CINEMA PARADISO

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Messaggi di Gennaio 2018

Nomination Oscar 2018

Post n°14240 pubblicato il 28 Gennaio 2018 da Ladridicinema
 
Tag: eventi, news

Miglior film

Chiamami col tuo nome
Dunkirk
Get Out
Il filo nascosto
Lady Bird
La forma dell’acqua
L’ora più buia
The Post
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior regia

Christopher Nolan, Dunkirk
Greta Gerwig, Lady Bird
Paul Thomas Anderson, Il filo nascosto
Guillermo del Toro, La forma dell’acqua
Jordan Peele, Get Out

Miglior attore protagonista

Daniel Day-Lewis, Il filo nascosto
Daniel Kaluuya, Get Out
Denzel Washington, Roman J. Israel, Esq.
Gary Oldman, L’ora più buia
Timothée Chalamet, Chiamami col tuo nome

Miglior attrice protagonista

Frances McDormand, Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Margot Robbie, Io, Tonya
Meryl Streep, The Post
Sally Hawkins, La forma dell’acqua
Saoirse Ronan, Lady Bird

Miglior attore non protagonista

Christopher Plummer, Tutti i soldi del mondo
Richard Jenkins, La forma dell’acqua
Sam Rockwell, Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Willem Dafoe, The Florida Project
Woody Harrelson, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior attrice non protagonista

Allison Janney, Io, Tonya
Laurie Metcalf, Lady Bird
Lesley Manville, Il filo nascosto
Mary J. Blige, Mudbound
Octavia Spencer, La forma dell’acqua

Miglior film d’animazione

Baby Boss
Coco
Loving Vincent
Ferdinand
The Breadwinner

Miglior documentario

Abacus: Small Enough to Jail
Faces Places
Icarus
Strong Island
Last man in Aleppo

Miglior film straniero

A Fantastic Woman
Loveless
The Insult
On body and soul
The Square

Miglior sceneggiatura originale

Get Out
Lady Bird
La forma dell’acqua
The Big Sick
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior cortometraggio documentario

Edith+Eddie
Heaven is a Traffic Jam on the 405
Heroin(e)
Knife Skills
Traffic Stop

Miglior canzone

“Mighty River”, Mudbound
“Mystery of Love”, Chiamami col tuo nome
“Remember me”, Coco
“Stand Up for Something”, Marshall
“This is me”, The Greatest Showman

Miglior sceneggiatura non originale

Chiamami col tuo nome
Logan
Molly’s Game
Mudbound
The Disaster Artist

Migliori costumi

Il filo nascosto
La bella e la bestia
La forma dell’acqua
L’ora più buia
Victoria & Abdul

Miglior trucco e acconciature

L’ora più buia
Victoria & Abdul
Wonder

Migliore scenografia

Blade Runner 2049
La Bella e la Bestia
Dunkirk
La forma dell’acqua
L’ora più buia

Miglior cortometraggio

DeKalb Elementary
My Nephew Emmett
The Eleven O’Clock
The Silent Child
Watu Wote/All of Us

Miglior montaggio sonoro (“sound mixing”)

Baby Driver
Blade Runner 2049
Dunkirk
La forma dell’acqua
Star Wars: Gli ultimi Jedi

Miglior effetti speciali (“visual effects”)

Blade Runner 2049
Guardiani della Galassia: Vol. 2.
Kong: Skull Island
Star Wars: Gli ultimi Jedi
The War – Il pianeta delle scimmie

Miglior fotografia

Blade Runner 2049
Dunkirk
La forma dell’acqua
L’ora più buia
Mudbound

Miglior sonoro (“sound editing”)

Baby Driver
Blade Runner 2049
Dunkirk
La forma dell’acqua
Star Wars: Gli ultimi Jedi

Miglior cortometraggio animato

Dear Basketball
Garden Party
Lou
Negative Space
Revolting Rhymes

Miglior colonna sonora originale

Dunkirk
Il filo nascosto
La forma dell’acqua
Star Wars: Gli ultimi Jedi
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior montaggio

Baby Driver
Dunkirk
Io, Tonya
La forma dell’acqua
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

 
 
 

L’Europa ha dimenticato il ruolo dell’URSS nella II Guerra Mondiale da sputnik

Post n°14239 pubblicato il 28 Gennaio 2018 da Ladridicinema
 


Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche liberarono i prigionieri di Auschwitz
© Sputnik. Boris Ignatovich
OPINIONI
13:49 27.01.2018(aggiornato 14:06 27.01.2018)URL abbreviato
Tatiana Santi

“Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all’Armata Rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita”, parole di Ernest Hemingway. Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche liberarono Auschwitz, ma l’Europa ha dimenticato il ruolo dell’URSS nella Seconda Guerra Mondiale.

Il 27 gennaio di 73 anni fa l'Armata Rossa spalancò i cancelli di Auschwitz e il mondo vide gli orrori del genocidio perpetrato dai nazisti. Il campo di concentramento ad Oświęcim fu liberato dai sovietici, già, non come rappresentato nel film di Benigni dagli americani.

Le edizioni La Città del Sole presentano "Grande Guerra Patriottica", un libro di Enrico Vigna che ripercorre attraverso fotografie e documenti, in gran parte inediti in Italia, il fronte orientale della II Guerra Mondiale e, in particolare, la coesione fra lo sforzo militare e quello spirituale dell'intero popolo sovietico: dal soldato al bambino, dalla donna all'anziano.

La copertina del libro Grande Guerra Patriottica
© FOTO: FORNITA DA TATIANA SANTI
La copertina del libro "Grande Guerra Patriottica"

 

Lo scopo dell'autore sta proprio nell'avvicinare il lettore italiano al senso di "patriottismo", così come è inteso dalle popolazioni slave e russe, quel sentimento che ha reso possibile la vittoria sul nazismo. I proventi ricavati dalle vendite del libro verranno devoluti ai veterani e alle loro famiglie in Ucraina e nel Donbass, attraverso il progetto "HURA". Sputnik Italia ha raggiunto per un'intervista l'autore del libro "Grande Guerra Patriottica", il saggista Enrico Vigna.

— Enrico Vigna, come mai ha deciso di scrivere un libro sulla Grande Guerra Patriottica?

— È un discorso che viene da molto lontano, sono di origini jugoslave. Spesso in Italia nelle vicende anche sulla guerra jugoslava ho riscontrato fra amici e studiosi una difficoltà a recepire la concezione di patriottico, come viene intesa nei popoli slavi e soprattutto nei popoli dell'ex Unione Sovietica. È un discorso profondamente diverso dal concetto che passa quotidianamente in Occidente e in Italia.

Lo scopo del libro è avvicinare il lettore al concetto di patriottismo attraverso un saggio che non è sulla Seconda Guerra Mondiale da un punto di vista militare, perché ci sono centinaia di libri di esperti validissimi, non si tratta nemmeno di un testo ideologico. Si tratta di un testo che a partire da fatti e documenti della Grande Guerra Patriottica cerca di avvicinare il pubblico italiano al concetto di patriottismo.

— Nel suo libro ci sono anche dei materiali inediti in Italia?

— Sì, alcuni materiali sono desegretati dagli archivi sovietici, non ci sono mie interpretazioni. Cerco sempre nei miei libri di portare documentazioni ufficiali, poi ognuno la pensa come vuole. In questo caso io ho riportato per esempio tutto il percorso che una parte del partito comunista ha fatto per arrivare alla decisione di coinvolgere i patriarchi della Chiesa Ortodossa.

 

Ci sono documenti in cui Stalin fece fare dal 1939 tutta una serie di ricerche dal Ministero degli Affari Religiosi di quant'era l'influenza in Unione Sovietica della Chiesa Ortodossa rispetto alla popolazione. Dal Patriarcato di Mosca mi hanno fatto avere la stessa preghiera che fu fatta circolare in tutte le chiese ortodosse dell'Unione Sovietica nella quale si invitava la popolazione a resistere a difesa della Patria contro il mostro nazifascista. Ho inserito la scansione di questa preghiera nel libro. Vi sono poi alcuni manifesti, molte fotografie delle donne soldatesse, nel libro parlo delle loro storie. Ho cercato di arricchire il lavoro con delle curiosità.

 

— La Grande Guerra Patriottica è un'impresa tragica ma estremamente importante e tutt'oggi sentita dal popolo russo, però la vittoria dell'Armata Rossa sul nazismo non viene ricordata spesso in Occidente, non crede?

 

— Questo fa parte dello scenario collettivo occidentale. In effetti anche nelle scuole che giro per presentare i nostri progetti di solidarietà per il Kosovo e il Donbass, vedo che per quanto riguarda la Seconda Guerra Mondiale l'immaginario collettivo è legato all'esercito americano ed inglese. C'è una rimozione, che io penso non sia assolutamente casuale, la quale conduce una popolazione a sentirsi liberata dalle forze occidentali. Nel mio libro io riporto dichiarazioni di generali, dello stesso Roosevelt e del generale Stilwell, che riconoscono al popolo sovietico e all'URSS praticamente la vittoria sul nazismo. La vittoria è avvenuta grazie alla resistenza che in alcuni momenti come a Stalingrado e a Leningrado ha raggiunto livelli sovrumani.

 

Riporto la dichiarazione di un generale nazista a Norimberga il quale si rese conto dopo Stalingrado che le forze nazifasciste in Unione Sovietica non avrebbero mai potuto vincere. Questo non soltanto per motivi militari ma anche perché "ogni individuo di quella terra, che fosse un bambino, una donna, un uomo, un'anziana era un nemico".

— Tutto il popolo sovietico ha partecipato alla guerra e alla vittoria. Non tutti sanno in Italia però che anche le donne combattevano al fronte, lei nel libro dedica una parte proprio a loro, giusto?

— Come accennavo prima, faccio rilevare attraverso fatti e documentazioni la storia di queste donne e il loro ruolo fondamentale nella guerra. Non da crocerossine o assistenti come si potrebbe immaginare, le donne erano una componente militare sia come partigiane sia come soldatesse ed operaie che sostituivano la forza lavoro maschile. Le donne si sobbarcavano la produzione militare nelle fabbriche e nelle industrie che come forza fisica era perfino superiore in quei momenti a quello che poteva essere lo sforzo fisico degli uomini.

 

Io sono stato in guerra in Jugoslavia e conosco la guerra dal suo interno, posso dire che la donna in questi frangenti estremi, in cui l'essere umano si confronta con la morte a un metro da sé stesso, diventa un elemento imprescindibile. Questo perché porta forza, entusiasmo, una capacità quasi spirituale di sostegno nei momenti più bui. Nel mio libro racconto la storia di Zoia, ragazza ucraina, nome di battaglia Tania, che dopo essere stata violentata e torturata viene condotta all'impiccagione e lì lei si rivolge agli abitanti del villaggio dicendo: "compagni, perché piangete? Non dovete piangere, perché loro uccidono me, ma noi siamo 200 milioni e non possono vincere". Questo per spiegare la forza che queste donne trasmettevano alla popolazione nonostante le terribili condizioni, un messaggio ancora più potente perché detto da una donna.

 

— Il 27 gennaio è il giorno della memoria riferito alla strage dell'Olocausto. Il suo libro è una testimonianza documentale preziosa proprio per ricordare l'impresa del popolo sovietico soprattutto nel contesto attuale, quando l'impegno dell'Unione Sovietica nella sconfitta del nazismo non viene evocata in Occidente. È importante ricordare che Auschwitz è stata liberata dai sovietici, non come riporta nel suo film Benigni, che ne pensa?

 

— È vero. Questo libro non si rivolge al passato, si rivolge verso il presente e il futuro. In questo libro, che è legato a dei progetti di solidarietà nei confronti dei veterani del Donbass, io riporto anche una parte sulla partita della morte a Kiev. Attraverso questo vorrei ricordare a tutti Babij Iar, una fossa nella quale furono uccisi in tre giorni 100 mila cittadini di Kiev, in stragrande maggioranza ebrei. Nessuno ricorda, nonostante ci siano libri storici, un eccidio di tale portata e oggi, giornata della memoria, nessuno racconta che nell'Ucraina attuale, il rabbino capo di Kiev due anni fa ha invitato la comunità ebraica ad andare via dal Paese. Gli ebrei oggi in Ucraina non sono sicuri.

