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L'ECCIDIO di BRONTE
I SAVOIA: La vera negazione
La vera negazione II parte
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Lo stato italiano vede oggi uno dei periodi di crisi identitaria e di potere più forti e generalizzati da diversi decenni a questa parte: la classe politica è un crogiuolo melmoso di cariatidi corrotte del quale nessuno sembra più occuparsi; la costituzione repubblicana che doveva regalare all'Italia post bellica la pace, la prosperità e la libertà ammuffisce sotto il menefreghismo, complice della sua stessa compromissorietà; la gente sviluppa una non-cultura dell'individualismo consumista e personalista che matura come un'osteoporosi sociale per il tessuto osseo di una nazione. La situazione economica non fa di certo risollevare il morale e nemmeno per quanto riguarda il “prestigio nazionale” si possono fischiare le trombe trionfante dell'Aida, con quello strano fantoccio che siede allo scranno più alto del potere istituzionale dello stato italiano. Insomma, per gli amanti del tricolore (non quelli come noi!) non è proprio un periodo di rose e fiori, semmai di spine e di appassimento: e come, da sempre nella storia, si risolleva il morale di una nazione quando la sua convinzione nella perversa idiozia chiamata “patriottismo” cede sotto i colpi della disillusione, rischiando di indirizzare la propria rabbia e la propria criticità proprio contro quel potere nazionale che dice di lavorare per il bene comune del paese? Col nazionalismo. Si creano nemici, ci si attorciglia furente attorno ai “sacri confini”, si rispolverano le tradizioni e il folklore e le si investono di misticismo e onorabilità, si costruisce una missione di rinascita e risorgimento, contro tutto e tutti, per il bene della nazione, che poi è lo stato, che poi è il potere che crea e sfrutta le miserie (non solo economiche) dalla quale cerchiamodi risollevarci. L'italiano medio, lobotomizzato culturalmente da vent'anni di berlusconismo ha introiettato la legge del “padroni a casa nostra” e, quando la Lega oggi spara a zero sulla farsa dell'unificazione o il presidente della repubblica Napolitano santifica i morti risorgimentali, non si va certo a domandare chi dei due ha ragione, ammesso che uno dei due ce l'abbia. L'Unità d'Italia, come ogni vicenda di questo calibro, viene raccontata con la necessaria aura di romanticismo e di velato inganno che fa di questi avvenimenti momenti di unità incondizionata e orgolgio, o almeno dovrebbe fare. Quando nel 1861 si conclude il periodo delle guerre d'indipendenza dall'invasore austriaco e l'unificazione delle terre borboniche da parte delle armate garibaldine e sabaude, ci viene raccontato che, pur con le difficoltà endemiche di questi casi, la nazione si strinse, col tempo, attorno alla casata reale e alle nuove istituzioni unitarie per incamminarsi verso il progresso comune, a braccetto, da bravi compaesani. L'unica sbavatura della piemontizzazione (così viene definita l'imposizione delle regole, legge, cultura, lingua, tradizioni etc dello stato sabaudo nel sud Italia) è che questa aveva causato la reazione di un fenomeno che oggi, memori delle pagine liceali, chiamiamo “brigantaggio”. La storiografia ufficiale cioè ci racconta che banditi, ladri, assassini, briganti si radunarono nelle colline per intraprendere una sorta di sciacallaggio ai danni dei nuovi venuti, avvertiti come invasori, e dette inizio a scorribande sanguinose per sedare le quali fu necessario l'invio dell'esercito. Quello che è senz'altro vero è che la percezione del popolo del sud fu quella di essere invasi da una nazione altra, nemica, quello che bisognerebbe drasticamente rivedere è il ruolo dei “briganti”, perchè attorno a questa definizione e a queste vicende si dipana una tendenza comune a tutti gli stati, una volta smascherata la quale, dovrebbe passarci la voglia di fischiettare Mameli con la mano sul petto. Le sommosse popolari del meridione dal 1861 al 1864 (terminato il ciclo di rivolte pre unitarie del 1860) assunsero infatti i connotati di una vera e propria guerra di resistenza, per vincere la quale lo stato sabaudo impiegò un terzo dell'intero esercito reale e che costò, in termini di vite umane, più di tutte le guerre risorgimentali nel loro complesso. La lotta dei “briganti” (anche i partigiani del Resistenza venivano definiti “banditi” dai nazi-fascisti: sarà un caso?) si configurò come un movimento di resistenza popolare, a cui parteciparono contadini, braccianti, operai e tutto il tessuto popolare nel suo complesso, sia contro la nuova egemonia statuale, imposta militarmente, sia contro i proprietari terrieri. Fu, insomma, un vero e proprio conflitto sociale allargato, che, come premessa, poteva essere potenzialmente un trampolino di lancio per una rivoluzione più ampia a carattere nazionale. Imposizioni di tasse, aumento dei prezzi, leva obbligatoria, espropriazione di terre, rappresaglie, omicidi: questo è il corollario di pratiche che lo stato unitario italiano adottò per reprimere la ribellione meridionale, per debellare la quale il sud Italia fu sottoposto a una legislazione speciale, varata dal neonato governo unitario, che assunse praticamente i caratteri di una dittatura militare fino al 1865. Lo stereotipo del “brigante” (aiutato anche dalle delirante teorie morfologiche lombrosiane) sedimentò nell'immaginario collettivo italiano l'idea della “gente del sud” come un popolo di assassini e rozzi ribelli, inclini alle scorribande e alla criminalità, accorpando il ceto rurale meridionale a una sorta di humus criminale, che ancora oggi resta ben radicato nella mentalità comune dell'italiano medio.
Questo è il volto non ufficiale, scomodo, drammatico che ai nostri politicanti non piace ricordare, anche quando sia concesso di esprimere posizioni non allineate all'idea comune del risorgimento: una guerra imperialista dello stato italiano contro a una popolazione in rivolta, dissenziente, che si ribellava sia al potere fondiario, sia all'usurpazione di identità, cultura, territorio, vite della “nazione Italia”.
Ad oggi fa amaramente sorridere vedere politici e intellettuali glorificare gli “eroi” del risorgimento, quando questi uomini e queste donne erano accesi rivoluzionari scagliati contro ogni tipo di dominio, contrari allo stato pontificio, al regno dei Borbone e all'impero austriaco in egual maniera.
Ribelli, banditi, briganti, partigiani: tutte etichette di discredito nei confronti di chi, in epoche diverse, combatte e nega gli stati marcescenti e corrotti come quello italiano che se oggi può permettersi con la mano destra sul petto e il sorriso mellifluo rivolto alla folla, di pestare e reprimere studenti e operai in rivolta e al contempo osannare gli “eroi del risorgimento”, è solo perchè abbiamo perso la coscienza storica di chi furono e da cosa erano realmente mossi quegli uomini.
Gente come noi, repressa come noi, che sognava, credeva e lottava, come noi dovremmo fare!
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Il 20 Maggio allo stadio olimpico di Roma va in scena la finalissima di coppa Italia tra Juventus e Napoli. Un incontro tra due tifoserie nemiche, quella bianconera rappresentante la città di Torino, mentre quella napoletana rappresenta tutta la città di NAPOLI e l'intero sud Italia. Non corre buon sangue tra le due fazioni, ci sono stati spesso scontri verbali e fisici (sempre da condannare, da qualsiasi parte essi accadono) tra i tifosi, un odio che va oltre lo sport, oltre il calcio, ma che entra di prepotenza nell'intercorrere del tempo che vede soccombere la città di Napoli e i Napoletani da 150 anni, quel tempo che è stato omesso dai libri di storia perchè testimone di troppe nefandezze da insabbiare, il tempo in questione è quello trascorso dall'unità d'Italia ad oggi, da quando l'esercito piemontese, i famosi 1000 in camicia rossa (in realtà era bianconera), occuparono senza dichiarazione di guerra il Regno delle due Sicilie, uccidendo uomini, donne e bambini, saccheggiando e bruciando intere città, derubando da buon juventini in quanto piemontesi, tutto ciò che c'era da rubare! L'esercito savoiardo vinse la guerra, e il Regno delle due Sicilie fu annesso al Regno d'Italia, facendolo diventare straniero nella propria terra, colonizzandolo e chiamandolo SUD. Tutto nella norma diranno i più, tranne che molti “italiani” (verginelle da educandato che mai hanno saputo) si sono SCANDALIZZATI per i fischi all'inno di Mameli cantato dalla brava e incolpevole Arisa prima del fischio d'inizio, ma basta porsi alcune domande e provare a dare risposta ad esse ed ecco che tutto diventa più logico e chiaro anche per chi di storia ne bazzica poca.
Ritornando al calcio, ma non troppo, dopo piu di 150 anni, i Napoletani in qualsiasi stadio del nord vadano sono bersaglio di cori beceri e striscioni da censura, del tipo: " Vesuvio lavali col fuoco", " Benvenuti in Italia", "Napoli fogna d'Italia", "San Gennaro sieropositivo", " COLEROSI ", "Vesuvio pensaci tu", e sono etichettati come persone di poco igiene (anche se sono stati i primi ad avere l'acqua corrente nelle case e ad avere il bidè, quando nel civile nord ancora gridavano "attenti al piscio" mentre riversavano i bisogni giu dalle finestre ).
Anche ieri durante il minuto di silenzio per le vittime del terremoto che ha colpito il centro-nord e per l'attentato di Brindisi dove è morta una sedicenne, una parte di tifosi della Juve ha approfittato del doveroso quanto rispettoso silenzio dello stadio per gridare forte "NAPOLI MERDA". Il napoletano quindi è visto da "questi italiani", come un virus da sconfiggere.
Una delle cause di tutto ciò sono anche i media nazionali che continuamente sputtanano Napoli, a torto o a ragione, trovando talvolta notizie anche laddove notizia non c'è !
Anche la politica ha assunto un ruolo fondamentale in tutto ciò, con i vari Bossi, Maroni, Borghezio che spesso e volentieri OFFENDONO NAPOLI, definendola come unico male da estirpare.
Ai fischi all'inno nazionale italiano, sono seguiti i cori" NOI SIAMO PARTENOPEI" dico al presidente Schifani, di chiedersi il perchè di questo atteggiamento dell'ormai stanco popolo PARTENOPEO e non di sparare sentenze e cazzate tipiche da politico, di sconvolgersi ogni qual volta NAPOLI e i NAPOLETANI siano offesi, e non solo quando GIUSTAMENTE SI RIBELLANO.
INTANTO IERI LA STORIA, QUELLA VERA è STATA CAPOVOLTA, IL GIUDICE DIVINO HA EMESSO LA PROPRIA SENTENZA : JUVENTUS 0 NAPOLI 2 .
Per una volta non ha vinto il popolo arrogante che ha usato da sempre la forza dell'inganno, ma quello semplice e sincero, quello al quale è stato tolto e mai dato, quello da sempre bitonato, quello mal etichettato, il popolo piu bello e genuino,quello al quale ORGOGLIOSAMENTE APPARTENGO, quello PARTENOPEO!
NON HA VINTO SOLO IL NAPOLI, ieri ha vinto NAPOLI, una piccola rivincita c'è stata, nella speranza sempre piu concreta che arrivino anche dal sociale. Ma come un fulmine arriva subito la sentenza: Il giudice sportivo: «Fischi all'inno di Mameli solo dai napoletani. 20mila euro di multa alla società»
Per anni buona parte di questo paese ha votato un partito che nello STATUTO HA come obbiettivo la SECESSIONE.
Che i suoi leader hanno definito il mezzogiorno piagnone, corrotto, palla al piede, TOPI, merdaccia mediterranea, rinnegato il tricolore e l'inno, dove un idiota leghista, in arte Stefano Venturi, posta su un social network la seguente frase:"Terremoto al Nord Italia..ci scusiamo per i disagi, ma la Padania si sta staccando (la prossima volta faremo più piano), dove un europarlamentare della Lega Nord
di nome Mario Borghezio,dimenticando che a Napoli esistono persone civili e incivili come dapertutto, dice:" Buttiamo Napoli: dobbiamo stare lontani da quello schifo di città.Noi vogliano essere liberi da questa Napoli che puzza di rifiuti e camorra. Bisognerebbe fare una pulizia radicale", e nessuno si è mai scandalizzato.
Adesso che il Mezzogiorno si è rotto di subire e reagisce i BIGOTTI ALZANO LA VOCE E SI INDIGNANO?
FORSE DOVEVATE INDIGNARVI PRIMA O NO?
Chiudo con una frase detta dal mitico Diego Armando Maradona : "Chiedono ai Napoletani di essere Italiani per una sera dopo che per 364 giorni all'anno li chiamano terroni." [Mondiali Italia 1990]
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Un fantomatico dossier della Cia che circolava in rete qualche tempo fa ipotizzava rivolte per fame al Sud, anche armate, a partire dal biennio 2013-2014. La veridicità del documento è molto dubbia. Tuttavia il Rapporto Istat 2012, presentato stamattina nella Sala della Lupa di Palazzo Montecitorio, conferma con la solidità dei numeri una situazione catastrofica in via di rapido peggioramento.
Al Sud quasi una famiglia su quattro è nell’area della povertà. Il 68,2% dei poveri italiani vive nel Mezzogiorno. In sostanza sette poveri su dieci vivono al Sud. Le regioni che mostrano un maggior livello di criticità sono Basilicata, Sicilia e Calabria, dove nel 2010 l’incidenza di povertà raggiunge i livelli più elevati. Qui, più di una famiglia su quattro, rispettivamente il 28,3%, il 27% e il 26%, vive sotto la soglia.
L’indice di povertà relativa resta invece stabile a livello nazionale, attestandosi intorno al 10-11% negli ultimi 15 anni. Ma ciò avviene soprattutto attraverso il ricorso al risparmio accumulato, ora in rapida erosione. Un’Italia spaccata in due, quella mostrata dal Rapporto Istat 2012. Le cifre lo dicono drammaticamente: al nord solo il 4,9% dei nuclei familiari è sotto la soglia della povertà, al sud la percentuale sale al 23%. Un rapporto quasi di uno a cinque. 
Gli occupati in Italia sono aumentati tra il 1995 e il 2011 di 1,66 milioni di unità (+7,8%) ma la crescita si è concentrata nel Centro Nord, mentre il Sud ha fatto un passo indietro (da 6,4 a 6,2 milioni di lavoratori).
Ma non solo. Al Sud la situazione è catastrofica anche per i servizi sociali, nel contesto di un generale peggioramento delle condizioni di vita che tocca indici di particolare acutezza per operai, giovani e donne. Nelle regioni meridionali si spende male, ma soprattutto poco. 1833 euro in media per ogni italiano nel 2010 da parte del Servizio sanitario nazionale. Ma si passa dai 2.191 di Bolzano ai 1.690 della Sicilia. 37 i posti letto per ogni 1000 anziani residenti nel Nord. Poco meno di dieci per quelli residenti al Sud. Un rapporto che sfiora l’uno a quattro. Se il maggior grado di apprezzamento per i servizi sanitari si riscontra in Piemonte, Valle d’Aosta, Trento, Veneto, Emilia Romagna e Toscana, il più basso in Campania e Sicilia.
Un ultimo dato deve far riflettere con particolare attenzione. La spesa sociale nel 2009 è diminuita di un punto e mezzo percentuale al Sud, ma contemporaneamente si incrementa del 6% nel Triveneto, del 4,2% nel Nord-Ovest e del 5% al Centro. Per i servizi sociali la forbice è compresa fra i 26 euro per abitante dei comuni calabresi ai 280 della Provincia Autonoma di Trento. Otto volte inferiore a quelli del Nord da parte dei Comuni meridionali. Gli asili nido pubblici sono presenti in 8 Comuni su 10 del Nord-Est, ma solo in 1 su cinque al Sud.
di Rosario Dello Iacovo da http://rosariodelloiacovo.wordpress.com
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di Lino Patruno
Dunque, secondo i sapientoni la scarsa presenza dei Grillini al Sud significherebbe che il Sud come al solito dorme. Un Sud per il quale ogni novità sarebbe più pericolosa di un cobra anaconda. E che, mentre nel resto d’Italia la piazza ribolle di rabbia contro la politica, continua a vivacchiare tra familismo e clientele, meglio tra clan e camorre.
Solito nulla di nuovo sotto il sole, mentre al Nord e altrove Grillo e i suoi sarebbero il sole dell’avvenire. Nessuno toglie a Grillo i meriti che ha. In fondo il comico genovese passato dalla ricreazione alla indignazione ha occupato uno spazio (anzi una voragine) di disgusto e di voti in libertà che gli hanno lasciato aperto. Non a lui, per la verità, ma è una voragine di cattiva corrotta politica che ha a lungo afflitto gli italiani e che gli italiani non vogliono sentire più neanche nominare.
E se quella di Grillo è una faccia da schiaffi, lasciamo perdere certe facce propinate finora come onorevoli. Quindi Grillo non fa antipolitica, sottolinea a modo suo quanto sia indecente quella che si chiamerebbe politica.
Del resto, lo insegnava don Milani: non ci si può lamentare che la politica è una cosa sporca se si tengono le mani in tasca. Questo non
vuol dire menarle. Ma tutto si può dire di Grillo tranne che le mani non le agiti non meno che la voce e l’insulto. Dice un sacco di parolacce. Ma forse qualcuno ha dimenticato tutte quelle ascoltate in Parlamento in questi ultimi anni. Quanti diti medi sono stati mostrati anche da gentili signore tacco 14 e non meno onorevoli. Per finire alle ultime notizie: quel lord inglese del leghista on. Borghezio che, a chi gli chiede perché non partecipa alle sedute parlamentari sul taglio ai finanziamenti ai partiti, risponde pubblicamente “non me ne frega un c. di ciò che si fa a Roma”.
E’ anche vero che Grillo fa più sfuriate che proposte. Ma non può lamentarsene un Paese che, non più di venti amai fa, non solo si è fatto prendere a pernacchie dalla Lega Nord, ma l’ha mandata al governo, ci ha tubato e ne ha accettato il federalismo fiscale manco fosse una madonna che lacrima. E poi, questo è il Paese in cui diventi qualcuno se gridi. Monti non grida, ma con le parole a vanvera non scherza, secondo solo alla ineffabile Fornero.
Quanto poi alle proposte, è vero che Grillo fa soprattutto controproposte, nel senso che butta a mare tutto ciò che ha fatto (o sfatto) la cosiddetta politica finora. Ma sulle banche, sulle spese folli, sugli abusi, sui privilegi, sulle tasse. sulla corruzione ne ha dette, e ne ha dette non meno di quante, parliamoci chiaro, ne dice la gente. Ha detto anche che bisogna uscire dall’euro, ma lasciamo perdere. E che bisogna cacciare gli immigrati, e lasciamo perdere di nuovo.
Tutto ciò non è un programma, ma rende nelle urne. Il problema sarà quando dovrà diventare programma, ricordando l’esempio dei radicali. Però Grillo libera energie. Porta alla ribalta delle città giovani altrimenti perduti. E giovani che vengono più dalle università che dalla rabbia delle periferie, anche se il loro acido solforico rischia di rimanere una vampata.
Aggiungiamo: è una democrazia dal basso, da Facebook e Twitter. Che può riempire di fresco entusiasmo ma è sempre esposta al demagogo carismatico che decide per tutti: la popolarità non è sempre innocente. Come insegna appunto la Lega Nord. Non dimenticando i sassi, i petardi, le no-Tav e le insolenze di molti Grillini. Né dimenticando che la politica è l’arte della convivenza nel luogo comune, la capacità di stare insieme e di progettare insieme un futuro, non solo di dire “vaffa”.
In tutto questo il Sud sembra assente: un altro divario? C’è chi dice che il Sud (purtroppo) è ancòra legato al vecchio politico in grado
di portargli sopravvivenza. C’è chi dice che i giovani del Sud sono molto più impegnati a partire che a restare per fare casino. C’è chi dice che nella terra del ritardo anche le novità arrivano in ritardo. C’è chi dice che il Sud aspetta la locomotiva del Nord non solo in economia ma anche in politica. C’è chi dice che al Nord si agitano ma le elezioni si vincono coi voti del Sud: vero, ma senza benefici per il Sud.
E però è anche vero che, ogni volta che il Sud ha tentato una sua politica, si è gridato allo scandalo, meridionali in testa. Con un eventuale partito del Sud considerato una iattura, così si fa un favore a Bossi (che il resto d’Italia provvedeva a favorire). Certo, i tentativi sono stati talmente goffi che al confronto i Grillini sembrano fulmini di guerra. Anche per questo il Sud si è dovuto tenere vecchi marpioni buoni soprattutto a chiedere a suo nome soldi e non opere pubbliche. Cioè a rovinarlo.
Conclusione: schiaffi come la fai e fai. Ma se la storia ha il vizio di ripetersi, per una volta il Sud dovrebbe giocare d’anticipo. L’alternativa è tenersi il Grillo di turno.
