Creato da uomosenzaqualita il 04/11/2012

L'uomo senza qualità

Un comune caso di personalità multipla

 

Storie

Post n°49 pubblicato il 19 Gennaio 2016 da uomosenzaqualita

 

 

So che dovrei fare un guizzo,  poche decine di passi per raggiungere ciò che mi ha preceduto, per ricongiungermi a chi ha già solcato queste terre, ma ho quasi un presagio circa la mia inadeguatezza per ciò che troverò, laggiù.
Come suona vano, sprecato  l’invito  della  poca  ombra  degli alberi, le  radici  alla  terra calda  del  loro  campo  di  stoppie,  eppure  la  mia attenzione  resta altissima e trillante, frinisce come le cicale di desiderio di eternità, di voglia di sfidare il sole, se non fosse che il sole mi scioglie come le ali di Icaro.
Sono qui davanti alla storia con il mio amore impotente, con l’istinto di trapassare i secoli e di essere tutt’uno con le fatiche di tutti, nei secoli dei secoli, di essere quella sospirata cosa sola, non questo alveare che sono, mille voci ronzanti che mi frastornano, sole negli occhi,  impressione di non farcela. 
Mi piacerebbe aver e qualcuno vicino, qualcuno che se ne stesse in silenzio a fare le sue cose, con cui aver e insieme fame e sonno e voglia di tornare a casa. Sto qui da poco, in un mondo nuovo, vorrei  che  sotto  la  finestra  ci  fosse  il  mare  per  buttarmici  tutte  le volte che vado a fuoco, e incontrare il suo abbraccio fresco. Si può lavorare lavorare, ma poi basta, un po’ di orizzonte per favore.

 

 
 
 

Ricordare

Post n°48 pubblicato il 18 Gennaio 2016 da uomosenzaqualita

 

 

A volte penso sarebbe bello potersi posare da qualche parte, e  ridursi sino a diventare  una piccola cosa, sola e singola, che non prova timori, un oggetto semplice, senza rilievi, senza qualità, avere pochi giorni in mente, e non questo enorme libro così faticoso da trascinarsi dietro, ricettacolo di voci scordate, a cui ogni tanto un’altra si aggiunge, con la sua ellittica di nostalgia, che ti fa vergognare dell’oblìo in cui l’hai abbandonata,  eppure  era  bella,  era  stato  bello  viverla,  ma  ormai  sei troppi  ricordi,  sei  troppi  giorni  memorabili,  e  anche  quelli  che memorabili non sembravano lo sono adesso per il fatto di essere persi per sempre, hanno luci vivide, colori caldi, atmosfere perfette che nella realtà non sono neppure  esistite, chissà da dove ci arriva questa facoltà di aggiustare i ricordi?
Il cuore fibrilla per paure di chissà quali tempi, e il respiro si spegne a che una calma si formi.
Le vite vissute si mescolano con quelle lette, le fatiche dell’estate con la sua luce e la sua aria, ecco che mi ritrovo con le mani sotto l’acqua di una fonte sulla strada, a mezzogiorno di un abbacinante giorno di agosto, davanti all’indicazione di un sito archeologico, la storia mi ferma a questo bivio con la sua tremenda forza di attrazione, quella sensazione di familiarità col passato, di essere già stata qui mille e mille anni fa, di essere parente degli uomini che ci abitarono, di avere ritrovato un tratto del tempo di cui faccio parte, quella retta di senso che parte da lontanissimo e che porta fino a qui e adesso, della cui esistenza mi ricordo solo quando incrocio punti che riaffiorano, come  questo ...

 
 
 

Confesso che ho vissuto - I

Post n°47 pubblicato il 07 Novembre 2015 da uomosenzaqualita

 

 

Mi sono sforzato, in questi mesi, di restare totalmente immobile. Speravo sarebbero fluite le cose attorno a me, con la stessa considerazione che ha l'acqua di un fiume per un sasso posato sul fondo.

Mi è stato spiegato invece che ci vuole molto tempo per annientare l’amore di un individuo, e che nessuna vita è lunga a sufficienza, ed alcuna rinuncia abbastanza profonda per rammaricarsi di questo delitto, che è più di un assassinio.

Devo scrivere di nuovo, quindi. Perchè pare anche che la scrittura non può avere alcuna fretta, e questo sì l'ho capito da tempo. Forse in passato anche la fretta poteva far parte dello scrivere. Ma in questi tempi l'urgenza è passata al cinema; confrontato ad esso, il racconto, per quanto tempestivo, è destinato a restare sempre inadeguato.

Ma io non sono un divo del cinema. Non sono nemmeno un attore di terza categoria, a dirla tutta.

Io scrivo romanzi. Scrivevo. Scriverò? Ma i miei romanzi , per fare un esempio, sono figli di tempi più lenti, e quando sono in grazia riesco a farli  portatori, nella nostra contemporanea precipitazione, di un vago eco dell’antica calma .

Per me, ma solo in questi ultimi anni della mia vita, la scrittura è stata come un rallentatore; mi ha incitato ed aiutato a perseverare, e ha rimpiazzato le vuote meditazioni dei mie culti, prima fra tutti la seduzione.

Forse è stata la consapevolezza che la "storia" trattiene comunque qualcosa di noi, fossero solo briciole, granelli che per quanto confusi e quasi invisibili nella polvere dei tempi, pure ne sono la sua consistenza. 

Ed è la scrittura che ci incatena ad essa, che offre ai secoli futuri i documenti della macchia umana, l'impronta, la scia che ciascuno inevitabilmente lascia al suo passaggio nella vita.

Oggi non si può stipulare un contratto, senza che fra mille anni lo si possa sapere ancora. Né si può passare inosservati per il mondo; quanto meno si sarà inclusi in una statistica.

Nessuno può pensare, nessuno può respirare, senza che la storia gli impesti l’alito e gli rigiri le parole nel cervello.

Quanto dovrebbe essere forte l’Eracle capace di strangolarla! Sarà più facile perfino vincere la morte che la storia, e unica beneficiaria di quella vittoria sarà ancora una volta la storia stessa.

Dunque mi rassegno, e riprendo a parlare da solo, scrivendo cose che nessuno leggerà, non ora né mai. Ma la macchia umana è anche la mia, e per salvarmi non posso ignorarla.

