Creato da lost4mostofitallyeah il 04/03/2009
CON QUEL TRUCCO CHE MI SDOPPIA LA FOCE
 

Area personale

 

Archivio messaggi

 
 << Settembre 2016 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
      1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30    
 
 

FACEBOOK

 
 
Citazioni nei Blog Amici: 72
 

Cerca in questo Blog

  Trova
 

Ultime visite al Blog

lost4mostofitallyeahVasilissaskunkOssimoroTossic0angi2010Stolen_wordsFlautoDiVertebrastreamoniocassetta2EMMEGRACELaviniaWhateleysols.kjaerRegina_scalzacanescioltodgl10M66.monnalisa
 

Chi può scrivere sul blog

Solo l'autore può pubblicare messaggi in questo Blog e tutti gli utenti registrati possono pubblicare commenti.
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom
 
 

 

Guarda che luna. Capitolo quattordicesimo.

Post n°279 pubblicato il 28 Maggio 2016 da lost4mostofitallyeah






Mi sentì mancare. tutto il quartier generale di mio padre aveva gli occhi puntati nella mia direzione. Nemmeno mi chiesi dove fosse finito Freddie Eberhard. Forse si era fatto piccolo come un pugno e tentava di dileguarsi. Lì, in piedi, la lingua mi si era inceppata e sentivo di tremare vistosamente mentre nessuna giustificazione mi affiorava alla mente. Il mio cervello aveva fatto tabula rasa. Quando furono trascorsi alcuni minuti punteggiati dagli scoppi vicini della nostra artiglieria mio padre tornò a sollevarsi, e con la calma dei vincitori disse :"Non hai nulla da aggiungere? Significa che quello che ho detto è preciso?" Avevo la gola come carta vetrata ma, facendo uno sforzo sovrumano, riuscì a mettere in ordine delle parole di contraddittorio :"Freddie Eberhard è un combattente valoroso e un ottimo soldato. Posso solo dire che mi ha salvato la vita, generale." Ciò non toglie che sia un disertore, non è così generale Clerici?" Mi si gelò il sangue quando vidi spuntare da dietro un gruppetto di alti graduati la sagoma traccagnotta e baffuta del comandante dei coloniali. "Abbiamo perso contatto nelle prime ore della notte con il XVI reggimento Togo. Solo da poco tempo abbiamo potuto constatare con certezza l'effettivo abbandono delle proprie postazioni da parte del suddetto reggimento comandato dal capitano Freddie Eberhard e il passaggio al campo avverso. buona parte dei disertori è stato rastrellato e passato immediatamente per le armi. Mancava giusto all'appello il capo di tutta la macchinazione." Sentì un piccolo tumulto alle mie spalle e compresi che il mio compagno era stato immobilizzato e reso inoffensivo. Le ginocchia mi cedettero e stavo per finire diritto al suolo se non avessi avuto la prontezza di appoggiarmi al tavolo da campo. "Mio padre si era acceso con noncuranza un corto sigaro grigio :"Portatelo nello spiazzo e fucilatelo." Udì una massa di uomini armati transitarmi a fianco e dirigersi verso lo squallido muro periferico di una vecchia fabbrica, già macchiato di sangue. "Fucilerai anche me?" trovai il coraggio di biascicare. "Non ne varrebbe la pena, figliolo. Tu sei un imbecille, non un nemico. Sarà sufficiente degradarti a soldato semplice e mandarti in una compagnia disciplinare. Tranquillo, non sminerai i campi con le tue preziose gambe. Ormai quella fase è superata e la zona circostante è stata messa in sicurezza. Però almeno capirai cosa significa obbedire agli ordini e togliersi certe fantasie dal cervello." Fu proprio in quel momento, sotto la sferza di quelle parole di fuoco, che qualcosa scattò nella mia mente facendomi vedere rosso. Afferrai la prima pistola abbandonata sul tavolaccio e aprì il fuoco a casaccio in direzione di mio padre. Come seppi in seguito riuscì a sparare tre colpi mirando al bersaglio grosso, ma ero talmente confuso che non uno dei proiettili arrivò neppure a sfiorarlo. Venni sommerso da una montagna di soldati e picchiato per bene, senza riguardi. Quando tornai eretto mi resi conto di essere una maschera di sangue. Da una distanza che mi sembrava remotissima udivo gli ordini che decretavano la fine di Freddie Eberhard e del sogno del XVI reggimento Togo. "Caricate - puntate -fuoco!" Poi arrivò la scarica mentre venivo trascinato fuori dal tendone e caricato su una camionetta. Nemmeno feci in tempo ad augurare a mio padre non una, ma mille morti. Adesso scrivo dal manicomio criminale di Monza, dove sconto una condanna a sei anni di reclusione per sabotaggio e tentato omicidio. La carta non mi manca e posso scrivere poesie colme di nostalgia per mia moglie, la mia piccolina e mia madre. Ho pure riempito le mura di questa galera con le mie invocazioni. Mio padre Prospero Defant è stato promosso a capo di tutto il raggruppamento occidentale delle forze regolari. Non dubito che a favorirlo sia stato anche l'atteggiamento tenuto nei confronti del figlio: fermo e deciso. Di Freddie Eberhard e del XVI reggimento Togo non è rimasto più nulla. Sbandato è stato sostituito da un plotone di militari ivoriani. Ma Io lo ricordo bene e posso ancora oggi testimoniare che non vi fu gruppo armato più efficace, coerente, libero e determinato di quel pugno di orgogliosi negri.





(Fine)






 
 
 

 
 
 

Guarda che luna. Capitolo tredicesimo.