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Si vede abbastanza dal rapido progetto dianzi esposto cosa sia divenuto in due anni il reame delle due Sicilie sotto il governo invasore. I partiti si agitano, e sconvolgono il paese; la discordia divide tutti gli animi; gli uni scavalcano gli altri per montare al potere e scorticare i popoli, che nutrono odio irreconciliabile contro i piemontesi; l'amministrazione interna è un caos; le finanze sono esauste, è sopraccaricate da ingente debito pubblico, che ne obbliga contrarre altro smisuratissimo; le tasse decuplicate; rincarito oltremodo il prezzo de viveri; resa impossibile l'agricoltura e la pastorizia nelle più fertili provincie; sterilito e ridotto a nulla il commerciò; sostituito il capriccio delle soldatesche al giudizio de' Magistrati, ed al reggimento delle leggi; arresti arbitrarii d innocenti a migliaia; incendii, e devastazioni di città e borgate; fucilazioni innumerevoli senza processi, senza giudizio contro individui non di altro rei, per la maggior parte, se non di aver voluto difendere i loro focolari, la loro religione, la patria autonomia dinastica; ed in tanta confusione si fa anche correre la voce dell'abdicazione del re Vittorio Emmanuele.
Al quale, mentre nel 1860 facevasi dire di aver intesi i gridi di dolore dell'Italia, ora che le esorbitanze e gli eccessi di coloro che governano nelle provincie meridionali in suo nome formano l'onta della umanità, e dell'onore delle nazioni, si rende, così ottuso l'udito, da fargli scrivere da Napoli a' 3 maggio in una lettera all'Imperatore de' francesi, queste parole cotanto in contraddizione co' fatti flagranti: «L'ordine, che regna in queste provincie meridionali e le fervide dimostrazioni di affetto, che ricevo da tutte le parti rispondono vittoriosamente alle calunnie de nostri nemici, e convinceranno, spero, l'Europa, che la idea della Unità riposa su solide basi e si trova profondamente impressa nel cuore di tutti gl'italiani».
Ma come antitesi di codeste assertive il deputato napoletano Petruccelli nella tornata parlamentare de' 28 novembre affermava: «La unità italiana è minacciata a Roma, è minacciata a Napoli; ed io son certo, che se il presidente del consiglio avesse presentati tutti i rapporti della vigilante Autorità di Napoli, l'Europa rimarrebbe scandalizzata da' tentativi fatti dal partito Murattiano. Ma l'Imperatore Napoleone dovrebbe sapere, che se i napoletani avessero a scegliere tra un Borbone, ed un Bonaparte, non esiterebbero a scegliere un Borbone!»
Ed è nello stesso ordine naturale degli avvenimenti, che le popolazioni del reame nutrano inestinguibile e perenne il sentimento per l'autonomia dinastica; e che le loro tendenze, a costo di tanti sagrifizii sieno convergenti a tale supremo scopo.
Le masse, che non veggono migliorate, ed invece sempre più pervertite le loro condizioni di benessere materiale, divengono oramai intolleranti del presente, e desiderano un passato che loro ricorda le più prosperanti condizioni della civile esistenza, di un pacifico, mite, e paterno ordinamento, e elle ora alimenta le loro speranze di restaurazione. Il merito, e lo stesso patriottismo il più disinteressato, feriti dalla ingratitudine, dal disprezzo, e da' più oppressivi atti del governo, rifiutano l'opera loro al paese; d'onde le frequenti domande di dimissione al posto di deputato e la continuata assenza di altri dal parlamento. I proprietarii, che non veggono garentite le loro proprietà imprecano, e maledicono gl'invasori subalpini, e rimpiangono uniformemente l'antico governo, il quale, secondo la espressiva confessione del deputato napoletano Nicotera nella tornata de' 15 dicembre, 230 aveva il gran merito di far tutelare le vite, e le sostanze de' cittadini: e, secondo l'altro deputato Ricciardi nella stessa tornata, «era così scrupolosamente osservante delle leggi, e della giustizia, che comunque vincitore dopo il 15 maggio 1848, non faceva arti restare niuno di que deputati, che apertamente ribelli, ed acerrimi nemici del Sovrano, ne aveano attentato alla Suprema Autorità».
I commercianti, che veggono i loro fondi in ristagno, si rivoltano contro lo attuale stato di cose, e rammentano i vantaggiosi cambii marittimi, la sicurezza de' pubblici cammini, il corso della rendita pubblica alla elevata cifra del 120; beni tutti, che si godevano sotto la Dinastia Borbonica. Gl'impiegati civili; l'Esercito; la magistratura dell'antico indipendente reame delle Due Sicilie, dopo essere stati così iniquamente maltrattati, quale attaccamento possono nutrire pei governanti piemontesi? I quali trovano quivi in ogni individuo un avversario, ed in ogni classe una sorgente di odio contro di loro, ed una reminiscenza affettuosa per gli antichi suoi sovrani; la quale è tenuta in freno da 120 mila bajonette, dalla fazione armata de' fautori del Piemonte, dalle rigurgitanti prigioni, e dalle sovrabbondanti fucilazioni.
Egli era in vista di queste manifestazioni, e delle altre officiali, ed autentiche fatte da molti deputati, già accennate nel corso di questo lavoro, che uno de' popolari giornali di Napoli stampava la seguente apostrofe: «Vengano ora i diarii officiosi a smentire gl'incendii de' villaggi, le carnificine dei contadi, lo spoglio, il saccheggio de' casali, e de' sobborghi (c del napoletano! Vittime di Pontelandolfo, di Casalduni, innocenti periti tra le fiamme di 28 paesi; madri vaganti pe' boschi in cerca de' figli periti tra gli orrori della più cruda morte, voi siete oramai ben vendicate; e vendicate per opera de' medesimi vostri nemici».
Vi è pure chi dice essere inevitabili i dissesti, e le perturbazioni in ogni mutamento politico, ancorché buono, e non doversi perciò meravigliare pe' disordini nel napoletano, che col tempo saranno sedati. Ma quivi i fatti hanno dimostrata esservi grande differenza tra que' sconci, che accompagnano le mutazioni politiche anche migliori (ed una di queste fu quando Carlo III elevò a florido e ben governato reame le due Sicilie un tempo misere provincie di lontano dominatore); e que' disordini, che nascono dacché si opera contro la natura, le tendenze, il sentimento delle popolazioni, (come ha ora agito il Piemonte soggiogando, e riducendo a Provincie infelici un regno prospero, e indipendente): i primi sconci sono parziali e col volgere del tempo cessano del tutto; i secondi per l'opposto sono generali, ingagliardiscono col tempo, e più si va innanzi, più cresce la confusione, e l'orrore.
Di questo incontrastabile sillogismo fortificano il loro ragionare autorevoli scrittori napoletani che nel corso del 1862 hanno pubblicato opere convincenti su la necessità della restaurazione autonomica nelle travagliate province meridionali.
Essi han dimostrato, che «avendo forzosamente imposto il principio della unificazione i governanti subalpini sono stati necessitati a straripare da ogni linea di, condotta assennata, ed equabile; ad essere poco scrupolosi in su i mezzi purché il fine si raggiungesse: divenne per essi una necessità, violare lo statuto, tradire il plebiscito, battere francamente la via della rivoluzione anarchica, annullando ordinamenti che prosperavano da secoli, sperimentati e vigorosi; abbattendo senza distinzione quello che poteva e doveva conservarsi; distruggendo parimenti il buono ed il mediocre; e per conseguente contraddicendo alla storia, alla natura, alla vita del popolo delle due Sicilie, nel quale non può estinguersi il sentimento della sua autonomia. Ed è singolare, che mentre il Cavour dichiarava in parlamento chiusa l'epoca delle rivolture, la sua azione governativa era tanto rivoluzionaria, quanto più si può immaginare, se rivoluzione vuol dire rovina totale degli ordini antichi, sforzo di edificare tutto da nuovo. I Montagnards della Convenzione Nazionale avevano appena osato altrettanto.»
A suggello delle esposte cose soccorrono le teoriche di un antico politico italiano, la cui autorità è spesso invocata da' moderni riformatori travolgendola secondo i loro gusti. Egli raccomanda come regola di prudente condotta politica di serbare ad ogni stato italiano il proprio ordinamento «impossibile essendo riunirli in uno Stato solo, perché gli uomini sono tenaci delle consuetudini; né per lunghezza di tempo, né per beneficii possono mai scordarsi de' loro modi antichi».
Che questi sieno i sentimenti innati dell'universale nel reame, se ne hanno argomenti incontrastabili ne' quotidiani avvenimenti. La pompa funebre, con cui il clero, e il popolo di Napoli accompagna nella gran via Toledo in uno de' giorni di dicembre il feretro dello arcivescovo Naselli della principesca stirpe siciliana de' Signori di Aragona, antico Cappellano maggiore del re Francesco II è riguardata generalmente come uno splendido trionfo de' legittimisti. Il Diritto di Torino n.357 se ne mostra irritato, e per l'organo del suo corrispondente napoletano si duole «per essersi fatta impunemente questa dimostrazione, che un anno dietro né pure sarebbesi potuta tentare: insomma, senza tema di esagerare, si può dire, che nelle due Sicilie l'elemento separatista va innanzi, molto innanzi, ed è audace, beffardo, provocatore...».
Se facesse il computo di quelli, che ivi sostengono le così dette reazioni, che le approvano, e né desiderano il buon riuscimento, si troverebbe esserne cosi sterminato il numero da sorgerne spontanea nel pensiero questa conseguenza, che, se, cioè, vi ha in quelle provincie unanimità di suffragio essa sta appunto nel voto di essere liberati dal giogo subalpino, Macchiavelli, in varii luoghi de Discorsi, e del Principe, e di esser lasciati vivere in pace, nella propria patria, e con la loro legittima autonomia.
Ad onta de' rigori fiscali il giornalismo napoletano ha accennato in varii rincontri «che nelle provincie, ove più ferve la reazione non si possono dimenticare i beneficii loro impartiti dalla Dinastia passata; ed esservi spesso occasione di vedere, non solo nelle classi agiate, ma anche nel minuto popolo, chi conserva come reliquia affettuosa una moneta con la effigie del re Francesco II, e mostrarla con tenerezza. Ed è come un talismano per la propria salvezza, che i viandanti di ogni condizione, e finanche gli ecclesiastici, recano una di tali monete nelle loro tasche per esibirle alle bande de' così detti briganti su' pubblici sentieri». Non ignora che ad attenuare la forza di questi fatti, e di queste reazioni, vi è chi parla della influenza degli esuli in Roma; ma la calunniosa assertiva rimane smentita dalla stessa natura dette cose; e dalla considerazione, che i movimenti reazionarii, disgregati fra loro, sono sforniti di direzione e d'impulso, mancanti di unità e d'indirizzo; e sopratutto di unico Capo eminente, risoluto, esperto; ciò per altro ne aumenta il merito, sia per la spontaneità; sia per la scarsezza dei mezzi con che si resiste ad un poderoso esercito di oltre 220 mila uomini, ed a misure governative di una ferocia elle non trova riscontro nella storia. Ma codesta agitazione reazionaria si rende quasi invincibile, perché mette appunto radice nello inestinguibile sentimento popolare per l'autonomia.
(Tratto da: Colpo d'occhio su le condizioni del reame delle due sicilie nel corso dell'anno 1862, di Francesco Durelli)
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Il cedimento del paese Italia è ormai dietro l’angolo. Ogni santo giorno il capo dello stato Giorgio Napolitano è impegnato nel difendere l’unità e la coesione di uno Stato centrale ingestibile e minato dalle sue stesse istituzioni. Le sue dichiarazioni circa le tensioni sociali sono sempre più numerose e allarmanti e l’invito al governo a far presto ad applicare quelle riforme necessarie volte al rilancio della crescita è divenuto quotidiano. Il premier Monti, viste le innumerevoli e quotidiane dichiarazioni che apparivano sui giornali, ha richiesto un colloquio con il presidente della Repubblica, e da tale incontro è emerso l’invito esplicito del capo dello Stato a cambiare marcia, anteponendo alla politica di austerity quei provvedimenti necessari alla crescita quale priorità assoluta. A fronte dell’attuale situazione economica, la scelta di velocizzare i provvedimenti sulla crescita economica non solo è tardiva, ma si trasformerà a breve anche in nociva. La politica del rigore fin qui applicata come una scelta primaria sui numerosi provvedimenti legislativi messi in cantiere, ha prodotto l’impoverimento generale del tessuto socio economico italiano e l’applicazione dei futuri decreti sulla crescita oggi necessita di ulteriori e immediati interventi finanziari che l’Italia in questo momento non è in grado di affrontare. Con il 30 di giugno, ovvero quando si potrà determinare con certezza le entrate dello Stato derivanti dalle dichiarazioni dei redditi Italiani e dalla lotta all’evasione fiscale, potrebbe verificarsi l’irreparabile e le entrate statali potrebbero essere non solo inferiori alle attese, ma insufficienti a finanziare le politiche nel comparto delle produttività. 
Le probabili mancate entrate sono inevitabilmente imputabili alle oltre 200.000 imprese che hanno chiuso nel corso del 2011 e allo sperpero totale di denaro pubblico, al quale non si voluto provvedere in questa prima metà del 2012. L’ostinazione e l’inflessibilità del premier nell’applicare la politica del rigore come prima scelta è stata da una parte determinata da un forte egocentrismo personale, e dall’altra volta ad ottenere per l’Italia un ruolo di spicco in Europa capace di modificare l’assetto di politica economica dell’intera Unione Europea. In realtà, come ci ha detto ieri Bankitalia, il debito pubblico italiano è comunque aumentato e molto probabilmente sarà destinato ad aumentare ancora nei prossimi sei mesi. La politica del rigore volta a mettere in sicurezza l’Italia ha prodotto di fatto una fiumana di tasse e non è servita a mettere al riparo da un possibile default, ma solo a garantire l’esistenza dell’Unione Europea fortemente compromessa da un suo paese fondatore qual è l’Italia. Ecco perché ciò che sta accedendo in questi giorni assomiglia sempre più ad un cedimento continuo ed inarrestabile di tutte le istituzioni che conformano lo Stato centrale, e mentre si sta provvedendo alla difesa di Equitalia e Finmeccanica, dichiarate qualche giorno fa dal ministro Cancellieri obbiettivi sensibili, i cittadini non sembrano più essere in grado di reagire ad uno sconforto che ormai sconfina spesso in reazione incontrollata. Persino Benedetto XVI, sempre più preoccupato da una politica che quotidianamente perde il suo ruolo, è intervenuto in preghiera invitando gli italiani a reagire a tale sconforto.
Tuttavia ciò che servirebbe urgentemente al Cittadino comune è una svolta decisa, di speranza e pacificatoria, e tale svolta non può che essere determinata da una revisione se non addirittura una totale e immediata abrogazione delle regole vigenti che opprimono la quotidianità di ciascuno. Se non vi saranno queste condizioni, il crollo e il decadimento dello Stato sarà inevitabile e a rallegrarsene non saranno solo tutti coloro che si battono per la Libertà e L’Indipendenza, ma anche i Cittadini oggi sempre più oppressi da uno Stato che ha dimostrato non solo di non volere cambiare, ma di continuare imperterrito ad infierire su di loro.
di FABRIZIO DAL COL da http://www.lindipendenza.com
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Lo Stato canaglia è una forma di governo autoritaria che conculca gravemente i diritti umani, e il nostro caso è riferito proprio all’Italia, ed in particolare a quell’Italia politica ed organizzativa che è uscita dalla nostra Carta costituzionale. Un Paese imbrigliato da norme e divieti, frutto di un accordo (quello costituzionale) fin da subito superato dagli eventi, e dalle scelte del popolo italiano. Lo Stato è nato per proteggere i cittadini dalle minacce esterne e interne; oggi invece il nostro Stato fagocita i cittadini, senza difenderli né da minacce esterne (immigrazione non regolata), né da minacce interne (molta parte del Paese è in mano alla criminalità organizzata). Quindi è uno Stato che chiede moltissimo ai cittadini dando loro in cambio ben poco, e anzi subissandoli di divieti. Nei Paesi liberi tutto è consentito, tranne ciò che è espressamente vietato per legge; da noi, viceversa, tutto è vietato, tranne ciò che è consentito. Oltre a questo, come ben sappiamo, il nostro è uno Stato che fa pagare tasse ben al di là dei servizi che fornisce. È “canaglia” proprio nella misura in cui sottopone il cittadino a vessazioni proprie di un Paese privo di cultura democratica e liberale. Viviamo, si dice, in un Paese libero. Nulla di più falso: da Nord a Sud, i cittadini si trovano ostaggio di uno Stato potentissimo, a cui un'infinità di regolamenti e decreti, imposte e balzelli permette di infiltrarsi in ogni recesso della vita quotidiana: dalle leggi sulla procreazione a quelle sulla prostituzione, dai meandri della giustizia all'autovelox. Un'Entità che governa, senza averne delega, la nostra esistenza ma che è nel contempo abbastanza debole da trovarsi nelle mani di una oligarchia incolta e becera, seppure voracissima. Intanto, nell'economia gravata dalla crisi, dilagano le distorsioni del mercato, dal canone televisivo alla vicenda Alitalia, passando per “liberalizzazioni" che sono solo una cortina di fumo di dirigismo e demagogia. A fare le spese di provvedimenti di salvataggio che a stento nascondono le eterne logiche di interesse, al solito, è il cittadino tassato e vessato, inibito nelle sue libere iniziative. Questa spietata analisi del declino culturale, politico ed economico italiano, Piero Ostellino presenta una preoccupante carrellata di nomi, fatti e dati. Denunciala latitanza del pensiero liberale, asfissiato da collettivismo e corporativismo. Torneranno mai in Italia le idee, e le prassi, dell'autonomia, della responsabilità individuale, della certezza della pena? La risposta è un durissimo j'accuse rivolto alla pessima politica cui permettiamo di governarci. Nel fitto intreccio tra politica, crisi e scandali c’è un filo rosso e buone ragioni per un allarme democratico. Non c’è un complotto ma molte cospirazioni devastanti. Non una centrale operativa di destra odi sinistra, ma troppi network-fazione agguerriti e influenti che lavorano insieme e l’uno contro l’altro come in una guerra alla libanese. Magistrati che perseguitano politici, per ragioni buone o nefaste, ma che contemporaneamente si garantiscono visibilità e opportunità di carriera. O le perdono in una costante lotta tra Procure sorda e impercettibile ma non per questo meno violenta. Alte cariche di governo che non solo si criticano e si dividono (fin qui nulla di nuovo), ma che si spiano, si fanno informare da spioni e spioncini l’uno contro l’altro per attaccarsi o proteggersi l’uno dall’altro. I corpi “separati” che dovrebbero, a difesa dei cittadini, garantire il funzionamento dello Stato, che fanno politica, entrano in politica. Personaggi che diventano parlamentari senza alcun “cursus politico”, quelli che chiedono una regolamentazione della attività di lobbying non prevedono il parlamentare-lobbyista e la necessità di limitare soprattutto i conflitti di interesse dei parlamentari. Ma sono in tanti a mantenere una regnatela costante e integrata di relazioni tra chi indaga, chi decide e chi comunica. Rapporti diretti e indiretti:in barca o in vacanza, magistrati e giornalisti da diporto, indipendenti e intoccabili. Poi in tribuna contro la mafia e il Caimano, assieme a pentiti imbroglioni, trattati da eroi. Un sistema dentro il sistema, con procedure, poteri e giurisdizioni parallele: l’inchiesta mediatica o il gossip denuncia, indaga, persegue e condanna chiunque capiti, si fa potere giudiziario separato. L'obbligatorietà della azione penale diventa lo schermo di un arbitrio che si diffonde grazie al ritorno in campo dell’imperio statale. Larinnovata espansione dello Stato, ecco il punto, il ritorno di ideologie e pratiche stataliste e statal-etiche è la grande illusione di questa crisi, e dà forza più all’impresa lucratrice di appalti che a quella che compete su un mercato sempre più ridotto. Lo Stato asciuga il mercato. Anzi l’impresa più lontana dal sistema relazionale stato-centrico è perseguitata in un rapporto iniquo dallo Stato iper-tassatore che pure non recede dallo sperpero, l’impresa “relazionata” spera che lo Stato ci sia e qualche pezzo di Stato la aiuti. Il sistema mediatico politico, i signori dell’agenda concentrano l’attenzione su poste modeste della spesa pubblica come le pensioni(ingiuste) dei parlamentari, si difende all’unisono dal taglio delle Province, dall’adeguamento del sistema previdenziale, dalla revisione della spesa sanitaria. Lo Stato Canaglia è fondato su un equivoco costituzionale, che crea “canaglie di Stato” un po’ ovunque. La Guardia di Finanza, con tanti giovani seri e preparati che indagano per pochi euri su patrimoni immensi, ma che più spesso vengono spinti a spiare dal buco della serratura il macellaio che ritarda il pagamento dell’Iva e si becca le ganasce di Equitalia. Chi li dirige oggi può dimostrare la sua innocenza in tribunale prima di essere “inganasciato”, il macellaio no. Chi riesce a far carriera politica arriva a consigliare e guidare la politica da una posizione impropria e a far “le cordate”. Il salumiere che è riuscito a pagare solo gli stipendi e magari non avrà pagato i contributi… invece sarà solo davanti a quei bravissimi giovanotti in uniforme i cui superiori hanno scalato i vertici dello Stato, sono stati nominati parlamentari e hanno acquisito consulenze e benemerenze.
