Creato da nina.monamour il 11/06/2010
 

Il Diavolo in Corpo

Di tutto e di piu'.....

 

Messaggi di Maggio 2018

L'assenza..

Post n°8409 pubblicato il 31 Maggio 2018 da nina.monamour

 

 

Scrivere non è raccontare storie,

è il contrario del raccontare storie.

È raccontare tutto insieme.

Raccontare una storia e l'assenza

di questa storia.

 

 

Buona serata..


 
 
 

Bonjour Madame ...

Post n°8408 pubblicato il 30 Maggio 2018 da nina.monamour




Dopo il livello di acidità presente in pensieri e parole, un secondo potentissimo indicatore del tempo che passa è il saluto. Quel particolare momento in cui al lavoro o in un negozio veniamo in contatto con chi, di qualche anno più giovane, pensa di doverci trattare con la massima considerazione che la nostra età o la nostra posizione richiedono e quindi, educatamente ma tragicamente, ci saluta con il “Buongiorno”a cui aggiunge talvolta un ancor più tragico “Signora” mentre noi avevamo già amichevolmente lanciato uno squillante e soprattutto giovanilissimo “Ciao” per buttarla sulla parità.

Seguono istanti di impasse in cui la signora in questione viene percepita come segue, “una che vuole fare la giovane, ma non si è vista?” Se l’interlocutore è una donna, oppure “un’appassionata di toy boy” se si tratta di un uomo. Patetica in entrambi i casi.

La marcia indietro è spesso ancora più imbarazzante perché a questo punto la signora è costretta a ripiegare sulla formalità mentre il giovane si sente in dovere di trattare amichevolmente una che potrebbe avere (e quasi sicuramente ha) l’età di sua madre e proprio si capisce che fa una fatica bestia e gli scappa anche un po’ da ridere. Infatti si taglia corto il minuetto e prima si finisce e meglio è per tutti.

Diversamente dal livello di ph che aumenta in modo direttamente proporzionale agli anni e che può essere tenuto a bada da un minimo di autocontrollo, il “saluto sfalsato” è una evenienza assolutamente al di fuori della nostra possibilità di intervento perché è il segnale di come ci percepiscono gli altri. Il che spesso ci mette di fronte ad una tragica consapevolezza, per quanto si possa lavorare sull’aspetto, su abiti e accessori e perfino sul linguaggio, eventualmente sorbendosi dosi massicce di MTV e Amici di Maria, i veri giovani ci sgamano subito.

E’ questione di avere quella certa naturalezza, che non riusciremmo a raggiungere nemmeno se frequentassimo corsi di teatro e dizione. Perché non siamo tanto convinte nemmeno noi di preferire una confidenza un po’ finta, che fa “forever young” ma che livella e appiattisce in una uguaglianza che non sentiamo appartenerci, visto il mazzo che ci siamo fatte per arrivare fin qui, oppure il riguardo che sentiamo di meritare come doveroso omaggio all’esperienza.

A noi la scelta, Signore mie.

 


 
 
 

Anche Orazio nelle "Satire" ne parla...

Post n°8407 pubblicato il 29 Maggio 2018 da nina.monamour

 

 

Lasciate perdere Lino Banfi e le sue proverbiali "orecchiettole", perchè raccontare la Puglia, e la sua gastronomia, vuol dire infatti andare ben oltre il tormentone e il luogo comune. Per tuffarsi invece in un ventaglio di materie prime straordinarie che, da sole, valgono il viaggio tra i sapori e la gastronomia della Puglia, nonché il pasto. E per capirlo basta cedere alla tentazione del matrimonio più semplice e irresistibile, pane e olio.

In Puglia infatti, granaio generoso sin dai tempi dei Romani e dei loro litigiosi dirimpettai, nasce uno dei pani più prelibati d’Italia, il pane di Altamura (e non sarà un caso se si tratta del primo, nel gruppo dei prodotti da forno, ad avere ottenuto il marchio europeo Dop). Questa pagnotta, dote fortunata di una manciata di comuni in provincia di Bari (Altamura certo, ma anche, tra gli altri, Gravina e Minervino) ha sfamato per secoli pastori e contadini prima di guadagnarsi disciplinari e regolamenti multilingue che, di fatto, non sono altro che fotocopia di quella ricetta che ogni buon fornaio di queste terre conosce da sempre.

E se anche Orazio nelle "Satire" parla con trasporto di questo pane un motivo ci sarà.
Un motivo che sta nel sapore, reso particolare dalla scelte dei grani, ma anche nella capacità di "durare" del pane stesso, che garantiva, giorno dopo giorno, alle magre bisacce dei pastori la sicurezza di un pasto comunque sostanzioso.

