonò mai il suo modo di scrivere. Il suo stile, lei ne era consapevole, poteva non piacere, ma ciò non la portò mai a conformarlo a quello che era il gusto degli altri. Lei stessa lo dice. In risposta alle sempre più pressanti richieste del reverendo J.S. Clarke (bibliotecario della tenuta del principe reggente) circa alcuni consigli di futuri protagonisti dei suoi lavori, Jane replica che: “No – devo mantenere il mio stile e andare avanti a Modo mio; E anche se non dovessi mai avere successo in quello, sono convinta che fallirei totalmente in qualunque altro.

E visto che ancora oggi noi parliamo di Elisabeth Bennett e Emma Woodhouse la scelta è stata vincente.

Recensione di “L’età difficile” di Mario Grasso

"L'età difficile" di Mario Grasso

“L’età difficile” di Mario Grasso

“Più che nella vista, il senso di quel ritorno era nell’olfatto, negli odori familiari che la rassicuravano di essere di nuovo a casa.”

Lenuccia viene travolta dagli odori di una vita passata fra le mura della casa che la riaccoglie dopo una lunga assenza. Pareti, oggetti, piante e paesaggi che sono impresse nella sua memoria e a cui l’odore del rosmarino, della citronella e dei pomodori fanno da contorno. Una vita, la sua, in cui ha dovuto lottare per capire se stessa prima di capire gli altri.
L’età difficile” di Mario Grasso (Casa Editrice LE MEZZELANE) si apre con il ritorno di Lenuccia a Monopoli, la cittadina pugliese che l’ha vista crescere e nella quale la sua fame di ragazza facile l’ha etichettata con un po’ di leggerezza. Un’assenza non voluta, ma che è stata l’epilogo di una vita di scelte più o meno sbagliate, ma sempre volontarie.
Tutto ha inizio con la perdita della madre Luce, una figura chiave nella vita della protagonista.

“Non avvertire più quel vuoto che non so bene dove localizzare, quel qualcosa come una buca nella sabbia che si cerca di riempire d’acqua sapendo che non ci riuscirà.

Luce si rende conto, a un certo punto, di non avere motivi per restare in quella vita che inizia a starle stretta e si convince che non ci siano altre alternative. Lenuccia porterà con sé il ricordo di questa donna che le ha trasmesso la sua stessa fragilità, la sua stessa insicurezza nell’intimità con l’altro sesso. Una frase significativa è quella che ascolta dire alla madre quando questa chiede al marito “Non hai più voglia di me, ti faccio forse schifo?” e che sembra un’impronta che si trascina dentro l’anima, quasi appiccicata dentro le ossa e che le impedisce di sentirsi accettata e realizzata come donna.

“Come spiegarsi il bisogno di essere desiderata che andava oltre l’impulso incontenibile e la disperazione di non sapersi fermare? Oppure la paura di essere ignorata e di diventare anonima?”

Tutto ruota, durante la sua adolescenza e la sua vita adulta, sul desiderio di sentirsi appagata, di trovare nell’intimità con l’altro sesso quella sensazione di contentezza che le sembra la vita le abbia negato. Quattro uomini le gravitano intono durante questa fase della sua vita, anche se in realtà i suoi incontri fugaci con amanti occasionali non si contano. Sono figure che lasciano un segno forte nella sua esistenza, anche se nessuno riesce a tenerla legata a lui: né il primo amore Chelino, né Matteo, l’uomo maturo che dà una prima svolta alla sua visione di coppia; non riesce nell’intento neppure Gaetano e la sua visione di vita sessuale più ricercata, o il sognatore Cataldo.
Uomini diversi, individui che entrano nella sua vita con facilità perché è lei stessa a volerceli, ma nessuno riesce a darle quella sicurezza, quell’appagamento che la sua anima tormentata cerca.