Post n°278 pubblicato il 23 Maggio 2016 da lost4mostofitallyeah

 







Arrivammo a Trescore Cremasco che la luna si stava dissolvendo nel cielo. Ormai era un altro giorno e i ricordi della notte appena trascorsa galleggiavano come frammenti di sogno sull'aria, spargendosi ovunque per cercare rifugio dall'invadenza e dalla supremazia dell'alba umida. Mi presentai al quartier generale di mio padre, tentando in qualche maniera di averne accesso. Poi, in un attimo di scoramento, mi girai a guardare il capitano Eberhard e la sua giacca di caporale sloveno, poi fissai la mia di sergente dello stesso reparto. Avevamo trovato mio padre ancora, sorprendentemente, dove ci era stato segnalato. Pensavo che fosse avanzato con l'impeto dell'offensiva ma eccolo lì, invece, seduto su una sedia di campo, impegnato ad ascoltare i rapporti di colonnelli, capitani e generali. Fu una buona mezzora dopo che incrociai il suo sguardo, e cominciai a tremare irrazionalmente. Ancora oggi non capisco se si trattasse per la mia personale vergogna di essermi presentato dinanzi a lui in quelle miserevoli condizioni o la paura per il destino del mio nuovo compagno Freddie Eberhard, capitano di un reggimento di punta del nostro esercito, passato al nemico nelle ore calde della battaglia. Prospero Defant si alzò torreggiando su tutti gli altri personaggi e, a grandi passi, si avvicinò nella mia direzione, poi lanciò un'occhiata all'uomo che mi stava alle spalle. "è stato perquisito?" Chiese duramente. Alcuni membri del suo entourage annuirono. "Che ci fai con questo tizio?" Mi domandò con grinta "è da stanotte che sei sparito e non si sa nulla di te." "Avrei voluto urlargli in faccia la verità, che ero stufo di quella guerra, che non vedevo l'ora di rivedere la mia compagna, mio figlio, mia madre, e levarmi di torno da quella storia di campi minati, linciaggi, feriti e morti. Invece, bisbigliando, gli rivelai che mi ero spinto erroneamente oltre le linee avversarie ed ero stato fatto prigioniero, fino alla liberazione alle prime ore dell'alba. Mio padre indicò Freddie Eberhard alle mie spalle :"è stato lui a farti prigioniero?" Io sorrisi. "Ti pare possibile che mi trascini dietro il mio sequestratore? No, Lui è Freddie Eberhard, capitano del valoroso XVI reggimento Togo. Ha provveduto a mettere in fuga i senegalesi del comandante Leblanc, portando così alla mia liberazione. "Senegalesi di Leblanc? Nel V settore? Mi stai prendendo in giro, figliolo. Da quelle parti nemmeno se n'è vista l'ombra." "Posso essermi sbagliato" Replicai, deglutendo saliva. "Di notte tutti i gatti sono neri." Prospero Defant sorrise e tornò a sedersi sulla seggiolina da campo :"Te la racconto Io una bella storia, figliolo. Tu intendevi imboscarti e ti sei imbattuto nelle file del XVI reggimento Togo che aveva appena disertato per passare con gli Irregolari. A loro non era parso vero di avere il figlio del generale Defant fra le loro grinfie e...il resto me lo racconterai tu, con calma."





(Continua)






 
 
 
 
 
 

Guarda che luna. Capitolo dodicesimo.

Post n°277 pubblicato il 19 Maggio 2016 da lost4mostofitallyeah

 




"Hanno scoperto tutto: si tolga quella giacca, sottotenente Defant. Le risulterà più salutare." Feci come mi consigliava non prima di avergli suggerito la stessa cosa. Lui abbozzò e si tolse il panno gettandolo al lato della strada. Poi ci avviammo senza più speranze e con un oscuro presentimento nel cuore. Ogni tanto nel nostro cammino verso le retrovie incrociavamo cadaveri conosciuti del XVI reggimento Togo: passati rapidamente per le armi come disertori. Era un atroce peccato vedere così validi combattenti gettati alla rinfusa l'uno sopra l'altro, nelle pose più oscene che la morte improvvisa aveva deciso per loro. A un certo punto del nostro cammino ci imbattemmo nel sergente Dakwaafi, o in quello che ne era rimasto. Stava seduto con la schiena eretta appoggiata a un albero, ma la testa gli era stata spiccata dal busto e messa in grembo, giusto sotto la scritta "disertore" scarabocchiata su un cartone con un pennarello nero. Non so perché ma mi venne da pensare al ragazzo che Dakwaafi  aveva strangolato con le sue mani per una questione di irregolarità a poker. E stupidamente pensai "Quello che dai è quello che ricevi." Per quanto riguarda il mio compagno d'avventura, ormai non reagiva più. Aveva visto abbastanza e ora restava impassibile di fronte alla macabra messinscena del sergente Dakwaafi. "Vada per la sua strada, sottotenente. Temo che il mio destino sia ormai segnato. è inutile che ti rovini la carriera per avere cercato di salvare un disertore. " Non ci riesco, Freddie. è questa guerra che è sbagliata, non gli uomini che la combattono." Lui non rispose e recuperammo due giacche quasi intonse da un mucchietto di cadaveri di regolari. "Che intendi fare?" "Arrivare al quartier generale di mio padre e perorare la tua causa. Quante battaglie avete combattuto? In quante occasioni vi siete distinti eroicamente? Tutto questo non può finire in una latrina per un gesto avventato degli ultimi giorni di guerra." Eberhard sorrise stancamente. "Allora conosci tuo padre meno di quanto lo conosca Io. è un individuo d'acciaio. Sarai fortunato se non ci farà impiccare alla stessa corda." Sputai ostentatamente a terra mentre a dai due lati della carreggiata non si interrompeva il flusso dei militari in marcia. "Mio padre mi deve molto." Urlai per farmi sentire nel frastuono." "Credi davvero che salverà un negro disertore per la tua bella faccia. Povero illuso!" "Mio padre è a Trescore Cremasco. Mettiamoci in cammino." "Può essere che sia molto più avanti, ormai." Ero d'accordo con lui ma dovevamo appigliarci a qualcosa. "Almeno in quel paese ci diranno dove si è spostato." Freddie scosse il capo, evidentemente scettico, ma sembrava che le sue energie si fossero svuotate insieme al desiderio di combattere per la propria vita. O forse, chissà, vedeva seriamente nel ragazzo che gli stava a fianco l'ultima speranza per salvarsi la ghirba. Nel frattempo la notte era praticamente giunta al termine e la bizzarria del nostro dirigersi verso le retrovie mentre tutto spingeva in avanti cominciava a dare nell'occhio. Ci salvammo in diverse occasioni spacciandoci per gli ultimi sopravvissuti di una colonna fatta a pezzi che retrocedeva verso qualche punto di raccoglimento, giusto per essere riorganizzata e rigettata nel forno della battaglia. Ovunque chiedevo del generale Defant. Taluni lo davano a Bernareggio, Altri già a Vimercate, altri ancora ad Agrate Brianza. Il fronte si muoveva come un polipo e avvolgeva stritolandoli gli ultimi reparti di irregolari impegnati in una vacua resistenza. Avevo perso ogni pudore e spacciavo a tutti di essere il figlio di Prospero Defant, ma ricevevo in cambio solo informazioni contraddittorie. Nessuno era sicuro dove il grande condottiero si stesse portando. E, in quei momenti, ancora più assurdo mi parve il destino del XVI reggimento Togo che aveva avuto misere pretese di eliminarlo. Ora di quel valoroso reggimento non era rimasto nulla e Io mi trovavo a perorare la causa di uno dei suoi ultimi superstiti. Passato da valoroso e decorato comandante a pallido e incerto ombra delle glorie che furono.





