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CON QUEL TRUCCO CHE MI SDOPPIA LA FOCE
 

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XII

Post n°291 pubblicato il 20 Dicembre 2016 da lost4mostofitallyeah








L'Astice XII

Quando fummo stanchi di girare per le strade ampie del quartiere africano scambiandoci mozziconi di parole, tornammo a casa contando di trovare Asia sveglia e ben disposta nei miei confronti e verso i miei progetti di divertimento serale. Non fu così perché, entrati nell'appartamento, l'unico rumore era quello degli orologi e del gatto che reclamava da mangiare. "Non si è ancora alzata ma me lo aspettavo." Buttò lì Francesca. Io mi sedetti sull'angolo del divano vicino allo stereo e misi su un cd di Chet Baker, tanto per mantenere l'atmosfera rilassata ed evocativa. La mia amica approvò con un sorriso e si stese a gambe incrociate sul pavimento. "Quando sarà il funerale?" Dissi senza particolari sfumature. "Dopodomani" Rispose lei "Non avrai problemi con il lavoro, vero?" "Ah ,no. Come ci eravamo messi d'accordo sono in ferie per una settimana." "Ottimo. Mi piace che tu sia presente quando Gianni verrà sepolto nel cimitero di famiglia. Per me è come avere un giubbotto di salvataggio." Sei sicura di averne bisogno?" "Credo proprio di sì. Faccio sogni sempre più bizzarri e pericolosi. Io credo nel valore preveggente di certa attività onirica." "E cosa sogni, di grazia?" Coltelli, uomini con due teste, cavalli con la criniera in fiamme e bambini piccolissimi che diventano bambole. "Oscurità, ansia." "Esattamente. E c'è sempre una figura che non riesco a distinguere che mi segue e spunta fuori nei posti più impensabili: una gara di atletica, una sfilata di moda, una mostra d'antiquariato." "E non rammenti nulla di lui?" "L'unica cosa è un'ampia tunica chiusa da un fermaglio d'ametista sulla cintura. Ma il volto nemmeno a parlarne, sembrerebbe un vecchio persiano dall'abbigliamento." "O ciò che tu colleghi a un vecchio persiano." "Intendi magia, agguati, maledizioni inenarrabili, torture raffinate?" "Perché no? A volte la banalità è la chiave per la certezza." "Se vuoi sapere quanto quel personaggio dei miei incubi sia inquietante la risposta è: mille volte sì." Stavo per contrattaccare quando si spalancò la porta dell'anticamera e ne uscì Asia con indosso una vestaglia di seta grigia e i lunghi capelli raccolti un una crocchia alla sommità del capo. "Sai quanto detesto Chet Baker, zio. Lo hai fatto apposta." Quando era arrabbiata mi chiamava Zio, ma quel giorno il suo sorriso docile faceva a pugni con l'espressione infiammata degli occhi. Capii subito che non me ne voleva e anzi era particolarmente contenta di essere stata strappata dal sonno mattutino che considerava, come me, una perdita di tempo e un affare per bighelloni. "Siediti qua, vicino a me, fanciulla." Feci con l'espressione più gioviale che avevo a portata di faccia. Lei obbedì stancamente e si accomodò all'altro capo del canapè mentre sua madre restava seduta sul pavimento. Mi venne da ridere a pensare all'espressione buffa e per niente sensuale che madre e figlia stavano sfoderando. Ero contento di frequentare quelle donne; non potei fare a meno di paragonarmi a un padre confessore che avesse trascorso l'esistenza in uno stile debosciato e ora fosse colmo di saggezza e buon senso, qualcuno che non avesse smarrito le sue origini ma tenesse davanti allo spirito un'aspirazione migliore, un futuro più luminoso. "Sei a casa da scuola in questi giorni, vero?" Feci ad Asia. "Certo, come potrebbe essere diversamente. Una settimana come te." "Sei riuscita a divertirti stanotte?" "Per niente. Ho avuto una crisi isterica in mezzo alla pista da ballo. Ho baciato la mia migliore amica e ho lanciato una bottiglia da un capo all'altro della sala. Poi c'hanno buttato fuori." "Ma non eri con Tiberio?" "Appunto è stato lui prenderci a calci in culo fino all'uscita. Gli abbiamo rovinato la scena al Beverly e lui non è tipo da perdonare certe cose. Poi c'ha riportato a casa; era incazzato a mille." "Prima avevi tentato di entrare al Guest." "Zio Tibia ha spalancato la bocca, a quanto pare." "Però non c'ha detto nulla sul fatto d'avervi preso a calci in culo." Asia sfoderò un sorriso che mi in bella mostra la dentatura leziosamente irregolare: "In un modo tutto suo è ancora un cavaliere."