Un’adolescente, una ragazza che sa della sua cattiva fama, che conosce i suoi limiti e che non vorrebbe infangare il buon nome di quelle due donne con cui è cresciuta, ma che l’hanno abbandonata troppo presto. È soprattutto la nonna Oronza che sente più vicina, nella sua assenza: una donna che si è dovuta rimboccare le maniche e crescerla cercando di non sbagliare, di cogliere il meglio di lei in quell’età difficile che dà il titolo al romanzo. Una figura importante, come solo le persone che ci stanno al cuore e che ci crescono con amore sanno essere e il cui ricordo, la cui voce, per Lenuccia resta come una lezione di vita.

“Non devi aspettare che il destino venga a bussare alla tua porta, perché ha tanto da fare, devi andare a cercarlo e obbligarlo ad aiutarti per realizzare i tuoi obiettivi”

“L’età difficile” è un romanzo molto intenso che mette a nudo la vita di una ragazza che ha cercato l’amore e l’affetto in un modo che la società forse non comprende ancora: quelle come Lenuccia sono da sempre considerate donne facili, donne che i guai se li cercano. In realtà la protagonista dimostra in ogni passaggio di aver fatto delle scelte d’amore, magari sbagliate, ma senza altri obiettivi che non fossero quelli di colmare quel vuoto che scavava dentro la sua anima. Una vita che la porterà ad affrontare eventi di una portata troppo grande: Lenuccia affronterà ancora l’abbandono, e ancora la morte busserà davanti alla sua porta, rendendola protagonista di qualcosa che gli artefici del destino hanno intrecciato a sua insaputa.

“Che strane vie percorre la vita intrecciando l’esistenza di persone diverse, una specie di gioco d’azzardo che accomuna e poi allontana gli uni da gli altri, in un’altalena di avvenimenti”

Un romanzo forte, introspettivo, che ci rivela come la fragilità sia un bagaglio scomodo da portarsi dietro, soprattutto per Lenuccia che altro non è che solo un’adolescente alla deriva.

“Restava in fondo,un’adolescente alla ricerca della perfezione amorosa”

E se ci sia riuscita, solo il lettore, alla fine, potrà dirlo. Buona lettura.

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Recensione di “Monstrorum” di Antonio Venezia

Sopravvivere per ridare una speranza alla propria terra.
E per farlo bisogna sfidare la morte.

"Monstrorum" di Antonio Venezia

“Monstrorum” di Antonio Venezia

Qualcuno diceva che “coraggio non è non avere paura, ma avere paura e andare avanti lo stesso”. E Cris lo sa, nonostante la sua giovanissima età e una vita difficile alle spalle. Si apre così “Monstrorum”, romanzo fantasy di Antonio Venezia, pubblicato dalla Casa Editrice LE MEZZELANE per la collana Black Moon Street.

Siamo nel 2065, in Basilicata: una terra ridotta all’ombra di se stessa a causa dei bombardamenti nucleari avvenuti per opera di ignoti e che hanno reso la regione prima di elementi di sopravvivenza per la sua popolazione. È qui che vive Christian insieme a sua madre, cercando di combattere contro la fame e la miseria che li circonda, vivendo dei racconti di chi ricorda come la terra natia fosse florida e ricca. Tutto ciò, però, appartiene al passato, anche se è prossimo e quasi si può toccare; il presente porta i ragazzi come Cris e Arianna ad arrangiarsi per poter portare del cibo a tavola.

Sarà proprio la mancanza di un futuro economico certo che porta il protagonista a partecipare alla cinquantesima edizione del Monstrorum, una manifestazione a carattere mondiale che porta fama e onori al suo vincitore, ma che risulta essere, troppo spesso, un biglietto di sola andata verso morte certa. Infatti, l’evento consta di sfide da superare che hanno come protagonisti mostri creati a tavolino, con l’intento di lasciare pochi superstiti a contendersi il premio finale. Non un gioco di ruolo, non una farsa per intrattenere il pubblico, ma una vera caccia dove le speranze di farcela vengono meno quando mostri mitologici tornano in vita, come il ben noto Cerbero.