L’Altamura infatti, che si abbina con piacere a ogni pietanza, con la sua mollica paglierina è in grado di reggere ben più di qualche giorno e si sublima con il companatico più antico e umile, l’olio (divino). Proprio una delle altre grandi ricchezze di questa regione che vanta cinque tipologie di oli premiati dall’Europa (su un totale di 38 oli italiani Dop. E anche l’oliva Bella di Daunia ha il suo marchio).

Da Foggia a Lecce, da Taranto a Brindisi, passando ovviamente per Bari, ogni provincia della Puglia ha il proprio olio e questa ricchezza si ritrova nei panorami e sulle tavole. Nei piatti, con una declinazione di color oro che profumano di frutta e pizzicano di piccante, e nelle campagne che grazie a quasi cinquanta milioni di alberi di ulivo si tingono di una infinita serie di sfumature dal verde al bruno. E nel contrasto con il blu del cielo e il turchese del mare si arricchisce la tavolozza che tratteggia la Puglia.
Pane e olio quindi, ma non solo, volendo, è una questione di principio, non cedere alla facile lusinga della orecchietta è doveroso infatti cercare nuovi abbinamenti per il pane e, scelta quasi obbligata, è facile farsi ammaliare dalla soppressata di Martina Franca. Che con il capocollo prodotto nella stessa zona è un po’ l’orgoglioso portabandiera della norcineria regionale.


viaggio tra i sapori e la gastronomia della Puglia

Carne magra di maiale, spalla e coscia, tagliata finemente con una piccola parte di grasso, sale pepe e vino: ecco la ricetta di questo salume che poi stagiona un paio di mesi prima di finire, a fette, sul solito pane. Vincendo, dettaglio non banale, condizioni climatiche che in teoria, non sarebbero certo quelle ideali per la carne conservata. Ecco perché, per il capocollo, è fondamentale la concia e l’affumicatura.

E il sapore intenso, arricchito di aromi, si imprime fatalmente nel ricordo di chi ha la fortuna, nel piccolo territorio di produzione che sconfina sino alla terra dei Trulli, a Locorotondo e Alberobello, di trovare una tavola amica dove sedersi a pranzare.
Un pranzo che, i pugliesi non avrebbero dubbi, non può definirsi completo senza almeno un assaggio di lampascioni.

Siamo onesti, il nome sgraziato non evoca brividi lussuriosi da gourmet e la difficoltà di preparazione sembra sconsigliarli ai non pugliesi. Ma la gente delle Murge sa bene che questo bulbo, lontano parente della cipolla, è in realtà una prelibatezza e anche il solito Apicio, l’onnisciente guru della gastronomia antica, lo cita più volte. Ecco perché vale allora la pena di provarlo senza formalizzarsi se si finisca per impiattarlo dopo averlo lessato, cotto sotto la cenere o fritto. E’ probabile che vi piacerà comunque.

Non amate il gusto amarognolo di questo bulbo? Poco male, la Puglia, regione in apparenza omogenea ma che già Federico II tripartiva nettamente, sa offrire materia anche a schifa i vegetali e si accalora per il formaggio. E, per fortuna, non si deve più sobbarcare la fatica aspra della transumanza per ottenere il piacere del canestrato pugliese.

Un formaggio di latte ovino, a pasta dura, che prende il nome dai canestri di giunco dove, la tradizione è una gran cosa, viene posto a stagionare prima di titillare il palato. Se giovane, magari abbinato a verdure crude o come merenda, se stagionato e occorrono non meno di dieci mesi, grattugiato sulla pasta. E alla fine, siamo buoni, con le orecchiette sarebbe davvero un’accoppiata vincente.

Per finire però l’ultimo accenno va ai vini, che mangiare va bene ma occorre anche sapere bere. Una necessità che in Puglia si declina con il piacere. Aleatico, Negroamaro, Primitivo, nero di Troia, l’enologia locale sa proporre dei piccoli classici che dopo decenni di «schiavitù» (i prodotti pugliesi venivano esportati per “tagli” fondamentali di blasonati vini del nord) ora hanno conquistato l’attenzione di chi sa cosa c‘è nel bicchiere.

Ed è bello scoprire che dai tempi del poeta latino Marziale poco è cambiato. Ora wine lovers e sommelier decantano la potenza ricca di frutto e i toni speziati del Primitivo o la struttura grande e complessa dei migliori Negroamaro. E fioccano bicchieri e voti da lode per bottiglie che, ancora, si possono acquistare senza accendere un mutuo. Mentre il Primitivo lotta con il mitico Zinfandel della California per stabilire quale sia l’originale e quale la copia. Ed è ovvio a questo punto che non sono “orecchiettole“.