Chi ci governa, impoverisce e occulta felicemente i veri problemi e trattiene le risorse per lo sviluppo. Oggi non va di moda, ma è evidente quel che ci vuole: meno Stato e più società. Meno tasse e più libertà. Senza un ambiente nuovo, aperto dove non regnino i signorotti della spesa pubblica (partiti non ce ne sono più) non ci sarà onestà, né morale. Solo moralisti, manette, scandalismo e conservazione. La crisi è figlia di una politica monetaria basata sul denaro facile e su una politica abitativa demagogica. Oggi più che mai c’è bisogno di meno politica e di più mercato, ben sapendo che con la parola “mercato” si indica un aspetto fondamentale della libertà di scelta. I nemici del mercato sono, semplicemente, i nemici della libertà». Il sistema pubblico Italia pachidermico per dimensioni e dinamismo, patisce il prevalere di un apparato corporativo, che in parte affonda nel Ventennio ma che nessuno - nel dopoguerra - ha voluto smantellare. “Il governo italiano rispetta in generale i diritti umani dei suoi cittadini anche se vi sono problemi con la lunghezza delle detenzioni pre-processuali, la lunghezza eccessiva dell’iter giuridico, la violenza contro le donne, il commercio di persone, gli abusi nei confronti di omosessuali, zingari e altre minoranze“.(capitolo dedicato all’Italia del rapporto sul rispetto dei diritti umani nel mondo redatto dagli Stati Uniti). Un Paese paralizzato da un numero spropositato di leggi e regolamenti; soffocato da una cultura burocratica invasiva e ottusa; gestito da una pubblica amministrazione pletorica, costosa e inefficiente e, non di rado,corrotta; vessato da un sistema fiscale punitivo per chi paga le tasse e distratto nei confronti di chi non le paga; prigioniero di corporazioni e interessi clientelari; nelle mani, della criminalità organizzata. Un Paese in inarrestabile declino culturale, politico,economico, che non è ancora precipitato agli ultimi gradini tra iPaesi industrializzati dell'Occidente solo grazie allo spirito di iniziativa e alla proiezione internazionale della media e piccola imprenditoria. Questa è l'Italia oggi. C'è l'Italia degli italiani e c'è lo Stato italiano. Per intenderci: ci sono gli italiani, come singoli individui; c'è lo Stato italiano, come «soggetto collettivo». La definizione può sembrare paradossale e persino contraddittoria. E, in realtà, lo è. Chi ritiene che la fenomenologia sociale sia empiricamente descrivibile solo riconducendone le dinamiche agli individui ne sarà scandalizzato. Per l'individualismo metodologico, i soggetti collettivi le istituzioni, il mercato, il capitalismo eccetera, non hanno, infatti, vita propria, non pensano, non agiscono, bensì altro non sono che l'interazione, in una società aperta e liberale, fra individui che perseguono autonomamente il proprio ideale di vita e i propri interessi, producendo con ciò inconsapevolmente un beneficio collettivo. Il bene comune, l'utilità sociale, l'interesse generale eccetera sono, al contrario, una invenzione della politica. Ladivisione dell'Italia in due — l'Italia (al plurale) dei singoli individui, ciascuno dei quali pensa e agisce sulla base delle proprie personali convinzioni; e l'Italia (al singolare), come soggetto collettivo, autoreferenziale, che li (mal)governa sulla base diprincipi e leggi che essa stessa si è data — è, dunque, solamente un artificio retorico. Gli italiani, anarcoidi e conservatori, privi di senso civico e di senso dello Stato, e perciò sudditi invece di cittadini; gli italiani che non si mettono in fila alla fermata dell'autobus, ma neppure si ribellano alla propria condizione di sudditanza; ingegnosi, flessibili, pragmatici, camaleontici sono l'Italia al plurale. Che «si arrangia », che se la cava. Questi italiani sono il paradigma schizofrenico di ciò che la cultura liberale anglosassone chiama, con ben altra dignità storica e politica, «società civile» rispetto alla «società politica» dalla quale rivendica la propria autonomia. Che da noi l'ordinamento giuridico non garantisce e nessuno rivendica; tutti si prendono, quando possono sottobanco. La nazione, lo Stato, la collettività, giù, giù lungo i loro indotti pubblici — ieri, il (vergognoso) primato della razza; oggi, l'(indefinibile) utilità sociale, e tutte le altre sovrastrutture ideologiche che hannosegnato la storia del Paese — sono l'Italia soggetto collettivo. La camicia di forza che il potere politico del momento e la cultura dominante, l'ideologia come falsa coscienza — fascista e/ocomunista, corporativa e/o collettivista, comunitaria e/o statalista che fosse, sempre e comunque antindividualista — hanno imposto agli italiani. Incolta, retorica, dogmatica, bigotta, burocratica, poco opunto flessibile, legalista e imbrogliona, questa Italia trasformistae gattopardesca — che cambia qualcosa per restare sempre la stessa— è una sorta di «8 settembre permanente». Istituzionalizzato. Da un lato, ci sono la costante imposizione di un controllo pubblico, illegittimo e contraddittorio, sulle libertà dei singoli, e l'ambigua pretesa che sia rispettato; dall'altro, c'è la tacitaesenzione da ogni vincolo d'obbedienza sottintesa nella frase liberatoria «tutti a casa» che l'8 settembre 1943 percorse la linea di comando delle nostre Forze armate, abbandonate a se stesse dopo l'armistizio. È di questa Italia incasinata e un po' cialtrona, intimamente illiberale, che parlo. Non per fare l'elogio degli italiani come singoli individui ma per spiegare l'incapacità del Paese di entrare nella modernità e di stare, culturalmente, politicamente, economicamente, al passo con gli altri Paesi di democrazia liberale dell'Occidente capitalista. Non è l'elogio dell'antipolitica, oggi tanto di moda. Anzi. È, piuttosto, la denuncia dell'invasività della sfera pubblica nella sfera privata. La descrizione di come la nostra politica non sia più, e da tempo, ammesso lo sia mai stata, al servizio dei cittadini, ma li abbia posti al proprio servizio. Dello «Stato canaglia». L'eccessiva estensione della sfera pubblica — che la cultura statalista e dirigista tende a spacciare come veicolo di equità sociale — è, infatti, più accrescimento del potere degli uomini a essa preposti sulle libertà e sulle risorse dell'individuo, che criterio digoverno. La leva fiscale, per alimentare una spesa pubblica riserva di caccia di interessi estranei a quelli generali, ne è lo strumento, anche se non il solo, di oppressione. Non occorre essere marxisti per sapere che lo Stato non è neutrale, ma è il braccio armato degli interessi di chi ne detiene il controllo, se non è controbilanciato da principi e interessi alternativi, fra loro in competizione. È sufficiente essere liberali. Del resto, inquesto continuo confronto fra differenti concezioni del mondo, senza che nessuna abbia la pretesa di essere la Verità e di imporla agli altri, è dalla pluralità di interessi in conflitto — mitigato solo da regole del gioco che non consentano a nessuno di impedirne la libera manifestazione e la corretta realizzazione — che si sostanzia la società aperta. Il liberalismo non è una dottrina chiusa — che dice agli individui quale è il loro interesse e ne prescrive i comportamenti — ma la dottrina dei limiti del potere e della società aperta, all'interno della quale ciascuno si presumesappia quale è il proprio interesse e, di conseguenza, lo persegue in autonomia. Il guaio è che di liberalismo, nella vita pubblica degli italiani, non c'è traccia. E ci vorranno, forse, generazioni perché vi si affacci. (PieroOstellino)
Nella classifica dei 47paesi europei con il maggior numero di violazioni dei diritti umani, l’Italia- nel 2010 - occupa il settimo posto, preceduta da Bulgaria, Polonia, Ucraina, Romania, Russia e Turchia, eseguita da Grecia, Slovacchia e Germania. Continua l’escalation dei reclami alla Corte europea di Strasburgo. Diecimila e duecento gli italiani che hanno inoltrato ricorso: erano7.150 nel 2009. Un balzo avanti del 30%. I dati emergono dalla relazione al Parlamento e realizzata dalla Presidenza del Consiglio sull’Esecuzione delle pronunce della Corte Europea dei diritti dell’uomo nei confronti dello Stato italiano. I ricorsi pendenti, con la nostra malagiustizia sul banco degli imputati, rappresentano il 7,3%dei fascicoli provenienti dai 47 paesi aderenti alla Convenzione perla salvaguardia dei diritti fondamentali della persona.Ma il drappello degli “stati canaglia”, Italia compresa, da solo fornisce i due terzi del lavoro che finisce sulle scrivanie dei giudici di Strasburgo. Le sentenze Cedu emesse nel 2010 contro lo stato italiano sono state 98 (erano 69 nel 2009). Il grosso delle violazioni, 44 casi, riguardano l’eccessiva durata dei processi; in 9 casivizi nella procedura; in 3 lesioni alla privacy, in 6 al diritto di proprietà. Un caso ha denunciato trattamenti inumani; un altro la violazione della libertà di circolazione, e l’ultimo la violazione del diritto al ricorso individuale. Quasi 8 milioni di euro gli indennizzi che l’Italia deve pagare a favore dei cittadini, vittime della giustizia lumaca e cattiva. La maggior parte andrà in risarcimenti per il lungo corso delle espropriazioni. Nel 2009 l’importo era meno della metà, circa 3 milioni 292 mila euro. Su un capitolo delicato dei diritti, quello che tocca le condizioni di vita delle persone detenute, il rapporto suona un forte allarme per la lentezza con la quale la magistratura di sorveglianza risponde alle istanze dichi è in carcere.
InItalia (Stato Canaglia) si continua a morire di crisi economicae di menefreghismo da parte del governo. Tutti i giorni aggiorniamo il macabro bollettino delle persone che si sono tolte la vita travolte dalla perdita del posto di lavoro e dall’accumulo di debiti. Nefasti dati che secondo qualcuno sarebbero perfettamente normali e compatibili con i tempi difficili che l’Italia sta vivendo, così l’impressione è che quanto stia accadendo è perfettamente normale. Ossia è normale che gli italiani si suicidano o che cadano nella disperazione più cupa perchè lo Stato italiano non è solo non è più in grado di pensare al futuro dei suoi cittadini ma non è più neppure capace di garantire il presente. Ma tutto questo che viene fatto passare per “normale”, non è lo è affatto, ma è invece espressione della completa rottura tra Stato italiano e suoi cittadini. Tra tanti suicidi qualcuno va sicuramente addebitato alla insensata politica anticrescita del governo Monti e a quel senso di insopportabile superiorità da contabile che sta rendendo nauseante questo governo di cattedratici. Un governo dovrebbe dare speranza al sua paese, questo governo sta distruggendo con una freddezza micidiale ogni senso di speranza. Forse ai vari Monti e Fornero (il peggior ministro in assoluto di un governo di per sèpenoso) bisognerebbe insegnare che governare uno stato non è lastessa cosa di amministrare una banca. 
Un pensiero vada a tutte le vittime di questo stato canaglia, perchè la loro morte non sia vana.
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di Lino Patruno
A Ricomincio da Sud. Ci sono almeno tre ragioni per cui se l’Italia vuol crescere può farlo solo a Sud. Prima lo si capisce meglio è. Come meglio è se la si smette quanto prima di considerare il Sud un danno e non una salvezza per tutti. Prima ragione. Non ci vogliono trattati di economia per capire una banalità. Resteremo nell’incubo di questa crisi se si continua ad andare avanti con un sistema (gli intellettuali dicono “modello di sviluppo”) per cui il Nord deve fare da locomotiva e il Sud, se va bene, seguirlo come bagaglio appresso. Il risultato è una crescita dello zero virgola qualcosa, anzi ora andiamo indietro. E’ come se avessi una Porsche e la facessi andare come una Panda. Non solo è uno spreco, ma prima o poi imballi il motore.
Cara Nord ma dove vai Il Nord dovrebbe crescere al 10 per cento come una Cina per far crescere in media l’Italia almeno al 3 per cento, quota minima per riprendere a creare lavoro.
Ma oggi solo la Cina è Cina. E poi il Nord è al limite, saturo, sfiatato, non può crescere più di tanto: devi avere anche lo spazio per altri capannoni. Se dai a un riccone altri cento euro, non ti ringrazierà neanche, se li dai a un poveraccio gli hai cambiato la giornata. Riesce a lavorare al Sud un venti per cento in meno rispetto al Nord: se potessero spaccherebbero le pietre. Si dovrebbero cambiare le condizioni, investire al Sud quei soldi destinati al Sud ma invece utilizzati per tante altre cose, dalle multe dei vaccari bergamaschi ai traghetti del lago Maggiore. E i treni, al Sud, si dovrebbe darglieli non toglierglieli.
Seconda ragione (per cui bisognerebbe ricominciare da Sud). La conferma viene proprio in questi giorni dalla Banca d’Italia, non da qualche irriducibile terrone mezzo piagnone mezzo cialtrone. Nel Paese che i signorini dalle mani sporche della Lega Nord vogliono tagliare in due, se non ci fosse il Sud che acquista non ci sarebbe il Nord che vende. Altro che secessione, altro che ce ne andiamo per conto nostro: dove vanno?
L’integrazione fra le due Italie è tale che dovrebbe far ricredere anche il Luca Ricolfi del “Sacco” (saccheggio) del Nord. Insomma la bibbia che il Salvini sbandiera sempre come dimostrazione del Sud parassita. La Banca d’Italia dice che è vero che ogni anno 50 mila miliardi di tasse del Nord vengono spesi anche nel resto del Paese. Ma è vero pure che ritornano con gli interessi (oltre 60 miliardi) in acquisto di prodotti del Nord da parte del Sud. E aumentano ancòra se ci aggiungiamo, mettiamo, i ricoveri di meridionali al Nord (pagati dalle Regioni del Sud). E se ci aggiungiamo i giovani meridionali che vanno a lavorare al Nord ma la cui istruzione l’hanno pagata i loro genitori al Sud (a parte le tasse che versano lì).
Questi conticini li aveva già fatti da tempo Paolo Savona, economista, ex ministro, banchiere. Ma chi volete che gli desse retta visto
che smentiva un pregiudizio sul Sud? Piagnone anche lui. Così si scopre anche (Luca Bianchi direttore della Svimez) che un quarto della ricchezza annuale della Lombardia proviene dalle vendite al Sud. Ma invece che di Sud creditore si continua a parlare di Sud debitore. E invece che, magari, di “Sacco” del Sud, si continua a parlare di “Sacco” del Nord. Si è meridionali anche nei sacchi. Senza dimenticare la ciliegina che, nonostante tutto, la spesa dello Stato è maggiore al Nord che sta meglio rispetto al Sud che sta peggio.
Ma c’è la terza ragione (per cui bisognerebbe ricominciare da Sud). Buona parte dell’attuale crisi del Nord è dovuta al fatto che è in crisi anche il Sud che compra meno. E che se dalla crisi si esce solo col rilancio dei consumi (e quindi della produzione, del lavoro ecc. ecc.), o il Sud si muove o la barca affonda. Il Nord dipende dal Sud, una bestemmia. E’ sbagliato allora non solo il sopraddetto “modello di sviluppo” della locomotiva, ma anche quello conseguente del Nord che vende e del Sud che acquista. Pensiamo a cosa avverrebbe se tutti i Nicola Cassano e le Carmela Palumbo del Sud decidessero un giorno il CompraSud, acquistare solo prodotti meridionali (e ce ne sono): il panico.
Conclusione: nessun Paese può reggersi su un Nord e su un Sud come in Italia. Nessun Paese almeno che voglia restare fra i primi dieci al mondo. Né si può tenere inutilizzato mezzo motore senza perdere velocità, anzi bruciando la testata. E con l’aggiunta che un altro “modello di sviluppo” (rieccolo) converrebbe anche al Nord perché la crescita del Sud lo farebbe sfiatare meno. Tranne che -non si voglia lasciare tutto così perché fa comodo: la chiamiamo sottomissione?
Ma se occorre ricominciare da Sud, anche il Sud deve ricominciare da se stesso. C’è al Sud una prateria di cose da fare (oltre che di cose fatte). Il Sud s’arrabbi di brutto per i treni tolti, ma poi metta in campo al più presto la propria locomotiva. Il futuro è a Sud.
Da La Gazzetta del Mezzogiorno
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La Spagna è ufficialmente in recessione e le sue maggiori banche sono state declassate, anche i due colossi (Bilbao e Santander) che solo qualche anno fa sembravano inarrestabilmente lanciati alla conquista del mondo. La gente è in stato di depressione e nemmeno il nuovo governo guidato dal popular Mariano Rajoy sembra riuscire a ridare speranza agli iberici. Ed anzi lo stesso premier, a pochi mesi dal suo insediamento alla Moncloa, sembra perplesso e preoccupato per il fatto che ogni ricetta per risollevare le sorti del paese non basta mai ai signori di Bruxelles.
In questo quadro desolante e preoccupato, c’è una cosiddetta “comunità autonoma”, la Catalonia, che comincia a scalpitare. Nella parte più progredita e più progredita del Paese sta crescendo in maniera evidente il “sentimiento indipendentista”, insomma l’idea che il popolo catalano meglio starebbe se ottenesse la piana sovranità, quella che in termine castillano viene definita come “soberanismo”, che in lato pratico vuol dire separarsi dalla Spagna e quindi equivale al nostro secessionismo.
Se diversi studi elaborati nel corso degli anni Novanta davano il “sentimiento indipendentista” intorno al 25% dei catalani, il dato è poi cresciuto sotto i governi del popul Aznar e del socialista Zapatero. E non sembra affatto che le prime mosse di Rajoy riescano a frenare questa crescita. Infatti oggi, secondo un’ultima inchiesta condotta di recente dalla Generalitat de Catalonia (in pratica il governo regionale), la spinta indipendentista sarebbe condivisa dal 44% dei catalani, quando solo alcuni mesi fa, secondo un precedente rilevamento, sembrava collocata intorno al 35%. A soffiare nuovo vento nelle vele indipendentiste ci ha pensato ci ha pensato anche il Tribunale Costituzionale che ha opposto ricorso al nuovo statuto approvato dal Parlamento catalana con un’impronta fortemente autonomistica.
Ma il maggiore e più efficace motore del “soberanismo” è oggi rappresentato dalla crisi economica: in sostanza sempre più cittadini catalani che la soluzione ai loro problemi possa meglio avvenire essendo fuori dalla Spagna. D’altra parte la stragrande maggioranza dei catalani, anche tra coloro che non si schierano apertamente per l’indipendentismo, è sempr epiù convinta che non sia più sostenibile nel tempo l’attuale quota di solidarietà che la Catalonia devolve al resto della Spagna, quota che secondo la Generalitat supera lì’8% del pil catalano.
Ebbene, che la situazione si stia facendo caliente lo dimostrano alcuni episodi che si stanno susseguendo a Barcellona e dintorni. Uno su tutti, avvenuto nei giorni scorsi, la dice lunga sul sentimento dilagante. Alla barriera di pagamento dell’autostrada Barcellona-Manresa, uno dei tratti più cari di tutta la spagna, venerdì scorso sono stati aperti i caselli consentendo a migliaia di automobilisti di transitare senza versare il pedaggio. Non si è trattato di nessuna forma di concessione benefica da parte della società concessionaria, ma un atto di pragmatismo per evitare conseguenze peggiori. Era infatti successo che un gruppo di conducenti di vetture e di veicoli da trasporto si erano bloccati davanti alla berriere, rifiutandosi di pagare. Prima di causare un collasso generale al traffico, la concessionaria ha così deciso di far passare tutti senza pagare i 4 euro del pedaggio per una tratta di 30 chilometri (pedaggio che nel fine settimana raddoppia).
La maggioranza dei catalani è convinta che le infrastrutture nella loro regione siano insufficienti e anche care, mentre nel resto della Spagna sono spesso gratuite. Tutto ciò avviene in un momento di crisi economica e con un governo autonomo (guidato da CiU) che ha detto di comprendere le ragioni di chi ha promosso la protesta. Non si è trattato di una rivolta di popolo, ma il segnale di disagio è stato chiaro ed evidente. E c’è da stare certi che altri ne seguiranno.
Domanda quasi retorica: è del tutto impensabile che anche in Italia prima o poi possa scattare un qualcosa di analogo? Si accettano scommesse… di GIANLUCA MARCHI 
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In seguito alla vittoria conseguita sull’esercito asburgico a Bitonto e all’ascesa sul trono di Napoli e di Sicilia della dinastia borbonica si crearono le condizioni storiche ideali affinché, le idee assolutistiche di marca esplicitamente illuministica prendessero largamente piede. Sulla scorta delle pensiero innovatore volto a ridimensionare prima il potere politico, e poi quello sociale ed economico, del clero e delle classi aristocratiche del regno, fu stipulato un nuovo patto concordatario nel 1741 tra la sede apostolica e il reame borbonico. In applicazione dei dettami contenuti nel concordato, nel 1741 fu introdotto, tramite decreto reale di Carlo di Borbone, un blando sistema di tassazione sui beni ecclesiastici e progressivamente furono imposte delle limitazioni al diritto d’asilo nei luoghi di culto cattolico (unica religione dello stato).