“È forse vero che nei momenti più bui l’unione fa la forza?

Sfidando la paura, facendo affidamento sulla propria determinazione, e avendo come meta la salvezza, non solo della sua famiglia, ma della su amata Basilicata, Cris si imbarcherà in un’avventura grandiosa, dove non mancheranno le difficoltà. Conoscerà Serena, altra partecipante alla manifestazione, che gli salva la vita, e capirà che a volte non è la debolezza umana il vero nemico: infatti qualcuno trama nell’ombra, seguendo i suoi passi per ostacolarne la riuscita. Ma perché? E come può un ragazzo come molti riuscire dove altri, più preparati, hanno fallito?

“Monstrorum” è un racconto fresco che parla di molte cose importanti non solo per il giovane pubblico a cui è rivolto. L’autore mette in rilievo valori indispensabili come la famiglia e l’amicizia, entrambe supportate dalla fiducia verso se stessi e gli altri.
Cris non è un eroe, ma una persona normale, con troppi pesi sulle sue giovani spalle; un ragazzo che non è ancora uomo, ma che va scoprendosi come qualcosa che gli si avvicina, anche grazie alle due ragazze che gravitano intorno a lui, mostrandogli il alto dolce della medaglia.

Difficile non pensare che il futuro descritto nel romanzo sia molto più vicino a noi di quanto pensiamo, anche se respingiamo la realtà come scomoda. Antonio Venezia descrive un mondo non troppo lontano e differente dal nostro prossimo “domani”; capitolo dopo capitolo ci ricorda che la prosperità in cui ci culliamo è solo piccola cosa se inserita in piani più ampi, e lo fa con uno stile incalzante e coinvolgente, portandoci entrare nel Monstrorum con il peso della nostra storia e del nostro futuro. E ci vuole sia coraggio che paura per farlo.Buona lettura.
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Recensione “Sagome di carta- Le streghe di Triora” di Eufemia Griffo

Donne forti, donne custodi di un sapere importanti. Donne vittime della superstizione e della paura.

"Sagome di carta-Le streghe di Triora" di Eufemia Griffo

“Sagome di carta-Le streghe di Triora” di Eufemia Griffo

Da sempre l’uomo, nei momenti cruciali della propria esistenza, ha riposto speranza e fede in ciò che era sopranaturale. Un rifugio sicuro, che tuttavia, come ogni medaglia, aveva un rovescio: se da un lato il bene, l’amore di Dio, lo proteggeva dalle avversità, l’altro volto era quello del peccato, della lussuria e della tentazione a opera di Satana. Così la prosperità era da imputare alle sfere celesti e le carestie e il dolore alle lusinghe del demonio. Specialmente quando non si avevano altre risorse a cui attingere e la scienza appariva solo come un altro volto del male.
In queste scie si iscrivono i fatti realmente accaduti a Triora, paese ligure della provincia d’Imperia, dove la nostra storia ha registrato uno dei casi più gravi della caccia alle streghe. Ed è di questo che tratta il romanzo di Eufemia GriffoSagome di carta- Le streghe di Triora” edito presso la Casa Editrice LE MEZZELANE. Una storia che attinge a documenti, testimoniante e fatti realmente accaduti, intrecciandoli con la storia della giornalista Cordelia Melandi, alla ricerca di un nuovo servizio per la rivista per cui scrive.Triora si aprirà come uno scrigno prezioso che custodisce tesori importanti e che non vanno più celati. Come quello che interessò il paese nel 1587 quando la carestia che imperversava nella zona venne attribuita all’opera di alcune donne additate come bazue, o bàgiue, ossia streghe. Donne in realtà innocue, dedite all’arte di guarire con le erbe, di far nascere nuove vite e di interpretare la natura nei sui influssi più reconditi. Eppure su di loro si abbatté il braccio secolare, tanto da portare decine di donne, ma anche ragazzi e fanciulli, a interminabili torture che spesso causarono la loro morte. Non altro che un capro espiatorio, una spiegazione terrena che potesse accontentare e calmare i malcontenti e che non si curò delle vittime innocenti immolate. Cordelia intraprende questo viaggio di approfondimento grazie all’aiuto inaspettato di Massimiliano, giovane esperto di erbe che gestisce un negozio a Triora, dove perpetua l’arte ritenuta satanica più di 500 anni prima. E in questo cammino pieno di sorprese Cordelia potrà ascoltare le parole della discendete di una delle donne vittime della persecuzione del 1587: Bianca Maria le farà compiere infatti un viaggio nel tempo attraverso il racconto delle sue sorelle uccise e torturare per opera dell’inettitudine del podestà e della crudeltà di Girolamo Dal Pozzo, vicario del vescovo di Alberga.