Resto un sasso sul fondo delle acque, ma sporgendomi solo in superficie intravedo le sponde  e, di tanto in tanto,  persino qualcuno seduto che guarda verso di me.

P.

 

Novembre 2015

 
 
 

Stop

Post n°46 pubblicato il 12 Gennaio 2015 da uomosenzaqualita

La sola cosa che ci può salvare dalla paura della morte è la curiosità.

 

 
 
 

Fratello

Post n°44 pubblicato il 04 Gennaio 2014 da uomosenzaqualita

Non avevamo quasi nulla in comune. Anzi, con una qualche certezza direi che ciò che davvero condividevamo erano solo un padre e una madre.

Per il resto tutto, e prima di tutto le sue scelte di vita, ha fatto sì che non sembrassimo per nulla fratelli. O al contrario, forse proprio perché così opposti, tutto rendeva assolutamente evidente che lo eravamo.

O ancora, ed è un altro dei mille forse che inquieteranno il mio futuro, è che sapevamo così poco uno dell'altro che ci siamo convinti di non conoscerci per niente, quando in realtà si era trasparenti uno per l'altro.

Non lo so, davvero non saprei che dire. Era così eccessivo in tutto che riusciva ad allontanare da sé tutte le moltissime persone, io compreso, che pure all’inizio s’innamoravano di lui in modo travolgente, e che continuavano ad amarlo fino a quando il suo infinito egoismo non lo rivelava per ciò che veramente era.

E così non mi sono stupito di vedere, al suo funerale, alcune persone che piangevano e altre, più numerose, chiuse in un evidente atteggiamento di circostanza. Di sicuro le prime, erano le sue conoscenze più recenti, quelle che ancora non avevano avuto modo di provare i suoi scatti d’ira, le prepotenze, di scoprire le sue bugie, di sperimentarne gli inganni e tradimenti.

Erano tutti quelli che ne avevano conosciuto solo il suo fascino potente, che non sono mai riuscito a capire da dove gli venisse. Forse la sregolatezza nel modo in cui viveva, la musica, chissà che altro.

Tra quelli che non piangevano c’erano i suoi cinque figli, e le loro quattro madri. L’ultimo, più giovane del primo nipote, figlio del figlio più grande, non piangeva solo perché così piccolo da non poter capire la situazione.

Figlio di cui io del resto avevo solo avuto notizia, e che non ho mai incontrato. Non che per le due ragazze, quasi coetanee di mia figlia, abbia avuto modo di vederle più di un paio di volte. Ma almeno ero stato loro “presentato”.

Io sono stato uno di quelli che non ha pianto. Ho solo provato quella sensazione d’angoscia che la morte di persone conosciute in vita mi procura invariabilmente. E’ l’irreparabilità della morte, e la condizione d’impotenza che l’accompagna, a spazzare via ogni volta, la mia illusione di poter trovare comunque una soluzione, di poter programmare, e proteggere la vita di chi mi è caro, di aver sempre tutto sotto controllo.

La stessa sensazione che ho provato, poco mesi addietro, al funerale di mio padre, con il quale condividevo la stessa estraneità di mio fratello, e che peraltro non partecipò alla cerimonia.

Da quando se ne andò di casa, ai miei quattordici anni, ho avuto modo di incontrare nuovamente mio padre non più di una dozzina di volte. E a dire il vero non ricordo che fosse particolarmente presente quando era in casa. Come forse era inevitabile, mi sono invece molto più legata con la sorella che mio padre ha avuto con la sua seconda moglie.

Si dice che si muore come si è vissuti. Penso sia un modo di dire senza senso, un irritante luogo comune. Credo invece così ovvio da essere banale che solo ai vivi importi come le persone muoiano. Non sono mai stato illuminato da una fede qualsiasi, e in queste occasioni devo confessare che la cosa mi dispiace un poco.

Ed è per questo che, pur sapendo quanto lui avrebbe detestato, ho fatto come mia madre mi ha chiesto di fare: i fiori, la cerimonia in chiesa, e tutto il resto. Spero questo abbia in qualche modo lenito il suo dolore infinito, l’ennesima delusione del figlio prediletto.

Perché infine racconto qui tutto questo? Non lo so. Forse perché spero mi faccia bene, e perché per un mal interpretato senso della “virilità”, non ho altre situazioni in cui poterlo fare senza suscitare preoccupazione, e apprensione in chi mi sta vicino.

L’ho scritto qualche riga sopra: i casi della vita mi hanno messo in una posizione nella quale, anche se so di non esserne assolutamente in grado, devo mostrarmi totalmente in controllo di tutto quanto. E, come immagino tutti hanno comunque avuto modo di sperimentare, per un motivo o l’altro, quanto tutto ciò sia incredibilmente faticoso.

Mi scuso della mestizia di questo post con chi sia riuscito ad arrivare sin qui, e spero per tutti un nuovo anno meraviglioso.

 

P.

 
 
 

Obrigado

Post n°42 pubblicato il 07 Dicembre 2013 da uomosenzaqualita

 

 

 

 

A volte una sola immagine incide i solchi del ricordo. E stando in luoghi simili si vede passare la medesima figura, illudendosi che prima o poi essa diventerà reale.

Ma nel presente è altrove. Nel quadro immenso di un nevoso pomeriggio, che vive oltre le finestre, sotto i cieli di tutte le stagioni. In fondo non resta che questa capacità radioattiva di seguire vecchi percorsi, quelli logorati dai troppi ritorni.

Certi giorni l’aspettavo alla stazione di Alcantara-Mar. Mi faceva stare seduto su una panchina a guardare la gente che saliva e scendeva dai treni grigi. E' così che ho imparato ad amarli, e a credere di aver appuntamento con loro, con quell'odore di catrame che sprigionavano a ogni fermata.

Lei all'ora stabilita non c'era mai. L'aspettavo paziente, guardando passare i grandi treni, cercando di indovinare i volti dei passeggeri . Avevo imparato a memoria i nomi di tutte le stazioni dal Cais do Sodre a Cascais, e sì che lei saliva a Oeiras e io potevo benissimo fare a meno di almeno metà di quelle parole. Facevo sempre più del necessario, per lei.

Le sillabe di certi luoghi andavo ripetendomele in testa come se fossero versi di una poesia. Evocavano una tristezza esasperante. Io sentivo un rapido salto del respiro: l'avvio della malinconia, il senso di quei brevi binari.