(Continua)








 
 
 

XI

Post n°290 pubblicato il 13 Dicembre 2016 da lost4mostofitallyeah





L'Astice XI

"Puoi prendere la mia opel corsa. Tanto la uso così poco. Mi raccomando, divertiti e, se ti capita, fai divertire Asia, non mi piace il giro di amici che le ronza intorno." Io sorrisi: "Non sono il tipo adatto per avere un'influenza permanente su quella ragazza, da come l'ho conosciuta è testarda e volitiva e non tradirà mai il suo gruppo, però potrebbe farle bene cambiare per un attimo prospettiva sulle cose." "Non credere che sia felice, ha sfoltito parecchio le sue conoscenze e ora si è ridotta a Petra e poco altro; è stanca, annoiata e parecchio fuori fase, alla sua età non si può sapere cosa si vuole." "Come va a scuola?" "è ottima. Massimo risultato con il minimo sforzo. Studia pochissimo ma ha la testa di suo padre, ti ripete a memoria interi paragrafi dopo averli appena letti, una lettura mnemonica prodigiosa." "Non mi stupisce, basta guardarla per capire quanto sia reattiva allo studio." "Dici? chi la vede, secondo me, pensa subito a uno sgorbio, o a una crisalide." "è bella. Ha personalità...Non rientrerà nei canoni estetici comunemente accettati ma si capisce che è già una donna mentre le sue amiche rimangono delle ragazzine." "Adesso si è appassionata alla cultura giapponese, non i manga, le anime e quel genere di cazzate fumettistiche, ma Mishima, Kawabata, Tanizaki. Li sta leggendo in serie e si appassiona. Al tempo stesso non rifiuta di seguire Petra nelle sue incursioni alle feste adolescenziali, e non rifiuta di flirtare con i ragazzi." "Ha avuto storie serie?" "Difficile da capire. Come puoi parlare di storie serie a quell'età." Mi ammutolì e lasciai la leggera brezza scompigliarmi gli abiti e la faccia. Mi trovavo bene e le mie intenzioni con Asia erano assolutamente serie e pulite. Nemmeno per un attimo pensai alle sue lunghe gambe e al suo trucco maliardo sopra l'espressione da ragazzina pulita. Non v'era niente di perverso nel mio attaccamento e nella mia curiosità verso quella bimba. Forse intendevo soltanto rivivere un'adolescenza che mi era stata negata per diverse ragioni. Da fanciullo timidissimo e sommerso dai libri mi relazionavo bene alle piroette della pubertà e forse stavo cercando l'anello mancante nella mia epopea personale quando, da ragazzo brufoloso e magrissimo, vagavo bigiando la scuola, lungo le rive dell'Adige. All'epoca ero maniacalmente riservato, pessimo a scuola e vittima di bullismi incontrollati; persino nei miei giorni più maturi mi svegliavo urlando quando gli incubi dei miei tempi al liceo e alle scuole medie penetravano i sogni. Forse a causa di ciò mi sentivo attratto da quella ninfa dai capelli azzurri e viola. Sarebbe banale e ingiusto affermare che mi specchiavo in lei  - l'avevo conosciuta ed era alquanto più cazzuta e malmostosa rispetto ai miei tempi nella sua età - più probabilmente la invidiavo e la temevo; cercavo di rivivere attraverso lei degli episodi chiave dell'adolescenza, tentavo di mettere in scena e di drammatizzare momenti che avevano stabilito il mio blocco verso la realtà comunemente accettata...Insomma ero determinato a psicoanalizzarmi usando Asia come transfert, fare un gigantesco balzo all'indietro, guarendomi nel corso del processo. Non a caso la fanciulla, quell'elfo spilungone e acerbo, mi ricordava uno dei miei tormentatori ai tempi delle scuole. 
"A che stai pensando?" Mi riebbi improvvisamente con Francesca davanti ai miei occhi che mi scrutava appassionata. "Oh nulla! Debbo ricordarmi di dare un'occhiata su facebook ai programmi per il weekend dei miei club preferiti." Lei rise senza credermi e ci alzammo per saldare il conto e proseguire in una passeggiata. 








(Continua)








 

 
 
 

X

Post n°289 pubblicato il 05 Dicembre 2016 da lost4mostofitallyeah

 