 

Nel libro vi è una parte anche sul 9 maggio e sul Reggimento Immortale, come viene inteso dalle culture slave. Questo lavoro della memoria deve essere agganciato all'attualità, partendo dalle radici di ieri.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

 
 
 

Fabrizio De André - Principe Libero

Post n°14238 pubblicato il 28 Gennaio 2018 da Ladridicinema
 
Tag: trailer

 
 
 

Chiamami col tuo nome

Post n°14237 pubblicato il 28 Gennaio 2018 da Ladridicinema
 
Tag: trailer

 
 
 

Chiamami col tuo nome

Post n°14236 pubblicato il 25 Gennaio 2018 da Ladridicinema
 

Chiamami col tuo nome è un film di genere drammatico, sentimentale del 2017, diretto da Luca Guadagnino, con Armie Hammer e Timothée Chalamet. Uscita al cinema il 25 gennaio 2018. Durata 130 minuti. Distribuito da Warner Bros..

Chiamami col tuo nome ora in programmazione in 1 Sale Trova Cinema 
Attualmente in anteprime. USCITA: 25 gennaio 2018
Poster

Chiamami col tuo nome, il nuovo film di Luca Guadagnino basato sul famoso romanzo di André Aciman, è una struggente storia d'amore e amicizia, sullo sfondo della bassa padana durante la calda estate del 1983. Nonostante la sua giovane età, il diciassettenne americano Elio Perlman (Timothée Chalamet), si dimostra un musicista colto e sensibile, più maturo e preparato dei suoi coetanei. Passando, infatti, il suo tempo a trascrivere e suonare musica classica, leggere, e flirtare con la sua amica Marzia (Esther Garrel). 
Figlio di un eminente professore universitario (Michael Stuhlbarg) specializzato nella cultura greco-romana che ogni anno ospita uno studente straniero impegnato nella stesura della tesi di post dottorato, Elio attende nella villa XVII secolo di famiglia l'arrivo di un nuovo allievo di suo padre. A risalire il vialetto per trascorrere le vacanze estive nella tenuta Perlman è il giovane Oliver (Armie Hammer) un ventiquattrenne statunitense bello e affascinante. I suoi modi disinvolti colpiscono immediatamente l'adolescente impacciato, che comincia ad affacciarsi all'amore. Gli incontri tra i due giovani sono permeati da un'intensità unica e palpabile: tra lunghe passeggiate, nuotate e discussioni, nel corso di un'estate che cambierà per sempre le loro vite, nasce tra loro un desiderio travolgente e irrefrenabile.


Il regista Luca Guadagnino si sposta dalla provincia piemontese di Io sono l'amore a quella lombarda raccontata in Chiamami col tuo nome. Basato su una sceneggiatura di James Ivory, inizialmente in predicato di occuparsi anche della regia, è l'adattamento di un romanzo di André Aciman uscito dieci anni fa. 
Animo nomade, Guadagnino è nato a Palermo, da padre siciliano e madre algerina, e ha vissuto i primi anni della sua vita, fino all'inizio della scuola, in Etiopia. Questa abitudine alla coesistenza di culture e lingue diverse, molto presente in Chiamami col tuo nome, lo avvicina proprio a Aciman, nato nel 1951 ad Alessandria d'Egitto in una famiglia di ebrei sefarditi, una delle comunità Mutamassirun (di stranieri) dell'allora cosmopolita città egiziana, come tali impossibilitati a ottenere la cittadinanza egiziana. In casa parlavano francese, oltre a italiano, greco, arabo e il ladino, dialetto spagnolo parlato dagli ebrei sefarditi, da non confondere con il ladino delle nostre Dolomiti. Il giovane André, che pensava erroneamente di essere cittadino della République, frequentò scuole britanniche, mentre si trasferì con la famiglia a Roma per sfuggire alla tensione fra Nasser e Israele, nel 1964, ottenendo la cittadinanza italiana. 

Guadagnino è molto vicino a Tilda Swinton, fin dalla sua opera prima del 1999, The Protagonists, in cui è la narratrice del film; nel 2002 ha diretto un documentario su di lei, The Love Factory, mentre sono tornati spesso a collaborare, circostanza che ha aperto al regista la via per i recenti progetti internazionali. Io sono l’amore nel 2009 fu accolto con entusiasmo negli Stati Uniti (meno in Italia), ottenendo una nomination all’Oscar per i costumi di Antonella Cannarozzi e una ai Golden Globe Awards per il miglior film straniero. A Bigger Splash, presentato in concorso a Venezia, è stato girato nel 2015 con la musa Tilda Swinton protagonista, accanto a Ralph Fiennes, Matthias Schoenaerts e Dakota Johnson, girato in inglese, ma con un'ambientazione italiana, questa volta l'isola di Pantelleria. Chiamami col tuo nome è invece stato girato con un budget limitato, senza attori di grande richiamo, passando per Sundance, Berlinale e Toronto Film Festival. Subito amato dalla critica, che in qualche caso ha addirittura gridato al capolavoro, è fra i film più apprezzati finora nella stagione dei premi, con tre nomination ai Golden Globe, quattro ai BAFTA. Unanime è stato il trionfo personale, oltre che di Armie Hammer, del giovane e ora non più sconosciuto Timothée Chalamet, che interpreta il diciassettene protagonista che viene iniziato ai piaceri romantici e del sesso durante una calda estate. Nato e cresciuto a Manhattan, è perfettamente bilingue: il padre è francese, mentre la madre è americana. Qualcuno particolarmente attento può ricordare di averlo visto in Homeland e in Interstellar (nei panni del personaggio di Casey Affleck da ragazzo), mentre lo vedremo in questo 2018 in ruoli di contorno in due film importanti: Hostiles di Scott Cooper e Lady Bird di Greta Gerwig. 

Armie Hammer si è fatto conoscere nel duplice ruolo dei gemelli Winklevoss in The Social Network di David Fincher. Ora il riconoscimento anche personale per il film di Guadagnino, suggello a una carriera non lunga, ma già solida. 

Mentre il romanzo è ambientato sulla riviera ligurela versione cinematografica è stata spostata negli anni 80 a Crema, dove Guadagnino risiede, non lontano da dove venne girato Novecento di Bernardo Bertolucci. 
Il direttore della fotografia è il thailandese Sayombhu Mukdeeprom, collaboratore di Apichatpong Weerasethakul nel film vincitore della Palma d’oro a Cannes Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti. Walter Fasano è il montatore di questo, come di tutti i cinque lungometraggi diretti da Luca Guadagnino.

 

 

Il regista Luca Guadagnino sul suo nuovo film Chiamami col tuo nome:

Mi piace pensare che Chiamami col tuo nome chiuda una trilogia di film sul desiderio, con Io sono l'amore e A Bigger Splash. 
Mentre nei precedenti il desiderio spingeva al possesso, al rimpianto, al disprezzo, al bisogno di liberazione, in Chiamami col tuo nome abbiamo voluto esplorare l'idillio della giovinezza. Elio, Oliver e Marzia sono irretiti in quella splendida confusione che una volta Truman Capote ha descritto affermando "l'amore, non avendo una mappa, non conosce confini". 
Chiamami col tuo nome è anche il mio omaggio ai padri della mia vita: il mio vero padre e i miei padri cinematografici: Renoir, Rivette, Rohmer, Bertolucci...

 

 

Dal Trailer Ufficiale del Film Chiamami col tuo nome:

Oliver (Armie Hammer): E tu che fai qui? 
Elio Perlman (Timothée Chalamet): Leggo libri, trascrivo musica, faccio il bagno al fiume, esco la sera... 
Oliver: Divertente! Ok, a dopo! 

Elio Perlman: Vedrete che ci dirà addio così, quando arriverà il momento: "a dopo!" 

Lyle Perlman (Michael Stuhlbarg): Muscoli sodi. Non c'è un corpo dritto in queste statue, sono tutti curvi; a volte impossibilmente curvi e così indifferenti, da questo nasce la loro ambiguità senza tempo, come se ti sfidassero a desiderarli 

Oliver: Esiste qualcosa che non sai? 
Elio Perlman: Sapessi quanto poco so delle cose importanti... 
Oliver: Quali sono le cose importanti? 
Elio Perlman: Lo sai quali sono... 
Oliver: Stai dicendo quello che penso? 
Elio Perlman: Non dovevo dire niente! 
Oliver: Fa finta che non l'hai detto 

Lyle Perlman: La natura ha metodi ingegnosi per scovare il nostro punto debole 

Oliver: Chiamami col tuo nome e io ti chiamerò col mio

 

 

La musica del film:

Oltre a una raccolta di brani di diversi musicisti moderni e classici come John Adams, Ryuichi Sakamoto, Satie, Ravel e Bach, per la colonna sonora di Chiamami col tuo nome, il regista Luca Guadagnino si è rivolto anche a Sufjan Stevens, il cantautore e musicista statunitense la cui musica è caratterizzata dall'utilizzo di strumenti e cori tradizionali e da arrangiamenti che fondono diversi generi quali il folk, il jazz lo swing, per creare una canzone particolare per il film.

 

Di lui il regista ha detto:

Un artista di cui ho una grande ammirazione è Sufjan. La sua voce è fantastica e angelica, e i suoi testi sono così pungenti, profondi e pieni di dolore e di bellezza. La musica è insolente. Tutti questi elementi erano quelli che immaginavo per il film

Dop aver letto il romanzo di André Aciman e parlato a lungo con Guadagnino, Stevens ha deciso di comporre ben due canzoni originali per il film: "Mystery of Love" (che accompagna il viaggio in pullman di Elio e Oliver verso la cascata) e "Visions of Gideon" (per i titoli di coda). Nel film è presente una terza canzone di Sufjan, si tratta di "Futile Devices", tratta dall'album "The Age of Adz" del 2010, riarrangiata per l'occasione. 

A completare la colonna sonora del film sono state selezionati molti brani di musica pop italiana degli anni 80, l'epoca in cui è ambientato il film.

 

  • PRODUZIONE: Frenesy Film, La Cinéfacture, RT Features, Water's End Productions

 
 
 

Made in Italy

Post n°14235 pubblicato il 25 Gennaio 2018 da Ladridicinema
 

 è un film di genere drammatico del 2018, diretto da Luciano Ligabue, con Stefano Accorsi e Kasia Smutniak. Uscita al cinema il 25 gennaio 2018. Durata 104 minuti. Distribuito da Medusa Film.

Poster
TRAMA MADE IN ITALY:

Terzo film da regista del cantante e musicista Luciano LigabueMade in Italy è ispirato all'omonimo concept album uscito nel novembre del 2016. Stefano Accorsi è il protagonista Riko, un uomo di specchiate virtù e comprovata sfortuna: incastrato in un lavoro che non ha scelto, a malapena in grado di mantenere la casa di famiglia. Può contare però su un variegato gruppo di amici, su una moglie che, tra alti e bassi, ama da sempre, e un figlio ambizioso che frequenta l'università. Nonostante questo, Riko è un uomo arrabbiato, pieno di risentimento verso una società scandita da colpi di coda e false partenze. Quando le uniche certezze che possiede si sgretolano davanti ai suoi occhi, all'uomo non resta che reagire, prendere in mano il suo presente e ricominciare, in un modo o nell'altro.


Il 12 giugno 2017 Luciano Ligabue annuncia sulla propria pagina Facebook l'uscita del suo terzo film da regista dopo Radiofreccia (1998) e Da zero a dieci (2002), pubblicando la prima foto dal set insieme a Stefano Accorsi e Kasia SmutniakMade in Italy, ispirato all'omonimo concept album uscito il 18 novembre 2016 per Zoo Aperto, arriva al cinema il 25 gennaio, prodotto da Fandango e distribuito da Medusa. 