Cercavo di spiegarle il mio amore per le parole, ci ho provato tante volte, ma lei pareva più divertita che toccata. Inventavo per lei i paragoni più incredibili, li andavo scovando in preda a un disperato desiderio di raggiungerla e di condurla sino a me. Non ce la facevo mai.

In quei momenti avrei voluto essere ad Alcantara-Mar, dove prima o poi lei arrivava sempre. E scendeva lì per me.

Ricordo un giorno in cui pioveva e l'attesa si faceva lunga, scandita dal suono della pioggia che cadeva precisa sulla pensilina. Sentivo l'inquietudine che accompagna sempre i cieli grigi: temevo non arrivasse mai.

Invece era su un treno della tarda sera, bussò contro il vetro per attirare la mia attenzione, mi fece segno di salire. Quando entrai nel vagone mi resi conto di non avere il biglietto. La guardai, e lei ne estrasse due dalla borsetta. Chissà perché non so dare voce a quell'istante.

Sento soltanto la pioggia e rivedo la sua mano che mi mostra due biglietti. Credo di averla baciata, quella mano.

Con un rumore d'acqua la portai sino alle mie labbra, l'accostai piano e la solcai lentamente. Sapevo che lo avrebbe definito un gesto sconsideratamente drammatico.

Ma io lo feci perché lei in quel momento non era null'altro, per me.

Non aveva più occhi, né sorriso, né vestiti da indossare. Non era che quella mano, e il nome che io stavo per darle.

 

 

Lisbona, 1998

 

 

II ... ristampa

 
 
 

Del perché e del no

Post n°41 pubblicato il 06 Dicembre 2013 da uomosenzaqualita

 

 

 

 

La domanda è diretta e inequivocabile: " perché moltissimi uomini che circolano qui chiedono incontri reali a perfette sconosciute? E’ la ricerca di quelle emozioni che vorresti tu? Ma, se un emozione non si basa sui cinque sensi (come dici tu)perché strettamente mentale, quale altro luogo può essere così perfetto come questo? non vedi, non senti, non tocchi, non gusti, non annusi. Immagini mentalmente e ti emozioni.”

La mia risposta è stata fiacca, quasi pretestuosa. E mi è venuto in mente un incomprensibile accostamento del perché io scrivo e del perché dovrei smettere di farlo, al perché insistere nel considerare blog, chat e quant’altro delle finte relazioni.

Probabilmente Invecchiare è davvero un ottimo motivo per smettere di scrivere. E io, forse non anagraficamente ma letterariamente parlando, sono già vecchio. Ce se ne accorge quando fare le cose dello scrivere richiede sempre più tempo e concentrazione, più di quello che riesci ad avere.

E poi diventa sempre più impellente mantenere l’ordine della tua vita. La sregolatezza è molto più minacciosa, e faticosa, di una volta – non è più giustificata né giustificabile e disarmante, né un segno distintivo di creatività, ma solo il presagio della demenza senile, decisamente poco affascinante.

E anche il fisico non reagisce più come hai sempre avvertito. Prima, nelle mattine successive a notti agitate, la pesantezza di testa da eccessi passava con un sorso d’acqua gelata.

Ora non puoi più permetterti di martellare sui tasti, rapito alle tre di notte dal finale di una storia. Non puoi più sognare di essere il grande scrittore, quello con il brutto carattere e le cattive abitudini e la genialità graffiante dei vecchi film. Non che io ne abbia mai avuto la presunzione di poterlo essere, ma l’idea è sempre sopravvissuta da qualche parte nella mia testa, come un sogno nel quale un giorno avrei potuto provare ad esserlo.

Insomma: smetterei di scrivere per avere una vita più gestibile. E poi so, quand’anche ne avessi avuto il talento, che è molto raro produrre un capolavoro in età “matura”.

E uno o due libri in meno non sarebbero una gran perdita per nessuno. Di sicuro non mi mancherà quel tormento – i tentativi a vuoto necessari perché una storia sia buona – o il vero e proprio orrore che provo nell’attesa che il libro venga pubblicato, per poi dar fondo al mio coraggio e uscire di casa ed esserne responsabile nel vasto mondo (in realtà sembra che sia vasto, ma il mondo dell’editoria, della critica letteraria, del pubblico dei lettori, è così piccolo che la maggior parte della gente che vive nel tuo quartiere, perfino nel tuo condominio, in realtà non saprà mai il tuo nome).

Non una grande perdita dunque, non per me e certamente non per la letteratura. Anzi questa ne trarrà un innegabile giovamento.

Però … c’è qualcosa di meraviglioso nella scrittura. Cosa la fa sembrare irresistibile? Cosa rende trascurabile tutto ciò che non è direttamente funzionale allo scrivere, e ti rende odioso a causa di lunghe assenze dagli affetti, mancati appuntamenti, impegni di lavoro disattesi, sgarbi agli amici?

Se non è quando stai dando forma allo scritto, non quando lo consegni all’editore, non quando lo puoi toccare appena uscito dalle stampe, né quando ne leggi le critica favorevoli, o vedi che è ha successo di pubblico, o addirittura entrare in classifica (per quanto nelle basse posizione cominci subito a preoccuparti di quando ne uscirà), e nemmeno quando vince un premio, anche se l’insopprimibile tua indole narcisa ti costringe ad ammettere che vincere ad un concorso letterario è un orgasmo egotico, allora quando è?

Non sarà forse proprio l’attimo quando l’idea ti fulmina, o meglio quando ci inciampi in quell’idea, ci sbatti contro, come se da sempre stesse agitandosi nella tua mente?

In un istante lei è già viva fra le tue dita, ancora senza lineamenti precisi, ma armoniosa e brillante. Non è la storia. È lo spirito, il centro della storia, qualcosa che non è fatto di parole, ma che può sorgere alla vita, almeno a una vita pubblica, soltanto quando le parole lo avvolgeranno.

Un oggetto ancora non guastato, ancora protetto dalle interferenze. In una forma più bella di quella che avrà mai, dopo essere stato stirato e schiacciato dentro le tue frasi. Una promesso, un tesoro marino sommerso che ancora non sai se ti farà ricco, o appena emerso aprirà enormi fauci e ti divorerà.