L'Astice X

"Perché non esci dal giro, ogni tanto? ti farebbe bene, ne sono sicuro." Francesca mi osservò con estrema attenzione e poi rispose: "Lo so che mi fa male, ancora più adesso, restare in questo posto, ma non ho alternative: si scappa dalla guerra, si fugge dalla violenza, ma è complicato scappare a sé stessi e Io non mi sento a posto con Gianni, con il suo ricordo intendo." "Che colpa hai se tuo marito si è schiantato a 200 all'ora sop
ra una scatoletta di macchina? Pensi forse che stesse fuggendo da te?" Lei si morse il labbro inferiore e farfugliò velocemente: "Vieni, Joe, andiamo a fare colazione da qualche parte. Forse mi sarà più facile spiegarti, tanto Asia dormirà fino a tardi..." Annuì e ci sistemammo per uscire. In pochi minuti eravamo all'incrocio tra viale Somalia e via di Villa Chigi davanti a cornetti, krapfen e cappuccini. Lei era bella con i colori del lutto; ancora scarmigliata e con gli occhi gonfi combatteva con sé stessa per trovare le parole giuste. La precedetti tanto per trovare un argomento di conversazione e la domanda mi scivolò tra le labbra in maniera naturale: "Pensi che Tiberio abbia delle mire su tua figlia?" Lei sorrise: "Oh no, Tiberio è un infido individuo ma non procede toccando terra come i vermi, questo glielo riconosco." "E allora?" "Non lo intuisci?" Restai a riflettere qualche secondo poi uscii in un'esclamazione pittoresca: "Ma davvero?" "Sì. E così è sempre stato, ben prima della scomparsa di Gianni." Sorbii il mio cappuccino e lo rimisi sul tavolo "Ecco perché lo trovo nervoso, appiccicoso e aggressivo...Tu ritieni che mi veda..." "Come un rivale?" Fece lei gustando con grazia la sua colazione "Così mi piace lasciargli credere. Non sa nulla al tuo riguardo e fantastica sul nostro tipo di rapporto. Penso che questo dubbio lo faccia ammattire!" E rise come non l'avevo mai vista fare, lasciandosi alle spalle delusioni, sofferenze e lutto. Avrei sempre voluto vederla così. "A proposito, cosa intendevi con il fatto di cambiare aria?" mi buttò lì con noncuranza dopo avere cessato di sghignazzare. "Mutare posto, lasciare Roma per qualche tempo, ritirarsi in un tranquillo isolamento in una graziosa e pulita città del nord." "Magari Trento?" "Perché no? O similari. Staccare dalla tensione nervosa che questi posti ti impongono. Scommetto che ogni luogo deve rammentarti una storia." "Proprio così." Esalò lei. Poi ci fu un momento di silenzio, come se la nebbia si fosse improvvisamente levata tra di noi e faticai a distinguerla, vedevo solo la piega nuovamente amara della sua bocca. "Forse hai ragione, ma prima debbo seppellire mio marito e scrollarmi di dosso Tiberio. E Asia? Pensi che mi seguirà tanto docilmente? Lei questa metropoli ce l'ha nel sangue, senza dimenticare i suoi studi." "Si tratterebbe di una settimana." Riflettei pensieroso. "Fosse per me ti risponderei subito affermativamente, ma ho ancora parecchie questioni in sospeso. E poi, al momento sei tu a essere mio ospite, te ne stai scordando? Goditi la città eterna. Sei stato ai fori imperiali? Ai musei vaticani la prima volta che sei passato da queste parti?" "Sì ci sono stato. Adesso come adesso vorrei godermi la vita notturna di Roma, non sono nel mood giusto per seppellirmi tra i monumenti." "Cosa intendi per godersi la vita notturna di Roma?" "La musica che mi piace. Da queste parti ce n'è un fottio. Goa, Warehouse, Brancaleone, Qurinetta etc. Mi sono segnato tutti i posti. Voglio portare Asia con me e cercare di farla entrare. C'è tutto un mondo techno che non conosce e che si trova miglia e miglia lontano dai posti alla moda e per calciatori/veline o grandi fratelli." "E bravo il mio bibliotecario!" Sbottò Francesca "Non conoscevo questo tuo lato festaiolo, ma farebbe bene anche a me sganciarmi da tutto il casino che mi trapana il cervello." "Vuoi unirti a noi?" "Mi piacerebbe ma ho troppe cose ancora da sistemare e poi debbo dormire. Soffro d'insonnia e i cocktail non vanno molto d'accordo con le benzodiazepine." sorrise stremata. "Va bene. Tu prestami una macchina e ti prometto che tua figlia cambierà dal nero al bianco."







(Continua)









 
 
 

IX

Post n°288 pubblicato il 28 Novembre 2016 da lost4mostofitallyeah








L'Astice IX

Quando sentii la voce di Asia entrai ancora più in confusione. La ragazza inveiva contro la madre mentre Tiberio Holm rintronava i muri con la sua voce stentorea. Per la prima volta pensai che non era stata una buona idea quella di venire a Roma. Non avrei mai creduto che sopra il cadavere ancora caldo di Gianni potesse esplodere un simile pandemonio. Mi vestii velocemente e andai in bagno per rinfrescarmi nel mentre che attendevo il termine a quella scenata. Ma fu un affare complesso: dovetti aspettare seduto sul letto almeno una mezzora prima che le voci tornassero a un tono di normalità e di apparente, normale scambio. Stanco di ciondolare e voglioso di vivere la giornata mi decisi ad aprire la porta e a percorrere il corridoio che conduceva al salotto. Quando Tiberio mi vide restò con la sigaretta accesa a mezzaria mentre Asia non parve minimamente impressionata. "Toh" Fece il fratello di Gianni riprendendosi immediatamente "Il caro vecchio Joe! Nessuno c'ha detto niente...Ti abbiamo per caso svegliato? Scusaci, ma in questa casa di matti le cose funzionano così. Vieni, accomodati...Vuoi una sigaretta? O sicuramente avrai fame! Serviti pure, di là in cucina c'è tutto." "Come va dottor Holm? Forse un po' nervoso?" Tiberio si morse il labbro e lanciò un'occhiata assassina a Francesca per non averlo avvertito della mia presenza. Asia mi venne incontro e mi tese la mano, offrendomi due sonori baci sulle guance, poi disse di essere stanca e di non potersi fermare oltre ma di andare a coricarsi. Erano le otto del mattino. La guardai allontanarsi verso le stanze interne malcerta sulle gambe e visibilmente provata. Quando fu sparita Francesca mi sorrise compiaciuta. Indossava gli stessi abiti della sera precedente; era rimasta alzata tutta la notte. "è tornata tardi?" "Ah, verso le cinque, insieme a Tiberio." Lui abbozzò spegnendo la sigaretta nel posacenere: "L'ho trovata fuori dal Guest che tentava di entrare spacciandosi per diciottenne insieme alla sua amica." "Beh, sarebbe facile ingannarsi, è una ragazzina matura." "Quello che pensavo anch'Io quando l'ho vista. è alta. Molto disinvolta. E la sua amica è anche peggio." "La pianti?" si inserì Francesca. Holm mescé uno strano cocktail che gli stava davanti sul tavolino, succo di frutta e vodka, e ne ingollò una robusta sorsata, poi fece schioccare la lingua: "Perché te la prendi. Pensi che sia pedofilo? Pensi davvero che abbia delle mire su tua figlia?" "No. Ma il tuo discorso apparentemente astruso è diretto a ben altre orecchie." Io mi feci piccolo piccolo e intuii qualcosa dello stato dei rapporti tra Francesca e Tiberio. L'uomo non stava perdendo tempo e non riusciva a celare, sotto l'apparente gentilezza, l'odio nei miei confronti: "Resterai a Roma parecchio tempo?" "Perché? Ti brucia?" Interloquì ancora la donna "Sono stata Io a invitarlo. Per me può restare quanto vuole. Mi fa solo piacere." "è il tuo cane da guardia?" MI alzai come guidato da un filo invisibile, presi il cocktail dalla mano dell'ometto e glielo tirai sul volto. Francesca scoppiò a ridere e batté le mani dalla gioia. Io andai tranquillamente a sedermi sul canapè mentre Tiberio gocciolava dal volto sopra la camicia beige. Con quello che parve uno sforzo supremo si diede autocontrollo e biascicò: "Beh, me lo merito. A volte ho la lingua che scavalca persino il culo. Ma non devi prendertela, Joe. è una questione fra me e la signora." "Non quando vengo chiamato in causa così decisamente." Replicai, grattandomi una spalla. "Va bene, penso che sia ora di andare." Fece il fratello di Gianni "Vi auguro una piacevole giornata. Avete voglia di passare da Gigi stasera? Nottata a Trastevere, intendo." La vedova si stiracchiò e gli lanciò un cenno di saluto con la manina "Ci penseremo. La mattinata non è cominciata nel migliore dei modi, speriamo prosegua diversamente." "Te lo posso assicurare, Francesca." Rispose lui, umilmente. "Ciao, Joe. E grazie del cocktail."