Il 2017 è stato un anno travagliato per il cantautore di Correggio. A soli due mesi dall'apertura del tour "Made in Italy - Palasport 2017", tenutasi il 14 febbraio al Pal'Art Hotel di Arcireale (CT), è stato costretto a rinviare le 34 date rimanenti a causa di un edema alle corde vocali. La malattia gli è stata diagnosticata in seguito al concerto del 14 marzo al Forum di Assago (MI), durante il quale si è accorto di cantare con affanno e di essere quasi afono dopo solamente 3-4 pezzi. Il tour è ripartito finalmente il 4 settembre all'RDS Stadium di Rimini, e da allora Ligabue sta recuperando tutto il tempo perso. La rivicita più grande l'ha avuta con la doppia data al Forum di Assago, dove è tornato come si torna sul luogo del delitto - spiega il cantante -, affiancato da una band di otto elementi e accolto da un palazzetto pieno. 

Questa pausa forzata si è rivelata fruttuosa per il rocker romagnolo. Durante quei mesi ha infatti portato avanti il lavoro per Made in Italy e l'8 novembre ha pubblicato sulla sua pagina Facebook un video messaggio in cui annuncia, sullo sfondo della sua amata Correggio, l'uscita imminente del film. Nel frattempo ha avuto modo di rinnovare anche il format dei concerti del tour: in seguito all'interruzione non ha più eseguito l'album per intero, preferendo intervallare i pezzi nuovi ai vecchi successi e ai cavalli di battaglia. Ma la vera novità è stata quella di sovrapporre alle canzoni immagini e clip del film, proiettandole alle proprie spalle. Non più semplici concerti ma esperienze audiovisive, che trasportano gli spettatori nella vita di Riko, protagonista del film e alter ego di Ligabue. 

Non a caso Riko è il diminutivo di Riccardo, secondo nome di Ligabue, che in un'intervista spiega: "Ho cercato di capire se questo Riko facesse parte della vita che avrei vissuto nel caso non avessi fatto questo mestiere oppure se si trattasse di un alter ego o di una parte di me". Si riscontra anche nel film quell'intento comunicativo che pervadeva l'album omonimo, un desiderio di rivolgersi a chiunque, di creare un'opera in cui tutti si potessero riconoscere. I personaggi sono persone semplici, che fanno i conti con il loro tempo e cercano di vivere in modo dignitoso. Eroe quotidiano in piena crisi esistenziale, Riko è un uomo arrabbiato, pieno di risentimento verso una società scandita da colpi di coda e false partenze, frustrato da un amore altalenante, che punta il dito con veemenza contro gli altri. Ma nel film, come nei testi dell'album, non c'è spazio per la rabbia, che presto lascia il posto a una presa di coscienza e alla consapevolezza di dover maturare per trovare il un posto nel mondo e riprendere il controllo della propria vita. È anche un film colmo di speranza, in cui Ligabue ha dichiarato più volte di credere fermamente, proprio come Riko, che preferisce pagare il prezzo di una disillusione piuttosto che smettere di credere nella possibilità di una vita migliore.

Made in Italy è dunque figlio dell'urgenza espressiva che ha sempre caratterizzato la carriera di Ligabue, tanto che nel 2004 è stato insignito della laurea honoris causa dall'Università di Teramo in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo. Per l'occasione ha infatti tenuto una lectio magistralis dal titolo "Il tempo dell'emozione" per spiegare ciò che significa secondo lui comunicare attraverso musica, scrittura e cinema. Oltre alla carriera musicale, infatti, Ligabue ha ottenuto numerosi riconoscimenti anche in campo cinematografico. In particolare Radiofreccia, il suo primo lungometraggio, è entrato nell'archivio cinematografico permanente del MoMA di New York, nel 2009 era tra i cinque componenti della giuria, presieduta da Ang Lee, della 66esima Mostra Internazionale d'arte cinematografica di Venezia e nel 2010 gli sono stati conferiti sia il Premio Truffaut del Giffoni Film Festival, sia il Premio De Sica dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

 

Dal Trailer Ufficiale del Film Made in Italy

Riko (Stefano Accorsi): Sono lì da, da una vita con una specie di preservativo in testa a insaccare carne di porco e mi dico "io son quello lì?" 

Riko: Non voglio che te lo fai andare bene! È un attimo farsi andare bene tutto! 

Riko: M? Come matador? O come minchia tanta? 
Sara (Kasia Smutniak): Non azzardarti a guardare nel mio telefonino 
Riko: Era lì, era lui che guardava me... 
Sara: Non farlo mai più! 

Riko: Sara c'ha un altro 
Carnevale (Fausto Maria Sciarappa): Anche te c'hai un'altra...da quant'è che dici che non ne puoi più di lei?! Si può sapere cosa vuoi? 
Riko: Cosa voglio?! 
Carnevale: Ascolta...cambia città, lavoro, famiglia, ma soprattutto, per favore, cambia te, invece di aspettare il cambiamento 

Carnevale: Cosa ci andiamo a fare lì sotto, Riko? 
Riko: Qualche cosa va fatto!

 

 
 
 

Film nelle sale da giovedi

Post n°14234 pubblicato il 24 Gennaio 2018 da Ladridicinema
 

 
 
 

Fabrizio De André - Principe Libero

Post n°14233 pubblicato il 23 Gennaio 2018 da Ladridicinema
 

Fabrizio De André - Principe Libero è un film di genere biografico del 2018, diretto da Luca Facchini, con Luca Marinelli e Valentina Bellè. Uscita al cinema il 23 gennaio 2018. Durata 200 minuti. Distribuito da Nexo Digital.

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Poster

Fabrizio De André - Principe libero, il film diretto da Luca Facchini, con Luca Marinelli nei panni del grande cantautore genovese, mette in scena il racconto di una personalità unica che ha segnato la storia della canzone e della cultura italiana. 

"Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare". C'è una citazione del pirata britannico Samuel Bellamy iscritta nelle note di copertina di uno dei dischi più belli di Fabrizio De André, "Le nuvole". E a questa frase si ispira il titolo del film a lui dedicato. "Principe" e "libero", due parole che, accostate, raccontano molto bene De André: il magnetismo e il naturale distacco di un principe, sempre pronto a raccogliere e ad appassionarsi alle storie dei diversi, degli ultimi, dei diseredati, e a farne parabola, canzone, preghiera; la ricerca della libertà e il racconto di un viaggio fatto "in direzione ostinata e contraria", per usare i versi di una sua canzone, che lo hanno reso il testimone e il cantore dell'uomo e della sua divina imperfezione, promuovendone valori come la tolleranza, il perdono, la comprensione, il rispetto, l'amore. 

Se queste sono le caratteristiche universalmente note dell'arte di Fabrizio De André, ciò su cui si concentra Fabrizio De André - Principe libero è l'umana avventura del suo protagonista: dall'infanzia ai capolavori della maturità, passando attraverso il racconto accurato degli anni di Genova, del rapporto con la famiglia e dell'apprendistato formativo svolto nei caruggi della città, contornato da amici vicini come Paolo Villaggio - sarà lui a coniare per De André il soprannome con cui è tuttora noto, Faber - e delicatamente più distanti, come Luigi Tenco. Seguono i primi successi - Mina che porta in televisione la sua "Canzone di Marinella" -, le prime timide esibizioni dal vivo, l'incontro con Dori Ghezzi, la vita da agricoltore in Sardegna fino alle drammatiche pagine del rapimento e al successivo ritorno sulle scene. 

Co-prodotto da Rai Fiction e Bibi Film e distribuito da Nexo Digital, Fabrizio De André. Principe libero è scritto da Francesca Serafini e Giordano Meacci sia per la televisione che per il cinema. Dopo un breve passaggio in sala per soli due giorni a gennaio 2018, il film, diretto da Luca Facchini, si sposta sul piccolo schermo (Rai1) il mese successivo. Le due diverse modalità di fruizione sono state pensate per rendere omaggio prima alla scomparsa del cantautore, avvenuta a gennaio del 1999, poi alla sua nascita, il cui 78esimo anniversario cade il 18 febbraio.


Fabrizio De André, nato a Genova nel 1940 e morto a Milano nel 1999, è uno dei più importanti cantautori italiani. Soprannominato "Faber" dall'amico di sempre Paolo Villaggio, ha inciso 13 album e, in quasi 40 anni di carriera, ha raccontato storie di emarginati, ribelli e prostitute, scrivendo brani di altissima poesia come "La guerra di Piero", "Bocca di Rosa", "La canzone di Marinella" e "Un giudice". A 19 anni dalla sua morte lo ritroviamo al cinema (e dopo in tv) in un biopic che ripercorre i momenti più importanti della sua vita artistica e personale, in particolare gli anni di Genova, i rapporti con i familiari, i primi successi, il grande amore con Dori Ghezzi. 

A dirigere Fabrizio De André - Principe Libero è Luca Facchini, già autore del documentario A Farewell to Beat che racconta l'ultimo viaggio in America di Fernanda Pivano, scrittrice e saggista che, proprio con Faber, firmò il libero adattamento di parte de "L'Antologia di Spoon River" e che definì la voce di De André "La voce di Dio". A interpretare invece il protagonista del film è Luca Marinelli, che, avendo già dato prova delle sue abilità canore in Lo chiamavano Jeeg Robot (dove si era esibito in una versione di "Un'emozione da poco" di Anna Oxa), non ha avuto problemi cantare alcuni brani, primo fra tutti "Il pescatore". 

La scelta di un attore romano ha scontentato i fan irriducibili di un artista che era anche un esegeta dei dialetti e delle lingue minoritarie. Sono bastate poche frasi pronunciate nel trailer a farli infuriare, nonostante l'aderenza dell’attore al personaggio (nei gesti, nelle espressioni del viso, nel modo di parlare) e a spingerli a gridare quasi allo scandalo. 
A difendere l'interpretazione di Marinelli (e a sostenere l'idea di ingaggiarlo) è stata invece la Ghezzi, che ha dichiarato: "Luca si è dimostrato bravissimo pur avendo a disposizione non tanto materiale, perché di Fabrizio, anche visivamente, c'è molto poco. L'archivio è scarso, attraverso poche foto e frammenti di repertorio Marinelli è riuscito veramente a somigliargli. Mi domando dove sarebbe arrivato se l'avesse conosciuto". 
Quanto a Cristiano De André (figlio del cantautore), fin dal principio era contrario all'idea di una fiction (Fabrizio De André - Principe Libero è stato pensato anche per la televisione) e di un film. 
Quando ha accettato il ruolo, Luca Marinelli non immaginava le reazioni antipatiche dei puristi, ma sapeva che l'impresa a cui andava incontro non era facile. "E' un ruolo difficile da interpretare" - sembra abbia dichiarato a inizio lavorazione - "perché De André è esistito, non è una finzione. Quando ho raccontato a un mio amico del film, mi ha detto ‘ma che sei matto? Fabrizio è stata ed è una figura importante che ho conosciuto a 14 anni. Me lo sono portato dietro nella vita". 

Per la parte di Dori Ghezzi, Facchinetti e i produttori hanno optato per Valentina Bellè, che aveva già affiancato Marinelli in Una questione privata dei fratelli Taviani e che si è tinta il capelli di biondo. Completano il cast Valentina Radonicich, Davide Iacopini, Gianluca Gobbi ed Ennio Fantastichini.

 

 

Dal Trailer Ufficiale del Film

Fabrizio De Andrè (Luca Marinelli): Me ne vado 
Discografico 1: No, aspetta De Andrè...aspetta, facci spiegare! De Andrè l'artista tu sei! 
Discografico 2: Che poi ti stiamo chiedendo solo una ritoccatina... 
Discografico 1: Qua nessuno vuole limitare la tua libertà 
Fabrizio De Andrè: A me pare proprio di sì invece! 

Padre di Fabrizio (Enni Fantastichini): Fabrizio, si può sapere cosa c'è che non va? 
Giovane Fabrizio: Non va che devo sempre fare quello che dite voi 

Amico (Gianluca Gobbi): Perchè dietro quegli occhi batte un cuore di neve...è un capolavoro! 

Fratello di Fabrizio (Davide Iacopini): Con la musica puoi spiegare che cos'è la bellezza...dobbiamo provarci almeno 

Fabrizio De Andrè: Perchè essere anarchico è darsi delle regole prima che te le diano gli altri 

Discografico 1: De Andrè! Che ne diresti di parlare di affari? 
Discografico 2: Vogliamo fare un disco! 
Fabrizio De Andrè: E se io non avessi più niente da dire?! 