Si potrebbe vivere solo di questo? Poter essere soddisfatti da questo incontro soltanto, dal riconoscerlo e poi lasciarlo solo, abbandonarlo al suo destino imprevedibile. Come sarebbe?

Ha quindi ragione chi ma ha posto la domanda iniziale? Ma se così è, cosa distingue tutto questo dalla rassegnazione?

 

Un uomo senza qualità

 
 
 

Etilica

Post n°40 pubblicato il 04 Dicembre 2013 da uomosenzaqualita

 

 

 

Immagino ci siano dentro di me tante cose da scrivere. Perché no? Cosa me lo impedisce? L'esiguità del tema, forse, può consumarsi in una sola riga, una sola parola addirittura. Certe volte ho l'orrore di toccare una sola parola e che da essa se ne scatenino migliaia di altre, queste non desiderate. Comunque, l'impulso di scrivere, l'impulso puro-così, anche senza tema, senza grammatica né sintassi. Come se io avessi la tela, i pennelli, i colori e mi mancasse il grido di liberazione oppure la mutezza essenziale che è necessaria per poter dire certe cose. Delle volte, la mia mutezza fa in modo che io cerchi persone e che loro, senza saperlo, mi diano la parola chiave. Però chi? Chi mi obbliga a scrivere? Il mistero è proprio questo: nessuno, nonostante la forza che mi spinge.

Ho già voluto scrivere su ciò che si sarebbe esaurito in una riga. Per esempio: sull'esperienza di essere disorganizzati e subito avere la febbre dell'organizzazione che mi prende come quella di un'antica formica. Come se il mio inconscio collettivo fosse quello di una formica.

Ho voluto anche scrivere — sarebbero state due o tre righe — su quando un dolore fisico se ne va. Di come, con il corpo ringraziato, ancora oscillante, vedi fino a che punto l'anima sia anche corpo. E' come se io scrivessi un libro sulla sensazione che ho avuto una volta, quando per un’influenza sono dovuto restare a casa parecchi giorni e quando sono uscito, ancora debole, per la prima volta in strada, c'era il sole caldo, gente in giro. E mi è arrivata un'esclamazione fra l'infantile e l'adulto: ah! come sono belli gli altri! E' che io venivo dal mio buio verso il chiaro che avevo scoperto anche mio, è che io venivo da una solitudine di persone verso l'essere umano che muoveva le gambe e le braccia e aveva espressioni nel viso.

Poi sarebbe inesauribile scrivere sul non saper bere. Bevo troppo e troppo alla svelta io, e non ci sono alternative: o, praticamente, mi addormento dentro di me e sto li apatico, a pensare le mie cose, senza però che il pensiero si chiarisca e faccia scoperte, oppure divento eccitato a raccontare sciocchezze di un brillio momentaneo. Però c'è un istante minimo di questa situazione nel quale semplicemente so come è la vita, come sono io, come sono gli altri, e come dovrebbe essere l'arte, come l'astrattismo che per quanto sia astratto non è mai astratto. Solo che istanti come questi non valgono la pena, perché mi dimentico di tutto quasi subito, E' come se il patto con Dio fosse questo: vedere e dimenticare, per non essere fulminato dalla conoscenza.

Altre volte, per assurdo che sia, trovo lecito scrivere così: non si è mai inventato niente di là dal morire. Aggiungo, ancora, che dev'essere un godimento naturale il morire, perché è parte essenziale della natura umana animale vegetale, e anche le cose muoiono. E' come se avessi un legame con questa scoperta, e arriva l'altra, ovvia, spaventosa: non si è mai inventato un modo diverso di amore fisico che non sia estraneo e cieco. Ognuno va secondo natura verso la reinvenzione della coppia che è assolutamente originale quando si ama. E un'altra volta il discorso è morire. Viene l'idea che dopo la morte non si va in nessun paradiso, il paradiso è morire.

La verità è che mi è semplicemente mancato il dono per la mia vera vocazione: disegnare. Ho sublimato con la fotografia, e il risultato è un surrogato. Perché io potrei, senza nessuno scopo, disegnare e dipingere un insieme di formiche, che si muovono o che stanno ferme — e sentirmi completamente realizzato in questo lavoro. Oppure disegnerei tante di quelle righe che s'incrociano le une con le altre e mi sentirei tutto concreto in queste righe che gli altri chiamerebbero astratte. lo potrei anche scrivere un vero trattato sul mangiare, perché a me piace mangiare, e si vede. Sono un pingue eterno aspirane artista. Terminerebbe come un trattato sulla sensualità, non proprio quella del sesso, però la sensualità dell’entrare in contatto intimo con ciò che esiste, perché mangiare è uno dei mezzi possibili — ed è il mezzo che impegna in qualche modo tutto l'essere.

Scriverei anche di quando rido sull'assurdo della mia condizione. Far vedere nel medesimo tempo come è degna (usare la parola degna mi fa ridere di nuovo).

Parlerei dei fiori e dei frutti. Però come se le fotografassi con le parole. Scrivere, anzi, non è quasi sempre fotografare con le parole?

Ah! Cazzo!, sono pieno di temi che non affronterò mai. Intanto, vivo e sopravvivo di loro. Quando lei mi risponderà, beh vedremo.

 

Casa, una lunga telefonata, tra il quinto e sesto Calvadòs.

 
 
 

Photos

Post n°39 pubblicato il 21 Novembre 2013 da uomosenzaqualita

 

 

 

Si resta fissi, talvolta, a scrutare la fotografia di qualcuno a noi vicino che, allontanatosi o già morto, potrebbe scomparire del tutto dalla nostra mente, se la sua immagine non fosse stata fissata sulla carta fotografica. Allora è tutto un osservare increduli, doloroso, un percorrere con le dita la superficie della stampa, e oltre essa, oltre la vicenda, la nostra storia, viso contro viso, fruscio con fruscio nei segni della mancanza, che ora ricompare oltre il disorientamento di quando accadde, nella fotografia che ripropone quella fissità, “fermata" per la scaltrezza dell'otturatore.

Forse quel viso l'avevamo già descritto in lunghe pagine nel tentativo di conservarlo con le parole, noi "malati" di descrizioni, noi timorosi dell’immagine che arriva incontrollabile dritto al centro delle emozioni.