Il provvedimento legislativo del 1741 si innestò, inoltre nel più vasto programma di razionalizzazione e di riforma organica del sistema tributario portato avanti dal governo napolitano culminato con l’istituzione del celeberrimo catasto onciario carolino.
Le disposizioni del 1741 non mettevano in discussione neanche teoricamente l’assetto feudale del regno di Napoli (non era neanche nella volontà del sovrano abolire gli istituti giuridici nati in età feudale), ma indubbiamente il provvedimento determinò l’inizio della crisi dell’antica impalcatura organica e tradizionale della monarchia sacrale nel meridione d’Italia. Il lento processo rivoluzionario volto alla sostituzione delle antiche franchigie feudali con un nuovo regime monarchico di stampo assolutistico era stato innescato anche nelle successive decadi per impulso del ministro e reggente Bernardo Tanucci. Con la celebre prammatica XXIX denominata “de administratione universitatum” del 23 febbraio 1792 promulgata dal Re Ferdinando IV di Napoli fu regolata, per la prima volta, la questione delle ripartizioni dei demanii e fu introdotto de facto, l’affrancamento delle servitù civiche. Seguì la legge eversiva della feudalità del 2 agosto 1806 del governo di Giuseppe Bonaparte (“la feudalità con tutte le attribuzioni resta abolita. Tutte le giurisdizioni sinora baronali, e i proventi qualunque che vi siano stati annessi sono reintegrati alla sovranità, dalla quale saranno inseparabili”). Abrogò interamente la legislazione antecedente sulla feudalità nei soli territori del regno di Napoli (il Re Giuseppe Bonaparte rivendicava formalmente anche la sovranità politica sulla Sicilia controllata dagli anglo – borbonici), accrescendo da un lato la potestà dello stato sulla società e il monopolio della sovranità politica del Regno a danno dei diritti conculcati del ceto baronale e aristocratico e, dall’altra, contribuendo a parcellizzare e a frammentare le vaste proprietà terriere. Il provvedimento proseguì con la legge del primo settembre del 1806 e con il decreto reale del 3 dicembre 1808, attraverso il quale, si affidava agli intendenti di ciascuna provincia del regno il compito di determinare i diritti riconosciuti degli antichi baroni. Per risolvere, infine, i contenziosi tra le popolazioni e gli aristocratici il Re Giuseppe Bonaparte istituì uno speciale organismo che chiamò da subito commissione feudale (di cui diventerà responsabile David Winspeare nel 1808) con i compito di ridimere i “contrasti di ogni natura tra le università e i baroni”. Il termine fu prorogato con un ulteriore decreto reale il 28 novembre 1808. Dalla detta commissione, in pochissimi mesi, furono emesse oltre 3000 sentenze, che furono riconosciute valide nel periodo della restaurazione per il Napoletano dal Re Ferdinando I delle Due Sicilie. Infatti quest’ultimo non abrogò la legislazione in materia feudale e, più in generale, amministrativa, del cessato governo murattiano. Più in generale, non allontanò molti degli esponenti di spicco del governo murattiano, preferendo assumere una condotta politica tesa alla pacificazione e alla riconciliazione tra le istanze reazionarie e controrivoluzionarie presenti in alcuni ambienti della corte borbonica e quelle di chiaro carattere rivoluzionario propugnate dai notabili del precedente regime napoleonide.
Questo atteggiamento politico fu denominato dagli storici l’amalgama. In Sicilia, diversamente da quanto era accaduto nel reame napoletano, i diritti feudali furono abrogati dallo stesso regime anglo – borbonico relegato sull’isola durante il decennio francese, con l’entrata in vigore della costituzione del regno di Sicilia del 1812 (istituto di chiaro stampo liberale britannico) sotto l’asfissiante influenza del vicerè William Bentinck. Altri provvedimenti in materia si ebbero, ad opera di Francesco I e Ferdinando II, nel 1825, nel 1838 e nel 1841.
In definitiva, l’abolizione della feudalità nel regno di Napoli si ha, ufficialmente, con la legge firmata da Giuseppe Bonaparte nel 1806. La strada era stata però già aperta dalla prammatica di Ferdinando IV nel 1792. In Sicilia il feudalesimo viene abrogato solo con la costituzione del 1812 e le Due Sicilie, al momento della restaurazione nel 1815 vedono cancellato il sistema del feudo sia al di là che al di qua del faro.
L’abolizione nel Regno avviene però con ritardo, se paragonato a quanto successo in alcuni degli altri stati italiani esistenti all’epoca. Tra i primi paesi ad abolire il feudalesimo ci fu il Granducato di Toscana con il provvedimento del 16 marzo 1749, cui seguirono, fino al 1789, tutta una serie di norme con cui si confermò sempre più il nuovo sistema amministrativo. Come nel caso della legge del 24 aprile 1783 pose fine al diritto di caccia sulle terre dei vassalli, o ancora il 12 marzo dello stesso anno si passò all’abolizione del diritto di pascolo. A testimonianza di questa verità un brano tratto dal Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana: contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, Ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana, volume 5, compilato da Emanule Repetti (socio ordinario dell’imperiale e regia accademia dei georgofili e di varie altre), stampato a Firenze presso l’autore e editore coi tipi di Giovanni Mazzoni nel 1843 che riporto qui di seguito:
“Altro esame sullo stesso feudo della Triana fu instituito ad istanza del conte Spinello Piccolomini, nel tempo che egli tentava, sebbene invano, di liberarsi dal rigore della legge del 21 aprile 1749 relativa all’abolizione delle giurisdizioni feudali”
La stessa contenutistica si evince da un intervento del deputato De Witt presso la camera dei Deputati del parlamento subalpino di Firenze nel 1867:
“Di diritti feudali e di feudalismo nelle province toscane sono degli anni assai che non se ne deve più parlare; e poiché tanto l’onorevole Capone, quanto l’onorevole ministro di agricoltura e commercio hanno parlato di questi diritti feudali, così io dico che queste frasi altro non sono che un fantasma che ci si mette davanti come cosa reale cui dovbbiamo combattere […] Volete vedere che in toscana non vi è ombra di feudalismo, e che noi oggi vogliamo uccidere un uomo morto? I diritti feudali così detti politici, il diritto di imporre tasse, il diritto di imporre pedaggi, i diritti di mero e misto imperio furono aboliti definitivamente in Toscana colla legge 16 marzo 1749, e non se ne parla più. Rimanevano i così detti diritti civili dei faudatari, e questi con successive leggi furono tolti uno ad uno. Infatti colla legge del 24 aprile 1783 fu abolito il diritto che avevano i feudatari di andare a cacciare nelle terre dei loro vassalli; colla legge del 12 marzo dello stesso anno fu abolito il diritto di pascolo e di legmatico sui fondi dei soggetti; con la legge 11 dicembre 1785 fu abolito l’obbligo che avevano i vassalli di andare a macinare il proprio grano al mulino del feudatario, a frangere le proprie olive al frantoio del feudatario. Rimanevano quelle leggi le quali incatenavano alla feudalità i beni feudali, le leggi le quali vietavano di disporre dei beni feudali senza preventiva autorizzazione, e di disporne in onta all’atto di fondazione. Or bene, questo rimasuglio dei diritti feudali fu abolito colla legge del 23 febbraio 1789, colla quale furono aboliti i fidecommessi esistenti,e fu vietato di crearne di nuovi. Quindi la mala pianta del feudalismo fu atterrata fino dal 1789, e se ne rimase qualche sterpo, qualche ricacciaticcio, questi rimessi furono fino alla radice sbarbati e sterpati dalle leggi della rivoluzione francese, che furono pubblicate in Toscana e v’imperarono fino al primo maggio 1814. Fu ripristinato il Governo lorenese nel 1814; e, sebbene esso abolisse tutta la legislazione francese, che era statain vigore durante l’occupazione francese, pure nel motuproprio del 15 novembre 1814 così dichiarò (mi permetta la Camera che legga questo brevissimo articolo della legge toscana, relativo alla conservazione di una parte della legislazione francese): Resta ferma l’esecuzione delle legi del cessato Governo, che riguardano la feudalità, i fidecommessi, le commende e qualunque altro vincolo di che fossero stati affetti i beni immobili”.
Altro caso significativo, nel panorama italiano (e antecedente anch’esso al caso di Napoli), è costituito dalla Lombardia che si trovava sotto il governo austriaco di Maria Teresa. Nel 1774 con un editto del 6 giugno, Maria Teresa d’Asburgo creò numerose Prefetture Regie per regolare le regalie straordinarie. Nel 1786 vi fu l’abolizione del Senato di Milano, eredità del sistema municipale e ducale, e si assistette alla parificazione tra le preture regie e quelle feudali ad opera di un editto dell’11 febbraio firmato da Giuseppe II. Nel 1792 il fratello Leopoldo II confermò, una volta asceso al trono, i provvedimenti precedentemente assunti e respinse le richieste di modifiche avanzate dai vecchi feudatari.
Sulla mancata abolizione della feudalità nel regno di Napoli sotto Carlo di Borbone fa fede anche quanto sostenuto dallo storico Vittorio Gleijeses:
“Il regno indipendente non apportò grandi cambiamenti alle istituzioni municipali napoletani: rimasero immutate le funzioni dei seggi, degli eletti, delle deputazioni e del tribunale di San Lorenzo che ebbe riconfermata anche la sua autorità sull’annona […] Le riforme che re Carlo avrebbe voluto attuare si dimostrarono troppo difficili all’atto pratico anche perché tutto il sistema fiscale era in effetti nelle mani di alcuni creditori dello stato, gravando pesantemente sul popolo, anche se Napoli, a differenza delle altre città, godeva di alcuni privilegi”.
La politica detta dell’amalgama adottata dal governo borbonico nel periodo della restaurazione scontentò tanto i legittimisti, e più in generale, i più leali servitori della patria napoletana, sia gli innovatori rivoluzionari murattiani o repubblicani. Si cercò sotto il regno di Ferdinando I una posizione equilibratrice tra due visioni del mondo e della realtà completamente opposte. Vennero quindi a crearsi progressivamente dei fattori interni di forte destabilizzazione dell’apparato amministrativo e delle stesse forze armate del regno e una lenta ed esiziale erosione di consenso intorno al trono delle Due Sicilie. Questa crisi latente si paleserà con i rivolgimenti costituzionali del 1820-21 e si manifesterà ulteriormente nel biennio rivoluzionario 1848-49 nel napoletano e in Sicilia sotto il governo costituzionale di Ruggero Settimo fino al collasso definitivo socio – politico dello stato nel 1860 – 61.
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Clamorosa marcia indietro del Governo Monti sulla parificazione delle tariffe Rc Auto tra Nord e Sud che sarebbe "una redistribuzione di oneri secondo un malinteso criterio mutualistico". Si è molto discusso, in questi mesi, della possibilità di introduzione della tariffa unica Rc Auto, vale a dire degli stessi costi di polizza per il Nord e il Sud del Paese. Come si sa, oggi, l'Italia risulta spaccata pressochè in due: la stessa tipologia di contraente può arrivare a pagare più del doppio di assicurazione auto, se residente a Napoli piuttosto che a Torino. Il Governo Monti aveva introdotto nel Decreto Liberalizzazioni la normativa di parificazione, ma ora si prospetta una clamorosa marcia indietro. E' stata, infatti, resa nota l'interpretazione dello stesso decreto, da parte del Ministero dello Svuluppo Economico. Ma andiamo a capire in che modo si articola, quella che è stata recepita da molti come una genoflessione governativa nei confronti delle compagnie. L'articolo 32 del decreto è interessante quanto ambiguo: "Per le classi di massimo sconto, a parità di condizioni soggettive ed oggettive, ciascuna delle compagnie di assicurazione deve praticare identiche offerte". Innanzitutto si nota che, quando si citano le "condizioni oggettive", di fatto, si fornisce alle compagnie assicurative la scappatoia legale per poter offrire premi differenti a seconda di alcuni paramenti quali, per esempio, le condizioni di rischio variabili per territorio. Questo equivarrebbe a confermare l'attuale discrepanza di costo tra le Regioni. Inoltre, il Ministero dello Sviluppo Economico, su quest'argomento ha tenuto a precisare che prevedere anche solo per gli assicurati che beneficiano della classe di merito Bonus/Malus più alta , l'obbligo per le compagnie di fornire polizze assicurative identiche su tutto il territorio nazionale, senza utilizzare il parametro della territorialità nell'analisi del rischio, andrebbe a contrastare fortemente il principio di "libertà tariffaria", contenuto nella normativa comunitaria. In particolare, secondo il Ministero dello Sviluppo Economico, attuare la norma di parificazione comporterebbe una "redistribuzione di oneri secondo un malinteso criterio mutualistico che, derogando in modo radicale all'ordinario legame fra condizioni oggettive e soggettive di rischio e misure tariffarie, determini un livellamento nazionale delle tariffe a beneficio degli assicurati di alcuni territori, ma a danno degli assicurati di altri territori e/o con una amplificazione abnorme degli effetti di peggioramento tariffario per gli assicurati delle classi di minore sconto anche dello stesso territorio oggetto di tale beneficio. Tale eventualità, anche a prescindere dagli effetti dannosi di incertezza per il mercato e per gli stessi consumatori che deriverebbero da un'interpretazione a evidente rischio di successivo annullamento o disapplicazione, non appare comunque neppure nell'immediato rispondente all'interesse effettivo della generalità dei consumatori". Il Governo Monti, quindi, ha inserito la retromarcia, rincarando ancora la dose attraverso il comunicato del Ministero: "una ragionevole e legittima interpretazione della norma in oggetto dovrebbe includere nelle differenziazioni tariffarie, possibili anche per le classi di massimo sconto, quelle legate alle oggettive differenze delle condizioni di rischio rilevate nei singoli territori (frequenza dei sinistri, livello dei risarcimenti, ecc.)". Niente offerte di polizze auto uguali per Nord e Sud? La risposta sembra proprio essere affermativa. Lo sconcerto rimane, comunque, alto tra la popolazione anche perché pezzi improtanti del Decreto LIberalizzazioni stanno venendo smontati a colpi di interpretazioni, come è già successo per i conti correnti a costo zero. da http://assicurazione-auto.supermoney.eu
Molti meridionali "onesti" avevano gioito per l'introduzione di una assicurazione RCA unica per tutta la penisola, ma un governo in mano alle lobby bancarie assicurative poteva mai sistemare questa ingiustizia di xenofobia assicurativa?? W l'itaglia!!
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La “VillaReale”, poi comunale è uno dei principali giardini storici di Napoli, piantato a lecci, pini, palme, eucalipti si estende per oltre 1 km tra piazza della Vittoria e piazza della Repubblica, fiancheggiata dalla Rivieradi Chiaia e da via Caracciolo.
L’idea venuta al Re in effetti partiva da quella , anteriore di un secolo, di Luigi della Cerda duca di Medinaceli, vicerè di Carlo II diSpagna. Nel 1697 il duca aveva voluto abbellire il lungomare e consentire le passeggiate ai nobili napoletani così come avvenivanella Villa di Poggio Reale. Il duca si limitò a far selciare la riviera e a far piantare una lunga fila di salici e qualche fontana. Ferdinando IV affidò l' incarico di progettare l’operaall’architetto Carlo Vanvitelli, e non appena ebbe la sua relazionel’approvò immediatamente. Per realizzare il "Real Passeggio"si dovette procedere all’esproprio di alcuni giardini Del palazzo Satriano, all’acquisto di un’ampia zona paludosa, allademolizione Del Casino degli Invitti, di proprietà degli Invitti di Conca, e di una cappella costruita dal famoso padre Rocco. Si eliminò la baracca della dogana, i lavatoi pubblici della Spiaggia che furono trasferiti in un giardino, tutti provvedimenti che provocarono il malcontento di volta in volta, dei pescatori e delledonne del borgo . Da un cronista dell’epoca si apprende che ipescatori e marinai, molto devoti ad un ' immagine miracolosa che eranella cappelletta, fecero sapere che essi si sarebbero opposti, qualora l’immagine sacra non fosse stata trattata col dovuto rispetto. Vanvitelli provvide quindi a far trasferire l'immagine in un locale del Real Orfanotrofio di San Giuseppe. Il progetto iniziale del passeggio si fermava dove è oggi la Cassa Armonica.
La Villa era divisa in cinque viali, e per arricchirla ci si rivolse al giardiniere reale Felice Abbate che provvide a piantare olmi e tigli sin dal 1779. Oltre che di alberi, si pensò ad ornare il Real Passeggio con delle fontane, e ne furono costruite cinque intravertino di Caserta. La villa inoltre fu recintata da pilastri e griglie di ferro.
L’ingresso principale, che era ed è da Piazza Vittoria, aveva ai lati due padiglioni neoclassici con porticati ornati da coppie di lesene e superiormente delle terrazze dove, nella bella stagione, al riparo dal sole e dall’umido mediante delle tende, si poteva pranzare o prendere dei rinfreschi. A sinistra c’era un ristorante poi restituito a botteghe artistiche che vendevano oggetti di scavi ecoralli ; il posto di Guardia che si tramutò in pubblico caffè. La villa fu inaugurata 11 luglio del 1781 con una fiera in Piazza Vittoria, che durò due mesi, fino all’8 settembre, giorno in cui per la prima volta fu permesso l’ingresso al popolo e nei giardini si impiantò anche un palcoscenico dove la compagnia del San Carlino rappresentò alcune farse con Pulcinella. L’ingresso aveva ai lati due garitte, ed era sorvegliato da soldati. Nel mezzo vi era il gran viale, diviso in due nel senso della lunghezza da una fontana che segnava il centro dei giardini : su modello del Sammartino, essa rappresentava uno scoglio sul quale Partenope ed il Sebeto versavano acqua, contornati da puttini. Questo gruppo nel 1791 fu sostituito dal Toro Farnese che vi rimase sino al 1826 quando fu trasferito nel Museo Borbonico. I due viali laterali erano fiancheggiati da tigli e da olmi e coperti da pali incrociatiche, rivestiti di tralci di viti, formavano due grandi grillages:l’uva veniva poi raccolta e venduta essendo la Villa di proprietà reale. Il " Real Passeggio" si svolgeva quindi tra questo viale centrale e i due laterali; dal lato del mare un parapettoevitava che i ragazzi potessero cadere in acqua, e vi erano "sedili di fabbrica, per comodo di chi vuol ripararsi". Ilviale di desta, cioè quello verso la riviera, era fiancheggiato da una pesante cancellata di ferro sostenuta da pilastri. Oltre l’ingresso principale ve ne erano altri due verso la riviera ed unaltro al termine della villa pressappoco dov’è oggi la CassaArmonica, oltre il quale si vedeva l’antica chiesetta di SanLeonardo. La villa era aperta anche di notte e durante l’estate . Vi si davano anche concerti con una orchestra costituita da allievi dei conservatori di Napoli, ma il popolo ne era del tutto escluso e vi poteva accedere una sola volta all’anno per la festa di Piedigrotta. In quel giorno, lungo tutto il litorale era un continuo andirivieni digente, di venditori ambulanti, un affollarsi ai tavolini di improvvisate taverne dove si poteva consumare senza spendere troppouna zuppa di cozze innaffiata da un buon bicchiere di vino gelato. In seguito si cercò di disciplinare l'ingresso del popolo anche neigiorni di Piedigrotta, dopo che il parco fu teatro di un omicidio, essendovi stato ammazzato un tale che era alla manutenzione. L'uccisore fu subito condannato a morte e impiccato al mercato, e lasua testa poi affissa sul puntale dell'inferriata della villa. Nel1807 si portò a terminare il secondo tratto nel quale fu realizzato il boschetto su disegno del Dehenhart e vi fu trasportata la fontana con il gruppo di Europa di Angelo Viva discepolo del Celebrano, cheera sita precedentemente nelle vicinanze della Villa del Popolo allaMarinella. Sino al 1825 per adornare ancora i viali ed il boschetto furono aggiunte delle statue del Violani e di Tommaso Solari, copiedi capolavori greci. Quindi, a destra dell'ingresso principalec'erano l'Apollo del Belvedere, poi il Sileno con il Bacco bambino,il Faunetto, il Gladiatore Moribondo; al centro di una fontana un gruppo di Ercole e Anteo, poi il Gladiatore Guerriero, un Bacco concornucopia, la Flora del Campidoglio, e al centro del viale, il ToroFarnese. Dopoil 1825 a questo fu sostituita una vasca di granito egizia, trovata a Paestum, che era stata precedentemente nell'atrio della cattedrale di Salerno con al centro una testa di Medusa. A sostegno della vascafurono posti quattro leoni del Bianchi.Questa era la fontana intorno alla quale giocavano i bambini, epoiché vi furono immesse delle anatre fu popolarmente chiamata la fontana delle Paparelle. Ai lati furono poste quattro statue raffigurante le quattro stagioni. La chiesetta di San Leonardo fu demolita e sullo scoglio si creò una loggetta sul mare che è ricordata da Benedetto Croce. Dopoil 1860 la villa fu aperta a tutti e chiamata Villa Nazionale. L’anno seguente Enrico Alvino presentò un progetto per la sistemazione e l’ampliamento di piazza Vittoria e la costruzione di una nuova strada che doveva costeggiare la villa fino al mare, vale a dire l’attuale via Caracciolo, che comprendeva un riammodernamento dellavilla stessa . Il progetto fu approvato ma ne fu affidata l’esecuzione ad altri (ndr) che lo portarono a termine. Ad opera diun naturalista tedesco, Anton Dohrn sorse in Villa Comunale, latomare, la Stazione Zoologica più importante d' Europa con annessol'Acquario che ospita ancora oggi tanti organismi marinicaratteristici del Mediterraneo. La Cassa Armonica realizzata nel1877, a distanza di 15 anni dalla sua ideazione, faceva parte del piano di ammodernamento della Villa, che prevedeva la costruzione dinumerosi chioschi in ferro, ghisa e vetro e di un portale di ingressosu pizza Vittoria. Per il “chiosco della musica” l’architetto sfruttò abilmente le risorse della moderna tecnologia, creando un’agile struttura poligonale caratterizzata da un prezioso giocodi trasparenti e colorati diaframmi che qualificano lo spazio senza appesantirlo. La ghiera che stringe alla base la costruzione è abbellita con uguale gusto da una solida balaustra e da otto statuette muliebri reggi lampade, disposte sui pilastrini ai latidelle quattro gradinate d’accesso al podio. La lenta decadenzadall'unità d'italia al dopoguerra ha contribuito a ridurre la Villaa un rudere botanico, diventando sede di bancarelle, di venditori dipalloncini e stand di ogni tipo e colore. La Villa è rimasta perdecenni "come una ferita sanguinante sul volto di Napoli". Le statue erano ferite dall'incuria aggredite dalle vernici eoltraggiate da parole irriverenti. Eppure la Villa ha resistito. Nel1999 dopo intensi lavori di restauro e recupero si è inaugurata lanuova Villa Comunale, per restituire al futuro la bellezza dellastoria con tutte le sue tappe. L'intervento restaurativo dell'architetto Alessandro Mendini è stato al centro però di numerose polemiche per la rottura con lo stile neoclassico preesistente.![]()
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Grazieal 150ario dell'unità la storia del Risorgimento viene raccontata dai vinti, cioè dai meridionali convinti di aver subito, 150 anni fa, un sopruso storico che li ha condannati a quella arretratezza economica e sociale che da decenni viene loro imputata come cifra della loro subalternità civile. Le testimonianze risorgimentali nella memoria dei vinti da molti anni sono state oggetto di una nutrita produzione bibliografica. In occasione delle celebrazioni unitarie, riproporre queste idee, anche in tutta l’asprezza che colpisce con violenza talune idee condivise del patrimonio culturale nazionale, può servire, per procedere verso il superamento di quelle divisioni che segnano il percorso unitario nazionale.