“Come se le sue parole potessero rendere giustizia alle donne che furono annientate.”

Storie vere e che appartengono al triste repertorio di vittime che interessò l’Europa in quegli anni lontani dai famosi secoli bui, ma che avevano mantenuto intatto tutto il repertorio di credenze e superstizioni che riversavano sui casi di cui non avevano soluzione.
Siamo forse abituati a ritenere la caccia alle streghe come un capitolo che non appartiene ai nostri luoghi, alla nostra storia; siamo forse coscienti che molte donne innocenti bruciarono a Salem, in America, lontano miglia e miglia dalla realtà spiccia in cui i nostri antenati hanno vissuto. Triora invece custodisce ancora nei suoi archivi, nelle pareti delle case, nella natura che circonda il paese la memoria di quello che accadde a partire dal 1587. Non si deve vedere l’accaduto come un fatto da iscrivere all’ignoranza dell’epoca, perché molte cause più concrete si celavano dietro a quella caccia alle streghe: si cercava una vittima da additare per distogliere l’attenzione sui casi di cattiva amministrazione, solo che a un certo punto la situazione sfuggì loro di mano e tutti, ma proprio tutti, erano in pericolo da un’accusa anonima che poteva costargli la vita. Bisogna infatti ricordare che sotto tortura le povere vittime confessavano misfatti mai avvenuti, snocciolavano nomi di complici mai avuti e ammettevano i loro rapporti passionali con il diavolo pur di veder cessare tali crudeltà. Confessioni comunque inutili, perché in ogni caso era tacciate di stregoneria e solo il fuoco poteva purificarle come fossero solo sagome di carta, come il suggestivo titolo suggerisce.

Il romanzo porta a galla una fetta della storia italiana sconosciuta ai più, parla di donne forti, custodi di segreti che appartengono alla terra e che avevano come unico scopo quello di prestare aiuto, con il loro sapere, a cui ne aveva bisogno. Donne schiacciate perché, appunto, innocue e deboli, facile bersagli di un sistema represso e falsamente puritano che non cercava soluzioni, ma solo delle vittime.
E l’unico modo di rendere loro giustizia, seppur labile, è di non dimenticarle, di farle rivivere attraverso le parole e il ricordo. È la stessa Bianca Maria che lo suggerisce: “Parlate di loro, e fate sapere a tutto il mondo che erano semplicemente delle donne. Fatele rivivere.”

Un compito che l’autrice Eufemia Griffo ha portato a termine egregiamente, delineando personaggi veri e con una forza incredibile. Una storia di donne, dunque, non streghe che “hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle” come diceva Voltaire.
Buona lettura.
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La Feltrinelli

Recensione di “Salve Amici della notte, sono Porzia Romano” di Rita Angelelli

Fragilità, ma anche riscatto. Soprattutto, la voglia di non arrendersi.