Ma la fotografia ha il sopravvento, qui la sua possibilità è tentacolare per compiutezza di descrizione, provocatoria, appunto per la sua immediatezza nel suscitare l'emozione.

In questo la fotografia ha la meglio sulla scrittura, poiché l’interpretazione della fotografia, di ciò che rappresenta, il suo posto nel nostro mondo interiore, avverrà a posteriori, mentre nella scrittura tutto questo avviene prima della scrittura.

Si potrebbe dire che la fotografia qui batta sul tempo la scrittura se non fossimo preda poi dell'incertezza della buona riuscita, data la velocità con cui abbiamo dovuto decidere contemporaneamente l’attimo, il soggetto, l'inquadratura.

Sui fogli bruciamo tempo a pensare, a decidere, a limare, mentre con l'apparecchio fotografico siamo in lotta con il tempo, lo vorremmo precedere, giungere ancor prima del gesto, dell'avvenimento, tale è l'insicurezza del risultato.

E' quindi quasi senza pensare che si manifesta lo scatto, frutto però di un pensiero precedente, distillato spesso inconsapevole di comportamenti, convinzioni, etiche, preferenze, inclinazioni.

Se nella scrittura noi non ci scordiamo (pur volendolo, e anzi nel mio caso agognandolo) di noi stessi, in fotografia scompariamo per lasciar posto ad altro, agli altri. Ci annulliamo. Di noi parlerà in un secondo tempo l'immagine divenuta, rivelata nella sua veste di testimone, e quindi anche nostra testimonianza.

Come il linguaggio scritto è elaborato, spesso spogliato della sua spontaneità (come per le cose che sto scrivendo ora) dall'esercizio e dalla recitazione, così la fotografia, fuori dalle viscosità dell'indecisione, libera tutto ciò che sa di vita al centesimo di secondo, è autentica, inappellabile e, pur riproducendo il "reale", essa, insieme a quel "reale", non ci appartiene più.

L'amplesso è breve, e sapremo poi, in retrospettiva, se esaltante o di maniera.

Nella scrittura, tra le pagine di un libro torna evocativamente, pagina dopo pagina, il percorso emotivo che ha deciso l'opera, mentre nella fotografia esso è invisibile, introvabile.

L'emozione che il contenuto dell'immagine potrà suscitare sarà fulminea, a volte soffocante, separandosi così di netto dalla parola scritta che, invece, propone un'emozione "ragionata", progressiva, scandita dal tempo per raggiungere ogni singola parola, associarla alle precedenti, ipotizzare le successive e confermare il senso a frase compiuta.

Al contrario, nella fotografia, nulla ci farà conoscere il "cammino", quasi sempre ignoto anche al fotografo stesso, che ha portato ad una data immagine (lasciando libera la sola immaginazione).

A volte disorientati davanti ad un'immagine fotografica, cerchiamo certezze, anche se la certezza che propone l'immagine sarà tutta nell'immagine stessa, e nemmeno sarà nel momento in cui osserveremo tale immagine, poiché questa sarà già vecchia (anche se di un solo minuto, ma già vecchia).

Essa avrà rimediato a questa sua rapida decrepitezza (ci avrà risarcito) con la possibilità di farci vedere e rivedere qualcosa, avrà appagato la nostra esigenza di vedere ed esserci, in qualche modo, questo sì, saziando il bisogno dei nostri occhi, il bisogno di testimonianza e di testimoniare.

Il contenuto della fotografia, dunque: congelato nell'immagine di se stesso, a volte bellissimo e inespugnabile, resistente persino alle moderne tecnologie di post-produzione, ad ogni adulterazione che queste rendono possibili.

Tutto è fermo al momento dello scatto. Il tempo ha fermato l'evento nel momento del suo inizio e della sua fine, e con esso la vita.

Così mi sembra la fotografia che pubblico con questo post, che è indubitabilmente mia, essendo un fotogramma di una pellicola del mio archivio, ma che produce in me una vertigine di straniamento, come se mi sdoppiassi e osservassi me stesso nell’atto di osservarla.

Perché tutto ciò che ho fissato su emulsioni di sali d’argento ieri, e su aree di materiale magnetizzabile oggi, rappresenta la realizzazione di una realtà non più realizzabile, qualcosa di astratto, di concettuale.

Dunque, riproduzione fuori dal tempo già nel tempo dello scatto e, ogni volta che guardo una mia fotografia, nei miei occhi c’è la riproduzione della riproduzione.

E presuntuosamente m’illudo che anche gli altri, che l’Altro da me, osservandola a sua volta, approdare sì ad un risultato statico, ma perso continuamente nel tempo, fosse anche lucidato solo dalla fascinazione indescrivibile che permane in quell'immagine, evocatrice di se stessa ma anche di molto altro.

E così, nel disincanto, nello "stato di grazia" di una perduta realtà, dove la realtà già morta della fotografia muore di nuovo ogni volta ai nostri occhi, nasce il bisogno di una non-realtà, di una netta esclusione nostra dalla realtà.

Di un abbandono dunque, o nel mio caso più probabilmente di una fuga.

E infatti, sempre più spesso forse a causa dell’età, senza spazio e senza tempo nel presente, mi lascio fluttuare nell'indeterminatezza, nel virtuale, per usare termini più attuali ma forse anche più abusati.

Ciò che riesce a lenire il mio senso di costrizione insomma, null’altro è se non una copia di una realtà fortunatamente, per me e per chi mi ama, intoccabile.

Forse è per questo che devo ammettere, peccando di poca umiltà, che fotografare mi riesce discretamente.

A volte credo davvero di poter vedere quell'aura che intreccia spazio e tempo, che mi allontana dal reale e nello stesso tempo permette il continuo cambiare della mia fotografia, dal colore al bianco e nero, dai paesaggi ai ritratti, dal glamour alla vita di strada, dal nudo all’architettura, dalle istantanee alle foto di posa.

Come mi piacerebbe, come sanno fare i grandi veri fotografi, riuscire anch’io a leggere ogni fotografia al di là del solo reale, al di là del filtro, dell'azzardo fotografico, nel silenzio chiuso-di un ritratto, o di piano all’infinito.

 

 

 

P., novembre 2013

 
 
 

Senso di colpa.

Post n°38 pubblicato il 17 Novembre 2013 da uomosenzaqualita

Eccolo, è già qui. Non certo inatteso.

Ogni volta è sempre più tagliente, più soffocante.