Alla base dell'unità d'Italia ci fu una violazione del diritto internazionale perché l'esercito piemontese invase uno stato amico, quello delle Due Sicilie, senza neanche una dichiarazione di guerra, appoggiato soprattutto dall'Inghilterra che aveva grossi interessi nel Meridione. I piemontesi non si fecero scrupolo di usare mafiosi e camorristi per favorire l'avanzata di Garibaldi, o di usare leggi speciali e fucilazioni per sedare le rivolte che ci furono nel sud quando arrivò quel nuovo stato imposto con violenza. "Non c'era consenso da parte dei meridionali, né legittimazione, le masse furono estranee a quel processo di unificazione. (Gigi Di Fiore‘Controstoria dell’unità d’Italia’). La rivoluzione risorgimentale fu una rivoluzione elitaria, che servì ad ampliare il Regno del Piemonte anche al sud".
Iguai peggiori per il Meridione, vennero dopo l'impresa di Garibaldi, perché prima del suo arrivo, la ricchezza prodotta al nord e al sud erano uguali. Dopo l'unificazione, invece, al sud chiusero cantieri navali, stabilimenti ferroviari, aumentò all'improvviso la disoccupazione, furono venduti beni demaniali e gran parte delle risorse trasferite al nord; furono sequestrati depositi bancari e il Banco delle due Sicilie perse le riserve auree a favore del Banco di Torino. L'economia del meridione in poco tempo crollò. "Gli investimenti dopo l'Unità vennero fatti soprattutto al nord, le tasse invece le pagò soprattutto il sud, e molte persone furono costrette ad emigrare. La situazione peggiorò sia in campagna che in città. I contadini meridionali rimasero solo braccianti, non ottennero le terre demaniali, nonostante Garibaldi gliele avesse promesse. E poi Napoli all'improvviso non era più capitale, quindi chiusero gli uffici di governo e sparì anche il terziario". Insomma quel sud florido almeno quanto il nord secondo l'autore subì proprio allora un colpo durissimo da cui non si è più potuto riprendere. Anche mafia e camorra ebbero nell'unificazione dell'Italia: entrambe furono sfruttate dagli "invasori del nord" per realizzare i loro obiettivi: "In Sicilia i mafiosi all'epoca erano squadre di picciotti che difendevano le proprietà dei latifondisti, e furono loro che agevolarono l'avanzata di Garibaldi garantendo l'appoggio sul territorio. A Napoli invece i 12 capi quartiere della camorra assicurarono a Garibaldi un ingresso tranquillo in città, poi alcuni di loro furono ricompensati ottenendo un incarico nella polizia o nella guardia nazionale".La criminalità del sud iniziò quindi a prosperare proprio allora, legittimata dai piemontesi, e fu fondamentale anche dopo l'unità per sedare le rivolte dei briganti e delle popolazioni del sud affamate. In sostanza ci fu una guerra civile dopo l'unificazione, che non fusolo una guerra ai briganti, che causò 20-30mila morti: "L'esercito piemontese agì con estrema violenza, i militari avevano potere di vita o di morte sulle popolazioni". La repressione fu indiscriminata, con interi paesi bruciati, fucilazioni, stupri per chiunque fosse sospettato di sostenere i briganti: "Iniziò allora una guerra di italiani contro italiani. Il Mezzogiorno, allora, era come il Far West americano".
PinoAprile ha ancora meno scrupoli del collega Di Fiore nel presentare l’unificazione dell'Italia come compiuta sulla pelle dei meridionali, che furono massacrati, rapinati e umiliati dall'esercito piemontese: dopo l'impresa di Garibaldi il sud fu depredato delle sue ricchezze, utilizzate per arricchire il nord, e cadde nello stato di subalternità economica in cui si trova ancora oggi. Aprile, nel suo libro ‘Terroni’, accusa il nord di aver prosperato dal 1861 adoggi proprio grazie a quella che fu una "guerra coloniale". "In quegli anni alcuni Paesi europei prosperavano proprio grazie alle colonie, ovvero territori da cui si prendeva tutto ciò che aveva valore, trasformando le popolazioni in semplici consumatori: i Piemontesi fecero proprio questo con il Regno delle Due Sicilie. Prima dell'unificazione non esisteva un divario economico tra nord e sud, ma il Piemonte era vicino alla bancarotta, per questo fece una guerra coloniale e depredò il Meridione". Aprile ricorda come Napoli, prima dell'unificazione, fosse la terza città d'Europa per modernità, popolazione, cultura, e ricorda che in Calabria, per esempio, esistevano ricchi distretti minerari e siderurgici: "I piemontesi dicevano che avrebbero portato modernità e ricchezza ma i dati della Banca d'Italia dicono che al sud non c'erano più povertà che al nord", dopo l'unificazione, molte industrie nel Meridione furono soppresse, migliaia di ribelli uccisi con la scusa della lotta al brigantaggio e milioni di persone costrette ad emigrare. Il Parlamento piemontese introdusse nuove tasse solo al sud, per investire, almeno fino ai primi del '900, in bonifiche, strade, ferrovie, scuole solo nel nord e a Roma. L'impresa di Garibaldi fu proprio alla base della cosiddetta questione meridionale perché prosciugò le ricchezze delle due Sicilie e demolì un'economia promettente, minandone la rinascita. Questo portò anche ad un altro effetto, perché quell'unificazione imposta violentemente "distrusse l'attitudine dei meridionali a considerarsi parte di uno Stato, e generò in loro una condizione di minorità". Più che di eroica impresa, lo scrittore Giovanni Fasanella parla senza mezzi termini di ‘guerra sporca’ contro il sud dovendo raccontare la storia dell’unificazione. "Il Risorgimento fu una rivoluzione tradita, un'occasione di riscatto mancata per il Meridione. L'idea unitaria aveva radici profonde, ma la guerra per realizzarla non era condivisa dalle grandi masse, fu una guerra di annessione condotta con metodi non ortodossi, come l'utilizzo dei servizi segreti, la corruzione, i brogli, i massacri. A farne le spese furono soprattutto i contadini del sud, che speravano che dopo l'arrivo di Garibaldi sarebbero migliorate le loro condizioni. Invece persero diritti e nel Meridione rimase in piedi la classe dirigente borbonica che si riciclò". In quella "guerra sporca" contò più la massoneria internazionale e il desiderio degli inglesi di controllare il Mediterraneo che il coraggio di Giuseppe Garibaldi o gli ideali di Cavour: "La massoneria alimentò l'idea unitaria, creò il mito di Garibaldi attraverso i suoi giornali, finanziò le spedizioni e creò le condizioni perché negli stati preunitari l'impresa dei Mille giungesse a compimento". Gli inglesi avevano molti interessi nel sud Italia, avevano bisogno di porti nel Mediterraneo,ma avevano pessimi rapporti con i Borbone, quindi per Londra fu fondamentale la loro cacciata e la massoneria inglese agì dietro le quinte in maniera decisiva. Massone era anche Garibaldi, che era descritto come "un passionario privo di scrupoli, molto diverso dal mito raccontato dalla storiografia, pieno di zone d'ombra", manovrato da un Cavour che era "un politico di grande spessore, ma pieno di ombre, che adottò metodi discutibili per realizzare un grande disegno". Garibaldi entrò a Napoli, circondato dai camorristi, e con un decreto dittatoriale si appropriò dei depositi pubblici delle banche delle Due Sicilie: le finanze del Regno finirono sul lastrico nel giro di due mesi e 90 milioni di ducati, pari a oltre 2 miliardi e mezzo di euro di oggi, sparirono. I contadini meridionali da quel momento identificarono l'idea unitaria con l'aumento dei prezzi e delle imposte, e quando insorsero furono massacrati. Fu proprio quella repressione e l'assimilazione forzata che compromise per sempre l'integrazione del sud nell'Italia unita. E furono proprio gli strumenti usati per portare a termine quel disegno unitario, che in sé aveva un grande valore, a generare tante storture dell'Italia di oggi e a condannare il sud per sempre "Quello stato centrale, che si impose all'improvviso e non mantenne le promesse, era e rimane ancora per una parte del sud estraneo e ostile. Lo stato è visto ancora oggi una cosa lontana che quando arriva porta guai".
La creazione di uno stato unitario è stato un evento positivo, ma l'Italia avrebbe dovuto assumere una struttura federalista, perché oggi il nord paga le spese dell'arretratezza del sud. Ne è convinto Stefano Bruno Galli, docente di Storia delle dottrine politicheall'Università di Milano, collaboratore de "Il Giornale", titolare di una rubrica su Telepadania in cui spiega al popolo padano i pro e i contro del Risorgimento. "Nel Risorgimento c'è stato uno slancio etico e civile che bisogna riconoscere. Inoltre la creazione di uno stato è un elemento di modernità importante, peccato però che quel processo sia rimasto incompiuto" spiega Galli. Secondo lo storico lombardo oggi a pagare le conseguenze di quell'unificazione di stati così diversi, retta su un centralismo amministrativo e burocratico, è soprattutto il nord. La storia di questo Paese è la storia di una frattura tra nord e sud, e i tentativi messi in atto dallo stato per creare una nazione si sono sempre scontrati con forme di regionalismo molto forti. Per questo l'unica soluzione è il federalismo". Il professor Galli non nega che il processo unitario abbia comportato dei costi pesanti per il Meridione e che la questione meridionale affondi le sue radici proprio allora. Bastava però, secondo lo storico, all'indomani dell'unificazione, pensare ad un'Italia basata su un federalismo aggregativo per evitare fratture: "La struttura geopolitica dei sette stati preunitari si prestava perfettamente a una soluzione della questione italiana su base confederale, cioè con più stati autonomi indipendenti, ognuno con propri governi, che si potevano mettere insieme con accordi di politica estera". La frattura tra nord e sud nata 150 anni fa secondo Galli è diventata sempre più profonda a causa delle politiche assistenziali verso il Meridione, che non hanno mai generato sviluppo ma solo clientelismo: "Fino agli anni '80 la questione meridionale era una questione nazionale, unificante per il Paese, una scommessa da vincere. - spiega - Dai primi anni '90, quando il debito pubblico è andato oltre il 100 percento del Pil, i governi hanno inasprito la pressione fiscale, gravando prevalentemente sulle spalle del nord, spaccando definitivamente in due il Paese". Oggi, secondo Galli, le celebrazioni dell'Unità non sembrano avere un fondamento reale, perché non c'è un'idea condivisa di Paese. Lo storico di area leghista ricorda che nel 1911, quando si celebrò il cinquantenario, in Italia nasceva la grande industria e si stava organizzando un nuovo sistema economico e produttivo, mentre nel 1961, 100 anni dopo l'unificazione, si celebrò il miracolo economico di un Paese che erarinato dopo essere uscito devastato dalla guerra. "Oggi su quale idea forte puntiamo le celebrazioni? - si chiede Galli - Abbiamo una disoccupazione al 10%, che arriva al 30% per le persone sotto i 18 anni, c'è un debito pubblico di 1950 miliardi e manca la stabilità del sistema politico. Non c'è un'idea forte sulla quale costruire le celebrazioni, perché non c'è un'idea di Paese condivisa, non c'è una traiettoria. Solo l'idea di un Paese federale potrebbe essere una ragione forte per ripartire". Quindi.....
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Il 2 febbraio, è il giorno della Candelora, e tradizionalmente, i fedeli raggiungono da centinaia di anni il Santuario della Madonna di Montevergine o Mamma Schiavona, e con loro i “femminielli”. La juta dei femminielli è una tradizione lontana nei secoli. Soprattutto nell’area vesuviana, in particolare da San Giuseppe, Somma Vesuviana, San Sebastiano, si parte per raggiungere il Santuario e qui celebrare Mamma Schiavona. Il legame tra la Vergine ed i “femminielli” è antico. Dove sorge il Santuario insisteva secoli fa un tempio a Cibele, dove sacerdoti evirati, truccati e con lunghe chiome aveva l’usanza di ballare come i dervisci. Una leggenda fa risalire la tradizionale processione della Candelora al 1256, quando due omosessuali, scoperti in atteggiamenti intimi, furono scacciati al di fuori delle mura della città e mandati a morire di freddo sulla montagna. Secondo la leggenda i due omosessuali, protetti dalla Mamma Schiavona, sopravvissero al freddo e alla fame e si gridò al miracolo. Al di là della datazione della tradizione e del suo radicamento nel tessuto sociale campano, quel che è certo è che in questi anni la Candelora è divenuta un’occasione di mobilitazione delle associazioni che tutelano i diritti dei gay. Da diversi anni si svolge oggi il femminiello pride, in un clima esacerbato dalle polemiche contro il ritrovo dei “femminielli” al Santuario: offenderebbero il pudore. La manifestazione di religiosità, non sono altro che il modo in cui le persone omosessuali hanno cercato e cercano di conciliare la loro fede attraverso “l'offerta della propria identità al Signore”. in questa offerta “che si può ritrovare l’anello che unisce la religiosità di Nuova Proposta, così sobria e concettuale, il cui pregare è rivolto solo alle tre Persone che costituiscono la Trinità: Dio, Cristo, Spirito Santo, e la religiosità chiassosa e dirompente dei femminielli, tutta rivolta alla Madonna, Mamma Schiavona, alla quale offrono se stessi, la loro identità, in modo più immediato, come chi sa, prima nella carne e nel cuore, di chi è figlio”.
Con il massimo rispetto e in profondo silenzio il gruppo ha percorso la navata della Chiesa per poi fermarsi di fronte all’immagine di Mamma Schiavona, tenendo in mano le candele accese che poi sono state offerte votivamente.
Una volta usciti dalla Chiesa si sono uniti al ballo e al canto dei vari cerchi di tammurriate, seguendo poi la salita della Scala Santa.
Un rito arcaico che attraverso i secoli si svolge tra lo scandalo e la disapprovazione della gerarchia di turno, e che ripresenta così tutte le sue antiche contraddizzioni.
Negli ultimi anni si è registrata una ripresa della partecipazione ai riti della Candelora da parte della comunità transessuale e omosessuale, in particolare dopo il 2002. Infatti in quell’anno si verificò la cacciata dei femminielli da parte dell’Abate Tarcisio Nazzaro il quale sembra abbia inveito sostenendo che “le vostre preghiere non sono gradite né a Dio né agli uomini!” Ottenendo esattamente l’effetto opposto, la notizia di questo gesto intollerante finì su tutti i giornali, attirando prese di posizione da parte di tutte le associazioni che si battono per il riconoscimento dei diritti delle minoranze sessuali e contro l’omofobia.
In realtà le modalità utilizzate dalle persone transessuali ed omosessuali per esprimere la devozione non differiscono da quelle utilizzate dagli altri fedeli, espressioni della religiosità popolare anch’essa a mala pena tollerata dalla gerarchia ecclesiale.
I fedeli non appartenenti ad identità sessuali di minoranza, non appaiono affatto infastiditi dalla presenza più o meno organizzata di persone transessuali e omosessuali. Sembrano piuttosto disturbati dalla presenza di giornalisti, fotografi e operatori video che inevitabilmente finiscono con l’intralciare e addirittura rompere il cerchio sacro della tammurriata.
La tensione traspare dai monaci, in passato l’abate Nazzaro osteggiava apertamente la devozione popolare, intesa anche nell’espressione dei canti della tradizione popolare. Nel 2007 padre Tarcisio Nazzaro è stato rimosso, e padre Riccardo si è assunto il ruolo di mediatore con il popolo dei tammorari, a cui concede di entrare in Chiesa, purché lascino fuori le tammorre.
Ci sono due posizioni: uno della chiesa locale e uno della chiesa ufficiale ossia il Vaticano. A livello locale i monaci virginiani avevano sempre mantenuto un basso profilo, evitando clamori e perseguendo una modalità di inclusione, probabilmente venata da una certa insofferenza... ma poi ci fu l'episodio della “cacciata dei femminielli” da parte dell'Abate Nazzaro, anche se l'abate sembrava avercela più con i ‘tammorrari’ che non con le persone transessuali e omosessuali, ma in ogni caso quello che ottenne fu un ritorno di attenzione e di un aumento delle presenze a Montevergine in occasione della Candelora (il 2 febbraio). Ad oggi la linea dei monaci è di nuovo quella del basso profilo e della mediazione, anche se traspare che potendo farebbero volentieri a meno della presenza dei rappresentanti delle minoranze sessuali.
Per quanto riguarda il Vaticano nel dopo Concilio abbiamo assistito ad una vera escalation nella produzione di documenti di condanna nei confronti della pratica dell'omosessualità, in particolare con l'ascesa del Cardinal Ratzinger al ruolo chiave di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e poi a Pontefice.
Qual è il filo che unisce la loro esperienza di fede alla religiosità del passato incarnata dai femminielli devoti alla Madonna Schiavona?
Apparentemente le modalità espressive della devozione non solo dei femminielli del passato, ma anche quella attuale espressa a Montevergine dalle persone omosessuali e transessuali: il loro presentarsi davanti al Signore con la propria identità di persone omosessuali, anzi direi, di creature omosessuali.
I femminielli hanno da sempre questa consapevolezza, perché da sempre appartiene loro un rapporto privilegiato con il divino. Dio non fa errori, ma solo capolavori.