Voce Off: Sei un genio! È ora del grande pubblico 

Voce Off 2:scrivi e canta la tua musica, se è questo che vuoi veramente

 

Non è la prima volta che la macchina da presa si interessa alla figura di Fabrizio De André. Nel 2008 esce Amore che vieni, amore che vai di Daniele Costantini, tratto dal romanzo "Un destino ridicolo", scritto a quattro mani da Fabrizio De André e Alessandro Gennari nel 1996. Dietro ai personaggi del film, come in quelli del libro, si celano i due autori, mentre le vicende legate all'avvenente istriana Maritza sono una chiara trasposizione letteraria di "Bocca di Rosa", una delle più celebri canzoni di De André. 
Nello stesso anno Rizzoli pubblica il cofanetto "Faber. Vita, battaglie e canzoni di Fabrizio De André", al cui interno sono contenute due opere. 
Il DVD di Faber (1997), film diretto da Bruno Bigoni, ovvero il primo documentario che ricostruisce il percorso artistico del cantautore genovese, strettamente legato ai luoghi, ai volti e agli incontri che hanno segnato la sua vita e la sua poetica, come la Sardegna dell'Agnata, i caruggi di Genova e la moderna Milano. Il film raccoglie anche le testimonianze dei suoi amici più intimi, che si intrecciano alla voce di De André registrata durante alcune esibizioni dal vivo. Un omaggio al cantautore ma soprattutto all'uomo che fu. Il DVD è accompagnato dal libro "Accordi eretici" (Euresis Edizioni, 1997) a cura del giornalista Romano Giuffrida e introdotto da un omaggio del poeta Mario Luzi. Si tratta di una raccolta analitica di saggi che esaminano l'intera opera di De André, dalla poesia alla musica, e il ruolo da lui giocato nell'educazione politica, sociale e culturale dell'Italia del secondo dopoguerra. 

Il 2008 offre un altro prodotto audiovisivo su De André: Faber Nostro, il primo cortometraggio narrativo sul cantautore, ispirato alla sua figura e ai personaggi delle sue canzoni. Scritto e prodotto da Lino Pinna e Rossella Sabato, il film coinvolge molti artisti, tra cui Piero Vanzulli, interprete di De André, Barbara Sirotti (Bocca di Rosa), Gian Paolo Pirato (la Princesa), Renato Redaelli (il suonatore Jones), Omar Gallazzi (Tito) e Sergio Masieri (il padre). 

Passano sette anni prima del successivo film su De André. Nel 2015 esce Faber in Sardegna & l'ultimo concerto di Fabrizio De André, un documentario diretto dal regista sardo Gianfranco Cabiddu - vincitore del David di Donatello nel 2017 per la sceneggiatura de La stoffa dei sogni. Il film racconta i giorni trascorsi da De André nell'Agnata, in Gallura (Sardegna), dove soggiornò e visse, e il suo ultimo concerto del 13-14 febbraio 1998 al Teatro Brancaccio di Roma. 
Il punto di vista adottato dal documentario è intimo e familiare, interessato al De André privato e al rapporto del cantautore con la terra di Sardegna. Inoltre la colonna sonora è costituita da alcune delle canzoni di Faber e da pezzi tratti dal suo ultimo live. 

Fabrizio De André. Principe libero ha dunque alle spalle quattro produzioni, ma se ne discosta per l'ampiezza dello sguardo, che ripercorre l'intera vita di uno dei più grandi poeti della musica italiana: dall'infanzia ai primi successi e alle prime esibizioni dal vivo, dall'apprendistato a Genova alla vita da agricoltore in Sardegna, dalle tormentate pagine del rapimento ai capolavori della maturità, dalla vicinanza di Paolo Villaggio alla delicata amicizia con Luigi Tenco, dal coraggio di esporsi con ostinazione alla solidarietà nei confronti degli ultimi e degli esclusi di ogni tempo e di ogni luogo, dalle prostitute dei caruggi di Genova agli indiani del massacro di fiume Sand Creek.

  • PRODUZIONE: Rai Fiction, Bibi Film

 
 
 

Film nelle sale da ieri e da oggi; e in uscita da giovedi

Post n°14232 pubblicato il 23 Gennaio 2018 da Ladridicinema
 

 
 
 

Luca Marinelli: "Per me Faber era uno di famiglia" da cinecittànews

Post n°14231 pubblicato il 23 Gennaio 2018 da Ladridicinema
 

MILANO - Ha gli occhi e il volto di Luca Marinelli, la celebre frangia di traverso sulla fronte, la sigaretta sempre in bocca e un bicchiere in mano. E la chitarra, compagna di vita fin dall'adolescenza che il padre gli regalò 'perché il violino gli faceva male al mento' e che in una scena commovente, Ennio Fantastichini nei panni del padre Giuseppe De André, dice “il più grande investimento della mia vita”. Fabrizio De André. Principe Libero, il film di Luca Facchini dedicato al cantautore italiano, prodotto da Angelo Barbagallo, Rai Fiction e Bibi Film Tv, sarà in 300 sale cinematografiche il 23 e il 24 gennaio distribuito da Nexo Digital, per poi approdare su Raiuno il 13 e il 14 febbraio. 

La biografia parte dall'infanzia, quando Fabrizio giocava nei carruggi con gli amici, il fratello Mauro (Davide Iacopini) sempre presente, la scuola, l'amicizia e le scorribande con Paolo Villaggio (interpretato da Gianluca Gobbi), il colpo di fulmine per le parole e la poesia adagiata alle sue prime note. L'incontro con Luigi Tenco, il matrimonio con Puny, Enrica Rignon (l'attrice Elena Radonicich), la nascita del figlio Cristiano, i primi dischi, le serate al bar bevendo fino a tardi, la rottura con l'ambiente borghese in cui è cresciuto e l'impulso a dire qualcosa di nuovo senza apparire troppo. 

"Conoscevo De André da ammiratore, Storia di un impiegato era quasi bruciato nel giradischi per quanto lo ascoltavo - racconta Luca Marinelli - Lo sento come uno di famiglia, perché in casa mia era una figura molto presente. Sentivo una responsabilità tremenda nell'interpretarlo, ma quando sono riuscito a superare il terrore per questa impresa, mi sembra di essermi avvicinato a uno spirito migliore e io mi sono sentito elevato in quel periodo". E sulla preparazione così accurata e nello stesso tempo naturale per rappresentare una figura così mitica e intoccabile, Marinelli ha aggiunto: "Mi è servito guardare cosa succedeva dentro agli occhi delle persone, degli amici che mi parlavano di lui". 

In mezzo ad immagini che trovano ispirazione nei testi delle sue canzoni e nutrono il film con le note più celebri e amate, da La canzone di Marinella, Volta la carta, Le acciughe fanno il pallone, La canzone dell'amore perduto ad Anime Salve Bocca di rosa, c'è l'incontro con la cantante Dori Ghezzi (Valentina Bellé). Parte consistente del film, con una storia d'amore che strappa i capelli, la convivenza quasi isolata in Sardegna, la nascita della figlia Luvi, Luisa Vittoria, fino ai terribili mesi del sequestro che, dopo il rilascio, fecero nascere in termini artistici la struggente canzone Hotel Supramonte

Dori Ghezzi ha seguito passo dopo passo il lavoro di preparazione del film con il regista Luca Facchini, portando ricordi, testimonianze, amici, a partire dalla scrittura della sceneggiatura di Francesca Serafini e Giordano Meacci, che avevano conosciuto De Andrè nel 1992. "Mi hanno proposto tantissimi progetti su Fabrizio, ma ho sempre rifiutato finché non si sono presentati loro e ho capito che avremmo avuto la possibilità di fare un film corale e molto vicino a quello che Fabrizio ha rappresentato. E poi abbiamo aspettato che Luca Marinelli fosse disponibile per interpretarlo, perché senza di lui questo film non sarebbe stato possibile".

 
 
 

The Shape of Water fa tredici, Meryl Streep a quota 21

Post n°14230 pubblicato il 23 Gennaio 2018 da Ladridicinema
 
Tag: eventi, news

13 nomination agli Oscar per La forma dell’acqua - The Shape of Water, seguito da Dunkirk con otto; Tre manifesti a Ebbing, Missouri ne ha ottenute sette, L'ora più buia ne ha sei, The Post soltanto due. Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino ha ottenuto quattro nomination, come miglior film, miglior attore, miglior sceneggiatura e miglior canzone originale (ne parliamo in un altro articolo).

La favola d’amore del regista, sceneggiatore, produttore e scrittore messicano Guillermo Del Toro al cinema dal 14 febbraio con 20th Century Fox, che ha già vinto il Leone d'oro all'ultima Mostra di Venezia, è stato candidato nelle seguenti categorie: Miglior film, Miglior regista, Miglior attrice protagonista a Sally Hawkins, Miglior attrice non protagonista a Octavia Spencer, Miglior attore non protagonista a Richard Jenkins, Miglior sceneggiatura originale, Miglior montaggio, Miglior scenografia, Miglior fotografia, Migliori costumi, Miglior montaggio sonoro, Miglior sonoro e Miglior colonna originale.

The Shape of Water intreccia amore e politica sullo sfondo della guerra fredda: la sua protagonista Elisa, una donna muta che lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio dell'esercito americano, ha due soli amici, una energica collega afroamericana (Octavia Spencer) e un vicino di casa gay (Richard Jenkins). Elisa abita in un appartamento decadente che sovrasta un vecchio cinema di Baltimora e le sue giornate sono sempre tutte uguali. Sarà lei, con la sua tenerezza un po' aliena a trovare il modo di comunicare con la creatura anfibia che viene tenuta prigioniera dal governo con l'intenzione di vivisezionarla e ucciderla (il cattivo è un divertente Michael Shannon).

Il film è pieno di colori e invenzioni visive che hanno preso vita grazie alla collaborazione tra il regista e lo scenografo Paul Austerberry: "Guillermo – racconta Austerberry – ripete sempre che per prima cosa occorre creare un luogo ben radicato nella realtà in modo che diventi poi fantastico, quindi abbiamo tenuto conto del periodo storico in cui ha deciso di ambientare la storia. Il laboratorio in cui è situata la piscina coperta che ospita la creatura ha delle influenze high tech mantenendo l’aspetto di una sala degli orrori. Non volevamo un laboratorio sterile e luminoso, piuttosto l’idea era quella di realizzare un ambiente che creasse inquietudine – ha aggiunto - La stanza della creatura è un labirinto di condutture, canali e camere cilindriche”.

Guillermo Del Toro voleva trasmettere l’idea di un’officina medioevale, non moderna, un luogo che fosse simile ad una prigione con catene e tavoli chirurgici; a sua volta Austerberry è addirittura ricorso a delle immagini di una casa di cura francese o a delle vecchie foto di architetture portoghesi che riproducevano mosaici di piastrelle verdi e blu, che hanno ispirato il regista anche nelle fasi successive di realizzazione.

Tra le curiosità di questa 90esima edizione degli Oscar la prima candidatura per la fotografia andata a una donna, Rachel Morrison. Greta Gerwig è la quinta donna nella storia ad ottenere una candidatura per la regia, le altre sono state Lina Wertmueller, Jane Campion, Sofia Coppola e Kathryn Bigelow, quest'ultima è l'unica ad aver poi effettivamente vinto l'Oscar. La veterana Meryl Streep ha ottenuto la sua ventunesima nomination, per il suo ruolo da protagonista in The Post, mentre è stato candidato come migliore attore non protagonista anche Christopher Plummer, che ha sostituito Kevin Spacey, travolto dagli scandali sulle molestie, in Tutti i soldi del mondo. L’ex giocatore di basket Kobe Bryant ha ottenuto una nomination per il miglior cortometraggio animato, Dear Basketball. Tra le assenze più vistose quella di Kate Winslet, interprete del film di Woody Allen La ruota delle meraviglie: com'è noto il regista newyorchese è vittima di una campagna di ostracismo in America per le accuse di presunti abusi sulla figlia. Ignorato anche James Franco, che era dato tra i favoriti prima delle contestazioni legate al caso delle molestie. 