(Continua)








 
 
 

VIII

Post n°287 pubblicato il 23 Novembre 2016 da lost4mostofitallyeah








L'Astice VIII

Con il procedere della sera verso la notte decisi di andare a coricarmi e abbandonai Francesca, la bottiglia di whisky e l'umore vagamente instabile. Mi portai nella stanza degli ospiti e mi infilai sotto le coperte con un piacevole intontimento e la stanchezza del viaggio che mi piombava improvvisamente addosso. In pochi minuti ero già nel mondo dei sogni e scivolavo incosciente nel primo mattino. Fui svegliato alle sette da un fitto conciliabolo di voci irate, toni sopra le righe che tendevano a sopraffarsi a vicenda. Cercai di riconoscere il timbro di ogni cadenza ma mi trovavo in difficoltà. Dovetti alzarmi e avvicinarmi alla porta per ricavarne qualcosa. Nel parapiglia riuscii vagamente a distinguere Tiberio Holm che sembrava rimproverare qualcosa a Francesca. Si trattava del fratello di Gianni, un ometto atticciato e sudaticcio che avevo conosciuto durante il mio primo viaggio nella capitale. All'epoca non m'aveva fatto una buona impressione. Eravamo in un bar ricercato nei pressi di via Veneto e lui era entrato in cardigan e mocassini e una coppola azzurra e bianca sopra la zazzera, bionda come quella del fratello. Ma le somiglianze si arrestavano lì. Tanto quanto Gianni era gradevole e comunicativo, così Tiberio sembrava rincagnato e nervoso; muoveva in maniera incontrollabile le dita delle mani e si asciugava continuamente il viso con un fazzoletto di cotone. S'era seduto in mezzo alla nostra compagnia e aveva subito fissato lo sguardo su Francesca. Io ero stato salutato distrattamente e subito snobbato mentre Gianni continuava il suo discorso con altri membri itineranti del gruppo eterogeneo che si era andato formando. Ricordo che all'epoca mi aveva subito colpito quel piccolo e rancoroso individuo, distaccato da tutti e con un evidente pensiero fisso dentro il cranio. Aveva scambiato qualche battuta con alcuni personaggi annoiati e, dopo avere bevuto un crodino, s'era alzato salutando tutti. Guardandolo uscire non potevo non stupirmi di quanto fosse diverso dal suo congiunto, così brillante e solare, e la cosa mi era stata confermata in seguito da Francesca: Tiberio Holm viveva praticamente dell'elemosina del fratello dopo che tutti i suoi tentativi di mettere su un'attività in proprio erano miseramente falliti. Aveva provato con un negozio di antiquariato, con un compra-oro, come mediatore nell'importazione di gas naturale dall'Ucraina, come amministratore condominiale e infine dirigente di una squadra regionale di calcio. All'epoca in cui lo avevo conosciuto era socio di un ambulante che vendeva tappeti e articoli per la casa da un camion itinerante. Insomma, paragonato a Gianni il disastro non poteva essere più completo. Ma aveva un progetto, installare un locale sexy in via Nomentana con tanto di lap-dance e spazio scambisti, poiché diceva che quello era il trend del futuro, ma Io non potevo fare a meno di pensare di quanto fosse, in realtà, lo spazio del passato. Ero convinto che andassimo verso un'epoca mistica e meditativa dove il sesso mercenario era fondamentalmente OUT. Terminata l'epopea dei posti trasgressivi e commerciali, conclusa l'antologia delle fiche depilate e delle tette al botox, ci si dirigeva, mesti, verso la riflessione interiore e l'arricchimento spirituale. Eravamo saturi di ginecologia spiccia e voyeurismo da quattro soldi, la masturbazione diventava noiosa e la mercificazione del rapporto di coppia finiva (non metaforicamente) a puttane. Stavo andando a fondo nei pensieri quando Improvvisamente mi riebbi e uscì dalla fissità che i ricordi mi avevano imposto; fuori le voci continuavano ad alzarsi sino a fare temere uno scontro fisico.