(Continua)







 
 
 
 
 

Guarda che luna. Capitolo undicesimo.

Post n°276 pubblicato il 14 Maggio 2016 da lost4mostofitallyeah

 





Inizialmente camminavamo tenendoci per un braccio e stavamo attenti ad evitare i rialzi sopra le campagne imbevute di acqua: una delle posizioni preferite per i posamine di qualsiasi esercito. Dopo mezzora, però, con i nervi a fior di pelle, decidemmo di staccarci e di avanzare fianco a fianco. La fobia da mina ci stava distruggendo psicologicamente più di quanto riuscisse a fare la bizzarra posizione nella quale ci venivamo a trovare: due militari contrapposti che lottavano insieme per ritrovare delle vie principali che potevano solo significare morte, tradimento o prigionia. Insistemmo con gli stivali nella melma fino a quando realizzammo che non v'erano campi minati in quelle zone. Restava il problema di affrontare le truppe regolari in rapida avanzata o quelle irregolari in disarmo e rotta. "Sappiamo entrambi" Dissi "Quanto può essere pericoloso un esercito sconfitto." "Come un gatto selvatico schiacciato contro una parete e senza più via di fuga." Mi rispose Eberhard. Guardai in alto la luna e mi resi conto la notte stava trapassando nel giorno. Lo feci notare al mio compagno. "Strano" Notò "Che tutti questi avvenimenti siano potuti accadere nel giro di poche ore." "Già. non ce se ne rende conto." A un certo punto ci arrestammo e aguzzammo l'udito. Sentivamo chiaramente il passaggio di forze corrazzate a un centinaio di metri in linea d'aria. "Dal casino che fanno e dalle urla si direbbero dei tuoi compagni in rapida offensiva." Annuì con l'amaro in bocca. Ancora cento metri e mi sarei ritrovato fra gente che conosceva benissimo mio padre e mi avrebbe fatto ponti d'oro. Ma Freddie Eberhard? Come potevo giustificare la sua presenza al mio fianco? Io stesso avevo ancora indosso la divisa del XVI reggimento Togo, e non mi decidevo a liberarmene, per rendere più rischiosa la mia pelle o forse per preservare intatta quella del mio nuovo compagno. Ci avvicinammo comunque a piccole falcate al passaggio dei blindati. Ormai eravamo a una decina di metri dagli stessi e li vedevamo transitare spediti, affiancati dal passo molle della fanteria leggera. Arrestai Eberhard. "Attendiamo che siano passati, poi decideremo il da farsi". Borbottai malcerto. "La verità è che non abbiamo nessun piano. Se la notizia della diserzione del XVI reggimento Togo è trapelata, il nostro destino è alquanto oscuro." "Il mio destino, Defant. A lei non succederà nulla. Potrà sempre dire di essere stato fatto prigioniero e di essere stato agganciato ai Ribelli come ostaggio. Il che non è tanto lontano dalla verità." "è lontanissimo, invece. Ho imparato a rispettarvi e non ho mai tentato la fuga tranne quando è scoppiato il finimondo e ognuno ha cercato di salvare la pelle. Ma prima non vi ho mai messo i bastoni fra le ruote con un atteggiamento ostile. E, sinceramente, ancora non ne so la ragione." Eberhard abbozzò un sorriso stanco mentre le retrovie dalla colonna corazzata  scomparivano dietro al muro di frasche. "Possiamo uscire sulla strada, sono passati." Così facemmo, e proprio mentre scavalcavo la barriera verde un piede calzato mi batté sul viso. Imprecai, non realizzando subito di cosa si trattasse. Fu quando arrivai sulla stradicciola battuta che Freddie mi disse di girarmi e guardare in alto. Lo feci, e quello che vedi fu il tenente Omologoh appeso per la gola a un vecchio larice. Era stato impiccato. I suoi piedi, ancora con gli stivali lucidissimi (com'era sua abitudine) battevano lievemente nella brezza mattutina mentre le mai erano abbandonate lungo i fianchi. "John..." Balbettò il mio compagno. Io mi sedetti su un grosso sasso cercando di mettere insieme una spiegazione logica e una via razionale da quell'orrore.






(Continua)








 
 
 
 
 
 

Guarda che luna. Capitolo decimo.