I candidati come miglior film sono nove: Chiamami col tuo nome, Dunkirk, Get Out, Il filo nascosto, Lady Bird, La forma dell'acqua, L'ora più buia, The Post, Tre manifesti a Ebbing, Missouri 

Miglior regia

Christopher Nolan - Dunkirk

Greta Gerwig - Lady Bird

Paul Thomas Anderson - Il filo nascosto

Guillermo del Toro - La forma dell’acqua

Jordan Peele - Get Out

Miglior attore protagonista

Daniel Day-Lewis, Il filo nascosto

Daniel Kaluuya, Get Out

Denzel Washington, Roman J. Israel, Esq.

Gary Oldman, L’ora più buia

Timothée Chalamet, Chiamami col tuo nome

Miglior attrice protagonista

Frances McDormand, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Margot Robbie, Io, Tonya

Meryl Streep, The Post

Sally Hawkins, La forma dell’acqua

Saoirse Ronan, Lady Bird

Miglior attore non protagonista

Christopher Plummer, Tutti i soldi del mondo

Richard Jenkins, La forma dell’acqua

Sam Rockwell, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Willem Dafoe, The Florida Project

Woody Harrelson, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior attrice non protagonista

Allison Janney, Io, Tonya

Laurie Metcalf, Lady Bird

Lesley Manville, Il filo nascosto

Mary J. Blige, Mudbound

Octavia Spencer, La forma dell’acqua

Miglior film d’animazione

Baby Boss

Coco

Loving Vincent

Ferdinand

The Breadwinner

Miglior documentario

Abacus: Small Enough to Jail

Faces Places

Icarus

Strong Island

Last man in Aleppo

Miglior sceneggiatura originale

Get Out

Lady Bird

La forma dell’acqua

The Big Sick

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior canzone

“Mighty River”, Mudbound

“Mystery of Love”, Chiamami col tuo nome

“Remember me”, Coco

“Stand Up for Something”, Marshall

“This is me”, The Greatest Showman

Miglior sceneggiatura non originale

Chiamami col tuo nome

Logan

Molly’s Game

Mudbound

The Disaster Artist

I cinque film stranieri candidati sono il russo Loveless, l'ungherese Corpo e anima, lo svedese The square, il libanese L'insulto - per il Libano si tratta di un esordio agli Oscar - e il cileno Una mujer fantastica

Gli Oscar 2018 saranno consegnati il 4 marzo prossimo in singolare coincidenza con le elezioni italiane. 

 
 
 

Potere al Popolo, pioggia di firme. «Non ci serve Tabacci!»

Post n°14229 pubblicato il 23 Gennaio 2018 da Ladridicinema

 

    Potere al popolo, un week di banchetti e di iniziative politiche. La raccolta di firme è già campagna elettorale

    di Checchino Antonini

    Anche in Cgil si muovono settori di sindacalisti, perlopiù delle aree di opposizione alla linea concertativa di Camusso, per sostenere Potere al Popolo. Mentre si tengono un po’ ovunque centinaia di banchetti per raccogliere le firme, un appello di delegate/i e lavoratori chiede di sostenere attivamente le idee e i programmi che stanno dando vita a un processo come quello che sta promuovendo la lista della sinistra alternativa per le politiche, ormai imminenti, del 4 marzo.

    Intanto si tirano le somme del primo week end di raccolta. «Abbiamo un obiettivo ambizioso e importante – spiegano i promotori di PaP – portare dentro al dibattito pubblico nazionale della campagna elettorale nomi, storie, volti del paese reale, che altrimenti sarebbero rimasti nascosti. Possiamo farlo solo se riusciamo a raccogliere 25mila firme in pochi giorni. Ieri in migliaia in tutta Italia si sono messi in fila, hanno scambiato una chiacchiera, sono venuti a darci sostegno e appoggio…ma non basta! Oggi facciamo di più, facciamo quello che sappiamo fare meglio: stare in mezzo al popolo e spiegargli la forza delle ragioni di noi tutti!».

    Nel week end, il risultato è stato sorprendente: oltre 2000 le firme raccolte per la presentazione della lista alla Camera a fronte delle 750 necessarie, e circa 1700 per il Senato. «Il fatto di aver più che raddoppiato a Roma il numero di firme necessarie per la presentazione delle liste è frutto di un forte radicamento sul territorio che Potere al Popolo ha dimostrato nel seguire molte delle vertenze che si sono sviluppate in città»,, commenta Stefania Iaccarino, ex lavoratrice Almaviva, candidata capolista nel listino plurinominale Lazio 2 – la mia candidatura è da questo punto di vista emblematica perché serve a dare voce a migliaia di lavoratrici e lavoratori che vengono ogni giorno sfruttati nei loro luoghi di lavoro». Anche Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione Comunista, candidato capolista nel collegio plurinominale Lazio 1 dichiara: «La raccolta delle firme necessarie per la presentazione delle liste è solo il primo passo della nostra campagna elettorale, il fatto di aver raccolto più del doppio delle firme necessarie ci dimostra quanto fosse sentita l’esigenza di una lista effettivamente di sinistra che innescasse un meccanismo di partecipazione dal basso. Noi non abbiamo bisogno di Tabacci. Saremo la sorpresa di queste elezioni».

    ELENCO COMPLETO DEI BANCHETTI: https://goo.gl/UPVa8X

     

    Ma l'”obbligo di firma” non ha fermato l’iniziativa politica: in n questo fine settimana le bandiere di PaP hanno fatto bella mostra di sé in molte città nel corso di manifestazioni e iniziative. A Ghedi, base militare della Nato a due passi da Brescia, dove si contesta la guerra globale e l’arsenale atomico. A Genova PaP era interna alla mobilitazione antifascista che, il 3 febbraio, avrà un altro momento importante con un corteo.

    A Roma è stata inaugurata la sede cittadina di via San Romano. Sabato, militanti di Potere al Popolo hanno animato, oltre a 29 banchetti di raccolta firme, anche il corteo del Tufello contro gli sfratti nelle case popolari e l’azione diretta che ha riconsegnato la Tiburtina al popolo della periferia Est. La maggiore arteria stradale di un intero quadrante, popolare e industriale, da anni martoriata dai cantieri chiusi perché non ci sono i soldi per pagare gli operai. «Il popolo ha preso l’iniziativa in mano – racconta un video su fb – ed ha aperto un svincolo già completato in via Casale di San Basilio ma chiuso da anni. La sua apertura ridurrebbe enormemente l’incubo della mobilità per decine di migliaia di abitanti della periferia est. Comune e Municipio dormono sonni profondi e la gente impazzisce in mezzo alla strada per andare al lavoro e a scuola. La strada è stata riaperta questa mattina dall’azione popolare. Gli automobilisti, gli autisti dell’Atac, gli operatori dell’Ama, la gente del quartiere applaude, suona il clacson e scorre lunga la strada finalmente aperta. Un’ottima iniziativa organizzata dalla Carovana delle Periferie e dal Nodo Territoriale Tiburtina». 

    Napoli, fila per firmare al banchetto
    Roma, foto di gruppo con firme

     

     

    L’iniziativa del Tufello è stata organizzata dal Csa AstraAsia-Usb TufelloRete sociale III Municipio Roma e Lab Puzzle per dare una risposta significativa a sfratti e sgomberi nel quartiere. Potere al Popolo dice che la soluzione al problema della casa a Roma non può essere lasciare le persone per strada. Vanno sbloccati i fondi, va utilizzato il patrimonio esistente e va approvata la sanatoria per gli aventi diritti. Fatti e non chiacchiere, che stiamo parlando di diritti umani, del diritto ad avere una casa. Prima e dopo il corteo sono state raccolte «tante, ma proprio tante, firme degli abitanti del quartiere».

    Ecco il video di Rosso Fiorentino.

     

    Ieri la ministra Fedeli era a Bologna, per presentare lavagne interattive e droni dentro una kermesse costosissima, mentre le scuole crollano letteralmente a pezzi e 50.000 insegnanti rischiano il loro posto di lavoro. Ma c’erano anche i lavoratori della scuola in presidio con gli attivisti di PaP.

    Eccovi l’appello dei sindacalisti: Noi dirigenti Cgil e lavoratori dei tanti luoghi e non luoghi del lavoro, operanti nelle transizioni delle sempre mutanti prestazioni e condizioni di lavoro, facciamo appello a tutti coloro che nell’aspirazione di trovare, avere e stare in un luogo di lavoro adeguato, nel reddito e nella professione, si ribellano quotidianamente alla condizione imposta dai tanti sfruttamenti. E lo fanno con partigiano impegno, ognuno dal punto di contatto in cui agisce, accomunati dal voler cambiare e superare modelli globali malati, imposti localmente. Modelli deleteri per l’ambiente, la salute, il lavoro e per i luoghi del vivere delle tante lavoratrici e lavoratori, cittadini e cittadine di oggi e del domani.
    A tutti coloro che sono cresciuti con l’aspirazioni dell’uguaglianza, del rispetto della dignità, della sostenibilità e della solidarietà nel lavoro e nella società, chiediamo di sostenere attivamente idee e programmi costruiti dal basso dalle centinaia di assemblee popolari che hanno dato vita a POTERE AL POPOLO.
    Un Movimento che, dalla pratica dell’agire nel cambiamento dello stato delle cose esistenti, ha individuato le condivise candidature, frutto delle esperienze di lotta ed elaborazione alternative. L’obiettivo è attuare e offrire, con quel tanto di follia, leggerezza e di utopia necessari , una visione attuabile di società alternativa, pacifica, inclusiva, proiettata nel futuro, dove i nuovi orizzonti che anche le tante innovative tecnologie offrono, possano essere strumenti e parte dei nuovi diritti strumentali di cui appropriarsi, per ridurre fatica, liberare tempi di vita, preservare le risorse del pianeta, distribuire equamente le ricchezze, lavoro e le conoscenze. Obiettivi altri rispetto al praticato e acriticamente accettato – dai vari livelli istituzionali nazionali e internazionali e da quei smarriti partiti e corpi intermedi della società – mantra dei sistemi di profitto e sfruttamento globali.

    COME ADERIRE ALL’ APPELLO:
    – Commentare il Post con Nome Cognome e provenienza lavorativa.
    – Mandare messaggio pvt alla Pagina.
    – Scrivere sms al numero 3357632219
    – A breve metteremo a disposizione un indirizzo e-mail.

    PRIMI FIRMATARI DELL’APPELLO
    *Augustin Bruno Breda Direttivo nazionale Cgil – operaio – Treviso
    *Michela Crippa Direttivo Nazionale Cgil – operaia – Lecco
    *Carlo Carrelli Direttivo nazionale Cgil – operaio
    *Savina Ragno – Direttivo Nazionale Cgil – commessa- Bologna
    *Daniele David Direttivo Nazionale Cgil – Segretario Fiom – Messina
    *Saverio Cipriano – Commissione Garanzia CGIL nazionale– dipendente pubblico – Palermo
    *Valerio Melotti – Assemblea Statutaria generale Cgil Nazionale – operaio – Livorno *Francesco Locantore – Direttivo Nazionale Flc- Cgil – Docente –
    *Aljosha Stramazzo – Direttivo Nazionale Fisac-Cgil – impiegato – Torino
    *Pasquale Loiacono – Comitato Centrale Fiom – operaio – Torino
    *Nando Simeone – direttivo nazionale Filcams-Cgil
    *Aurelio Macciò – Comitato Direttivo nazionale Funzione Pubblica – dipendente Ministero Salute – Genova

     

     

    Potere al Popolo #Accettolasfida #poterealpopolo #casa #Roma #casepopolari #sgomberi #tufello

     
     
     

    Franco Costa lo vogliamo ricordare così da juventibus

    Post n°14228 pubblicato il 23 Gennaio 2018 da Ladridicinema
     

    Franco Costa è stato attore non protagonista di un calcio dalle poche (giuste?) immagini e dalle innumerevoli icone. Le sue: il corridoio del Comunale, talvolta il muro esterno, la cravatta con il nodo stretto da segretario di stato USA, il soprabito o cappotto con mantello a seconda delle stagioni, sovente il Borsalino “da Far West” (cit.) considerate le rigide regole televisive dei tempi, il sorriso stretto mezzo piemontese e mezzo calabrese, la voce cauta ma sicura, il microfono. In dieci secondi: l’Avvocato e la domanda più pertinente e breve possibile resa eterna dalla risposta. Marginalmente il Torino, giocoforza, anche quando finì il tempo dei grandi derby, e Giampiero Boniperti che, lui no, non come Gianni Agnelli che con la coda dell’occhio in fondo lo cercava. Volpe o segugio, Franco Costa, con la Juventus in casa, era ogni volta il settantesimo minuto di Novantesimo.