(Continua)









 
 
 

VII

Post n°286 pubblicato il 18 Novembre 2016 da lost4mostofitallyeah








L'Astice VII

Cominciavo a ciondolare e gli occhi si chiudevano da soli. "Vai a letto, Joe. Io rimango un po' ancora qui ad aspettare mia figlia." "Ne vale la pena? Per farti dispetto tornerà nel cuore della notte. Ti sei mai chiesta quali compagnie frequenti?" "Lei sospirò: "Ne ho solo un vaghissimo sentore. Conosco le sue amiche più strette, ma sono come lei. E comunque se torna tardi questa volta la prendo a cinghiate, l'ammazzo di botte." "Poi ti arrestano." "Voglio sfidarli a farlo. Se si trovasse nella mia situazione qualsiasi giudice mi darebbe ragione." "Non è così, purtroppo. I vecchi riversano sui ragazzini i loro sensi di colpa e costruiscono un muro di cinta molto alto intorno ai loro presunti diritti, così si pacificano la coscienza e ignorano le loro stesse mancanze." Francesca fece una smorfia di disgusto: "Sono parole, solo parole." "Non sfiorarla nemmeno con un dito. è sulle tracce del padre e ti odia. Secondo lei sei tu la causa della sua morte e a lei manca papà, con la sua vita avventurosa, con gli eccessi e l'amore gettato insieme a un bacio distratto dal finestrino della macchina sportiva." "E cosa dovrei fare? Lasciarmi detestare? Lasciarla prendere in mano le redini della casa a tredici anni?" "Le passerà, e tu comunque non puoi fare nulla. Cosa sa di me? Cosa le hai detto?" Francesca si levò in piedi con il bicchiere vuoto e andò in cucina: "Che sei un mio vecchio amico, che ci siamo conosciuti in rete e comunque anche lei ti ha conosciuto quella volta." "Pensi che mi abbia in antipatia? Forse crede che abbiamo scopato." "Di sicuro. è in quella fase in cui si è gelosi di tutti. La presenza di un altro uomo non può che darle fastidio." "E tu mi hai invitato a Roma proprio per questo: per sfidarla." Si affacciò dalla cucina con un perfido sorriso: "Vedo che le cose le capisci al volo, Joe." "Vabbè. Adesso sono stanco. Torno nella mia stanza a buttarmi sul letto. Buona veglia e non bere troppo." "Finché la mia pazienza mi concederà credito. Poi comincerò sicuramente a sclerare." La salutai con un bacio sulla guancia e mi ritirai nella mia zona. Chiusi la porta e mi spogliai rapidamente per ficcarmi nel letto. Misi le mani a coppa dietro la testa e cominciai a pensare; Avevo conosciuto Gianni molto rapidamente, com'era nel suo stile. Un anno prima ero arrivato a Roma per incontrarmi con Francesca e lei mi aveva presentato suo marito poco prima che partisse per Bratislava. Si muoveva in base al suo lavoro d'import-export nell'automobile. Era un uomo notevole e bellissimo. Aveva 48 anni e la vita che gli bruciava letteralmente sui polpastrelli. Gli bastò un'occhiata per capire che non sarei stato un rivale e non avrei insidiato le virtù della compagna. Non perché mancassi di presenza o di fascino nel mio piccolo, semplicemente quell'individuo era troppo sicuro di sé e spaventosamente fiducioso in quelle che considerava doti di un carisma naturale. E non andava troppo lontano: biondo, con i capelli rasati corti sui lati e un ciuffo svolazzante ma non ridicolo, una barba curatissima della stessa tinta e occhi azzurri duri come l'acquamarina. Era muscoloso senza sembrare palestrato, non troppo alto ma ben rassodato, si muoveva a scatti rapidi e veloci e rispondeva alla rapidità della luce. Si mostrava subito interessato a tutta la tua vita e adorava sentirsi parlare. Di sé diceva pochissimo. Non posso negare che ne rimasi immediatamente conquistato e se pure avessi fatto dei pensieri maliziosi su sua moglie questi svanirono in un attimo. Tutto in lui trasmetteva entusiasmo ed era un vettore di energia elettrica. Quando incontrai sua figlia Asia, al contrario, il contatto fu miserabile: alta, scalcagnata e stracciona, bistrata di nero e con i lunghi capelli azzurri e viola. Portava scarpe con zeppe di 8 centimetri e sciarpe etniche a drappeggiarle il corpo smagrito e vagamente anoressico. Possedeva zigomi alti e una mascella debole, bocca minuscola con rossetto verde, ed era nella fase peggiore nella vita di una persona: quella che conduce all'adolescenza greve e vertiginosa, dove ogni eccesso sembra concesso ma si tramuta presto in una cambiale in bianco la cui cifra (altissima) viene vergata, in seguito, dalla vita stessa.