Post n°275 pubblicato il 10 Maggio 2016 da lost4mostofitallyeah

 




Non rammento quanto corsi né quando arrestai la mia folle fuga. Ricordo solo che mi ritrovai in una buca poco profonda circondato dalla vegetazione. Ebbi appena il tempo di realizzare questa mia situazione che un'altra persona mi travolse brutalmente, costringendo ad appiattirmi contro il fondo della dolina. Imprecai ad alta voce mentre udivo i colpi di fucile e lo schiocco del mortaio farsi lontani. Mi girai, scostando brutalmente l'altro inquilino e aggredendolo verbalmente. Quando mi accorsi che si trattava del capitano Eberhard mi zittì e lo fissai interrogativamente. Lui aveva ancora il fiatone e solo qualche minuto più tardi ricambiò il mio sguardo feroce e disse fra i singulti :"Maledetti francesi. Penso abbiano mangiato la foglia. Forse Clerici per qualche ragione è venuto a conoscenza della nostra diserzione, o forse pensavano che fossimo sul serio esploratori avversari. Comunque il reggimento Togo adesso è ufficialmente sbandato." E rise, di una risata folle e a gola spiegata, mentre si metteva a sedere sul fondo dell'avvallamento. "Era un'impresa folle, e lei lo sapeva" Replicai inferocito "Per poco non ci abbiamo rimesso la pelle." "Non si preoccupi, Defant." Ed estrasse una pistola di grosso calibro dalla tasca del giubbotto, puntandomela addosso "Noi cacciatori negri non molliamo facilmente la preda quando siamo sulle sue tracce. Vorrà dire che sarà lei stesso a condurmi da suo padre. Ebbi un moto di rabbia ma la canna della pistola a pochi centimetri dalla mia faccia mi fece rabbonire. Ero stanco ed esasperato: la guerra personale del reggimento Togo contro mio padre Prospero Defant, comandante di divisione, mi lasciava freddo e reticente. Pur non amando il mio genitore credevo che non sarei mai giunto a guidare un suo implacabile avversario nel sacro recinto del suo potere. Eppure era quello che stavo continuando a fare, muovendomi a casaccio attraverso le postazioni in movimento delle varie truppe e cercando di evitare uomini che erano stati miei commilitoni fino alla sera prima. Eberhard, sempre tenendomi sotto tiro, spiegò una lacera cartina della Brianza e indicò la cittadina di Trescore Cremasco. "Suo padre è lì con tutto il suo quartier generale. Le mie ultime informazioni erano queste. O ne sa qualcosa più di me, capitano?" Feci un gesto di diniego con la testa e sollevai le braccia come fossi al colmo dell'esasperazione. "La sua guerra è persa, Eberhard! Non se ne rende conto? Dove intende portarmi? A tagliare tutte le linee dei regolari fino a farmi ricevere da mio padre, il quale mi abbraccerà fra le lacrime prima di farsi saltare le cervella dalla
sua pistola? si rende conto che tutto il suo piano è improponibile? Io non sono amato da mio padre fino al punto da essere ricevuto per la mia bella faccia e il mio ruolo di figliol prodigo. Fossimo restati uniti la soluzione poteva anche essere credibile, ma ora, di fatto, siamo due disertori o assenti senza permesso. E dobbiamo muoverci in conseguenza. Abbassi quell'arma e mi dica il suo nome. Se ce la caveremo sarà insieme, e sapere il nome della persona che mi farà ammazzare o condannare alla corte marziale sarebbe già qualcosa." A queste parole l'uomo appoggiò al suolo la Smith & Wesson e mi tese la mano. "Io sono Freddie" Mormorò "Freddie Eberhard." ricambiai la stretta "Il mio nome lo conosci già e pure il fatto che sono il figlio di cotanto padre." Freddie alzò la testa dal nostro rifugio provvisorio e si guardò in giro "Qui intorno è tutto calmo, ma che ne sarà stato dei miei uomini?" "Si saranno dati alla macchia anche loro. Alcuni saranno stati fatti prigionieri, altri ancora saranno morti." Rimarcai tristemente. "E non è improbabile che qui intorno ci siano dei campi minati. anche se pare una zona estremamente tranquilla." "L'unico modo per scoprirlo è muoverci" Replicò Freddie "Non possiamo restare in questo buco fino a guerra finita." Detto questo fece un balzo e fu fuori dalla dolina, Io lo seguì, come si segue un fantasma, o un morto che cammina.





(Continua)







 
 
 
 
 

Guarda che luna. Capitolo nono.