     

     

     

    Cronista d’assalto, assicurano i colleghi dell’epoca. Senza la necessità impellente, stilisticamente moderna e illusoria, di paventare scenari e immaginare cosa una sola partita avrebbe potuto rappresentare nel futuro prossimo. Eccolo, testuale, in uno degli ultimi servizi (non più RAI) offerti a Videogruppo:

    “Domenica 2 ottobre, ore 22.26, minuto più minuto meno. Negli studi di Telelombardia va in onda lo show di Marcello Chirico e Pietro Anastasi. Come è giusto che fosse. Dunque 2-0 nel lussuoso Stadium il Milan campione d’Italia si affloscia. I bianconeri balzano in testa alla classifica”.

    Marchisio-Marchisio. D’altronde chi poteva, poi, immaginare?

    In una parola: garbato. Non diverso. Franco Costa apparteneva un’intera scuola di giornalismo che si autodeclinava in base ai luoghi dello Stivale. Iconico anche quando, prima di una delle ultime dirette tv, un’assistente di studio gli cuce il bottone della giacca in men che non si dica: Franco tornerà da lei a mezz’ora dalla fine delle trasmissioni. Le regalerà, per riconoscenza, una rosa di plastica rossa fuori dal tempo.

     

    Un lungo applauso è dovutoNoi, se permettete, lo vogliamo ricordare così“:

     

     

     
     
     

    Netflix annuncia: "Il 16 febbraio in tutto il mondo i primi tre episodi di Prima squadra: Juventus FC"

    Post n°14227 pubblicato il 23 Gennaio 2018 da Ladridicinema
     

    22.01.2018 13:50 di Redazione TuttoJuve 
    Netflix annuncia: "Il 16 febbraio in tutto il mondo i primi tre episodi di Prima squadra: Juventus FC"

    Netflix annuncia l’arrivo il 16 febbraio, in tutto il mondo, dei primi tre episodi di Prima squadra: Juventus FC, una docu-serie originale Netflix sul club calcistico italiano, una delle squadre con più tifosi al mondo. La seconda parte sarà disponibile sul catalogo in estate.

    Prima squadra: Juventus FC segue le storie dei protagonisti del club durante la stagione 2017-2018, offrendo un ritratto intimo dei calciatori con immagini dentro e fuori dal campo, per catturare in profondità le vere esperienze di vita che fanno della Juventus una delle squadre più affascinanti al mondo.

     

    I tifosi di tutto il mondo avranno infatti accesso al "dietro le quinte" del club e si sentiranno più vicini che mai non solo alla squadra vincitrice di sei titoli di campionato consecutivi, ma soprattutto ad alcuni dei più grandi protagonisti come la leggenda Alessandro Del Piero, calciatori quali Federico Bernardeschi, Giorgio Chiellini, Douglas Costa, Gonzalo Higuaín, Claudio Marchisio, Miralem Pjanic, Daniele Rugani, il capitano Gianluigi Buffon e l'allenatore Massimiliano Allegri.

     

     

    © foto di Netflix

     
     
     

    Il Times vede in film russo di fantascienza su invasione aliena la propaganda del Cremlino da itsputnik

    Post n°14226 pubblicato il 22 Gennaio 2018 da Ladridicinema
     

    MONDO
    11:13 21.01.2018(aggiornato 11:23 21.01.2018)URL abbreviato
    10150

    Il quotidiano britannico Times ha pubblicato la recensione del film fantascientifico russo "Attraction", in cui non si parla affatto della pellicola ma in compenso si demonizza il presidente russo Vladimir Putin.

    Nell'articolo in particolare si afferma che il regista Fyodor Bondarchuk è un "sostenitore di Putin" e uno dei protagonisti del film, il colonnello Lebedev, il cui ruolo è interpretato dall'attore Oleg Menshikov, per i giornalisti assomiglia a Putin.

    Il Times fa un parallelo con il film russo sull'invasione degli alieni con la pellicola "Trionfo della Volontà" al congresso del partito nazista su richiesta di Adolf Hitler.

    "Naturalmente la propaganda non è sempre così negativa e come ha mostrato il "Trionfo della Volontà" di Leni Riefenstahl può incutere forti impressioni estetiche", scrive il Times. L'autore della recensione considera Attraction "noioso, con l'eccezione di "diverse scene di battaglia".

    Questo articolo non è passato inosservato all'Ambasciata russa di Londra, secondo cui i giornalisti del Times non hanno capito l'essenza del film. 

    "Nel film c'è l'idea della comprensione reciproca". Il pesce non ha visto l'acqua", si legge nel tweet. Inoltre i diplomatici russi hanno consigliato ai cittadini britannici di andare al cinema e farsi da soli un'idea sul film.

    ​Il film "Attraction" è uscito nelle sale questo mese. Il film è incentrato sull'abbattimento da parte dei militari russi di un'astronave aliena che precipita in una zona residenziale di Mosca. 

     
     
     

    Viola Carofalo (Pap): «Leu serve solo ad allearsi col Pd» da popoffquotidiano

    Post n°14225 pubblicato il 22 Gennaio 2018 da Ladridicinema

    Debutto a Montecitorio per Viola Carofalo, capo politico di Potere al Popolo

    di Checchino Antonini

    Il 3% non è un problema per chi ha come obiettivo quello di «costruire un tessuto di lotta» nei territori e mettere insieme «quei milioni di persone che in Italia sono impegnate contro la prevaricazione e lo sfruttamento». Potere al popolo, per la prima volta in sala stampa della Camera, a Roma, conferma che lo sguardo delle e dei militanti, che stanno dando vita alla lista della sinistra alternativa, è rivolto altrove rispetto ai partiti normali come Liberi e uguali e anche rispetto al Movimento 5 stelle, con i quali un’alleanza post voto è impossibile. Parole di Viola Carofalo, capo politico (per forza del Rosatellum) di Potere a popolo, lista nata da un’iniziativa del centro sociale napoletano ex Opg Je so’ pazzo che, dalla prima assemblea del 18 novembre a Roma è stata capace di coinvolgere sia singoli, sia settori organizzati della sinistra politica, sociale e sindacale (da Rifondazione comunista a Sinistra anticapitalista, da Eurostop al Pci ecc…) per un progetto che traguarda oltre il 4 marzo. E allora eccolo il progetto:«Non vogliamo solo ridare la parola a chi non ce l’ha, ma vogliamo avviare un percorso di attivazione politica che vada oltre la partecipazione elettorale e ricostruisca un tessuto di lotta, contrasti la povertà, lo sfruttamento e il razzismo. Vogliamo costruire un discorso che non parli solo alle pance della gente per stimolarla all’odio verso chi sta un po’ peggio, ma parli alla testa e ai cuori e riattivi la volontà di fare», spiega ancora Carofalo, 37 anni, assegnista in Filosofia all’Orientale di Napoli. «In Italia ci sono milioni di persone impegnate contro la prevaricazione e lo sfruttamento e non riescono a mettersi insieme e farsi sentire. Noi vogliamo metterle insieme. Un obiettivo molto più grande del 3% alle prossime elezioni. Noi siamo molto più ambiziosi. Non siamo però una forza populista, abbiamo un progetto chiaro per il paese, portiamo i temi che nessuno affronta, la redistribuzione della ricchezza, la difesa e l’implementazione dei diritti dei lavoratori, siamo, per questo, semplicemente una forza popolare».

    Porte chiuse a LeU con cui pure, alcuni soggetti in Pap avevano condiviso «il percorso del Brancaccio a cui una parte di noi aveva guardato con simpatia, ma la sua evoluzione ha tradito gli scopi iniziali. Sono state prese decisioni tra quattro mura, a porte chiuse, passando sulla testa di chi quel percorso lo aveva anche costruito. In questo senso mi pare evidente chi ha tradito quel percorso e non ci può essere convergenza. Sono gli stessi di prima, non c’è discontinuità. Viola riprende l’intervista al Corriere della Sera di oggi di Massimo D’Alema: «Dice che loro vogliono fare l’alleanza col Pd. È un corteggiamento disperato ormai. Rispondetegli. Alcune coppie sono difficili da separare definitivamente», scherza.

    E sui 5 stelle? «Mai incontrati, non faremo alleanze. Non c’è alleanza possibile con chi non è chiaro sui temi come l’Europa e il razzismo. C’è un’ambiguità radicale su questo. Decidesse Di Maio cosa vuole fare visto che cambia idea ogni giorno». Le liste ci saranno, dicono sicuri gli esponenti di Pap impegnati in queste ore alla raccolta firme. Nomi che escono dalle lotte come Stefania, lavoratrice Almaviva, Lina ex cuoca attualmente disoccupata, «la cuoca di Lenin», la chiama scherzando in conferenza stampa Viola, Suleyman rifugiato senegalese, Peppe, ex operaio attualmente senza fissa dimora, alcuni di loro presenti a Montecitorio. E anche Paolo Pietrangeli, l’autore di “Contessa”, presente anche all’affollata conferenza a Montecitorio assieme ad altri esponenti di Pap, da Giovanni Russo Spena a Paolo Ferrero, da FrancoTurigliatto di Sinistra Anticapitalista e, naturalmente, Maurizio Acerbo, attuale segretario nazionale del Prc. Dalle assemblee nazionali è partita l’indicazione per costruire assemblee territoriali che si sono svolte in più di 150 città scrivendo dal basso il programma e elaborando collettivamente le candidature. Ad oggi i candidati come capilista sui collegi plurinominali della Camera sono 32 donne e 31 uomini, ben oltre il 40% previsto dal Rosatellum per le quote di genere. Se alle politiche si dicono sicuri di esserci, lavori in corso per le Regionali. In Lombardia sicuramente no, «anche per questioni di tempi». Sulle altre Regioni, invece, “ci stiamo lavorando”. Ma anche in questo caso sono escluse alleanze. «Così come non è possibile alle politiche non lo sono nemmeno alle regionali. Non siamo mica schizofrenici», conclude Carofalo.

    «D’Alema torna ad annunciare la disponibilità di Liberi e Uguali a partecipare a un “governo del presidente” dopo le elezioni – dice anche Maurizio Acerbo – con un Parlamento che si dia un compito “costituente”. Altro che ricostruire la sinistra, LeU serve per allearsi col PD dopo le elezioni, cosa già anticipata dall’alleanza nel Lazio. E si prepara un film horror: gli ultimi due governi del presidente, con una maggioranza che andava dal PD a Berlusconi, sono stati quelli Monti e Letta. Entrambi sostenuti dai fondatori di LeU. L’uomo della Bicamerale torna in azione e non possiamo che preoccuparci, visto che i due riusciti stravolgimenti della Costituzione degli ultimi venti anni – modifica Titolo V e introduzione del pareggio di bilancio – sono passati con il voto del “centrosinistra autentico” di D’Alema, Bersani e compagnia. Si conferma la nostra scelta di non mischiarci con i soliti noti e di lavorare per una lista come Potere al popolo che si batterà per la Costituzione senza se e senza ma. Solo votando Potere al popolo si potrà contare su una coerente opposizione di sinistra nel prossimo Parlamento».