(Continua)









 
 
 

VI

Post n°285 pubblicato il 09 Novembre 2016 da lost4mostofitallyeah






L'Astice VI

"Serviti pure." Fece lei allungando con due dita la bottiglia verso di me e accostandola a un bicchiere già pronto sul tavolo. Io afferrai la bottiglia di scotch e me ne versai una robusta porzione lasciandola rumoreggiare contro le pareti di vetro con malcelato gusto. Poi iniziai a sorseggiare mentre non staccavo lo sguardo da Francesca e dal suo viso segnato. Era indubbio che la tragedia l'avesse marcata: finito il tempo dello smalto appariscente, conclusa l'epoca dei parka multicolori, estinta la fase degli infradito a Fregene e tutto quanto gli potesse anche vagamente assomigliare. Una strana serietà aveva preso il loro posto e infieriva con grande potenza sul clima raccolto e vagamente meditativo di quel soggiorno dal nuovo e impeccabile design. Avevo prosciugato metà del mio bicchiere e una piacevole sensazione di calore si espandeva attraverso le vene fino alle periferie cerebrali. "Beh, Joe. Com'è andato il viaggio? Ti dovrai sentire stanco, e io che sto qui a offrirti whisky. Come padrona di casa dovrei vergognarmi." "Ma mi conosci bene." Sorrisi. Poi mi profusi nei dettagli dello spostamento da Trento alla città eterna mettendo l'accento sugli inconvenienti spiritosi. Ben pochi, per la verità. Ma più passava il tempo nel mio torrente di chiacchiere più mi accorgevo dell'assenza mentale di Francesca. Si sforzava di ascoltarmi ma il suo corpo era altrove insieme alla memoria. Tanto che a un certo punto fui costretto ad arrestarmi e a restare alcuni minuti a fissarla mentre sorbiva il suo liquore nell'assenza più totale di replica. "Beh?" Fece a un certo punto con gli occhi parzialmente coperti dalle palpebre. "Benzodiazepine?" Le domandai. "Diazepam. Il seguace più stretto del valium, sennò non riuscirei a dormire." E lo mesci tranquillamente con il whisky scozzese. "Se si tratta di qualche bicchierino..." Scrollai il capo. In tutta la mia vita mi ero mantenuto fedele all'alcol ben sapendo quanto fosse una trappola mortale. "Se continui su questa strada non ti farai più rispettare da Asia." Cercai di buttare lì per smuovere il suo istinto materno. "è una stronza. Ha tredici anni e mi risponde. Ha preso tutto dal padre, capoccione e puttanaggine compresi. è velenosa come un cobra e arrogante come una star di quel cazzo di Hollywood. Le hai mai viste le sue colleghe? Girano come tante provini per film hardcore, vogliono il cash, la mezzora di celebrità, la vanità più squallida, le compagnie più imbecilli, la bumba." "Cocaina?" Annuì. "E ci sono gli amici messicani a rifornirle. La strada è brutta e le compagnie anche peggio." "Suo padre aveva ascendente su di lei?" "Ambiguo. Da un lato Gianni veniva da una famiglia contadina, dall'altro non si tirava indietro se c'era una serata folle da pigiare sull'acceleratore. Era pieno di buona volontà con la figlia, a parole. Ma lei ha sempre fatto, comunque, quel cazzo che voleva." "è una generazione" Osservai buttando l'occhio a Roma di sera, dall'alto attraverso una enorme finestra. "Forse, Joe. Ma è una generazione che non mi piace: smartphone, selfie, grande fratello, vampiri, violenza e sesso ovunque, e soprattutto un gran narcisismo. Non potevo non approvare e svuotai quello che restava del whisky nel bicchiere. Poi pensai a Dio e se si fosse veramente incazzato con questo mondo di merda; per tutti sarebbero stati tempi duri.







(Continua)








 

 
 
 