Non si può dire che non lo conosca, né che non sia attrezzato per affrontarlo. Ho una cospicua dote di autoassoluzioni e una coscienza nuova di zecca, pronta per il cambio. 

Ho sempre recitato bene la mia parte. Ho un'indole simulatrice.

Ma quasta volta potrei cedere. E confessare. Ciò che mi trattiene è il terrore delle conseguenze.

E non ditemi che la via d'uscita è la rinuncia. Non posso, semplicemente. La mia è una dipendenza. Sono intossicato di emozioni. L'astinenza mi è insopportabile. Potrei morirne.

Forse l'immobilità, la totale inerzia, potrebbe salvarmi. 

Forse è già tempo di andare via. Sperando di poter tornare presto.

Ma non voglio.

In ogni caso, abbiate cura di voi stessi.

Grazie a tutti e a ciascuno.

 

 

 

 
 
 

Le parole sono suoni

Post n°37 pubblicato il 15 Novembre 2013 da uomosenzaqualita

 

 

 

C'era un cortile sotto, e loro parlavano portoghese, un suono triste, nel cortile c'erano vecchie scatole, sacchi di sabbia, il selciato a mattoni grigi e non bene accostati fra loro. La cosa più importante era che parlavano portoghese. Strano, che esista gente capace di parlarlo. Le parole sono suoni, e non hanno nemmeno il valore dei colori dipinti sui muri. Le parole provano a stamparsi sui muri, ma non sono capaci. Rimangono come polvere sottile nell'aria, frizzante, luccicante. Poi, siccome è notte, scorrendo mano a mano sui muri, si perdono.

L'inverno che s'infilava sotto la finestra, un poco di nebbia impastata di sporco e sapori di fritto, le foglie dei viali, la notte opaca che neppure rifletteva le luci della città, e tutto finiva lì, un palmo sopra i tetti, c'erano alla finestra panni stesi che non si sarebbero mai asciugati, e piante ancora verdi. La gente stampata sul muro arancione parlava, ogni tanto s'interrompevano e si formava il silenzio, consistente e sferico, di passaggio; calor fumo, se ne andava rapidamente, loro ridevano e c'era uno che suonava. Si chiamavano con diminutivi e la luce non era forte, ma il muro arancione la rifletteva come una palla, ogni volta la palla lo colpiva, si dissolveva, un breve fuoco d'artificio, luce.

 

Dedicato, 15 novembre 2013

 

 
 
 

Sulla strada, ancora

Post n°36 pubblicato il 04 Novembre 2013 da uomosenzaqualita

 

Accade inevitabilmente un momento di pausa, desiderata, cercata, attesa. Altre volte non vorresti mai fermarti, vorresti proseguire, avanti, come se nulla fosse e ancora, ancora, ancora...

Cosa stai cercando davvero? Che cosa attraversi? Va tutto troppo veloce perché tu riesca a capire. Sei in grado di viaggiare e non vuoi fermarti, vuoi solamente scoprire cosa si cela dietro la prossima curva. Non esiste null’altro se non una forma, quasi insana, di curiosità fine a se stessa.

Sei consapevole che non fermandoti non ti godrai ciò che il posto ha da offrirti. Ma attendi la nuova meraviglia e, come un bambino, non senti ragioni. Vorresti avere mille ragioni e altrettante esistenze. Ma te ne è concessa solo una e già non ti basta. Ciò che sconcerta è la mancanza di un motivo di fondo.

Quel viaggiare, quel viver vagando, è forse privo di senso definito o solo per il tuo proprio e personale divertimento. Poi arriva o arriverà quel momento in cui una sosta si farà necessaria. Cercherai forse di non farla durare tanto per non perdere il ritmo proprio ora. Ma se durasse più a lungo non cambierebbe nulla. Eppure hai una smania, uno spiritello irrequieto che ti punzecchia nel profondo.

Forse è la ricerca del limite. O magari il puro gusto di violare ogni regola di buon senso. Il semplice disfarsi di quella pacatezza che accompagna il gesto, in favore di uno nuovo e scriteriato che si autoalimenta e non sa neppur e cosa vuole di preciso: la strada e un nuovo amore.

 

 

Milano, novembre 2013

 
 
 

La forra

Post n°35 pubblicato il 01 Novembre 2013 da uomosenzaqualita

 

 

Perché sono entrato qui? Cosa ci faccio? Ho chiuso la porta? Odore di salmastro. E’ chiusa la porta?? Cosa batte, cigola e martella di là?

Cardini arrugginiti e questo sordo martellìo. Questo gemito. Dove sono andati gli altri? Nessun posto a sedere. Avessi un posto in cui sedermi. Il pavimento. Qui nell'angolo. Il pavimento.

Una rimessa per le barche, dico, niente di fatiscente. Avrei dovuto appendere qualcosa tra le fessure? Una tendina. Non ho imparato a proteggermi? Un ornamento. Così non sembrerebbe tutto così nudo. Giornali. Nessuno qui è nudo. Riviste illustrate.

Sei nuda? Sei uscita dalla tua pelle? Fessure. Avrebbero dovuto essere coperte. Notizie. Che non sembri tutto così nudo. Non sopporto che qualcosa sembri nudo e in realtà non lo sia. Notizie. Io perlomeno no. Non riesco a sopportarlo. In nessun caso nudo. Giornali. E tu? Sei nuda?

Cotone. Le fessure avrebbero dovuto essere coperte. Se non altro riempite. Qualcosa con cui riempire questi buchi. Cotone. Queste fessure. Pennacchio. Batuffoli in cielo e batuffoli in palude. Nelle orecchie. Alla porta. Neve. Batuffoli di neve, batuffoli di cotone, cuscini. Fiocchi grandi, bianchi. Tavoloni.

Fare il bagno? La spiaggia è distante; nessuno con cui poter fare il bagno. Grandi scogli, alghe fitte. L'acqua era poi sempre fresca, a volte fredda, anche nelle calde giornate estive, è il mare come è il mare qui, mi dicesti una volta.

Largo. Piano. Fuori nel mare di qui. Nel bassofondo le tue scarpe. Le tue scarpe di gomma. Stivali di gomma.

Questi gemiti. Diaframma, aperture del golfo, lingue di terra. Le braccia del golfo spingono verso terra. Scavano nei massicci rocciosi. Producono aperture.