Post n°274 pubblicato il 05 Maggio 2016 da lost4mostofitallyeah







Proseguimmo, e con lo scorrere dei minuti la notte si faceva meno fitta consentendoci di guardarci meglio intorno e negli occhi. Ero sorpreso dalla nobiltà di quei personaggi che mi tenevano come ostaggio. Nulla che riguardasse una violenza sotterranea e brutale affiorava in superficie: pure nella devastazione operata dalla guerra quegli uomini mantenevano una dignità sorprendente e una sfacciataggine verso la morte che aveva dell'incredibile. Più il tempo passava più non riuscivo a comprendere il sentimento che mi legava ai soldati del reggimento Togo. La paura s'alzava e scompariva come la nebbia che ci stava davanti e una strana emozione mi prendeva il cuore; avrei voluto che un tale patrimonio non venisse sprecato e che
quei valorosi soldati soprassedessero all'idea che si era formata nei loro cervelli. Mi sentivo strattonato da diverse parti: il mio rispetto filiale faceva a pugni con l'ammirazione suscitata in me dal capitano Eberhard e dai suoi accoliti. "Vede, capitano, è andato tutto bene. La prima prova è quella che conta: siamo perfettamente credibili." La voce molle di Eberhard mi sfiorava l'orecchio ed ebbi un sussulto. Mi girai a fissarlo, arrestandomi "Cambiago non è molto lontana
e cosa le fa credere che vi scorterò tranquillamente fino al quartier generale?" Conosco mille trucchi per tradirvi. Non la passerete liscia." Eberhard esalò un sospiro :"Probabile. Forse dovremmo solo farla inginocchiare e piazzarle una palla in testa, ma chissà che forse anche Io e i miei uomini ci siamo un pò affezionati alla sua presenza. Lei ha incontrato la truppa che ha sempre sognato, Noi l'unico bianco che non ci tratti come antropofagi o selvaggi con l'anello al naso. La vita ci ha diviso e la guerra ci ha ricongiunti, capitano." "Non sono un capitano, sono un misero sottotenente". "Ebbene? Noi l'abbiamo promossa. Quante volte, Defant, la vita è stata avara con lei? Quante volte ha sognato di scavalcare la linea del fronte e mettersi semplicemente a camminare avanti fino alla libertà e alla pace? In un certo senso l'abbiamo fatto anche Noi. Ad un tratto ci siamo resi conto che non ne valeva la pena e che stavamo sacrificando la pelle per ideali che non ci riguardavano." "Voi volevate semplicemente cambiare schieramento, Eberhard. Disertare, tradire. Volevate rivolgere le vostre armi contro gli uomini che sono stati vostri commilitoni per tanto tempo. C'è una sottile ma rimarchevole differenza. La vostra è una rivolta ideologica e un'affermazione di principio. Non volete più combattere a fianco di quelli che credete essere i futuri oppressori. Siete disilluti e nervosi. Io, al contrario penso di avere conquistato una notevole pace interiore." Eberhard stava per rispondere quando, all'orizzonte scrutammo altre truppe armate venirci incontro. Procedevano spalla a spalla, fucili spianati. Quando furono a una cinquantina di metri si arrestarono puntando le loro armi e gridandoci di fermarsi e di identificarsi. "Sedicesimo reggimento Togo" Urlai con quanto fiato avevo in gola. "Siamo parzialmente sbandati e abbiamo subito notevoli perdite. Ci dirigiamo verso il quartier generale per riorganizzarci e ricevere nuove consegne, le nostre comunicazioni sono guaste". Dall'altra parte calò il silenzio assoluto. Poi dopo buoni cinque minuti una voce stentorea dall'accento francese rispose :"Avete due minuti per abbassare le armi, gettarle e venire avanti a mani alzate. In assenza di questo apriremo decisamente il fuoco." Feci per rispondere nuovamente quando dalle nostre fila partì un colpo di lanciarazzi che andò a schiantarsi nelle immediate retrovie della truppa che avevamo di fronte. Subito si scatenò il pandemonio e mi misi a correre verso la boscaglia impigliandomi nei rami e abbattendo tutte le frasche che mi intralciavano il cammino.






(Continua)






 
 

 
 
 

Guarda che luna. Capitolo ottavo.

Post n°273 pubblicato il 28 Aprile 2016 da lost4mostofitallyeah







Dopo una brevissima sosta ci rimettemmo in cammino, quasi contando i passi che ci separavano dalla prima pattuglia di regolari che avremmo incrociato. Il sergente Dakwaafi strascicava i piedi alle mie spalle e Io sentivo la sua presenza come quella di un avvoltoio immobile sull'albero in attesa del pranzo. Mi arrestai e lo costrinsi a starmi al fianco :"Lei, sergente ha mai ucciso qualcuno a mani nude?" Mi sogguardò come un bambino che avesse commesso una marachella :"Può essere successo, ma come mai le interessa tanto?" "Per comprendere la differenza fra me e voi. L'artiglieria pesante, nella quale servo, compie immani stragi senza mai avere chiaro l'effetto della propria attività. Non è sorprendente? Non possiamo immaginare il numero di vittime maciullate dalle nostre granate e lei mi dice di avere ancora ucciso all'arma bianca." "Proprio in ciò sta la differenza fra lei e noi. Lei è vissuto in bolla, sottotenente, e ora questa bolla è esplosa. Comunque sì, ho ucciso. Ma non un nemico come l'intende lei. Era un ragazzo che barava alle carte e che mi aveva soffiato una montagna di quattrini. Una sera l'ho invitato a fumarsi una canna vicino al bosco e l'ho strangolato con le mie mani. Mi ero costruito un buon alibi per quella notte e nessuno venne mai a sospettarmi. Intende denunciarmi, ora? O andare a trovare qualcuno dei suoi commilitoni a cui raccontare tutta la storiella?" Mi percorse un brivido e immaginai la scena: lo sguardo dissociato del sergente mentre strozzava il furbacchione. Tornai a fissarlo e vidi un pacioso militare nero un po' sovrappeso che scherzava abitualmente con i suoi sottoposti invitandoli ad accelerare il passo. "Non ne vedo il motivo" Buttai lì "Tanto saranno gli esploratori a trovarci. Ormai il fronte si sta muovendo avanti in modo vertiginoso." Avevo appena finito di parlare quando un Altolà possente si smarcò fra il rombo dell'artiglieria e lo schiocco dei proiettili. Guardammo avanti fra la nebbia che si stava diradando, ma fu dal nostro lato sinistro che uscirono i volontari polacchi del comandante Gabes, puntando minacciosi le loro armi automatiche nella nostra direzione. Avanzavano lenti e circospetti, e in pochi, sospettosi minuti, furono alla nostra presenza masticando chewing gum e parlando fra di loro in un linguaggio gutturale e aggressivo. "La guerra si svolge alle vostre spalle" Disse alla fine uno dei loro graduati sventolandomi una pistola sotto il naso e indicando i luoghi che avevamo appena lasciato. Compresi dallo sguardo di Eberhard che era il mio momento e affrontai l'ufficiale polacco: "Siamo sbandati, colonnello. Abbiamo portato l'offensiva il più avanti possibile, poi il fuoco amico ha distrutto le nostre comunicazioni radio e ci siamo trovati isolati, abbiamo corso il rischio di finire in una sacca e ne siamo usciti a stento. Adesso intendevamo tornare alla base per riorganizzarci e vederci assegnare nuovi compiti." Il polacco mi osservò con attenzione da sotto l'elmetto. Era un bell'uomo, dallo sguardo gelido e con la barba di alcuni giorni "E poi?" "E poi nulla" Cominciai a spazientirmi "Intendiamo arrivare fino al quartier generale del generale Prospero Defant per metterlo a parte di alcune realtà tattiche che abbiamo constatato." Era il cuore della notte e i polacchi ci scrutavano sotto l'illuminazione delle loro torce elettriche "Non stavate scappando, immagino?" "Si figuri, colonnello. Questo è il XVI reggimento Togo che si è coperto di gloria in innumerevoli scontri, sempre fedeli alla causa. Fatto è che eravamo finiti in un cul-de-sac con irregolari tutt'intorno. Ci siamo tirati fuori a stento, subendo pesanti perdite." E indicai alcuni dei feriti che ci trascinavamo dietro. "Conosco il reggimento Togo" Fece l'ufficiale "Ne conosco il valore." "Anche noi conosciamo il vostro. Colonnello Gabes, abbiamo avuto il piacere di incontrarci qualche mese fa. Io sono il capitano Defant, distaccato momentaneamente presso il XVI reggimento Togo in quanto ufficiale di collegamento con la III armata." E feci un impeccabile saluto militare. Lui abbozzò senza rispondermi e mormorò :"é stato promosso. Congratulazioni." Mi si gelò il sangue nelle vene ma mantenni un impeccabile aplomb. "Sì" Risposi "é il merito di fare bene il proprio lavoro." Sorrise e ordinò ai suoi soldati di lasciarci strada. "Attenzione" Aggiunse "Tenetevi sulla strada per Cambiago. Le vie per Bernareggio sono minate. In questa zona non hanno fatto in tempo ma si sposti più a nord e troverà tanti di quei giocattolini capaci di spedirvi per aria in un secondo." Lo ringraziai e sfilammo sotto i loro sguardi, comunque perplessi.