"Salve amici della notte, sono Porzia Romano" di Rita Angelelli

“Salve amici della notte, sono Porzia Romano” di Rita Angelelli

Una strada davanti a sé, la voce di una speaker che affronta problemi femminili e tanto dolore nascosto fra le cicatrici. Così, in una notte qualunque, conosciamo la protagonista di “Salve amici della notte sono Porzia Romano” della scrittrice Rita Angelelli, pubblicato dalla Casa Editrice LE MEZZELANE.
Una notte per viaggiare verso un nuovo appuntamento medico per una donna che convive sia con la consapevolezza di aver subito una grave ingiustizia sia con il tentativo di farle credere che per le questioni morali spesso non ci sono compensazioni. Né il dolore né le cicatrice, però, si possono celare a lungo: e se per il primo basta a volte indossare una maschera che accontenti la società, per le cicatrici non c’è nessun modo per evitare di affrontarle. Basta infatti uno specchio, uno sguardo superficiale per portare tutto a galla e spingere sempre più in fondo la disperazione di una donna che è stata privata della sua femminilità. Tutto ciò caratterizza la protagonista di questo lavoro: una donna che si porta addosso oltre la malattia anche l’incompetenza medica di chi, invece, le prometteva speranza e serenità.

In questa notte di viaggio, però, la donna sente attraverso la radio una voce femminile che può ascoltarla. Così, mentre l’A14 scorre davanti a lei, inizia la sua chiacchierata con la speaker Porzia Romano e tutto il dramma fino a quel momento nascosto dentro le gabbie dell’anima si riversa fino al lettore. La malattia, la speranza, le mani incompetenti che deturpano invece che ripristinare, parole buttate addosso con la leggerezza della superficialità: tutto viene fuori in una sorta di sfogo in questa notte che sembra fatta per le confessioni. Non un grido d’aiuto o la ricerca di commiserazione: tutto ciò è alieno alla donna seppure la sua è ormai un’esistenza fragile. È, invece, uno grido che vuole sfidare le convenzioni sociali per cui se non ti mancano arti, se sei in grado di respirare e di andare avanti tutto sia andato bene. La fragilità che la donna riversa in questo racconto è quella di chi si è vista derubare della propria femminilità, della possibilità di potersi amare ancora prima di tentare di cercare amore all’esterno. E la sua lotta contro strutture mediche e team di dottori che non riconoscono nel suo dramma il grido di chi si sente mancare un pezzo importante di se stesse, come se non fosse essenziale per una donna sentirsi femmina, volere l’amore o solo il sesso.

[…] “…a lottare contro una sanità che non riconosce la mia menomazione,
contro una società che non vede in una deturpazione fisica la presenza di un danno morale.”


È una sorta di appello che pone l’attenzione sull’indifferenza di molti, i medici soprattutto, davanti alla fragilità di persone che non vogliono altro che essere aiutate a sentirsi femmine, a sentirsi vive. Il breve racconto è inframmezzato dai pensieri di chi pensa che nulla di ciò che ha provato possa essere compreso, possa venire ripristinato e forse possa trovare nuove vesti per esprimersi. Una storia che porta a riflettere, a considerare come spesso le persone che riteniamo forti abbiano dentro di loro una fragilità i cui contorni stanno per spezzarsi; si intravede la forza di chi ha voluto credere che nulla sia ancora finito e che se ci si imbatte in degli incompetenti, poi a volte, si ha anche la fortuna di incontrare persone che non lo sono.

Non è facile mettersi a nudo e togliere l’ennesima maschera che ci ha protetto dalla commiserazione e dall’incomprensione, scegliere di mostrare quella parte di te che hai tenuto dentro, nemico e amico delle notti in cui tutto sembrava dover precipitare in un baratro.
Rabbia e delusione, dunque, ma fra queste pagine emerge anche la consapevolezza di volersi ritrovare per andare avanti, di volersi bene per ricominciare daccapo. “Ho imparato che, se vuoi il bene, devi per prima cosa volerti bene”.
Buona lettura.

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Recensione “Manolo e i wild boys” di Giulia Reale

9788899584788

“[…] I pomeriggi passati a imbrattare muri per lasciare un segno sulla via, cercando di lasciare una scia positiva”.