Questo post lo dedico al mio amico Carlé

 
 
 

Cose vissute e poi perse..

Post n°8406 pubblicato il 28 Maggio 2018 da nina.monamour




Questa sensazione che ci fa dire... "vorrei che il tempo non passasse mai", "vorrei tornare indietro", "quelli sì che erano bei tempi". Questo senso di amarezza di cose vissute e poi perdute si manifesta perché quell'evento, quel momento o quella situazione sono percepiti come unici e irripetibili.

Questo, per certi versi, è assolutamente vero!

Ma è vero anche che ogni evento potrebbe essere annoverato come unico ed irripetibile, perché ciò che lo rende degno di nota è l’emozione e il vissuto emotivo che lo caratterizza.

Il tempo che passa è un tempo significativo grazie alla storia emozionale che lo accompagna. Nel bene e nel male ogni attimo che viviamo è rilevante perché gioiamo, piangiamo, abbiamo paura, ci arrabbiamo e ciò che rende il tempo così influente nelle nostre vite, non è dunque la semplice memoria degli eventi ma la qualità e il ricordo affettivo che li identifica.

Dovremmo, giorno dopo giorno, riconoscere con più attenzione ciò che stiamo provando in quel preciso momento, nel "qui ed ora" e fissare quella sensazione per rammentarla nel futuro come quella emozione legata a quell'evento, ma che rimane lì nonostante tutto e che può ripresentarsi anche legata ad altri momenti.

Il tempo non ha potere alcuno sulle farfalle nello stomaco del primo bacio o sulla gioia di un abbraccio di un figlio, queste cose sono custodite come in una fortezza nel nostro cuore e nessuno potrà mai intaccarle.

Probabilmente proveremo lo stesso un po' di malinconia quando ripenseremo a quegli istanti, ma con la consapevolezza che potrà esserci un altro evento che potrà suscitare ancora la stessa emozione o magari una ancora più forte e bella.


 
 
 

La storia di Sherry Johnson ...

Post n°8405 pubblicato il 26 Maggio 2018 da nina.monamour



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Negli Usa, dal 2000 al 2015, si sono già celebrati circa 250mila matrimoni di minori. Un fenomeno legato soprattutto alla povertà. Inoltre, in 25 Stati non sono fissati limiti d’età per le nozze.

Il blog Strisciarossa racconta la storia di Sherry Johnson, aveva solo 11 anni quando sua madre le chiese se voleva sposarsi. Questo non significa che la decisione le spettasse, il matrimonio era già deciso dagli anziani della chiesa Pentecostale che la sua famiglia frequentava.

Il suo stupratore, di nove anni più grande di lei, sarebbe diventato suo marito, così tutto sarebbe tornato a posto. Nessuno avrebbe più indagato, sua figlia, nata quando Sherry aveva appena 10 anni avrebbe avuto il nome del padre, tranne ovviamente la sua vita.

La sua storia arriva dagli Stati Uniti, e Sherry è una delle tante bambine costrette a sposarsi in tenera età. Infatti, tra il 2000 e il 2015 ci sono stati circa 250mila casi di matrimoni di minori, secondo le stime un Unchained at Last, l’organizzazione che si batte perché vengano introdotte leggi specifiche, oggi negli Usa le spose bambine sono di fatto un fenomeno legale.

In 25 Stati non sono addirittura fissati limiti d’età per le nozze. In quasi tutti gli altri è possibile a 13-14 anni e sono previste alcune condizioni, come il consenso dei genitori o in caso di gravidanza. Solo la Virginia, da un anno, ha alzato il limite a 16 e prevede il consenso del minore, verificato dal giudice. Ma ci sono ancora grandi resistenze. In New Jersey, ad esempio, è stata respinta una legge che avrebbe bandito il matrimonio di minori, sostenendo che sarebbe andato contro le consuetudini religiose.

La povertà è ciò che accomuna tutti i casi di spose bambine, che hanno una costante, la povertà, economica e culturale. Sono nella gran parte dei casi ragazzine stuprate, date in spose per evitare i rigori della legge là dove questa vieta il sesso con i minori. Le nozze sono anche un modo per mascherare la tratta delle minorenni, quando dovesse cadere sotto la lente degli investigatori.

Sherry Johnson, oggi è un’attivista che si batte per evitare ad altre quello che ha subito. Niente più scuola, niente futuro, una bimba che cresce altri bambini.

 


 

 

 
 
 

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