Avessi qualcuno di cui fidarmi. Non fossi così solo. Non dovessi essere così dannatamente solo. La porta. I cardini. Saranno arrugginiti. Cigolano quando si apre la porta.

Viene qualcuno? Sapore di salmastro dopo l'amore. Nella fossetta del collo, del ginocchio, della caviglia. La caviglia diventa salata durante l'amore? Sì. Se temo che sia l'ultima volta.

L'ultima volta è peggio della prima. E può essere sempre. Può essere sempre l'ultima volta. Lo era. Lo sapevo. Era l'ultima volta. La porta. I cardini.

Sottovento a nord-ovest, grecale quasi tramontana, freddo vento da nord, vento sferzante. Qui sono al sicuro dai freddi morsi del vento catabatico. La sua furia mi risparmia.

Qui le rondini hanno i loro nidi. Possono volare. Fuori e dentro. Attraverso le fessure. Dove finisce la terra e comincia l'orizzonte. Maledizione, essere solo. Solo con te in me. Qui c'è stato qualcuno? Silenzio intorno a un grido di gabbiano.

Se nessuno canta allora c'è silenzio, dice Fassbinder. Ti porto qui dentro. Come l'immagine di un talismano. Una mosca nell'ambra. Le rondini. Fuori e dentro, da e verso i loro nidi. Attraverso le fessure.

Maledizione, essere solo. Solo con te in me. Sapore di salmastro. Brividi di paura.

Mi volto verso sud, poi verso ovest, dall'altra parte, dove tramonta il sole. La mia nuca è rossa. Il tuo viso è nero. Se aspetto abbastanza, il sole sorgerà dall'altra parte. Ti devi voltare. Se aspetto abbastanza mi vedrai.

Sottovento è stata piantata una cintura intorno al monte. Ai piedi del massiccio. Il Monte buio. Frassini, sorbi, sorbi degli uccellatori, betulle. Rovi. La montagna è alta e tocca il buio a ovest. Si erge sul mare.

Il più alto massiccio roccioso dietro il Monte buio. Nella fessura della lingua di neve. Ampia vista, vista dall'alto, terreno pietroso. Salivamo in direzione della cresta. Dalla cima e verso nord. Tra i denti della cresta.

Marciavamo. Erto pendio. Sporgenza ariosa. Ad ovest attraverso la forra di Piano Alto, si vedono le isole minori, dai molti relitti tra gi scogli. Compreso il nostro. Il mio.

Dalla cima. Vedi. Di nuovo. Imponenti profili. Erta fredda cima. Circondata dalla macchia quasi nera della foresta. Le fauci aperte, come quelle di un predatore zannuto. Cresta screpolata. Denti affilati e appuntiti.

Sulla cresta emerge. Il Passo storto. Color verde-rame. Un ripido sentiero si snoda. A oriente attraverso la forra. Seguo uno dei due solchi. Qui ci si dovrebbe assicurare con le corde.

Le rondini volano. Fuori e dentro. Attraverso le fessure. Silenzio intorno a un grido di gabbiano. Qui c'è stato qualcuno? Tra calde cosce. Vicino alla schiena. Sottovento. Schiena del monte. Cintura sottovento. Sottovento.

Là dove finisce il continente e comincia l'orizzonte. La dolce brezza del pomeriggio rinfranca. 

Qui. Dove finisce il ricordo ed inizia l'ultima stagione.

 

III - fine

 

 
 
 

... intorno ...

Post n°34 pubblicato il 30 Ottobre 2013 da uomosenzaqualita

 

 

Gabbiani immobili sugli scogli neri.

Chiarore od oscurità? È il sole che entra a fiotti? Sono i raggi che mi riscaldano? Qui dentro? Giallo oro. Fessure. Attraverso le fessure. Una striscia. Striature luminose sull'avambraccio. Sì. Luce che cade sul polso.

Ti ho nascosto nella mia immagine di me. Lì ti vorrei tenere. Lì potremmo stare insieme. Lì c'è posto per noi due. Noi insieme. Noi due. In questa fessura siamo insieme. Questa fessura piccola e stretta. E noi due soli. Insieme.

Una barca scivola via. Senti? Che ci sia ancora una cosa simile? Una iole. Due paia di remi. Sì. Ha due paia di remi. Facile da manovrare. Se ti sporgi oltre il parapetto, se tasti lungo le fiancate, fino a prua, qui, lo puoi sentire.

Con la punta delle dita. Le assi sgrossate corrono fino a prua. Guarda come si china. La prua. Lunga e snella. Scura di catrame. Là fuori. Non sono io a sedere sulla barca. Senti? No. Non sono io. Senti? Sei tu? Senti? Sì. Ma sei proprio tu!

Lo scirocco carezza gli isolotti. Lambisce le spiagge deserte, solletica e blandisce i letti dei ruscelli vuoti. Riscalda. Blandisce e illude.

Tavoloni. Chiare fessure. La luce si incunea attraverso le fessure. Il mare là fuori. Fin dove arriva l'occhio. Acqua, nient'altro che acqua. Com'è stretta la linea. Com'è debole. Com'è fragile. In equilibrio sull'orizzonte. Una linea della vita. Una voglia di vita.

Il sole si abbassa. I suoi capelli inondano la distesa d'acqua. L'increspata e argentina distesa d'acqua. Bacia la distesa d'acqua. Bacia la sua immagine riflessa. Beve dalla distesa d'acqua. I capelli esondano. E restano a giacere. Il sole. Poi subentra il silenzio. Assoluto silenzio. Quindi resto in silenzio io. In silenzio dentro di me.

L'orizzonte è oltre di me. Va oltre. Sempre di più. Dipingi di blu il tuo castello d'aria, dice il poeta.  E l'acqua continua a gorgogliare. The rivers flow without me , canta una voce vicina.

Chiudere gli occhi non serve. I raggi li sento comunque. Nel fegato, nella milza, al centro, nel diaframma. Qui ti ho nascosto. Apertamente. Una fessura. Qui c'è posto per noi due. Circondami. Bianco, nient'altro che bianco.

Sei andata presto. Troppo presto. Chi vuole finire nel regno delle ombre? Da Persefone. Tavoloni. La moglie rapita di Ade. Bianco senza fine. Verso la luce, verso sud. Verso l'estate. Qualcosa a cui aggrapparsi. Qualcosa da stendersi accanto. Restare distesi là. Accanto a cui ci si potrebbe distendere. Luce.