Così oggi noi conosciamo Emanuele, per gli amici Manolo: grazie alla scia, alle tracce di sé che positivamente ha lasciato dietro e che Giulia Reale ha raccolto nel libro a lui dedicato.

Manolo e i wild boys” è una storia che ha poco di biografico, pur essendo incentrata sulla figura di questo giovane ragazzo di Novoli (LE) morto prematuramente: non troverete foto d’infanzia, né date importanti o altri elementi di rilievo. Manolo non era un personaggio famoso, come si usa dire: era un semplice ragazzo, uno di noi, l’amico di tutti e un riferimento per chi voleva ascolto. Non è, dunque, una biografia eppure non potrebbe raccontare meglio l’essenza stessa che lo caratterizzava. Un titolo evocativo, ma non lasciatevi ingannare, perché “i wild boys” non sono una band musicale o il gruppo scout a cui apparteneva: era semplicemente un modo per identificarsi, è la gente che decide di resistere alle avversità della vita, che si impegna per andare oltre agli ostacoli che incontra.

L’autrice ha scelto di raccontarci Manolo attraverso sprazzi di vita quotidiana rubati alla memoria della famiglia e di amici, attingendo agli scritti che lui stesso ha lasciato dietro di sé, dove parla di tutto, dove riversa la sua anima. Il lettore conosce così un ragazzo dinamico, allegro, pieno di una vita che lo ha abbandonato troppo presto: una piccola trottola che non si ferma mai, che pur incontrando alcuni ostacoli invece di arrestare la sua corsa riprende più forza e continua il suo cammino. Una vita breve, sicuramente, ma spesa fino all’ultimo momento attraverso il gruppo degli scout, con gli amici e con una famiglia che amava e che lo amava teneramente. Non c’erano veri motivi per buttarsi giù, lo dice lui stesso. “Siate tutto ciò che vi fa stare bene, siate voi stessi”, e con tale bagaglio di sicurezza e amore si circondava di amici e di occupazioni.

Per questi motivi non appare insolito il suo incontro con Sara, un personaggio enigmatico, fatto di ombre che contrastano con la luce che Manolo emette a sua insaputa. No, non si parla di magia, non è un fantasy questo lavoro: Emanuele era una carica di vita che viveva di luce propria e che ne aveva anche per gli altri. L’incontro con Sarà rivela, però, la fragilità degli esseri umani, soprattutto di quelli che non hanno alle spalle valori e parenti presenti. È anche attraverso di lei che l’autrice dà voce ai disagi che la generazione di Manolo deve affrontare: quella di un lavoro che non c’è, quella di famiglie troppo prese dal lavoro per giocare con i propri figli; una generazione buona, ma lasciata troppo a se stessa, che spesso preferisce le scorciatoie alla dura realtà.

“Non deve far paura la vita, le sue incertezze e frivolezze. Ciò che dovrebbe spaventarci di più è il nostro modo di camminare su questa terra”

La lettura di questo lavoro ci porta a riflettere sulla brevità di un’esistenza che spesso sprechiamo in inutili rancori e corse verso successi effimeri. Manolo ci dimostra come basterebbe aiutare gli altri per stare bene, e che poi, infondo, non bisogna nemmeno temere la morte. “Perché dovrei avere paura? Fa parte del gioco della vita e io, fino a oggi, credo che stia rispettando le regole del gioco”.
Difficile restare insensibili a questo ragazzo, alla sua energia, alle facce buffe che chi l’ha conosciuto ricorda. E seppur non è più fra noi la storia di Manolo non può dirsi triste, perché invece lancia un messaggio di speranza non solo per i giovani, ma per tutti. Manolo lascia dietro di sé la luce che lo contraddistingueva. “In the darkness there must come out to light”: nell’oscurità deve rivelarsi la luce.
E Manolo era luce.

Buona lettura.