(Continua)







 
 
 

Guarda che luna. Capitolo settimo.

Post n°272 pubblicato il 22 Aprile 2016 da lost4mostofitallyeah







Non restammo sul posto a lungo. Gettammo i cadaveri dei maghrebini in un canale e tornammo a muoverci. La nebbia s'era sollevata e la luna risplendeva piena lungo il nostro cammino. Tagliammo obliquamente una nuova direzione di marcia e passammo fra le rovine di una frazione nemmeno segnata sulle carte. Erano null'altro che tre possenti edifici addossati l'uno all'altro e con larghe corti interne. Casolari di campagna sventrati, pensai. "Potremmo fermarci lì dentro e fare il punto della situazione." Mormorai al capitano Eberhard che mi aveva raggiunto e procedeva al mio fianco. "Che senso avrebbe? Ora dobbiamo ricongiungerci con il quartiere generale di Defant, suo padre, e sistemare le nostre questioni, anche con il suo aiuto." Mi girai attonito e guardai le pupille inespressive del capitano. "Questo che c'entra? Che motivo avete di arrivare proprio nei dintorni di Vimercate? Non avete nulla che fare con mio padre. Semmai dovete regolare i vostri conti personali con il generale Clerici, il vostro diretto superiore." Eberhard sorrise, lasciando baluginare le sue zanne d'avorio e interruppe il procedere della colonna con un cenno. Poi si appoggiò a una colonna diroccata facendo su una sigaretta. "Vuole davvero bene a suo papà, o gli rimprovera qualcosa?" Il capitano accese la sua sigaretta "Non sono affari che la riguardino. Comunque, ho forse un rapporto di amore e odio. Sono dovuto approdare a questa guerra proprio perché sono il figlio di cotanto padre, e lasciare mia madre, la mia compagna e una certa serenità per impelagarmi con questioni che non sono proprio il mio pane quotidiano." "Del tipo: uccidere." "Può anche essere successo, ma non fa tanto male quanto la vaghezza del mio destino. Sono effettivamente stanco di questa carneficina." "Cosa direbbe a Prospero Defant se fosse qui?" Eberhard esalò fumo dalla bocca "Di piantarla. Penso che ormai abbiamo vinto." "Ah, su questo non vedo dubbi, ma vincere non significa convincere. Terminata una guerra se ne accenderà un'altra, con gli insoddisfatti del primo conflitto, e via di seguito." "Voi siete gli sconfitti, capitano, malgrado indossiate le divise del nostro esercito. Avete scelto il campo sbagliato all'ultimo momento. Un gesto suicida." "Può darsi, ma non significa che saremmo stati i vincitori anche restando nelle vostre file. Le ho spiegato la ragione. Tardi, ma ci siamo svegliati. Per noi non fa differenza essere sguatteri in un'armata trionfatrice oppure eroi in un'armata sconfitta. L'unica scelta che ci siamo sentiti di fare è stata quella di tornare alle radici, di combattere l'ultimo scontro dalle parte che sentiamo appartenerci. Magari saremmo stati fucilati come spie anche nel posto dove volevamo finire, ma il destino ha deciso diversamente." Un pensiero folgorante mi attraversò il cervello e andò a schiantarsi sul bagaglio dell'indicibile. Mi attaccai ancora una volta alle pupille magnetiche di Eberhard ed ebbi un moto di orrore. Qualcosa stava cominciando ad emergere dai suoi discorsi apparentemente slegati. Compresi immediatamente che se volevo salvare mio padre dovevo essere talmente forte da non cedere alla tentazione che quell'individuo mi stava imbandendo davanti come un banchetto succulento.






(Continua)








 
 

 
 
 

Guarda che luna. Capitolo sesto.