     
     
     

    “Potere al popolo”. La lista di sinistra che può far piangere Liberi e Uguali da il fattoquotidiano

    Post n°14224 pubblicato il 22 Gennaio 2018 da Ladridicinema

    Gauche - Un movimento dal basso nato dal fallimento del Brancaccio: per i sondaggi vale già l’1%
    “Potere al popolo”. La lista di sinistra che può far piangere Liberi e Uguali

    Ci sono sindacalisti come Giorgio Cremaschi (ex Fiom) e politici come Maurizio Acerbo (Rifondazione comunista). Un’ex staffetta partigiana ed ex parlamentare come Lidia Menapace e la pasionaria dei No Tav Nicoletta Dosio. Ma anche sostenitori non candidati come l’allenatore Renzo Ulivieri Haidi Giuliani, madre di Carlo, il ragazzo ucciso al G8 di Genova.

    Tutti a pugno chiuso e con una stella rossa da seguire, quella di “Potere al popolo”, nuova forza politica nata a novembre sulle ceneri del movimento del Teatro Brancaccio (Roma), che si presenta alle elezioni da outsider e fuori dalle alleanze, raccolta di firme permettendo (“ma siamo già a buon punto”, dicono).

    Un movimento dal basso, che viene dal mondo dei lavoratori precari, dei disoccupati, dei sindacati di base e dei centri sociali. Ed è proprio da un centro sociale napoletano – Je so pazzo, un ex ospedale psichiatrico giudiziario occupato nel quartiere Materdei – che arriva la sua portavoce, Viola Carofalo, 37enne ricercatrice precaria in filosofia all’Università Orientale. “Vogliamo ridare dignità alla parola sinistra perché di sinistra in Italia c’è bisogno. Io mi definisco comunista, ma non tutti quelli che hanno aderito lo sono: non vogliamo ingessarci dentro un’etichetta o un’ideologia”, spiega Carofalo, che però non sarà candidata.

    “Potere al popolo” nasce, appunto, dal fallimento dell’assemblea del Brancaccio: “Tomaso Montanari è stato coerente: quando ha visto che quel movimento non aveva ossigeno, si è fatto da parte. Anna Falcone, invece, mi pare sia candidata per LeU. Forse era quello che voleva fin dall’inizio…”, continua Carofalo.

    Il 3% che garantirebbe l’entrata in Parlamento a stare alle ultime affluenze è fissato a circa un milione di voti: un’impresa quasi impossibile. Ma se dovesse riuscire il miracolo, poi che succede? “Vogliamo entrare in Parlamento per far sentire la nostra voce, portare nel Palazzo le lotte dal basso. Ma escludiamo a priori qualsiasi alleanza. Il Movimento 5 Stelle è populista e non è di sinistra. LeU, invece, è un Pd 2.0: non c’è differenza, vengono tutti dal partito di Renzi e lì vogliono tornare, come dimostrano le parole di D’Alema”, sostiene la portavoce di Potere al popolo.

    Ma Renzi e Berlusconi pari sono? “Non sono la stessa cosa, ma hanno messo in campo politiche in assoluta continuità e su alcune temi Renzi è stato pure peggio: sul lavoro, con il Jobs act, e sull’immigrazione. La Minniti-Orlando è una legge fascista”, dice Carofalo.

    Uguaglianza sociale, lavoro, welfare, parità di genere (nelle liste le donne sono circa il 40%), difesa dell’ambiente, lotta per i deboli, antifascismo sono le parole d’ordine. Nel loro dna i movimenti antagonisti, la lotta per la casa, l’America Latina, Podemos. Che Guevara e il subcomandante Marcos. “Il mio idolo però è Bertolt Brecht, che ha saputo mettere in poesia e letteratura discorsi altissimi e complessi”, afferma Carofalo. Che poi guarda verso destra. “CasaPound è un movimento fascista che andrebbe messo fuori legge. La Lega è più subdola, ma poi, come nel Dottor Stranamore, la destra che è in loro viene fuori, come si è visto con le dichiarazioni di Fontana”.

    Con Sinistra Italiana finita nelle spire di Grasso, Bersani e D’Alema, un po’ di spazio elettorale gauchiste davanti c’è, specie pescando tra i giovani diretti verso l’astensione. Alcuni sondaggi li danno attorno all’1% già ora: se Renzi deve preoccuparsi di Grasso, insomma, Grasso deve preoccuparsi di Carofalo & C. Power to the people, cantava John Lennon. Ma forse loro preferiscono Adelante, compañeros di Carlos Puebla.

     
     
     

    AMBIZIONE SMISURATA da http://it.ign.com/

    Post n°14223 pubblicato il 22 Gennaio 2018 da Ladridicinema

     

     



    The Man in the High Castle - Stagione 1 (USA, 2015)
    creato da Frank Spotnitz
    con Alexa Davalos, Rupert Evans, Luke Kleintank, DJ Qualls, Joel de la Fuente, Cary-Hiroyuki Tagawa, Rufus Sewell

    Sostenere che ci sia un modo corretto per guardare qualcosa è un po' antipatico ma forse, a volte, è l'unica cosa sensata da dire. La questione è semplice: se ci si avvicina a The Man in the High Castle con il piglio da integralisti del romanzo originale di Philip K. Dick (noto dalle nostre parti come La svastica sul sole, ma anche come L'uomo nell'alto castello), è difficile non uscirne incazzati neri e gridando allo stupro. Frank Spotnitz (braccio destro di Chris Carter su X-Files e derivati negli anni Novanta, poi creatore di diverse serie TV action più o meno riuscite) ha compiuto un lavoro di adattamento piuttosto articolato, prendendo lo spunto, l'ambientazione, diversi personaggi, eventi ed aspetti del libro, ma rimaneggiando tutto a uso e consumo di un'ambiziosa serie televisiva dell'anno 2015. L'ha fatto compiendo scelte anche piuttosto radicali e che, se lo chiedete a me, sono più o meno tutte intelligenti, ma il risultato è un racconto "ispirato a" che potrebbe scontentare chi sperava in un adattamento più fedele. Chi invece non se ne preoccupa (come, ovviamente, chi non ha letto il libro) dovrebbe dare una chance a The Man in the High Castle, perché si tratta di una serie TV ambiziosa, coinvolgente, dal livello produttivo sorprendente e che promette di poter divertire per parecchi anni.

     

    Lo spunto di partenza, come detto, è bene o male quello del libro: l'Asse ha vinto la Seconda Guerra Mondiale e, in buona sostanza, ha conquistato il pianeta, dividendo gli USA, teatro di gran parte delle vicende raccontate nella serie, in tre territori. I giapponesi hanno gli stati del Pacifico, i nazisti si sono presi la costa est e il blocco centrale rimane zona neutrale. In questo contesto si seguono le storie di un bel mix di personaggi, in parte ripescati dal romanzo, seppur modificati nei ruoli e nella sostanza, in parte creati per l'occasione. Ai vari Frank Frink, Ed McCarthy, Juliana Frink/Crain, Nobusuke Tagomi, Robert Childan e Rudolf Wegener si aggiungono quindi diversi nuovi volti, con in testa l'azzeccatissimo John Smith di Rufus Sewell. Le vicende recuperano l'idea della finestra su un ipotetico ulteriore mondo parallelo in cui la guerra è finita diversamente, ma la trasportano dalla parola scritta di un romanzo nel romanzo alle immagini di una serie di film dall'origine sconosciuta. Si tratta di una delle tante modifiche azzeccate nell'adattare al medium televisivo e vede il concetto delle realtà parallele utilizzato come spunto sullo sfondo per muovere le vicende, quasi un MacGuffin che poi pian piano prende corpo e sembra poter diventare qualcosa di più, integrando molto bene il suo spunto fantascientifico con il corpo narrativo centrale, ben più legato a un cupo realismo.

    E le vicende sono quelle di un po' tutte le parti in causa: la resistenza all'occupazione, le due facce degli occupanti e la gente presa nel mezzo, chi vuole solo vivere o sopravvivere in questo nuovo mondo così ostico. Proprio la rappresentazione del mondo, la sua messa in scena, costituisce il maggior pregio della serie, figlio di uno sforzo produttivo incredibile. The Man in the High Castle racconta un'epoca "alternativa" con un'ambizione e un dispiegamento di mezzi notevole, curandone l'estetica, i dettagli e la scrittura delle piccole cose con grandissima attenzione. Ne viene fuori un ritratto credibile e fortissimo di un mondo in cui non vorremmo mai vivere, che tira fuori il peggio dalle persone e che non si abbandona mai, mai, ma proprio mai, all'umorismo, alla battutina, alla sdrammatizzazione. C'è un'atmosfera lugubre che percorre l'intera serie e le imprime un taglio fortissimo, opprimente, agghiacciante.

    Se la forza produttiva, che mostra poi ottimamente i muscoli anche nel suo avventurarsi al di fuori delle location principali, regalando perfino fugaci sguardi in altri continenti, rappresenta il punto alto della serie, nel cast si trovano i suoi principali punti deboli. Il gruppo di veterani impiegato nei ruoli più o meno di contorno fa ottimamente il suo dovere, supportato per altro da personaggi interessanti. E lo sono anche (soprattutto?) quelli inediti, a cominciare dal John Smith citato prima, che frantuma il rischio di macchietta malvagia nel giro di due episodi, tirando fuori un personaggio ricco, sfaccettato e intrigantissimo. Va meno bene col triangolo di giovani protagonisti al centro delle vicende più "sentimentali", che regalano l'antico sapore del gesso. Se Alexa Davalos, pur nella sua legnosità, tutto sommato trova qualche buono spunto, Rupert Evans e Luke Kleintank esibiscono l'espressività e il linguaggio del corpo dei ceppi su cui si taglia la legna. E non vengono aiutati da personaggi scritti in maniera onestamente un po' banale e prevedibile.

    Ma la serie funziona nonostante questi limiti, grazie alla forza dell'ambientazione, all'invidiabile coerenza di tono, all'ottima scrittura e alla capacità di infondere un costante, cupo, implacabile e crescente senso di paranoia. La scrittura è davvero solida, priva di sbavature o buchi evidenti, sempre molto curata negli sviluppi e capace di portare avanti, soprattutto da metà stagione in poi, un crescendo che davvero entusiasma nonostante il ritmo sempre molto compassato. Inoltre, gli sceneggiatori giocano bene con la consapevolezza della visione "a maratona" suggerita dalla distribuzione in streaming digitale e chiudono praticamente tutti gli episodi su un cliffhanger forte, trascinando da una puntata all'altra fino all'ottimo finale di stagione. Finale che, tra l'altro, arriva al momento giusto grazie anche al saggio limitarsi su sole dieci puntate, che permette di schivare quell'allungare e quel girare in tondo che, se lo chiedete a me, tende a colpire le stagioni di praticamente qualsiasi serie Netflix da tredici puntate. Insomma, The Man in the High Castle è una gran bella serie, assolutamente da recuperare... a meno di integralismi.

    Al momento è disponibile solo per gli abbonati Amazon Prime nel servizio Amazon Instant Video, che è a sua volta disponibile solo negli USA, in Gran Bretagna e in Germania. Considerando, però, che negli scorsi mesi Sky ha portato dalle nostre parti Transparent, sempre di Amazon, si può sperare in un adattamento italiano.

     

     
     
     

    Benedetta follia è primo per il secondo weekend di fila

    Post n°14222 pubblicato il 22 Gennaio 2018 da Ladridicinema
     

    Gran weekend per il cinema italiano che porta tre film ai primi tre posti della classifica anche nella giornata di domenica. Benedetta follia (guarda la video recensione) resta primo per il secondo weekend di fila e arriva ad un interessante totale di 6,3 milioni di euro. Rovazzi e Il vegetale, dopo una pessima partenza infrasettimanale, hanno recuperato parzialmente il pubblico delle "famiglie" e tra sabato e domenica si sono portati a 1,4 milioni di euro.
    Sopra al milione di euro finiscono anche Ella & John - The Leisure Seeker (guarda la video recensione) e L'ora più buia (guarda la video recensione) e soprattutto per il secondo film è un dato straordinario. 

    Nel weekend hanno recuperato anche i film natalizi o usciti nel periodo festivo: Jumanji: benvenuti nella giungla (guarda la video recensione) è arrivato a quota 9 milioni di euro, superando Thor: Ragnarok e piazzandosi al settimo posto della classifica assoluta stagionale, Coco (guarda la video recensione) è arrivato a 10,1 milioni mentre Wonder ha passato gli 11 milioni.