Recensione di “Un giorno che non sa né di me, né di te” di Tiziana Irosa

"Un giorno che non sa né di me né di te" di Tiziana Irosa

“Un giorno che non sa né di me né di te” di Tiziana Irosa

Quant’è bello lu primm’ammore…” recita uno stornello pugliese e se anche il proséguo inneggia anche ai “secondi amori” quel che conta è quel suo messaggio chiaro che mescola parole a musica. Il primo amore non si scorda mai, nel bene o nel male; difficile che la nostra memoria faccia cilecca quando si dovrà rievocare i primi battiti, le ansie e le emozioni che per primi ci rendono partecipi di qualcosa fino ad allora vista solo nei film o letta nei libri. E questo Stefano lo sa, anche se la sua esperienza e il suo bagaglio sentimentale non può dirsi idilliaco: due matrimoni falliti alle spalle, una madre che passa da una storia all’altra e la convinzione, quella di Stefano, che fra le braccia di una qualsiasi forma femminile si possa star bene. Ed è quello che vuole fare quando Olivia, la sua seconda moglie, lo caccia fuori di casa.
Conosciamo così il simpatico protagonista del romanzo “Un giorno che non sa né di me, né di te” di Tiziana Irosa, pubblicato dalla Casa Editrice LE MEZZELANE nella colla Live&Love.

Stefano, avvocato presso un’azienda che si occupa di acquisire altre realtà imprenditoriali, non è uomo che si pianga addosso per le cose non riuscite, ma anzi è pronto a scoprire meglio il mondo femminile che lo circonda. E quasi non può credere ai suoi occhi quando, nel team norvegese che deve collaborare con lui, rincontra Chiara, il suo primo amore adolescenziale. Non una banale cotta, ma quello struggimento fisico e mentale che i grandi poeti e scrittori da sempre inneggiano e chiamano amore. Basta rivederla per capire che è sempre legato a lei in una maniera che non sa spiegarsi: nella vita si sono rincorsi, sbagliando i momenti e ritrovandosi impegnati quando le strade invece convergevano nella stessa direzione.

A Stefano sembra un segno del destino che la bella Chiara sia riapparsa nella sua vita proprio quando la sua ultima relazione lo rende libero di frequentare chi non ha mai dimenticato: perché per lui, Chiara, è sempre la donna ideale, quella persona il cui sorriso può mandare in tilt un intero sistema di sicurezze. Ma si potrà recuperare un tempo che sembra non essere stato concesso a loro?E la vita di Chiara in Norvegia, esistenza di cui Stefano conosce così poco, sarà un ostacolo o offrirà delle opportunità?

In un crescendo di sorrisi che i personaggi del libro ci trasmettono- grazie alla vicina Tullia, i figli adolescenti di Stefano, e il padre, alla ricerca di cibo “di sostanza”- la storia porta il lettore a rievocare e spolverare la memoria alla ricerca del primo battito del nostro cuore, tirando le somme di ciò che ci si lascia spesso alle spalle. Non tutti i primi amori sono gli unici nella vita delle persone, che spesso si chiedono se il tempo loro concesso sia stato vissuto male o se, semplicemente, non era scritto per loro un avvenire insieme. La vita è fatta di troppi interrogativi che spesso ci lasciano con l’amaro in bocca e forse a volte va bene anche così, perché non tutto si può recuperare…o sì, invece?

Quella di Tiziana Irosa non è una storia di un amore convenzionale e che stucca il lettore, anzi: un sorriso segue una risata mentre il cuore fa una capriola indietro nell’accorgersi di quanto i ricordi siano dolorosi, ma belli.

“Ne la malinconia de li ricordi / naturarmente resta er primo amore… / Come diavolo vôi che me ne scordi?” si legge nella parte finale della poesia “Er primo amore”di Trilussa.

Per questo, mentre sfoglierete queste pagine che raccontano l’amore che non conosce né tempo né spazio, ripensate al vostro di primo amore e vedrete che sarete più che semplici lettori. Buona lettura.

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LA FELTRINELLI