A Napoli, e nelle sue terre, nella lunga storia millenaria, non ha conosciuto né il ghetto né l'Inquisizione, perché il carattere peculiare che ci contraddistingue da sempre è la tolleranza e la convivenza tra popoli eterogenei e culture diverse. Da noi il femminiello può vivere quasi sempre, soprattutto nei quartieri popolari, in una atmosfera accogliente, segnata dal consenso e dal buonumore. Nato in un basso o in un cortile, il femminiello trova il pabulum ideale per sviluppare le sue particolari tendenze; è sempre l'ultimo dei figli maschi, cocco di mamma, al cui modello di dolcezza femminile tende spontaneamente, decidendo, ad un certo momento, senza essere incalzato da cause organiche o costituzionali, di appartenere: di essere donna! Nei quartieri popolari è raro che questa decisione venga giudicata una disgrazia, la famiglia non pensa nemmeno lontanamente di allontanarlo, perchè sa bene che anche la società del vicolo lo accetterà senza problemi, anzi poco alla volta lo utilizzerà bonariamente come un factotum buono per mille piccoli servizi, dall'aiuto nel fare la spesa al rammendo degli abiti, mentre nessuna mamma avrà timore di affidargli i suoi bambini, anche piccoli, se dovrà allontanarsi per qualche ora per un'improvvisa incombenza. Il femminiello gode quindi di una bonaria tolleranza in tutti i quartieri poveri, dove collabora attivamente all'arcaica economia del vicolo e dove, per la cultura popolare, non è mai un deviato, ma al massimo uno stravagante, che ama travestirsi ed imbellettarsi come una donna, assumere movenze e tonalità vocali caricaturali, amplificate da una gestualità quanto mai espressiva. Lo si accetta volentieri e lo si utilizza frequentemente come valvola di sfogo di malumori e aspettative insoddisfatte, scaricandogli addosso, senza malizia, una valanga di improperi in un cordiale quanto irripetibile turpiloquio, condito di frasi onomatopeiche ad effetto, comunque senza mai isterismi o inutili intenzioni moralistiche. Volgarmente è chiamato ricchione, termine assai antico e di origine spagnola. Furono infatti i nostri dominatori per tanti secoli ad introdurre, all'inizio del Cinquecento, nel nostro dialetto la parola orejones, con la quale si indicavano gli omosessuali, eredi della dinastia incaica, che si facevano forare ed allungare i lobi delle orecchie come segno distintivo. I greci, da cui discendiamo, li ritenevano divini, perché figli della bellezza (Afrodite) e della forza (Ermes). Ad alcuni riti antichi e dimenticati si ricollega la credenza che il femminiello porti fortuna, sia portatore di una carica di magico, stando al limite del diverso, in condizione simbolica di ermafroditismo. Questo è il motivo per cui egli è delegato a distribuire parte della sua fortuna agli altri nelle riffe, dove si mettono in palio dei regali in natura, legati all'estrazione dei numeri del lotto.
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La storia si ripete, ed è un brutto segno. Di fronte alla crisi economica e alla povertà, gli italiani del sud riprendono la via dell’emigrazione. 600 mila persone hanno lasciato il Mezzogiorno negli ultimi dieci anni. Napoli ha perso 110 mila abitanti, Palermo 30 mila, Bari 15 mila. Nel 2010, 134 mila terroni (come li chiamano i simpatizzanti della Lega Nord) si sono trasferiti al Nord e 13 mila sono emigrati per stabilirsi all’estero.Queste le cifre allarmanti sono state pubblicate dallo Svimez, l’ente che monitora l’economia del mezzogiorno italiano dal 1946.“Se non si farà qualcosa, assisteremo a un vero e proprio tsunami demografico”, questa la conclusione del rapporto.I giovani tra i 15 e i 34 anni rappresentano la fetta più grande di questo nuovo esodo. Se ci sarà un’inversione di tendenza, all’alba del 2050 il sud Italia sarà popolato solamente da 5 milioni di abitanti, contro i 7 di oggi. Gli ultra 75enni rappresenteranno allora il 18,4% della popolazione totale, contro l’odierno 8,3%. Le motivazioni sono evidenti. Al Sud, dove il tasso di disoccupazione giovanile tocca il 31,7% (in alcune zone oltre il 40%), le proiezioni di crescita del 2011 non superavano lo 0,1%, e sono ancora in calo, mentre per l’Italia dovrebbero essere dello 0,7%. Solo l’agricoltura offre ancora qualche attività. L’industria, molto semplicemente, corre il rischio di estinguersi.Secondo lo Svimez occorreva investire 60 miliardi di euro per permettere al Sud di recuperare il ritardo. Se lo Stato, il cui debito pubblico è pari ad oltre 120% del Pil, ha pochi mezzi e ancor meno la volontà politica, e l’Unione Europea ne possiede di più. Per il periodo 2007-2013 sono stati stanziati 35 miliardi di euro per l’Italia, in favore di aiuti alle regioni svantaggiate. Ma meno del 33% di tali fondi è stato utilizzato realmente, il resto dei soldi è stato utilizzato dallo stato per opere al nord!Non avevamo in mente tutte queste cifre quando, a Roma abbiamo assistito alla prima di Ritals [mangiaspaghetti, termine dispregiativo col quale i francesi soprannominano gli italiani, N.d.T.], il documentario di Sophie e Anna-Lisa Chiarello, la cui diffusione sarà contesa dalle emittenti televisive dei due paesi transalpini. Le due sorelle Chiarello non sono andate lontano per parlarci di emigrazione. Tra i 30 milioni di italiani che hanno abbandonato il proprio paese negli ultimi 150 anni, hanno scelto di occuparsi anzitutto della propria famiglia: padre, madre, zii e zie che, tra la fine degli anni ’50 e ’60, hanno lasciato Corsano per trasferirsi a Enghien (Val-d’Oise).Ma al di là di una semplice cronaca privata, piena di pezzi di filmini in super 8, “Ritals” racconta anche lo strazio dell’esilio. Vincenzo e Maria, i due protagonisti di questo tenero ed ispirato documentario, di fronte alla telecamera delle loro figlie, ricordano i loro anni di vacche magre (muratore lui, sarta lei) in un paese, la Francia, non del tutto ostile, ma nemmeno assolutamente accogliente nei confronti dei “mangiaspaghetti”. Qui, più che le statistiche dello Svimez, sono i dettagli che illustrano meglio il dolore mai cancellato dello sradicamento: il senso d’inquietudine di fronte agli alberi fitti fitti dell’Île de France per Maria, che conosceva solo i radi pini e gli olivi del Salento; la difficoltà, quasi insormontabile per un italiano, nel leggere la parola beaucoup, quando in Italia basterebbero quattro lettere per scriverla [bocù, N.d.T.].Venticinque anni dopo, i Chiarello rifaranno il viaggio al contrario per ritornare a Corsano, dopo aver fatto fortuna (ma non del tutto). Dei 30 milioni di italiani emigrati, 10 milioni ritorneranno a casa. Dopo centinaia di domeniche trascorse a tavola a ricordare il paese natale, sono ritornati in Puglia. Troppo italiani per sentirsi francesi, si ritrovano ad essere troppo francesi per vivere di nuovo come degli italiani. Biculturali per sempre, fuori luogo, in ogni senso, i Chiarello ormai vivono “in due mondi”, mescolando le due lingue e intensificando i viaggi di andata e ritorno. Al contempo personale e universale, politico e sentimentale, Ritals ci svela ciò che i numeri non dicono. Partire è una sofferenza, ritornare anche.Ritrovare delle tracce, fornire materiale alle statistiche, questo è anche lo scopo del Cisei, il Centro Internazionale Studi Emigrazione Italiana a Genova, luogo da cui sono emigrati una dozzina di milioni di italiani diretti in Brasile, Argentina e Stati Uniti. Dalla sua nascita, il Cisei ha già raccolto 3 milioni di “schede segnaletiche” di emigranti. Raccolte in una banca dati, sono consultabili in Internet dagli “Italiani in capo al mondo” e dai loro eredi, che sono invitati a completarle. Lettere, passaporti, fotografie: il Cisei accetta tutte le testimonianze per “conservare la memoria di questo esodo”, spiega il presidente Fabio Capoccia. Stranamente, nonostante l’emigrazione di massa sia uno dei pilasatri dell’identità italiana, non esiste nessun museo nazionale, nessuna fondazione che si occupi del problema. Rifiuto? Pudore? Certamente un po’ di entrambi. Sentimenti mescolati, ben testimoniati dalle parole de Le rital, una canzone che Claude Barzotti [cantante franco-belga di origine italiana, N.d.T.] scrisse nel 1983, per niente banale come si credeva: “Sono e sarò un rital per sempre / Nelle parole e nei gesti / Ho fatto mie le vostre stagioni / La mia musica è italiana / Sono un rital quando mi arrabbio / Quando sono felice e quando prego / Ho i ricordi della mia gente / Sono e sarò un rital per sempre”.
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Morire lontano dalla propria terra, è un brutto morire. Una decina d'anni fa assistetti, in una città fortemente d'arte, al lento spegnersi di un anziano collega, che lì si era ritirato per stare con il figlio. Nei giorni dell'agonia, rivolgendosi al figlio, non faceva che dire: "Riportami al paese…Riportami al paese…" La morte ci priva del mondo, ma evidentemente, per ciascuno di noi, al momento della morte il mondo si localizza su un'infinitesima parte del globo terracqueo.
Al mio paese, non c'ègiorno che non si veda affisso alle cantonate delle vie uno di quei manifesti mortuari che impongono di ricordare il volto, l'accento, il modo d'interloquire e di camminare di una persona la nozione della cui esistenza era ormai sprofondata nei meandri della memoria..
Il 31 gennaio c.a., all'età di anni 88, si è spento nella città di Adelaide
Esposito Gennaro
detto Gegè
Padre esemplare, lavoratore instancabile, ne danno il triste annunzio i figli Giuseppe, Adele, Carlo, Maria, Domenico, Rosetta e Caterina, con irispettivi consorti, i nipoti Jerry, Ada, Vync, Alhette, Mary, Joseph, Domynyc, i cognati e i parenti tutti.
Il giorno 7 febbraio, alle ore 15,30, nella Chiesa di Santa Maria dell'Arco la Congrega del Carmine celebrerà una messa in suffragio dell'anima.
Spesso non ricordo la persona che si collega al nome stampato in nero funebre sul manifesto, altre volte rivedo un giovane zappatore, un ragazzo di meccanico, un discepolo di falegname, un coetaneo che frequentava l'Avviamento professionale; raramente è il volto di uno tornato direcente in paese, per una vacanza.
Questi esiliati non si recano in Piazza Monte Citorio a invocare la revoca della condanna, non spediscono suppliche al presidente della repubblica, non ingombrano le sedute del parlamento con querule interpellanze ai ministri e al presidente del consiglio.
L'Italia incassa la valuta che spediscono a casa, ma disinteressa della loro sorte. In effetti non si chiamano Savoia e non hanno fatto l'Italia, anche se spesso sono gli orfani di un padre o i discendenti di un nonno morto per difendere i sacri confini.
Solo qualche regista se ne ricorda, ma non certo perché venga abrogata la condanna all'esilio. Sono italiani di cartamoneta, anzi di biglietto verde, mai veri italiani come gli eroi della Resistenza, o come gli eroi del fronte opposto. Hanno riempito il mondo e con il loro sudore arricchito la paria lontana perché le libertà liberali non comprendono il diritto al pane e meno che mai al companatico.
La geografia dei luoghi prescelti dagli esiliati dalla patria, con leggi ben più violente e vincolanti della XIII norma transitoria della costituzione italiana, è spiegata in tinte funebri il giorno della loro dipartita dal mondo degli uomini: New York, Sydney, Toronto, un villaggio belga, una città francese, tedesca, inglese, Torino, Milano, Genova.
Spesso sento dire che, nei paesi immigrazione, erano trattati da schiavi. Gli storici e il cinema dimenticano di spiegare che, se lo furono, lo furono dell'Italia, che li condannò (anzi ha condannati) all'esilio.
Ma forse non è vero. Anch'io ho fatto l'esilio, e non è stata così dura come si racconta. Lavoravo, mangiavo e pagavo con il ricavato del lavoro. Non so ancora perché ho lasciato una città d'arte per tornare in un paese senz'arte, e lavorare, mangiare e pagare svendendo quel poco che ho ereditato dai miei genitori.
Sarebbe giusto che Ciampi desse agli esuli almeno una mostrina simile a quella che portano i militari. Mio padre morì prima d'essere innalzato a Cavaliere di Vittorio Veneto, suo fratello proprio nei pressi, qualche giorno prima che Vittorio Veneto tornasse all'Italia, ma entrambi, se ancora vivessero, sarebbero estremamente orgogliosi di sentirsi chiamare Cavaliere.
Ma niente titoli per gli esiliati dalla patria in nome del biglietto verde, solo le congregazioni religiose si ricordano di loro. E gli conservano anche il posto nella cripta comune, casomai gli esiliati - anzi i loro eredi - intendano spendere un po’di biglietti verdi per il viaggio di ritorno, in cassa di zinco.
Nicola Zitara

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Francesco Guerra nacque a di Mignano il 12 ottobre 1836 da Michelangelo e Angela Maria Verducci, proprietari del luogo. Come sergente del disciolto Esercito delle Due Sicilie, partecipò alle Battaglie del Volturno nell'ottobre del 1860, dove il suo reparto si sbandò sotto l'azione incalzante delle truppe volontarie garibaldine. Rientrato nel comune di residenza, sorvegliato continuamente per i suoi trascorsi borbonici, veniva arrestato nei primi mesi del 1861. Rimesso in libertà, unitamente al fratello Serafino, si associò, come si narrava, alla banda di Angelo Maccarone, la quale scorreva le campagne del Mandamento di Roccamonfina. I luoghi principalmente infestati dalla banda Guerra furono le località montuose del Cesima, del Massiccio del Matese e le coline che si estendono tra Mignano, Roccamonfina e Galluccio; zone queste dove Guerra godeva di una larga e sicura protezione da parte delle popolazioni. Il 6 dicembre 1862, il Sottotenente Salla, comandante il distaccamento della 13^ Compagnia del 20° Fanteria di Linea di stanza in Roccamonfina, trovandosi in perlustrazione nel tenimento di Marzano con 15 militari, si scontrava con tre briganti della banda Guerra. Immediatamente la truppa aprì il fuoco contro di essi, ma senza alcun successo. Inseguitili inutilmente per un buon tratto di cammino, i briganti trovarono rifugio nei fitti boschi di castagno. Fu riconosciuto soltanto il brigante Carlo Giuliano. Da Vallemarina, zona boscosa e impervia di Roccamonfina, dove il "Sergente" Guerra aveva posto il suo quartiere generale, partirono i briganti per assalire il Villaggio di San Castrese di Sessa Aurunca il 9 luglio 1863. Ancora da Vallemarina, prese consistenza una nuova azione brigantesca della banda Guerra, con destinazione il vicino Comune di Galluccio. I briganti, tra cui alcuni travestiti da carabinieri, trascinavano legati, due finti arrestati, per confondere eventuali incontri con reparti militari. Giunti nel paese, assalirono l'abitazione del Sig. Cordecchia, benestante liberale del luogo, devastandola e saccheggiandola di ogni sua avere, con un danno al proprietario di oltre 10 mila Ducati. Indi la comitiva si spostò nella vicina Chiesa parrocchiale dove, per rispetto e devozione alla Madonna, non ebbero il coraggio di rubare i preziosi che in quel momento il parroco stava mettendo al sicuro. Si accontentarono, di mangiare e bere molti boccali di vino dei colli Aurunci, generosamente offerti dal Curato, in segno di scampato pericolo. A sera, di ritorno per il segreto rifugio di Vallemarina, furono intercettati dalla Guardia Nazionale di Roccamonfina, dai Carabinieri Reali della locale Stazione e da un drappello del 2° Fanteria, nei pressi di Sepicciano di Galluccio. I briganti, in fuga, abbandonarono sul terreno alcune monete d'oro rubate al Sig. Codecchia, dei barili di vino e altri oggetti. La tattica adottata dalla banda Guerra nel corso di questi iniziali episodi di brigantaggio, fu quella di utilizzare la tecnica della guerriglia, cioè di fuggire sempre dinanzi alla forza pubblica incaricata per la sua distruzione, salvo nel caso di trovarsi in numero abbastanza superiore ad essa. Una volta intercettata dalla truppa, la banda prendeva tante direzioni quanti erano i suoi briganti, per riunirsi dopo in un punto precedentemente designato a seconda le località attraversate. Come altro elemento determinante per la sua sopravvivenza, la banda eseguiva dei rapidi spostamenti, di regola notturni, per evitare l'incontro con i militari, o di attraversare all'improvviso la Provincia di Terra di Lavoro per internarsi nelle altre contermini, favorita anche dalla inadempienza e poco sollecitudine che avevano i Prefetti di informarsi vicendevolmente alla notizia dello sconfinamento delle bande brigantesche. E questo fu uno dei motivi di richiamo ai Prefetti delle Province Napoletane da parte del Ministero dell'Interno. L'ordine perentorio del Ministro per giungere all'eliminazione della banda Guerra e delle altre presenti sul territorio, era quello di perseguitarle costantemente ed incessantemente. Alcuni giorni dopo, Silvio Spaventa, Direttore Superiore per la Pubblica Sicurezza del Ministero dell'Interno, allertava il Prefetto di Caserta e per esso il Sotto Prefetto del Circondano di Gaeta, sulla presenza sospetta del piroscafo Papiro battente bandiera francese, lungo il litorale di Formia e recante un carico di armi nascoste in botte contenente pesce, da sbarcare clandestinamente ai briganti.…… il 1868 sarà l'anno dell'irreversibile declino del brigantaggio in quasi tutte le Province del Meridione d'Italia, compresa quella di Terra di Lavoro e il Ministero dell'Interno, d'accordo con quello della Guerra, allo scopo di dare un indirizzo uniforme alla persecuzione del brigantaggio convocava in Firenze, i Prefetti delle Province di Aquila, Caserta, Campobasso e Benevento. In seguito a quella riunione ministeriale venne stabilito di affidare al Maggiore Generale Pallavicini di Priola la direzione di tutte le operazioni contro il brigantaggio nella citate Province. Per quanto riguardava l'attuazione delle misure repressive, l'Alto Ufficiale inviava ai Prefetti e Sotto Prefetti interessati, un'essenziale normativa alla quale tutte le Amministrazioni Civili e Politiche, inclusa l'Arma dei Reali Carabinieri, dovevano adeguarsi. Dal punto di vista militare, veniva costituito un Comando Generale delle Truppe per la Repressione del Brigantaggio nelle Province di Terra Lavoro, Aquila, Molise e Benevento, con sede in Caserta. I risultati non tardarono a venire. L'11 marzo 1868, le formazioni riunite di Michele Marino, Alessandro Pace e Giacomo Ciccone, sul Colle Cavallo di Presenzano, si scontrarono, con ingenti perdite, con una formazione mista di soldati del 27° Fanteria e Guardie Nazionali di Mignano, Galluccio e Roccamonfina. Caddero in conflitto lo stesso Capobanda Marino da Cervinara, Domenico Gargaro da Cervaro, Domenico Savastano da Roccamonfina e Antonio Luongo da Rocca d'Evandro. Furono fatti prigionieri: Angelo Santo nato a S. Apollinare e le brigantesse Giocondina Marino, incinta al quarto mese, compagna di Alessandro Pace, nata a Cervinara il 1842, Carolina Casale, incinta al quinto mese, pure da Cervinara, compagna del brigante Michele Luppiello di Roccamonfina, Maria Capitano da San Vittore, compagna del brigante Luongo. A sera, da Monte Caselle di Venafro i fuggitivi, inseguiti dai reparti di fanteria, si ritirarono verso i boschi di Roccamonfina. Uguale sorte toccò alla comitiva di Domenico Fuoco 2°,cugino dell'altro Capobanda, sbaragliata il 14 aprile 1868 sul Monte Pizzuto. Con il capo caddero i briganti: Federico D'Asti da Galluccio e Angelo Gilardi da Caspoli di Mignano. Furono fatti prigionieri: Ferdinando e Federico Jacopone da S. Ambrogio di Cassino, Domenico Rossini da Galluccio, Giovanni Sana da Roccasecca e Gian Battista Venafro da Caspoli di Mignano. All'inizio del mese di agosto una commissione di proprietari di Mignano, Galluccio e Roccamonfina si presentò in Caserta al cospetto del Generale Pallavicini per far presente il continuo pericolo al quale erano esposti i cittadini di quei Comuni per le continue incursioni delle bande Guerra, Pace Ciccone e Fuoco e anche, per i molteplici arresti di conniventi o presunti tali, da parte dei militari. Il Generale, con toni suadenti e con minacce di severe misure restrittive, tali da rendere Mignano una vera e unica prigione e renderla tristemente famosa negli annali del brigantaggio, convinse i componenti della Deputazione, di attivarsi per la distruzione di dette bande, ricorrendo anche a un servizio di delatori prezzolati. Queste pratiche e la paura delle deportazioni di massa, diedero proficui risultati. Il 30 agosto 1868, un vecchio proprietario di Mignano, ex manutengolo e massaio di uno dei componenti della Commissione, informava il Capitano della Guardia Nazionale del