Post n°271 pubblicato il 18 Aprile 2016 da lost4mostofitallyeah








Ci appiattimmo contro il terreno. Tutti. Mentre osservavamo i marocchini avanzare a ventaglio in mezzo ai campi. Lo spettacolo era brutale e magnifico al tempo stesso: quegli uomini condannati a morte non si arrestavano di un passo ma procedevano guidati dalla folle speranza che uno di Loro (Ognuno si percepiva come il fortunato) l'avrebbe scampata alla fine e sarebbe sopravvissuto all'operazione di draga terrestre fatta con gambe umane. Udimmo un'esplosione e vedemmo un arto volare in aria e poi ricadere a terra lentamente, quasi galleggiando, mentre esplodevano urla agghiaccianti dalla bocca del ferito a morte. Fu questione di pochi minuti e un'altra lacerazione attraversò l'atmosfera seguita da uno scoppio e da grida altissime. Quella gente non era nemmeno tallonata da personale medico, e chi si trovava a saltare su una delle mine sapeva di avere i tempi contati se non ci lasciava la pelle sul colpo. Quanto tempo trascorse? è difficile dirlo. Fatto fu che cinque uomini (sulla sessantina che aveva cominciato a sminare) approdarono su una delle stradine che correvano longitudinali al terreno incolto e furono fatti arrestare attraverso le comunicazioni radio. Appena giunti alla parziale salvezza si gettarono esausti sullo sterrato, lasciandosi andare a preghiere e torrenti di lacrime. Potevamo udirli dalla nostra distanza, che era poco più di un centinaio di metri. Diedi di gomito a Eberhard che stava bocconi al mio fianco. "Ammazziamo i marocchini e procediamo nei campi che hanno appena sminato." Mi sussurrò con gli occhi iniettati di sangue. "Che sta dicendo, Capitano? Sentiranno gli spari e ci vedranno con i cannocchiali. E poi , che senso ha trucidare quei disgraziati? Prima o poi dovremo affrontare le forze regolari e vedere se il vostro trucchetto riesce a funzionare." "Non importa. Più tardi ci imbattiamo nelle vostre truppe meglio è per Noi. E per quanto riguarda i maghrebini.....beh, abbiamo un conto in sospeso con loro, una vecchia storia. E ce la caveremo con i coltelli, senza armi da fuoco o casino. Non vede sottotenente? sono dietro quella siepe di vegetazione. Nessuno (nemmeno dei loro comandanti) riesce a inquadrarli. Lasci fare a Noi, basterà una decina di uomini e la pratica sarà chiusa velocemente. Lei stia qui buono e non dovrà nemmeno chiudere gli occhi. Lo vede? Si sta alzando la nebbia." Era vero. Un velo caliginoso si stava levando dal terreno e diventava più spesso e impenetrabile con il passare dei minuti. Avrei voluto dire un migliaio di cose, avrei voluto imprecare, avrei voluto sollevarmi e correre verso i marocchini per metterli in guardia...ma non feci assolutamente nulla di ciò. Rimasi schiacciato sul terreno come un lombrico mentre nove-dieci uomini del reggimento "Togo" si mettevano verticali e aggiustavano i pugnali nelle cinture, dietro le schiene. Poi Li vidi, sorridenti e sventolanti le braccia, dirigersi incontro al manipolo di camerati coloniali. Morsi il terreno mentre i neri superavano di slancio i cento metri che li separavano dalle ignare vittime e si abbracciavano con esse, parlando fittamente in francese. Poi chiusi le palpebre e mi tappai vertiginosamente le orecchie. Quando riaprì i mei sensi gli Africani erano ancora eretti, ma, ai loro piedi, giacevano, sgozzate, le sagome dei cinque sfortunati arabi. Il sergente Dakwaafi mi fece cenno con la mano di avvicinarmi ma mi ci volle parecchio tempo prima di decidere di accettare la sua sollecitudine. Quando lo feci ero circondato dal grosso degli effettivi del reggimento "Togo" che si congratulava con il gruppo scelto che aveva portato a termine quella poderosa missione. Io ero attonito e confuso e restavo a malapena sulle mie gambe mentre osservavo (anche senza volerlo) i cadaveri dei marocchini sparsi alla rinfusa sul terreno. I neri si erano impadroniti dell'equipaggiamento radio e lo avevano sfasciato senza porre dubbi in mezzo, innanzitutto per non essere costretti alla pantomima di una falsificazione delle voci, e secondo perché una sorta di incertezza superstiziosa gli impediva di impadronirsi degli oggetti appartenuti a così pochi uomini massacrati in maniera tanto vile. Notai il Tenente Omologoh in piedi e severamente accigliato al mio fianco :"Tenente, un giorno riuscirò a sapere cosa vi rende tanto fieri avversari della gente che avete tosto massacrato?" Lui inarcò le sopracciglia e fece un gesto con la mano, come per cacciare una mosca fastidiosa :"Siamo stati colleghi di questa gente e Li abbiamo visto comportarsi in maniera tale che nemmeno il più crudele e bestialmente ottuso degli uomini...." "Non sarebbe stato più semplice, in passato, denunciarli alle Autorità superiori? Io stesso sapevo di voci che giravano ma Voi, che avete assistito personalmente ai loro scempi, dico, non siete riusciti a...." "Nessuno dà retta a un negro, per quanto coraggioso possa essere il suo comportamento sul campo. Per suo padre, Defant, siamo tutti della stessa pasta: maghrebini, ivoriani, somali, palestinesi, angolani.....e abbiamo la brutta abitudine di farci giustizia sommaria. Questa è una cosa che riguarda solo Noi e le nostre beghe tribali. Per lo Stato Maggiore è impensabile che nutriamo sentimenti o che siamo mossi da una regolare sete di giustizia militare. Per Lor Signori saremmo pazzi ed incomprensibili a perseguire le normali vie della denuncia nei casi in cui ci trovassimo davanti a atti di terrorismo verso i civili, o di fronte a stupri collettivi, saccheggi e quant'altro.....questo abbiamo imparato dalla disciplina soldatesca e questo abbiamo imparato a mettere in pratica quando manipoli di delinquenti la fanno franca e si nascondono dietro alla logica della guerra. Ricordi Sottotenente, apparentemente ignoriamo tutto ma non scordiamo nulla, e quando arriva il momento di elargire la giusta retribuzione a certi delinquenti travestiti da militari, beh, non ci tiriamo indietro." "Ma quegli uomini erano in un battaglio disciplinare: segno che gli Alti Gradi non sempre girano la testa dall'altra parte o la nascondono sotto la sabbia." Omologoh mi mostrò i denti lucidissimi in un sorriso sprezzante "No, certamente. Qualche rara volta può succedere. Ma se qualcuno scappa dalla rete, ci siamo Noi, grazie a Dio, a completare il lavoro sporco." 






(continua)








 
 
 

Guarda che luna. Capitolo quinto.

