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LA QUARTA PARETE

ESEGUIRE UNA INVERSIONE A U CONSENTITA

 

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Lavori che i giovani Italiani non vorrebbero fare

Post n°374 pubblicato il 23 Giugno 2012 da ziryabb

 

Suo padre ricevette una lettera imbucata a New York, da Francesco, lo zio d’America, l’unico dei fratelli di Tonin che alla morte dei genitori, anziché restare a Dongo, aveva venduto la casetta ricevuta in eredità emigrando in America. [...]

In pochi anni era diventato maître d’hotel all’Ambassador di New York. «Tonin, penso che uno dei tuoi figli debba fare l’albergatore» gli scrisse. «È un mestiere sicuro e permette di guadagnare bene. Secondo me il più indicato è Aimone. [...]»
Carriera in hotel? America? Mondi lontani, incomprensibili, per un uomo che amava il contatto con la natura e la vita semplice del paese. Cecchin ce l’aveva fatta, ma quanti avevano fallito e pativano la fame? Ne parlò ad Evelina, che ne parlò ad Aimone. E Aimone ne parlò a se stesso. Una luce si accese; un lampo, nella mente e nel cuore. Non sapeva che cosa fosse un albergo a cinque stelle, ma il
lusso lo attirava ed era intrigato dal mondo delle contessine Zanoletti: le tazze di porcellana inglese, le poltrone di velluto, le tovaglie di lino ricamate a mano, i maggiordomi eleganti e premurosi, l’eleganza civettuola della contessa. Sì, quel mondo gli piaceva. Sì, doveva seguire quel cammino. Ma come dirlo a suo padre?
Una sera, terminata la cena, bussò alla porta del soggiorno. «Ah, sei tu Aimone… che cosa c’è?» Aimone restò in piedi con le braccia conserte. «Papà, voglio seguire il consiglio di zio Cecchin.»
«Non vuoi più fare il sarto. E perché mai?» rispose Tonin meravigliato.
«Non mi piace, voglio diventare albergatore e vengo a chiedere umilmente il tuo permesso» rispose suo figlio con voce tremante.
Tacque, Tonin. Tacque a lungo, davanti ad Aimone muto e immobile mentre il sole tramontava dando vita a una notte senza stelle. Capiva le sue ragioni, ma, da padre responsabile quale era, lo considerava troppo giovane per un’esperienza all’estero.
«Non andrai in America. Se non vuoi più fare il sarto, devi imparare un altro mestiere, uno vero. Farai il parrucchiere. Chiaro?»

Aimone non avrebbe mai osato ribellarsi al padre e quella volta Evelina, che era sgusciata dalla cucina con il grembiule addosso, non venne in suo soccorso. Rimase in silenzio di fianco a suo marito.
Aimone prese a sforbiciare , a pettinare e a radere. Bene, naturalmente.
Aimone era uno di quei ragazzi a cui riusciva facilmente qualunque attività intraprendesse. Ma più passava il tempo e più cresceva la voglia di seguire il consiglio dello zio Francesco. Alla gioia subentrò la malinconia, che presto lasciò spazio alla rabbia. La rabbia di un adolescente, che nemmeno le preghiere della sera riuscivano a placare; né le suppliche di sua madre. Resistette qualche mese. «Papà,
ti scongiuro, lasciami fare l’albergatore» gli disse una sera. «No» rispose Tonin che era un uomo tutto d’un pezzo e quando prendeva una decisione non la cambiava mai. Aimone chinò ancora una volta la testa senza far polemiche; perché era un bravo ragazzo. Ma la sua coscienza non trovava pace. Intuiva che se avesse ceduto
sarebbe diventato uno dei tanti uomini senza sorriso che incontrava sulla piazza di Dongo, rassegnati a una vita grigia senza passioni, senza gioia, senza altro orizzonte
se non la vecchiaia. E tornò alla carica.
«Che io non senta questa richiesta un’altra volta!» lo anticipò Tonin irritato.
Ma Aimone insisteva. Due, cinque, dieci volte. Irriducibile. In piedi, le braccia conserte, il busto eretto. La sua voce non tremava più.
Una sera entrò per l’ennesima volta nella camera dei genitori, ma quella volta non disse nulla.
«Che cosa vuoi?» chiese il padre spazientito.
«Tu lo sai» rispose Aimone.
Tonin si voltò di scatto, ma il grido gli si strozzò in gola. Sua moglie era apparsa sull’uscio e lo fissava intensamente, come se gli dicesse: “Basta, ascolta il
tuo istinto”. Sentì dentro di sé una grande pace, la serenità che anticipa le decisioni giuste, sagge, quelle di cui non ci si pente mai. Capì che quello di suo figlio non era un capriccio, ma una chiamata, una vocazione. «E le vocazioni si assecondano » sussurò Evelina.
La carriera di Aimone iniziò a Como, all’Hotel Metropole Suisse, dove Mancini, un cugino paterno, si era fatto strada, diventando maître d’hotel.

 di Marcello FOA, Il ragazzo del lago, 2010

Testo della prova di italiano dell'esame di maturità francese, Baccalaureat 2012 dal blog di Alex.

 
 
 
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