suo paese sulla presenza della banda Guerra nelle vicinanze della sua masseria. Immediatamente, Truppa, Carabinieri e il Capitano della milizia civica a nome La Ricca con sei suoi subalterni, uscirono dal divisi in più drappelli. La spedizione, guidata da un certo Giovanni De Cesare del luogo, era comandata dal Maggiore Lombardi del 27° Fanteria, raggiunse la masseria situata sotto il Monte Morrone: "Erano le 10 di sera, pioveva a dirotto ed un violentissimo temporale accompagnato da forte vento, da tuoni e da lampi, favoriva maggiormente l'operazione, permettendo ai soldati di potersi avvicinare inosservati al luogo sospetto; da qualche tempo si stavano perlustrando quei luoghi accidentati e malagevoli perché coperti da strade infossate, burroni ed altri incagli naturali, già si perdeva la speranza di rinvenire i briganti, quando alla guida venne in mente di avvicinarsi a talune querce che egli sapeva alquanto incavate, ed entro le quali poteva benissimo nascondersi una persona. Fu buona la sua ispirazione, perché fatti pochi passi, e splendendo in quel momento un vivo lampo, scorse appoggiati ad una di quelle querce due briganti, che protetti un po' dalla cavità dell'albero ed anche da un ombrello alla paesana che uno di loro reggeva, cercavano ripararsi dalla pioggia. Appena scortili, la guida li additò al Capitano Cazzaniga, che presso di lui veniva con qualche soldato appena; il Capitano non frappone indugio, non cerca di far fuoco, ma sbarazzato anche del fucile che teneva, con un salto fu addosso a quei due ed afferratone uno pel collo, lo stramazza al suolo e con lui viene ad una lotta corpo a corpo, finche venne dato ad un soldato di appuntare il suo fucile contro il brigante e di renderlo cadavere. Pare che uno dei proiettili (giacchè il fucile era stato caricato a pallettoni), passando attraverso il petto del brigante andasse a colpire nel dito pollice della mano sinistra del Capitano, che avvinghiatolo con entrambe le braccia, gli impediva qualunque tentativo di fuga. Quel brigante fu subito riconosciuto pel capobanda Francesco Guerra, ed il compagno che con lui s'intratteneva, appena visto l'attacco, tentò di fuggire; una fucilata sparatagli dietro dal medico di Battaglione Pitzorno lo feriva, ma non al punto di farlo cadere, che continuando invece la sua fuga, s'imbatteva poi in altri soldati per opera dei quali venne freddato. Esaminatone il corpo, fu riconosciuto per donna e quindi per Michelina De Cesare druda del Guerra. Poco distante vari soldati con qualche Carabiniere s'incontravano con altri due briganti pure appoggiati ad un albero; attaccati risolutamente ne cadeva subito ucciso uno, che poi riconosciuto per Orsi Francesco di Letino; l'altro poté sfuggire, ma inseguito da vicino da un Carabiniere, s'ebbe una prima ferita, finche capitato negli agguati di altra pattuglia, cadde anch'egli colpito da due colpi di revolver sparatigli a brevissima distanza dal Sottotenente Ranieri. Anche questo brigante venne poi riconosciuto per Giacomo Ciccone, già capo di sanguinosissima banda ed ora unitosi al Guerra; fece uso delle sue armi quando si vide scoperto, e dotato di una forza erculea, oppose la più accanita resistenza tentando di aprirsi un varco frammezzo ai soldati. Altri tre briganti che stavano un po' più lungi dai due gruppi menzionati, poterono al primo rumore salvarsi gettandosi nei burroni in quella località cosi frequenti. Due di costoro si sono già presentati, per cui si può con tutta certezza affermare che di tutta la banda Guerra, non n'e rimasto che uno solo...".(*) Il giorno dopo i cadaveri dei quattro briganti vennero esposti nella piazza di Mignano, guardati da soldati armati. Il Generale Pallavicini, "gongolante di gioia, andava dicendo: Ecco i merli, li abbiamo presi" …………. (*) Comando Generale delle Truppe per la Repressione del Brigantaggio nelle Provincie di Terra di Lavoro, Aquila, Molise e Benevento. Distruzione della Banda Guerra. Caserta 6 settembre 1868 |
da "Brigantaggio in Terra di Lavoro e nel mandamento di Roccamonfina 1860-1880" a cura del comune di Roccamonfina e Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano Comitato di Caserta, Tipografia del Matese, Piedimonte Matese, 1996 |
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Lo stemma del Regno delle Due Sicilie sovrasta il maestoso palcoscenico, col quale si fonde. Al centro dello stemma v'è la Casa Borbone - tre gigli d'argento in campo azzurro - ed intorno i 21 simboli araldici delle Case imparentate con quella regnante a Napoli. Compongono quel che appare come il simbolo affascinante della storicità di un teatro oggi restituito, con attenti lavori di restauro, allo splendore di un tempo. Il San Carlo è, infatti, il più antico teatro operante in Europa: costruito nel 1737 (41 anni prima della Scala, 51 prima della Fenice) non ha mai interrotto le sue stagioni altro che per due anni (1874-1875) a causa di mancati finanziamenti. Né l'incendio del 1816, né la seconda guerra mondiale riuscirono ad interromperne l'attività: nel primo caso il Teatro fu ricostruito in sei mesi da re Ferdinando, nel secondo una serie di concerti per le Forze Armate sostituì nei momenti più drammatici del conflitto, la normale attività di spettacolo. Divide altresì con il Teatro alla Scala il primato della più antica Scuola di ballo italiana, fondata contemporaneamente a Milano e a Napoli nel 1812, mentre dal 1816 data la sua Scuola di scenografia. Fu eretto per volontà di Carlo di Borbone che, deciso a dare alla sua Capitale un teatro che sostituisse il vetusto San Bartolomeo, di proprietà della Casa degli Incurabili, assegnò a questa istituzione benefica una rendita di 2.500 ducati, pari all'utile che essa ne traeva dalla gestione, ordinandone l'abbattimento e il recupero del legname. Nello stesso tempo, dette mandato alle Fabbriche Reali di progettare il nuovo teatro in luogo più centrale: il 4 marzo 1737 fu firmato il contratto con l'architetto Giovanni Antonio Medrano e l'appaltatore Angelo Carasale. La spesa fu calcolata in 75.000 ducati (circa 1,5 milioni di euro di oggi), la consegna fissata per la fine dello stesso anno. L'impegno fu mantenuto con straordinaria precisione: il 4 novembre 1737, giorno onomastico del Sovrano, il San Carlo fu inaugurato con l'opera Achille in Sciro del Metastasio, con musica di Domenico Sarro, che diresse l'orchestra, con due balli per intermezzo, creati dal Grossatesta. La parte di Achille fu sostenuta, come usanza dell'epoca, da una donna, Vittoria Tesi, detta la Moretta, con accanto Anna Peruzzi, detta la Parrucchierina, prima donna soprano e il tenore Angelo Amorevoli. Il Teatro s'impose immediatamente all'ammirazione dei Napoletani e degli stranieri, per i quali divenne in breve tempo un'attrattiva giudicata senza eguali. Per la grandiosità, la magnificenza dell'architettura, le decorazioni in oro, gli addobbi sontuosi in azzurro (era il colore ufficiale della Casa Borbonica Due Sicilie e perciò i velluti di questa tinta furono sostituiti, dopo l'unità d'Italia, con il rosso ed allo stemma del sottarco fu sovrapposto quello sabaudo); ma anche per l'interesse musicale degli spettacoli.
La Scuola napoletana aveva infatti, in quegli anni incontrastata gloria europea non soltanto nel campo dell'opera buffa (che nel San Carlo non veniva rappresentata) ma in quello dell'opera seria, con Leo, Porpora, Traetta, Piccinni, Vinci, Anfossi, Durante, Iommelli,Cimarosa, Paisiello, Zingarelli. Napoli divenne, in conseguenza, la capitale della musica europea. Così che anche i compositori stranieri considerarono il San Carlo come un traguardo della loro carriera: Hasse, poi stabilitosi a Napoli, Haydn, Johann Christian Bach, Gluck. Allo stesso modo, i più celebrati cantanti ambirono esibirsi sul palcoscenico del Teatro di Napoli e molti consolidarono su di esso la loro fama, da Lucrezia Anguiari, detta la Bastardella, e a Caterina Gabrielli, detta la Cochetta, ai celeberrimi castrati Caffarelli (Gaetano Majorano), Farinelli (Carlo Broschi), Gizziello (Gioacchino Conti) tutti e tre provenienti dai Conservatori di Napoli, sino a Gian Battista Velluti, l'ultimo evirato cantore.
Questo primo ciclo di vita del San Carlo, che era stato intanto rinnovato nell'aspetto esterno dall'architetto Antonio Niccolini, si chiude con il doloroso episodio dell'incendio divampato la notte del 12 febbraio 1816, che lo distrusse completamente. Fu un evento che gettò il lutto in tutta la città e che i giornali di tutta Europa raccontarono con emozione. Così come una meraviglia ed ammirazione dettero notizia, dieci mesi dopo, alla fine dello stesso anno, che esso era già risorto. Fu re Ferdinando I di Borbone a volere, sei giorni dopo l'incendio, che il San Carlo venisse senza indugi ricostruito. L'incarico fu affidato al Niccolini, con l'impegno di rifarlo tale e quale com'era prima dell'incendio. Venne rispettata la pianta del Medrano: la sala lunga m. 28,60 e larga 22,50, 184 palchi disposti in sei ordini più quello reale. Venne però sensibilmente migliorata l'acustica (ancora oggi unanimemente considerata perfetta) e fu ampliato il palcoscenico (m. 33,10 x 34,40). Camillo Guerra e Gennaro Maldarelli rinnovarono le decorazioni fra cui il bassorilievo e l'orologio nel sottarco del proscenio. Giuseppe Cammarano dipinse il soffitto tuttora esistente (Apollo che presenta a Minerva i più grandi poeti del mondo) ed il sipario, poi sostituito nel 1854 con altro Giuseppe Mancinello ("Il Parnaso", ancora in uso).
A parte la creazione del "golfo mistico", suggerita da Verdi nel 1872, l'impianto dell'illuminazione elettrica con conseguente abolizione del lampadario centrale (1890) e la costruzione del nuovo foyer con annesso corpo laterale adibito a camerini degli artisti (1937) nessun mutamento sostanziale ha subito il Teatro. Ed oggi la sala appare così come la vide Stendhal la sera della sua seconda inaugurazione, il 12 gennaio 1817:
" ... Non c'è nulla in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea. Gli occhi sono abbagliati, l'anima rapita ...".
Si rappresentava quella sera Il sogno di Partenope, di Giovanni Simone Mayr, scritta per l'occasione, seguita da un ballo creato da Salvatore Viganò, uno dei maggiori esponenti della Scuola coreografica napoletana che, cresciuta a cavallo del secolo, dominò la scena europea anche con Giuseppe Salomoni (che diresse il Teatro Petrovskij di Mosca), Gaetano Gioia, Salvatore Taglioni, Carlo Blasis (che con la moglie Annunziata Ramazzini già prima ballerina del San Carlo, insegnerà poi al Bolshoi) e con le due più famose ballerine, che insieme all'austriaca Fanny Elssler, crearono la leggenda romantica del balletto: Maria Taglioni e Fanny Cerrito, della quale si conservano ancora oggi le scarpette in una teca di cristallo al Museo dell'Opera di Parigi. Nella prima metà dell'Ottocento le glorie del San Carlo sono legate al nome di quello che fu considerato il principe degli impresari, Domenico Barbaja.
Malgrado la Scuola napoletana, con Zingarelli, Pacini, Mercadante, si tenesse sostanzialmente al passo con i nuovi tempi, Barbaja intuì come per il San Carlo fosse giunto il momento di guardare al di là dei confini impostigli dalla sua tradizione e scritturò come compositore e direttore artistico dei Regi Teatri di Musica Gioacchino Rossini. Questi vi rimase per otto anni, dal 1815 al 1822, scrivendo Elisabetta Regina d'Inghilterra, La Gazzetta, Otello (che fu dato al Teatro Fondo, mentre il San Carlo era in costruzione, passando poi nel teatro maggiore come seconda opera della stagione inaugurale, con Manuel Garcia protagonista), Armida, Mosè, Riccardo e Zoraide, Ermione, La donna del lago, Maometto II (poi divenuto l'assedio di Corinto), Zelmira. Fra i "cantanti di stagione" degli anni di Barbaja si ricordano, oltre a Manuel Garcia, sua figlia Maria Malibran, Giuditta Pasta, Isabella Colbran, Giovan Battista Rubini, Domenico Donzelli e i due grandi rivali francesi Adolphe Nourrit e Gilbert Duprez, l'inventore del "do di petto".
E fu dopo una beneficiata al San Carlo che, preso da una crisi di sconforto per essere stato il suo successo inferiore a quello del più giovane conterraneo, Nourrit si suicidò appena rientrato in albergo, l'8 marzo 1839. Fuggito per amore da Napoli Rossini al termine di una rappresentazione di Zelmira insieme alla Colbran, che era stata sino a quel momento l'amante del Barbaja, al suo posto l'impresario scritturò un altro astro nascente nel mondo del melodramma, Gaetano Donizetti. Anch'egli direttore artistico dei Regi Teatri, Donizetti rimase al San Carlo dal 1822 al 1838 componendo per il teatro sedici opere, tra cui Maria Stuarda, Roberto Devereux, Poliuto e l'immortale Lucia di Lammermoor, scritta per il soprano Tacchinardi-Persiani e per il tenore Duprez. Qualche anno prima, nel 1826, Barbaja aveva dato fiducia anche ad un altro musicista, uno studente siciliano del Conservatorio San Pietro a Majella, rappresentandogli la sua prima opera, Bianca e Gerlando. Si chiamava Vincenzo Bellini.
Anche Giuseppe Verdi fece assai presto il suo ingresso al San Carlo. Nel 1841 si rappresentò il suo Oberto conte di San Bonifacio e nel 1845 scrisse la prima opera per il Teatro, Alzira. La seconda fu Luisa Millernel 1849, la terza Gustavo III nel 1858 e poi presentata a Roma col titolo mutato in Un ballo in maschera. Malgrado l'ostilità di un certo ambiente musicale, che faceva quadrato intorno a Saverio Mercadante, considerato come una specie di faro della tradizione napoletana, Verdi fu il dominatore della scena sancarliana nella seconda metà dell'Ottocento. A parte il favore incondizionato ed entusiasta del pubblico, Verdi aveva a Napoli alcuni fra i migliori amici, il pittore Domenico Morelli, il poeta Nicola Sole, il caricaturista Delfico, il musicologo Cesare De Sanctis, e vi tornò sempre volentieri per curare personalmente la messa in scena delle sue opere. Ebbe in progetto, anzi, caldeggiato anche dalla moglie Giuseppina, di comprarvi, una casa, per trascorrervi stabilmente l'inverno. Poi a Napoli fu preferita Genova, perché più vicina ai suoi poderi di Sant'Agata. Nel 1872, convinto dall'impresario Antonio Musella, assunse la direzione artistica dell'intera stagione ripresentando il Don Carlos, al cui spartito apportò appositamente alcune modifiche, e per la prima volta Aida, con un successo memorabile. In quella occasione scrisse per le prime parti dell'Orchestra del San Carlo il Quartetto d'archi l'unica sua composizione cameristica, la cui partitura autografa fu poi donata al Conservatorio di San Pietro a Majella.
Con il finire dell'Ottocento e della sua grande stagione del melodramma romantico, il San Carlo rimase tra i protagonisti dei nuovi orientamenti musicali italiani ed europei. Giacomo Puccini e la Giovane Scuola, da Mascagni ai quattro napoletani (di nascita o di studi) Leoncavallo, Giordano, Cilea ed Alfano, trovarono il San Carlo pronto ad accogliere le loro opere, mentre l'azione meritoria di un grande musicista e direttore d'orchestra, Giuseppe Martucci, valsa ad introdurre la musica wagneriana nelle consuetudini del Teatro. Merito del San Carlo, nei primi anni del Novecento, fu anche quello di contribuire in maniera determinante alla preminenza della figura del direttore d'orchestra nello spettacolo lirico; Leopoldo Mugnone, napoletano, grande rivale (ma amico carissimo) di Arturo Toscanini, diresse da solo numerose stupende stagioni, così come Eduardo Vitale, Ettore Panizza (che doveva poi tanto contribuire all'affermazione del Metropolitan di New York), Eduardo Mascheroni, il quale nel 1908, accompagnò personalmente sul podio Richard Strauss, cedendogli la bacchetta per dirigere la prima italiana della sua Salomè. E poi Cleofonte Campanini, Vittorio Gui, Gino Marinuzzi e Pietro Mascagni, direttore stabile dal 1915 al 1922.
È dal 1915 che un'altra grande figura di impresario si segnala, quella di Augusto Laganà, che guidò il Teatro sino alla costituzione in Ente Autonomo (1927) introducendo dal 1920 la consuetudine, durata poi dieci anni, di inaugurare la stagione con un'opera wagneriana; sensibile altresì ai nuovi fermenti dell'opera italiana, come dimostrano le prime assolute della Francesca da Rimini di Zandonai (15 gennaio 1921) e diFedra di Ildebrando Pizzetti (16 Aprile 1924), entrambe su testi di Gabriele d'Annunzio. Anche in questi anni, i maggiori cantanti si esibirono stabilmente al San Carlo, da Fernando de Lucia, che vi cantò per vent'anni di seguito, a Roberto Stagno e Gemma Bellincioni, a Gilda Dalla Rizza, Riccardo Stracciari, Fjodor Scialiapin, Aurelio Pertile, Gabriella Besanzoni, Nazareno De Angelis. Lunghissima consuetudine ebbero Tito Schipa (debutto nel 1913, ultima recita nel 1944) Beniamino Gigli (debutto nel 1915, ultima recita nel 1953) Toti dal Monte (debutto 1919, ultima recita nel 1944). Sostanzialmente risparmiato, pur se danneggiato in alcune strutture dagli eventi bellici, il San Carlo venne requisito dalle autorità militari inglesi nell'ottobre del 1943. Gli spettacoli ripresero il 26 dicembre di quell'anno, destinati alle truppe alleate. I civili potevano accedervi, ma soltanto in galleria e in loggione.
L'occupazione durò sino al 1946. Ripristinato l'Ente Autonomo nel '48 con la geniale soprintendenza di Pasquale Di Costanzo, coadiuvato dal direttore artistico Francesco Siciliani (poi Guido Pannain), il San Carlo riprese rapidamente la sua posizione di preminenza fra le istituzioni musicali europee. Presenti sul suo podio direttori di grande prestigio, come Gui, Serafin, Santini, Gavazzeni fra gli italiani e Böhm, Fricsay, Scherchen, Cluytens, Knappertsbush, Mitropoulos, spazio adeguato venne dato alla produzione contemporanea più significativa. Memorabile, la prima del Wozzeck di Alban berg, diretto da Böhm, il 26 dicembre 1949 e le esecuzioni in prima italiana di Arianna e Barbablùdi Dukas, Dall'oggi al domani di Schönberg, Carmina Burana e La lunadi Orff, Il protagonista di Weill, etc. Accanto alle puntuali riprese del grande repertorio melodrammatico, particolare attenzione il San Carlo ha dedicato alla riproposta di capolavori dimenticati dell'Ottocento, restituendo alla vita musicale opere come Giovanna d'Arco di Verdi,L'assedio di Corinto di Rossini, Nerone di Boito e, grazie anche alla collaborazione del maestro Rubino Profeta, di numerose opere donizzettiane, quali Roberto Devereux, Caterina Cornaro, etc.
Nel 2008 è terminata la prima parte del nuovo restauro, che ha gelosamente salvaguardato l'architettura originaria: il San Carlo è divenuto accessibile ai diversamente abili. Entro il 2012, grazie a 50 milioni di Euro stanziati dalla Regione Campania, sarà dotato di sale sotterranee di registrazione, di nuove scale e di un nuovo foyer sottostante lo splendido preesistente. Tutto il teatro, patrimonio dell'umanità, sarà restituito con rinnovato splendore all'ammirazione del mondo. di Alfonso Grasso
« Gli occhi sono abbagliati, l'anima rapita. […] Non c'è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea. »
Il San Carlo è stato il primo teatro italiano ad andare in tournée all’estero dopo la guerra, al Covent Garden di Londra nel 1946. Nel 1951 ha partecipato al Festival di Strasburgo, quindi alle celebrazioni di Verdi all’Opéra di Parigi. Nel 1956, è tornato a Parigi per il Festival delle Nazioni. Nel 1963 ha partecipato al Festival di Edimburgo. Attraverso un viaggio di 5180 miglia, il San Carlo ha portato a termine la tournée più lunga mai intrapresa da un teatro dell’opera. Con tutti gli artisti, tecnici e scenografia si è trasferito in Brasile nel 1969 e nel 1974 si è esibito a Budapest. Nel 1981 a Dortmund nella Germania Federale. Nel mese di luglio 1982 a Baku nell’Unione Sovietica, e a novembre dello stesso anno il corpo di ballo ha eseguito lo show "Dancing Stravinsky" in Tunisia. Nel mese di maggio 1983 il San Carlo ha partecipato al Festival di Wiesbaden con due produzioni: La Sonnambula e La Forza del Destino. Nel mese di giugno dello stesso anno ha eseguito Il Flaminio di G.B. Pergolesi al festival di Spoleto negli Stati Uniti nel Charleston, e al festival di Versailles. Nel mese di maggio 1985 il teatro è tornato a Wiesbaden con Rigoletto e Il Flaminio, eseguiti nello stesso anno anche al Festival di Dresda. Nel 1987 il San Carlo è a New York per l’esecuzione, nella chiesa monumentale di Saint John The Divine, della Serva padrona di Pergolesi e lo Stabat mater di Pergolesi-De Simone. Subito dopo il teatro è in Francia con Il Flaminio e a maggio del 1955 di nuovo a Wiesbaden con la Tosca di Puccini.