Post n°270 pubblicato il 14 Aprile 2016 da lost4mostofitallyeah







Ci risistemammo e, quando fu allestita una colonna decente, fummo sul punto di metterci in marcia. "Esponete tutte le armi che avete, come veri combattenti!" Urlai. Dopo cinque minuti di ulteriori consultazioni e di rassettamento iniziammo a muoverci. L'ex capitano Eberhard (ora sottotenente) e il Tenente Omologoh alla mia destra e sinistra, il Sergente Dakwaafi più dietro a rinserrare le fila. Un proiettile isolato cadde a una quarantina di metri da Noi facendoci sobbalzare ma non demordere. "Avanti!" Continuai a gridare come un ossesso "Ne avrete viste di peggiori come unità di combattimento ricoperta di onorificenze!" Altre cariche di media taglia ci piovvero intorno, ma ormai la colonna si era posta in marcia e Nulla avrebbe potuto arrestarla. Ci avviammo verso l'ingresso dello stabilimento industriale senza scambiarci una parola. Solo quando fummo all'aperto, lungo le strade acquitrinose della Brianza, cominciai a tornare a scambiare qualche chiacchiera con Eberhard mosso da un improvviso scetticismo sulla riuscita dell'impresa :"Andiamo, Capitano! Crede forse sia così facile bucare le postazioni di entrambi i contendenti in maniera risibile? Tempo venti minuti e saremo fermati dalle mie pattuglie che chiederanno conto a tutti di questa bizzarra carovana." Il graduato nero osservò il cielo che si stava schiarendo da est a ovest e rispose :"Le ripeto che sia Lei che la Nostra persona abbiamo tutto l'interesse a farci sortire assieme da questa trappola. Adesso è ancora buio e le nostre divise non ci tradiranno. Nessuno si prenderà la briga in mezzo a tutto questo macello. Saremo null'altro che un valoroso manipolo di combattenti neri disperso in azione durante una delle micidiali offensive del nostro grazioso esercito. Un manipolo di valorosi che rientra alla base, scavalcando le linee, dopo essersi coperto di gloria durante un vasto rastrellamento di elementi nemici infiltratisi." E qui non fa una piega, pensò Ariele Defant: è esattamente quello che sono. "Ma...una parola. Vedo nel gruppo (malgrado le perdite e i feriti) uno stato d'animo esaltato e una determinazione cieca, e quasi folle. A cos'è dovuto, di grazia, questo stato d'animo? Non mi sembra che vi sia parecchio di cui stare allegri e sovreccitati, secondo la mia personale, umile opinione." Eberhard  grugnì soddisfatto mostrando i denti bianchissimi :"La mia gente ha trovato un nuovo gioco a cui giocare. Si chiama nascondino. E Chi arriva primo batte sulla tana e libera tutti. Le è mai piaciuto signor ufficiale bianco?" "Da piccolo ero un campione: sapevo nascondermi nei luoghi più impensati, e poi uscivo dal mio rifugio quando Tutti erano sfiniti e abbandonavano il divertimento. Era giusto allora il mio personale trionfo." Il Capitano nero lo sogguardava di lato e pareva divertirsi un mondo a questi ricordi infantili :"Noi la concepivamo in maniera diversa. Io, almeno. Per me tutto stava nella velocità e nel fattore sorpresa :Mi celavo non distante dalla base e correvo come un forsennato quando Chi stava sotto iniziava a muoversi. Ero aggressivo. Stupivo tutti per i miei repentini cambiamenti e per la mia capacità di aggiornare il cervello ai cambiamenti in atto con velocità spesso sorprendenti." Defant, che iniziava a capire il linguaggio cifrato del coloured, gli restituì una lunga, intensa occhiata :"è cambiato qualcosa dall'Eberhard bambino a quello attuale? Riesce ancora a pensare all'altrui doppia velocità e a regolare le sue azioni sui mutamenti improvvisi in atto?" L'altro si fermò un istante, obbligando tutta la colonna a fermarsi :"Può scommetterci, sottotenente. Può scommetterci. Ma ora mi pare  sia il caso di darci Tutti una regolata: siamo sul punto di avere visite. E non del tutto piacevoli." Defant distolse gli occhi dalle pupille di Eberhard e guardò in direzione della mano sollevata verso un punto imprecisato all'orizzonte, fra i pioppeti e i canali :"Esploratori?" "Peggio. Marocchini del Generale D'Amico. Compagnie di punizione, probabilmente, mandate a sminare attraverso i campi". "E sminare con cosa? Mai saputo che i Marocchini avessero materiale adeguato." Il Capitano nero espirò con un sibilo fastidioso :"Lei conosce di guerra, Defant. Ma non abbastanza. Quella gente si è resa responsabile di saccheggi, stupri e violenze di ogni tipo, Nonché ABBANDONO DEL CAMPO DI BATTAGLIA. Così hanno trovato un modo più proficuo per punirli. Niente fucilazione o impiccagione collettiva. Semplicemente vengono mandati nelle prime linee a dragare i campi minati con i loro corpi. Avanzano a ventaglio e il 70 % dei Loro salta in aria immediatamente. Il restante 30 % più tardi nel corso dell'offensiva. Non lo trova sottile? E, a suo modo, divertente?" Il Sottotenente lasciò cadere le braccia lungo i fianchi e cominciò a sbattere la lingua sul palato con fare cogitabondo :"Ho riso, in passato, per scherzi più divertenti. Lo sa, Eberhard, che questo sarà il destino del suo reggimento se verranno a conoscenza della diserzione in massa e dei piani per passare al Nemico?" "Indubbiamente. E Lei, caro il mio ufficiale, sa di essere sul punto di diventare la pietra dello scandalo per il suo anziano genitore? Il giovane Ariele Defant arrestato alla guida di un manipolo di disertori negri mentre faceva l'altalena tra il fronte in movimento dei Regolari e quello dei Ribelli. E con quale giustificazione, poi? Umanitarismo, confusione mentale, o, peggio, Intelligenza con il Nemico? Ci pensi bene, Defant. Rifletta su suo padre, Lei stesso e il futuro di sua figlia e di sua madre. E si regoli di conseguenza. La pelle che Noi negri stiamo salvando potrebbe essere la sua."





(Continua)







 
 
 
Successivi »