V

Post n°284 pubblicato il 02 Novembre 2016 da lost4mostofitallyeah







L'Astice V

Mi asciugai e aprii il trolley cominciando a mettere ordine. Ma, tanto quanto Gianni e Francesca erano stati ordinati, così io ero approssimativo e indolente. La doccia mi aveva rinfrancato ma non al punto di essere reattivo e brillante; buttai le mie cose sul letto e indossai un paio di jeans con una maglietta bianca, poi calzai delle comode ciabatte. Mi fissai allo specchio e mi trovai appannato ma gradevole: la testa perfettamente rasata, gli occhi nocciola, la bocca carnosa senza essere volgare, le orecchie simmetriche, la corta barba curata. Insomma mi sentivo piacente, ma per quale ragione? Non intendevo, ovviamente, sedurre Francesca, né ero arrivato a Roma per girare i locali e trovarmi una provvisoria compagna d'avventura. MI sedetti sul bordo del letto e riflettei: ero a un punto di svolta - non più giovane ma nemmeno maturo, carico di energie ma con una strana accidia alla bocca dello stomaco -  ero alla ricerca di sensazioni e della vita degli altri perché la curiosità per la mia la stavo esaurendo. Sulla carta non mi mancava nulla, un bel lavoro in mezzo alla storia e alle documentazioni ancora scritte su pagina, una salute ragionevolmente stabile, una casa gradevole, un'automobile, un fratello e dei genitori ancora vivi, una relazione conclusa di fresco ma senza rimpianti o grosse recriminazioni. Insomma, si poteva affermare che il mio unico problema era la noia, e quando avevo saputo della morte di Gianni una potente scarica elettrica aveva attraversato il mio cervello. La Morte: l'unica situazione che potesse ancora scuotermi. Il pensiero dell'uomo che con la sua piccola SMART fortwo cabrio andava a schiantarsi contro il guard-rail sull'Aurelia mi bruciava sulla pelle e mi faceva provare persino un po' di invidia. Stracarico di rabbia e violenza repressa Gianni Costantini non aveva alzato il piede dall'acceleratore ed era finito direttamente tra le braccia degli angeli. si era eternato, mentre noi, miserabili mortali, continuavamo a lottare tra bolli e riscossioni, incombenze e rarissime gioie. Un piccolo tassello della ragione per cui ero venuto a Roma si faceva più chiaro; cercavo il segreto di quella volontà che aveva spinto l'uomo a non alzare il piede dall'acceleratore, ad andare a 180 all'ora incontro a quello che gli sprovveduti chiamano il proprio destino e che invece si chiama atto di supremazia. L'unico che ci sia concesso in vita. Rimasi incerto e stranito mentre prestavo orecchio a quello che succedeva nel salotto principale: Asia doveva essere uscita dalla sua stanza insieme a Petra e stava discutendo con la madre ad alta voce. Intuii che voleva uscire e Francesca era contraria ma che ben presto avrebbe ceduto. Infatti fu questione di qualche minuto che la porta principale sbatté con violenza e in tutto l'appartamento si fece un silenzio di tomba. Decisi che non potevo starmene rinchiuso nella stanza a tempo indeterminato e accostai la porta per sgattaiolarne fuori. Nel soggiorno la mia amica stava stravaccata sul divano con i piedi appoggiati a una sedia e una bottiglia di whisky aperta sul tavolino, provvista, a fianco, di due bicchieri. Immaginai che sarebbe stata una lunga notte e mi accostai ciabattando piano. Per cortesia mi tenni lontano dalla bottiglia e mi sedetti il più discosto possibile anche se il liquore scozzese esercitava il suo fascino ipnotico in pieno dispiegamento. 







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IV

Post n°283 pubblicato il 27 Ottobre 2016 da lost4mostofitallyeah








L'Astice IV

Salimmo nell'appartamento spazioso che possedeva e fin dall'inizio il profumo di pulito mi prese alla gola. Compresi che era un rimasuglio del passaggio di Gianni. Lui e la sua mania dell'igiene. Si poteva dire che era lui la donna di casa anche dopo che si erano separati da tre anni: passava spesso da lì, facevano occasionalmente all'amore e poi lui si dava da fare a passare a brusca e striglia tutto il luogo, specialmente i due bagni. Era un rupofobo, una persona terrorizzata dalla sporcizia, e agiva di conseguenza. Tanto quanto Francesca era semplicemente ordinata lui era maniacalmente compulsivo e non abbandonava il luogo fino a quando non era splendente e tirato a lucido. Asia riconosceva subito il passaggio del padre e diceva tra il malizioso e il provocatorio: "è arrivato il babbo?" Ma ormai Francesca non ci faceva più caso. Malgrado il divorzio Gianni non era mai uscito veramente da quel bell'appartamento. Con la sua personalità decisa e il suo carattere forte si era imposto anche dopo la ribellione della sua ex moglie. Faceva irruzione in casa con un mazzo di rose e una bottiglia di veuve clicquot, qualche regalo per la ragazzina e tornava a imporsi come il sultano della situazione. La donna lo odiava per questo ma non riusciva a staccarsene; i suoi modi decisi e sbrigativi, il suo cavarsela in ogni situazione avevano fatto in modo che il legame fra di loro non si fosse mai spezzato del tutto. Lei continuava ad avere bisogno di lui: per lavoretti di manutenzione, per inghippi legali e burocratici e, chissà, forse anche per quel po' di amore a cui non si riesce mai a rinunciare. Ci sedemmo in salotto e lei mi versò un bicchiere di tequila insieme a una altro di acqua. Conosceva le mie abitudini ed era quello che ci voleva dopo un viaggio così stressante. Ingollai la tequila d'un fiato e poi il bicchiere d'acqua per attutire il colpo. Non rimpiansi nemmeno l'assenza di sale. Il calore colò nelle vene e mi fece stare meglio, un piacevole senso di quiete si impadronì delle mie membra mentre stavo ancora tutto vestito da viaggio sul divano. Potevo sentire il casino della musica di Asia e della sua amica provenire dalla stanza della ragazza, così come il parlare ad alta voce e lo spostare delle sedie. "Come l'ha presa?" Chiesi, appoggiando il cappello sul canapè. Francesca stava trafficando in cucina con gin e limonata e quando tornò aveva già la risposta pronta: "Oh, certo meglio di me. non la senti? Assomiglia a suo padre. Una lacrimuccia e poi si riparte. Spaventosamente cinica. Considera sé stessa, il mondo là fuori non esiste. Una spaventosa energia rivolta unicamente verso l'interno. Poi si era abituata a vederlo più raramente malgrado lui fosse ancora di casa, e le cose, anche quelle belle, dopo un po' stingono. Sapeva che mi ero vista ogni tanto con Andrea, e questo deve averla spinta a considerare sotto un altro punto di vista il rapporto con il padre genetico: se io mi permettevo delle brevi liaisons anche Gianni diventava uno dei pochi ma comunque acqua passata. Peccato che per me non sia stato così e che ci stia soffrendo come una bestia...Ma cosa fai ancora vestito, con il trolley e tutto? Mettiti comodo, là c'è la tua stanza. Sistemati e poi torna alla luce." Sorrisi e mi trascinai verso il mio provvisorio rifugio. Entrai, ed era una stanza per gli ospiti come si deve. Non troppo spaziosa ma confortevole. Aprii le finestre per il ricambio d'aria, poi mi spogliai e mi inoltrai nella micro doccia per un bagno tonificante. Sotto l'acqua tiepida ebbi di che riflettere a lungo: Una donna spezzata da un amore finito, una figlia che era il ritratto sputato del padre e un vecchio amico appena arrivato per portare il suo conforto laico e fraterno durante il periodo di lutto stretto. Mi sentivo spiazzato e fuori posto, non capivo precisamente quale fosse il mio ruolo e mentre le ultime gocce scivolavano dalla testa decisi mentalmente che non avrei fatto nulla se non osservare e comprendere, ero sicuro che altri avrebbero inscenato la tragedia al mio posto.