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Situato in splendida posizione sulla collina di Miradois, presso la reggia di Capodimonte, è cronologicamente il primo osservatorio d'Italia. L'astronomo Giuseppe Piazzi fondò nel 1819 l'organismo, che ebbe sede nell'elegante fabbrica neoclassica progettata dai fratelli Gasse. Dalla terrazza superiore, dove sono collocate tre cupole che contengono gli strumenti geodetico-astronomici, tra cui il telescopio zenitale, si gode un suggestivo panorama della città e del golfo. L'Osservatorio di Capodimonte è uno degli osservatori della rete nazionale degli Istituti Nazionali di Astrofisica e Fisica dello Spazio ed è principalmente un istituto di ricerca, ma vi vengono organizzate anche attività per il pubblico e per le scuole. Per la diffusione della cultura scientifica l'Osservatorio dispone di un grande Auditorium e di un Museo con una collezione di strumenti otto-novecenteschi. A causa dell'inquinamento luminoso prodotto dalle luci cittadine, l'Osservatorio di Napoli ha oggi la sua Stazione Osservativa sul Toppo di Castelgrande sull'Appennino Lucano, il più grande osservatorio astronomico d'Europa, di recente costruzione; ove ha sede il SINGAO (Southern Italy Neutrino and Gamma Observatory), il primo centro internazionale in Italia per esperimenti in astrofisica. L'osservatorio, situato sul monte Toppo di Castelgrande, ospita un telescopio altazimutale con uno specchio di 160 cm di diametro e dotato di ottica adattiva. Un importante polo culturale in cui la storia della scienza si inserisce in quella del patrimonio storico e artistico della città di Napoli: si potrebbe riassumere così l'attività di divulgazione del Museo dell'Osservatorio Astronomico di Capodimonte a Napoli, il più importante del sud Italia. Sull'esempio de famosi Osservatori di Greenwich, di Oxford, e di Gotha si costruisce la nuova Specola di Napoli sulla collina suburbana di Miradois di un solo piano terreno, ed è per essa destinata una preziosa e compiuta collezione di stromenti... da collocarsi sopra basi solidissime, che sorgono perfettamente isolate sul vivo masso del monte. ... avrà altresì un locale separato per collocarvi le macchine destinate all'istruzione, ed all'esercizio de' giovani ( F. Zuccari, Breve cenno sulla storia degli osservatori di Pisa e di Napoli, Giornale Enciclopedico di Napoli, 1817). Capodimonte è il quartiere della periferia settentrionale di Napoli dove Carlo III di Borbone fece erigere il Palazzo Reale oggi sede della Galleria Nazionale (vi è esposta la splendida collezione della famiglia Farnese).
Fu Gioacchino Murat, re di Napoli e promotore di importanti riforme nel settore politico, economico, culturale e scientifico, a decidere nel 1812 la fondazione dell'Osservatorio. Nel 1819, quando sul trono di Napoli era ritornato Ferdinando I di Borbone, che approvò lo stanziamento degli ultimi finanziamenti; fu il primo edificio, in Italia, ad essere progettato appositamente per adempiere la funzione di osservatorio astronomico. Si scelse Capodimonte perché lontana dalle luci della città (già all'epoca c'erano le prime avvisaglie di inquinamento luminoso) e venne adibita a osservatorio astronomico la villa cinquecentesca del marchese di Miradois col terreno circostante, un parco di circa 6 ettari che si trova sulla collina omonima: dopo aver esplorato il cielo, chi visita l'Osservatorio può così perdersi anche fra palme, alberi da frutta e di vite.
L'Osservatorio entrò in funzione nel 1820, fra i primi in Italia, e acquistò grande fama per l'accuratezza delle misure astrometriche: la scoperta di nuovi pianeti e stelle, il calcolo delle traiettorie delle comete, l'astronomia di posizione, e così via. Quando nel resto d'Europa si cominciava a interrogarsi sull'origine e la natura dell'universo, all'Osservatorio di Napoli si continuavano a fare quasi esclusivamente misure celesti. Gli astronomi di Capodimonte si muovevano sul filone classico dell' astronomia di posizione e rispondevano alla vocazione pratica e quotidiana del tipico osservatorio ottocentesco: la misura e regolazione del tempo civile, ossia l'indicazione del tempo esatto, e le rilevazioni di carattere meteorologico. L'apertura verso altre scienze non fu favorita: eppure, è proprio dagli interscambi tra matematica, chimica e fisica che nacque e si sviluppò a livello internazionale il nuovo settore dell'astrofisica. Con estrema lentezza e superando molte difficoltà, la specola di Capodimonte s'inserì in un circuito di lavoro internazionale. Solo dal 1912, con la direzione di Azeglio Bemporad (1912-1932) ci si incominciò ad interessare di astrofisica.Da qui il declino , riscattato però negli ultimi 30 anni attraverso un'intensa attività di divulgazione e importanti collaborazioni scientifiche internazionali. "A livello scientifico gli astronomi dell'Osservatorio sono coinvolti in ricerche rilevanti come quelle dell'Hubble Space Telescope e del Very Large Telescope di Cerro Paranal, in Cile." Oggi la Specola di Capodimonte si può annoverare tra gli istituti internazionali più attivi e prestigiosi. La biblioteca, voluta da Federigo Zuccari negli anni 1812-1815 contestualmente alla costruzione dell'Osservatorio, è dotata di un considerevole patrimonio librario antico e moderno: oltre 36.000 volumi tra monografie e periodici di carattere specialistico e divulgativo. La sezione antica rappresenta nel suo genere uno dei fondi più prestigiosi esistenti nel Sud Italia perché accoglie testi astronomici di indiscutibile valore storico-scientifico, quali ad esempio la prima edizione del “De revolutionibus orbium coelestium” di Niccolò Copernico. Incrementatasi nel corso degli anni per effetto di importanti donazioni, quale ad esempio quella cospicua effettuata nel 1964 dall'ing. Giuseppe Cenzato, la sua consistenza ammonta a 2659 volumi. Completano ed arricchiscono tale collezione 48 testate di periodici antichi, ossia testate di cui si possiedono annate anteriori al 1831 e circa 300 edite tra il 1831 e gli inizi del 1900.
Nei circa due secoli di vita della biblioteca, nessun volume è stato mai sottoposto ad intervento di recupero e restauro ed è in buona parte archiviata con procedure informatiche che ne consentono una consultazione anche via web, per garantire l'accesso al pubblico. Il "Museo degli strumenti antichi" dell'Osservatorio conta circa cento oggetti ed è una testimonianza, unica in tutto il Mezzogiorno continentale, di quello che fu la strumentazione astronomica utilizzata in tutto l'Ottocento e nei primi decenni del Novecento: teodoliti, cerchi, meridiani, fotometri, spettrografi, cannocchiali altazimutali, strumenti di calcolo, etc. La maggior parte della collezione è custodita in una sala adiacente all'auditorium dove fanno bella mostra due pezzi cinquecenteschi provenienti dalla collezione Farnese e il cerchio meridiano di Reichenbach, tra i primi e importanti strumenti dell'Osservatorio. Questi strumenti costituiscono esempi autentici e originali degli ambienti di lavoro del periodo storico cui si riferisce il museo e forniscono, perciò, un'esatta e completa informazione su luoghi, strumenti, accessori e atmosfera in cui si faceva astronomia nel periodo che va dalla fondazione dell'osservatorio napoletano, il 1819, alla metà del XX secolo.
La visita del Museo
Il percorso si snoda attraverso una serie di edifici,ciascuno dei quali ha la funzione di approfondire un aspetto della storia dell'astronomia.
Sala degli strumenti storici. Sono esposti strumenti dell'800 e dei primi decenni del '900 utilizzati per la misura di precisione degli astri: classici telescopi, come il rifrattore-equatoriale di Fraunhofer-Reichenbach e quello di Reichenbach-Utzschereider (con esso l'astronomo De Gasparis scoprì 7 pianetini), cannocchiali, orologi di precisione, regolatori di velocità per i movimenti dei telescopi. Ci sono anche comparatori di lastre fotografiche e telegrafi, che testimoniano l'esigenza degli astronomi dell'epoca di scambiarsi tempestivamente i dati delle osservazioni. Padiglione del cerchio meridiano di Repsold. Si tratta di una cupola in acciaio costruita intorno alla metà degli anni '30, che si trova nel parco della villa e che ospita il cerchio meridiano di Repsold. Con questo strumento gli astronomi dell'800 determinavano la posizione esatta di una stella, misurando l'istante di passaggio sul meridiano del luogo di osservazione.
Padiglione di Bamberg. Lo strumento dei passaggi di Bamberg è un macchinario della seconda metà dell'800 che serviva per registrare l'istante di passaggio in cielo di una stella, attreverso cui era possibile misurare l'ora del giorno. Fino al 1950 da Castel Sant'Elmo venivano infatti sparati dei colpi di cannone allo scoccare del mezzogiorno.
Planetario. Il planetario può ospitare fino a 20 persone ed è utilizzato per la descrizione dei moti fondamentali della meccanica celeste e per l'identificazione delle costellazioni. ... essendo nella ferma risoluzione di fare dal canto mio quanto mai potrò perché questo Osservatorio abbia degli strumenti che corrispondano alla magnificenza della fabbrica.... non sarà possibile che mi dia pace, se non giungo a provvedere l'Osservatorio di quanto di più pregevole possa oggi attenersi in fatto di strumenti.— (G. Piazzi, Corrispondenza Piazzi Oriani, 1 settembre 1818).
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Con la scoperta dell’illuminazione a gas, l’umanità ha fatto un significativo passo avanti verso il desiderio di prolungare il giorno mediante la luce artificiale. L’illuminazione a gas fu anzitutto utilizzata negli interni, ma solo conl’estensione alla pubblica illuminazione acquisirà il giusto merito. La città di Napoli vanta il primato di essere stata nel 1837 la prima città italiana e la terza in Europa, dopo Londra e Parigi, adessere illuminata a gas.
Importanza dell’illuminazione notturna: i primi impianti a olio Il problema della pubblica illuminazione, realizzata dapprima mediante lanterne a olio, già verso la fine del Settecento era molto sentito nelle grandi capitali europee, infatti al calare delle tenebre le città venivano consegnate ai malfattori e quindi si imponevano delle urgenti misure di ordine pubblico per limitare reati e crimini che si perpetravano con il favore della notte.
A Napoli il problema fu affrontato per la prima volta nel 1770, quando per disposizione del governo, fu ordinato che tutti gli edifici pubblici, i palazzi dei ministri, degli ambasciatori e dei nobili di grande casato fossero dotati di fanali accesi tutta la notte alle porte ed agli angoli delle case. Dopo alterne vicende si cominciano a sviluppare i primi impianti di illuminazione notturna, dal “Monitore Napolitano” si apprende che il 15 dicembre 1806 Napoli ha finalmente il suo primo impianto di illuminazione a olio, attrezzato e funzionante come quelli già esistenti nelle altre grandi città europee dove nel frattempo si stava sperimentando un nuovo sistema di illuminazione che utilizzava il gas.

Il gas compare a Napoli il 1 gennaio1817 quando con decreto reale 611, Ferdinando I (già IV), concede la privativa per l’illuminazione a gas idrogeno della città di Napoli a Pietro Andriel di Montpellier, tale diritto non verrà mai esercitato. Si dovrà attendere sino al 1837 quando il francese cav. Giovanni De Frigiere, in società con M.Bodin, A.Cottin e A.Jumel, chiede ed ottiene da Ferdinando II di poter illuminare la città con il gas prodotto dall’olio di oliva.
Il giovane sovrano, salito al trono nel 1830, amava il progresso come dimostrerà in più di un’occasione favorendo l’applicazione delle invenzioni più recenti, avendo poi visitato Parigi illuminata dalla luce che i fanali a gas diffondevano e di cui era rimasto entusiasta, si trovò particolarmente favorevole alle richieste del Cav. De Frigiere e chiese espressamente un saggio relativo alla illuminazione a gas.
Il 10 settembre 1837, sotto gli occhi del re, delle autorità e del popolo entusiasta, si tenne il primo esperimento per illuminare a gas il porticato della basilica di San Francesco di Paola. Al calar del sole le 29 lanterne disposte nel porticato si accesero una dopo l’altra brillando di una luce bianchissima. Era nato il primo impianto di illuminazione a gas. Si tratta infatti della prima realizzazione, in Italia, di un impianto di produzione e distribuzione del gas. L’impianto sperimentale era costituito da un piccolo opificio retrostante ai portici della basilica di San Francesco di Paola, si trattava di un impianto per il cracking di olio d’oliva la cui erogazione oraria, occorrente per l’alimentazione dei 29 fanali (ciascuno dotato di due becchi della portata complessiva di circa 200lt/h), è stimata dell’ordine di 6mc. L’impianto di concezione francese era particolarmente ingegnoso, era costituito da un fornello che su un lato esterno presentava un recipiente di latta da cui veniva distillato goccia pergoccia dell’olio in un tubo di ferro del diametro di due pollici che attraversava il fornello. Il tubo veniva riscaldato e reso incandescente dal calore del carbone vegetale o fossile che serviva per tenere acceso il fornello, a seguito del riscaldamento si aveva la formazione del gas che passando attraverso una tubazione in piombo veniva avviato in alcune vaschette di olio per consentirne la purificazione ed eliminare parte del cattivo odore che il gas stesso emanava. A seguito del successo dell’esperimento, il re chiese di estendere l’illuminazione anche a Palazzo Reale ed alle strade adiacenti. Prima di procedere all’affidamento dell’appalto furono fatte alcune considerazioni in merito all’illuminazione a gas per stabilire se questo innovativo sistema potesse nuocere alla salute pubblica ed alla purezza dell’aria a causa delle esalazioni emesse, che tra l’altro erano presenti anche negli impianti di illuminazione ad olio. A riguardo furono interpellati illustri clinici e chimici del tempo che concordarono sul fatto che il gas sviluppato dall’olio non comportava alcun nocumento. Il 13 dicembre 1838 viene stipulato il contratto di appalto dell’illuminazione a gas con De Frigiere a cui si associano i napoletani Andrea Rocco e Nicola Scala appaltatori per l’illuminazione ad olio allora in funzione.
Poichè la realizzazione degli impianti a gas non permetteva che l’appalto si facesse per un periodo breve,si convenne una durata di quindici anni, a decorrere dal 1 gennaio1839, per il servizio a gas, e di sei anni per il servizio ad olio.
Nel contratto il cav. De Frigiere siimpegnava ad illuminare entro 15 giorni Palazzo Reale e l’inizio di via Toledo (avvalendosi dell’impianto retrostante la basilica di San Francesco di Paola) e entro un anno di installare 408 fanali,di cui 204 entro il primo semestre e gli altri nel secondo, realizzando per l’alimentazione dell’impianto una canalizzazione interrata lunga 16,120 km, il cui percorso era individuato in alcune piazze e vie principali della città racchiuse nel perimetro comprendente: via Toledo, via Chiaia, riviera di Chiaia, Chiatamone, largo Castello, Guantai Nuovi, Pignasecca, Monteoliveto, Port’Alba, via Tribunali, via Foria, Porta Nolana, strada Basso Porto. Il resto della città veniva illuminato ad olio fin quando una richiesta del Comune non avesse provocato l’estensione delle canalizzazioni e quindi la progressiva sostituzione delle lanterne adolio con i fanali a gas. Il contratto riporta minuziosamente informazioni e prescrizioni sulle modalità di erogazione del servizio di illuminazione. Tra l’altro, l’effetto della luce prodotta con il gas doveva essere non meno del doppio di quella prodotta con le lanterne ad olio. Le spese per l’impianto del gasometro, delle officine e della canalizzazione erano interamente a carico degli appaltatori. Riguardo all’olio da usare per la produzione del gas per ottenere un’illuminazione brillante veniva richiesto espressamente olio di oliva per rispettare una delle principali produzioni del regno e nel contempo si escludeva tassativamente la produzione del gas illuminante mediante l’uso del carbone sia fossile, che di legno. Particolarmente interessante è ilc apitolo relativo alle penali applicate agli appaltatori nei casi di ritardata accensione o anticipo dello spegnimento, non accensione, mancata pulizia delle lanterne, mancanza di gas etc. Il cav. De Frigiere, cede con atto notarile del 11marzo 1839 al sig De Boissieu, negoziante di Lione, il contratto per l’illuminazione pubblica di Napoli. Questi insieme a cinque soci, tutti cittadini francesi, si fa carico di dirigere i lavori previsti dal contratto. Inoltre a seguito dell’osservanza di una disposizione reale, De Boissieu e Co. si impegnarono a riservare un quarto delle azioni della costituenda società anonima a cittadini napoletani, tra questi figurano banchieri, industriali, commercianti e tra gli altri il fratello del re, don Leopoldo di Borbone, conte di Siracusa, il gen. Carlo Filangieri, principe di Satriano, il conte Ettore Lucchesi Palli.
La fase esecutiva dell’appalto chesi rivelerà più lenta del previsto. Nel maggio del 1840 sono illuminati il teatro San Carlo ed altre importanti vie ma non risultano installati i 204 fanali programmati per il primo semestre. Lo stabilimento per la produzione del gas viene realizzato in una area di proprietà del Municipio situata nella contrada vico Cupa a Chiaia, i gasometri installati sono di produzione francese, mentre le tubazioni, i raccordi, gli strumenti e gli utensili provengono dalla fonderia napoletana Zino, Henry e Co. inizia così il benefico effetto dell’industria del gas sull’economia locale. Lo stabilimento si estende originariamente su una superficie di 550mq, in esso vengono ospitate 14 storte per la produzione del gas cheliberano i prodotti della combustione mediante un camino di 34m. Inoltre in adiacenza allo stabilimento vi sono due padiglioni di 500mq utilizzati per gli uffici ed i magazzini. La capacità gasometrica di primo impianto era di 2.000 mc su due unità uguali, la potenzialità dell’impianto era di circa 200mc/h, il processo produttivo era basato sul cracking dell’olio secondo un brevetto inglese che tra l’altro aveva avuto poche applicazioni in quanto era una tecnica poco progredita rispetto alla produzione del gas dal carbone di terra (litantrace) che a Napoli non si era voluto adottare. Lo stabilimento fu inaugurato il 28 maggio 1840 e subito dopo iniziano i primi problemi dovuti alla resa inadeguata dell’impianto attribuibile al ritardo nella consegna dello scisto, un elemento indispensabile per aumentare il potere illuminante del gas, ed in parte alle perdite di gas sulle canalizzazioni derivanti dalle varie giunzioni che sierano rese necessarie a seguito della presenza di altri sotto servizinel sottosuolo (tubazioni d’acqua, serbatoi, fogne) che avevano impedito un’uniforme posa delle tubazioni. Il 15 giugno 1840 un’esplosione, fortunatamente senza danni, destò molta impressione nell’opinione pubblica al punto di chiamare alla direzione dello stabilimento l’ingegnere Manduit. Ben presto si provvede alle necessarie riparazioni e si intensificano le azioni per vincere la resistenza all’utilizzo del gas anche per l’illuminazione domestica.
Gli impianti di illuminazione erano costituiti da pali in ghisa o da mensole su cui erano installate le lanterne o fanali a gas, la cui alimentazione proveniva dalle tubazioni stradali, ogni palo era dotato di un sistema di intercettazione del gas, le lanterne erano generalmente equipaggiate da due becchi che venivano accesi mediante un cerino da un accenditore o “lampionaio”, un miglioramento delle caratteristiche dell’emissione della luce si fu ottenuta successivamente con l’introduzione dei becchi areati che consentivano una più uniforme regolazione della fiamma e quindi della stabilità della luce emessa rispetto a quelli a fiamma libera. Le operazioni di accensione e spegnimento erano garantite da squadre di accenditori, dotate di una lunga asta con in cima un lumino e di lunghe e strette scale a pioli per gli interventi di manutenzione, tali squadre erano sottoposte al controllo di ispettori che verificavano l’andamento regolare del servizio.
Anche se la funzione di illuminazione pubblica a gas è cessata da tempo, la tradizione dell’illuminazione a gas è sempre stata presente nella città di Napoli a ricordo dell’indiscutibile primato che vanta. Attualmente nella città di Napoli sono in esercizio e perfettamente funzionanti quattro impianti di illuminazione a gas. La Compagnia Napoletana di Illuminazione e Scaldamento col Gas costituita nel 1862, è entrata a far parte del gruppo Italgas nel 1982 ed ha assunto la denominazione di Napoletanagas. Dopo aver trasformato a metano la rete cittadina di distribuzione del gas, ha donato alla città di Napoli il 28 gennaio 1985, l’impianto di illuminazione a gas del pontile di Castel dell’Ovo,costituito da 38 candelabri in bronzo, con una disposizione dei centri luminosi del tipo bilaterale affacciata. Ogni fila è formatada 19 candelabri equipaggiati con 3 lanterne all’inizio e alla fine e condue lanterne nei restanti per un totale di 72 lanterne, ogni lanterna è dotata di 6 reticelle Auer.
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