    Come un gatto in tangenziale, anche se in discesa, ha raggiunto gli 8,8 milioni e superato Dunkirk (guarda la video recensione), tornando ad occupare la nona posizione della classifica assoluta stagionale (unico film italiano presente, per ora). 
    Chiudono Tre manifesti a Ebbing, Missouri (guarda la video recensione) e Insidious: L'ultima chiave: il primo in calo, ma ancora capace di generare buone medie, il secondo molto deludente, passato dal quarto al nono posto nel giro di pochi giorni. 

    Questa settimana arrivano in sala, tra gli altri, Made in Italy di LigabueDownsizing (guarda la video recensione), L'uomo sul treno - The Commuter e Chiamami col tuo nome (guarda la video recensione), nessuno dei quali dovrebbe generare delle cifre particolarmente significative, ma le soprese sono sempre dietro l'angolo. 

     
     
     

    Speciale P.K.Dick da http://andromedasf.altervista.org

    Post n°14221 pubblicato il 22 Gennaio 2018 da Ladridicinema
     

     

     

     

    Speciale P.K.Dick – “La svastica sul Sole” | “L’uomo nell’alto castello” (The Man in the High Castle, 1962)

     

     

    Il fascino del romanzo non deriva solo dalla costruzione di un’America divisa in tre stati controllati dalle potenze vincitrici (sul modello di quel che accadde alla Germania dal 1945 alla riunificazione), ma dal gruppo di personaggi memorabili attraverso i quali viviamo in quel mondo rovesciato e inquietante: primo tra tutti il mite e onesto funzionario giapponese Nobosuke Tagomi, lodato da Ursula K. Le Guin come prima figura della letteratura fantascientifica che potesse tener testa al Leopold Bloom di Joyce o alla signora Dalloway della Woolf.

    MNHCSTL1964Ma insieme a Tagomi spiccano Juliana Frink, donna inquieta e tormentata, istruttrice di arti marziali; il suo ex-marito Frank, brillante artigiano ebreo che vive sotto falso nome nel terrore di essere rintracciato e catturato dai nazisti; Robert Childan, antiquario che vive un complesso rapporto di ammirazione servile e odio razziale nei confronti dei dominatori giapponesi; il signor Baynes, uomo d’affari svedese che in realtà è un agente dei servizi segreti tedeschi incaricato di contattare un alto ufficiale delle forze armate giapponesi. Attraverso le trame multiple di questo romanzo sfaccettato, vediamo i fatti della grande storia dal basso: la morte del cancelliere del Reich Martin Bormann, erede di Hitler, e la lotta tra i gerarchi nazisti per assumere il potere, legata al piano segreto per un attacco nucleare a sorpresa sulle isole giapponesi, tramite il quale eliminare il vecchio alleato e diventare padroni del pianeta.

    Ma la storia del piano “Dente di leone” contribuisce solo in parte al fascino del romanzo. Questo perché nel mondo alternativo circola clandestinamente La cavalletta ci opprime, un romanzo scritto dal misterioso Hawthorne Abendsen (che sarebbe l’uomo nell’alto castello); il libro è vietato perché descrive un mondo dove Stati Uniti e Impero Britannico (si badi bene, non l’Unione Sovietica) hanno vinto la guerra, la Germania è in rovina, e il Führer viene processato a Norimberga (e questo, come il precedente dettaglio, fa capire che il romanzo di Abendsen non descrive il nostro mondo dove Hitler si è suicidato per evitare l’onta della cattura).

    THMNNTHHGH1976Tra la nostra storia, quella del romanzo e quella del romanzo-nel-romanzo si crea un complesso e disorientante gioco di specchi che mette in questione ciò che noi pensiamo di sapere sull’evento che ha generato il mondo in cui viviamo, cioè la seconda guerra mondiale. Nel 1945 ha veramente trionfato il bene ed è stato sconfitto il male, oppure quel che è avvenuto è la vittoria di un male minore, che ha comunque portato alla guerra fredda, alle atrocità staliniste, alla spartizione spietata e alla distruzione di interi paesi del terzo mondo? Non a caso nel romanzo di Dick si accenna alla distruzione dell’Africa da parte dei nazisti in un folle progetto di bonifica, e non si può dire che la nostra economia tardocapitalistica abbia fatto molto bene al continente nero.

    Il romanzo è forse quello più analizzato dello scrittore californiano. Si è studiato il ruolo dell’I Ching nell’opera, il cinese “Libro dei mutamenti” che viene usato da tutti i personaggi per orientarsi nelle scelte difficili che si trovano ad affrontare. Ma l’I Ching, come si scopre alla fine è stato usato da Abendsen per scrivere il suo romanzo; e come hanno accertato i biografi, venne impiegato anche da Dick stesso per strutturare la trama dell’Uomo nell’alto castello. Abendsen allora è Dick? Probabile. Resta da capire, al di là delle celebrazioni stile Soldato Ryan di Spielberg, chi o cosa abbia vinto veramente quella guerra che si comincia a dimenticare (provate a parlarne con qualche adolescente italico…), ma la cui presenza nella nostra coscienza spiega gran parte del fascino che questo romanzo ancora ha per tutti noi.

    Umberto Rossi

    Philip K. DickL’AUTORE

    Philip Kindred Dick (Chicago, 16 dicembre 1928 – Santa Ana, 2 marzo 1982) è stato uno scrittore statunitense. La fama di Dick, noto in vita esclusivamente nell’ambito della fantascienza, crebbe notevolmente nel grande pubblico e nella critica dopo la sua morte, in patria come in Europa (in Francia e in Italia negli anni ottanta divenne un vero e proprio scrittore di culto), anche in seguito al successo del film Blade Runner del 1982 liberamente ispirato a un suo romanzo. In vita pubblicò quasi solamente opere di narrativa fantascientifica – un genere all’epoca considerato “di consumo” – ed è stato successivamente rivalutato come un autore postmoderno precursore del cyberpunk e, per certi versi, antesignano dell’avantpop. Gli sono stati dedicati molteplici studi critici che lo collocano ormai tra i classici della letteratura contemporanea. Temi centrali dei suoi visionari romanzi sono la manipolazione sociale, la simulazione e dissimulazione della realtà, la comune concezione del “falso”, l’assuefazione alle sostanze stupefacenti e la ricerca del divino.

    Nato a Chicago, con la sorella gemella Jane, in una famiglia dai legami burrascosi (la madre, da lui descritta come nevrotica, divorziò dal padre pochi anni dopo la nascita dei gemelli), Philip Dick trascorse un’infanzia e un’adolescenza solitarie e tormentate: la sorellina morì a poche settimane dalla nascita (Dick le rimase sempre legato, e decise di essere seppellito accanto a lei); dopo il trasferimento in California, frequentò l’Università di Berkeley, ma non concluse gli studi a causa della sua militanza nel movimento contro la guerra di Corea e del suo pacifismo(per continuare gli studi universitari avrebbe dovuto sostenere un corso di addestramento – ROTC – come ufficiale della riserva, all’epoca obbligatorio), che lo portarono ad avere problemi col maccartismo di quegli anni. Iniziò a lavorare in un negozio di dischi dove conobbe la prima moglie, Jeanette Marlin (il matrimonio durò da maggio a novembre ’48). Le sue affermazioni secondo cui in quel periodo avrebbe lavorato in una radio locale non sono mai state provate, anche se è possibile che abbia scritto testi pubblicitari per qualche emittente di Berkeley. Sicuramente la nascita della sua conoscenza e del suo amore per la musica classica precedette gli anni in cui lavorò come commesso nel negozio di dischi.

    L’incontro con la fantascienza avvenne, forse per caso, e forse nel 1949 (ma il suo primo racconto, “Stability” Stabilità, pubblicato postumo, fu scritto nel 1947), quando invece di una rivista di divulgazione scientifica ne acquistò per sbaglio una di fantascienza (la circostanza non è certa). Esordì nel 1952 sulla rivista Planet Stories. Lasciata la prima moglie, si risposò con Kleo Apostolides (dal 14 giugno 1950 al 1959), militante comunista di origini greche. In questo periodo pubblicò i primi romanzi e una notevole quantità di racconti. Il matrimonio con Kleo andò in crisi quando Dick si trasferì nella zona rurale di Point Reyes, a nord di San Francisco, in quella Marin County che fu l’ambientazione di diverse opere (tra tutte Cronache del dopobomba). Lì conobbe Anne Williams Rubinstein, che diventò la sua terza moglie (rimasero sposati dal 1º aprile 1959 all’ottobre 1965). Era una donna colta e di forte personalità, vedova e madre di tre figlie, che gli diede una figlia: Laura Archer (25 febbraio 1960). Dick si trasferì a casa di Anne, e per mantenere la famiglia e il tenore di vita della moglie abbandonò la fantascienza, poco remunerativa e per niente prestigiosa, per tentare di occuparsi di narrativamainstream. Ma Dick visse ciò come una sconfitta, di cui considerò responsabile la moglie. Il fallimento come “nuovo” autore fu la goccia; il matrimonio andò a pezzi, Dick si convinse che la moglie avesse assassinato il precedente marito e che avrebbe fatto lo stesso con lui. Divorziarono nel 1965, e Dick si trasferì a San Francisco.

    Dick assumeva anfetamina fin dai primi anni Cinquanta, sostanza che gli era stata prescritta dallo psichiatra che gli aveva diagnosticato una lieve forma di schizofrenia; l’anfetamina era usata per combattere gli stati depressivi di cui lo scrittore soffriva occasionalmente. Man mano Dick sviluppò una vera e propria tossicodipendenza dalla sostanza, che lo agevolava nella stesura delle sue opere. L’abuso di stimolanti raggiunse livelli allarmanti durante la seconda metà degli anni Sessanta, proprio mentre l’autore scriveva due dei suoi romanzi più importanti (Il cacciatore di androidi e Ubik). La rottura con la quarta moglie, Nancy Hackett (sposata dal 6 luglio 1966 al 1972), che lo abbandonò assieme alla figlia Isolde Freya (ora Isa Dick Hackett ) (15 marzo 1967), e la morte del suo carissimo amico Jim Pike, mandarono Dick alla deriva; lo scrittore si trovò a vivere in una casa di sbandati, e la situazione arrivò al punto critico quando, in sua assenza, la sua abitazione subì un’effrazione durante la quale sconosciuti forzarono il suo schedario blindato (Dick fece innumerevoli ipotesi sulla loro identità, arrivando a sospettare che fossero agenti dell’FBI; a tutt’oggi la questione non è stata chiarita). In seguito Dick partecipò a una conferenza sulla fantascienza a Vancouver, in Canada, e decise di stabilirvisi. Anche l’esperienza canadese fu però un fallimento, dovuto al consumo eccessivo di psicofarmaci e alla mancanza di denaro. Dick si fece ricoverare in una comunità di recupero pertossicodipendenti, la X-Kalay, un’esperienza breve che però lo aiutò chiudere con le anfetamine. Molti eventi e situazioni risalenti al suo percorso esistenziale di questo periodo ebbero un ruolo importante nel suo romanzo Un oscuro scrutare. Tornato in California, Dick si stabilì alla periferia di Los Angeles e nel 1972 riprese a scrivere, anche in seguito all’incontro con Leslie (Tess) Busby (18 aprile 1973-1977), la quinta moglie, dalla quale ebbe il terzo figlio, Christopher Kenneth (25 luglio 1973). Tra il febbraio e il marzo del 1974 Dick iniziò a sentire voci e avere visioni in sogno e da sveglio. Convinto di vivere un’esperienza mistica, Dick prese a scrivere l’Esegesi, una vasta raccolta di appunti a carattere teologico-filosofico a partire dai quali scrisse la celebre Trilogia di Valis, punto d’arrivo della sua esperienza letteraria.

    Morì a Santa Ana, in California, per collasso cardiaco, nel 1982, proprio quando i diritti delle sue opere cominciavano a dargli per la prima volta una certa sicurezza economica, e mentre era in lavorazione il primo film basato su una delle sue storie: Blade Runner, di Ridley Scott, che Dick non poté vedere completato, anche se riuscì a visitarne il set. (Biografia tratta da Wikipedia)

     
     
     

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