(Continua)









 
 
 

III

Post n°282 pubblicato il 24 Ottobre 2016 da lost4mostofitallyeah







L'astice III

Ci scambiammo un rapido bacio sulle guance e lei mise subito in moto per togliersi dal formicaio che brulicava intorno alla stazione e ci infilammo in piazza dei Cinquecento e poi su viale Enrico de Nicola e via Volturno. Dopo un po' eravamo sfuggiti alla strozza micidiale del centro della città eterna. Quando fummo in via XX settembre cominciò a parlare; prima a monosillabi quasi inseguisse una frase coerente da esporre con gentilezza, poi sempre più velocemente, con tutta l'urgenza di chi ha tenuto compresso i propri sentimenti troppo a lungo. "Vedi, Joe, ho saputo della notizia da una sua cugina. Nessuno della famiglia stretta che si sia degnato di avvertirmi. Sono stata trattata peggio di un vecchio calzino e ignorata. Eppure sai quanto ho voluto bene a Gianni, quante ne abbiamo passate nel bene e nel male. Ecco, non meritavo un simile atteggiamento. Un po' di rispetto per quella che era stata la moglie del loro figlio. Non lo nego: mi aspettavo una telefonata da Greta. Non subito, certo, ma con il passare dei giorni, e invece mi ritrovo una chiamata sulla segreteria telefonica che mi avvisa che l'uomo con il quale ho condiviso tanto è morto in un incidente stradale. Il modo peggiore per sapere le cose. Squallido! Assolutamente squallido!" Eravamo sulla via Salaria e Francesca iniziava a piangere, Io sino a quel momento non avevo spiccicato una parola. Ero travolto e stanco dopo tutto il viaggio. Girai la testa di lato per osservarla: i capelli castano chiaro da gorgone, gli occhi azzurri segnati da profonde borse, il visetto affilato e gentile giusto infiacchito da qualche piccola ruga, la bocca minuta ingentilita da un discreto rossetto, gli zigomi regolari e la piccola fronte perfettamente liscia. Mi dava tenerezza. Era bassetta e determinata, e mentre le lacrime sgorgavano dalle sue ciglia alternativamente non smettevo di pensare a quanto le volessi bene. Proprio non riuscivo a immaginarmi in un letto con lei e già vi intuisco lettori, a pormi la fatidica domanda: si può essere giusto amici di una donna con cui si condivide praticamente tutto? Così, immerso nei miei pensieri non mi ero accorto che eravamo arrivati al quartiere africano, dove lei abitava, in via Tripoli. Francesca mise la macchina nel piccolo parcheggio interno del condominio ma non accennò ad aprire la portiera. Non voleva farsi trovare da sua figlia Asia, undicenne in condizioni scarmigliate. Così si ricompose mentre mi lanciava occhiate birichine in tralice, quasi giocasse al vecchio trucco della seduzione. Era un atteggiamento naturale ma che non toccava né lei né me. Semplicemente avveniva ed era parte dell'eterno rapporto fra uomo e donna. Fui Io allora ad aprire la portiera dalla parte del passeggero mentre le dicevo: "Sai bene di non essere mai stata amata dalla famiglia di lui." Erano le mie prime parole e suonavano come un rimprovero. A lei caddero le braccia ma non venne meno la lingua: "Abbiamo combattuto contro tutto e tutti, poi, alla fine, lui ha ceduto. Ancora debbo capire perché si è messo con quella rumena. Voi uomini siete strani: proprio nel momento in cui sembravamo uscire dai guai, scopro che mi ha tradito. Anzi, me lo dice lui, tranquillamente. Sembra quasi che non riusciate a stare in una situazione di stabilità e amore, sentite il dovere di ficcarvi nei guai. Mi piacerebbe capirne la ragione." La ascoltai, poi, appoggiando la testa al finestrino le mormorai: "Si chiama cupio dissolvi. L'uomo rammenta molto bene le sue radici di cacciatore e guerriero e l'abitudine di morire in uno scontro per lui è inveterata. Pace, tranquillità, quiete non significano nulla se paragonati al turbine della pugna, all'adrenalina del rischio, l'uomo è un animale estremamente competitivo, deve conquistare spazi. Ma adesso andiamo. Tua figlia è in casa?" "Dove vuoi che sia? Ha undici anni. L'ho lasciata con un'amica, Petra, saranno nella sua stanza."







(Continua)









 
 
 
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