Chiudere gli occhi. Voglio avere la mia testa in pace. Voglio avere pace nella mia testa. Estate del senso. Chiudili. Circondami. Tavoloni. Reti aggrovigliate, gomene. Biglie verdi-bottiglia nella rete. Nodi di corde. Una scopa e un giubbotto di salvataggio. Arancione con cintura nera. Forse non lo utilizza nessuno da molto? E giace là. Piano, piano, piano.

 

II - continua

 

 
 
 

Silenzio

Post n°33 pubblicato il 28 Ottobre 2013 da uomosenzaqualita

 

 


Filtra un leggero chiarore.  Attraverso le fessure delle assi male accostate.

Questo rumore lontano e compatto. Sordo. È il mare che sento? Il mare. Le onde si infrangono. Molti uccelli diversi volano alti sopra gli scoglio. Alcuni albatros, insolitamente vicini alla costa. Folaghe di mare. E gabbiani. Silenzio intorno a un grido di gabbiano.

Immagini. Come se fossero aria. Vengono con l'aria. Si depongono sulla retina. Vi vivono. Sulla retina. Un'antenna. Quello che c'è nell'aria. Le onde. Onde dell'aria. Come suono. Come immagine. Di lontani lembi di terra. Di caldi lembi di terra. Carezza il vento.

Non c'è mai silenzio al mare. Il muggito del mare non si può spegnere. Anche se ci fosse bonaccia, le onde ti scorrono dentro. Anche qui. Dove proprio non c'è. La guerra. Perché pensare alla guerra? Dov'è finita la lenza?

Chiudere gli occhi. Voglio che la mia testa abbia pace. Voglio aver pace. Nella mia testa. Lui siede piegato sul figlio morto. Lei siede accanto al braccio della figlia. Immagine di guerra. Una madre presso la figlia morta. Un padre presso il figlio morto. Ha qualcosa di patetico. Come se sentissimo il loro pianto.

Ma c'è silenzio qui. Patetico. Ma sappiamo che è vero. Lo vediamo, se un sorriso è falso. Ma possiamo udirlo? Possiamo udire che un sorriso è falso? Possiamo udirlo, se una lacrima è vera? Lacrime. Qui c'è silenzio.

Piloni di cemento. Adesso con la bassa marea sono più alti. Oggi non si verrebbe fuori con i piedi dall'acqua. Le onde si infrangono sul pontile di cemento. Il vento è fresco. È previsto forte vento. Temperature diurne da 3 a 7 gradi, notturne di 3.

I venti da nord soffiano a 30-40 nodi. Durante le raffiche anche di più. Nuvole basse e spesse. Quasi nere. Burrasca. Al largo venti in diminuzione e in lenta rotazione da sud-est. Securité. Avviso di burrasca.

Lunedì pomeriggio in diminuzione fino a brezza. Piovaschi e nevischio. Sulle alture folate di neve. Lunedì sera brezza da nord-est. Miglioramento del tempo. Caduta verticale dell’umidità. Il fronte caldo ormai é sulle altre rive di questo mare bugiardo.

Cime, nasse, reti, vecchi arnesi da pesca. Biglie e birilli nelle reti. Nasse senza coperchio. Travi per la mia barca. La mia barca. La vecchia iole di mio padre. Dov'è finita la lenza? C'è qualcuno? C'era qualcuno?

Non sono quello che ero. Non ero quello che sono. Ero come tu mi volevi avere. Così come tu volevi io fossi. Io volevo molto di più da te. Volevo che mi volessi come ero.

Nella mia immagine di me ero come volevo essere con te. Volevo che tu mi volessi. Cime, nasse, reti. Fossi solo potuto restare lì. Gomene di canapa aggrovigliate. Nella nostra immagine. Minerali decomposti. Biglie e birilli nelle reti. Nasse senza coperchio. 


I- continua

 

 
 
 

Messaggio in una bottiglia

Post n°32 pubblicato il 28 Ottobre 2013 da uomosenzaqualita


 

 

 

Mi sono convinto che esistono due modi di scrivere.  

 

Un modo è costruire, architettare, programmare, fare calcoli nella propria testa, tessere trame e loro varianti verosimili. Si tratta di spostare luoghi e persone pesanti come macigni. Scrivendo così ci si sente forti, stanchi, prepotenti, pazienti, autoritari, aggressivi, virili. Ci si sente a pezzi come se si fosse fatto un trasloco. Nella testa, le faticose costruzioni hanno una consistenza ferrea e pungente. Si sente la testa piena di chiodi e di spilli e gli occhi di sabbia.

 

L'altro modo è non costruire nulla, non architettare nulla e restare se stessi. Chi scrive non si sente forte ma debole, languido e molle. Spera che la poesia e la vita fluiscano dal suo languore. La sera non si sente stanco, ma nervoso. Non ci si sente né pazienti né prepotenti ma attoniti e stupefatti. Non si sente la forza nemmeno di strappare un filo d'erba. Si ha solo voglia di starsene spalmati a terra a piangere.

 

Quando si decide di scrivere è bene sapere che si dovrà scegliere fra l'ordine e il disordine. Oggi noi di solito scegliamo il disordine. L'impulso a costruire ed architettare in ordine e in armonia con noi stessi e con gli altri sembra scomparso dal mondo. Dal mio lo è senz’altro. Ho perso le forze e ora mi sento travolto e impotente. Non fosse troppo melodrammatico direi infelice. Inganno me stesso dicendomi di essere una vittima, e le vittime non costruiscono. 

 

I libri che oggi scrivo, sempre o quasi sempre, sono scritti nel disordine e in un lungo, segreto e silenzioso sfogo di lacrime. E fitte allo stomaco. 

 

Chi mi circonda e mi vuolebene, a volte, fingendo di non vedere le mie lacrime, afferra del mondo circostante qualche lembo reale, e me lo mostra per ricordarmi che io appartengo anche a loro.  

 

Quanto assente sono nella vita, tanto incapace sono diventato a scrivere nel primo modo. L'idea di costruire mi è ormai totalmente estranea. Lo capisco dal fatto di non riuscire più a scrivere in terza persona. Quando scrivo «io», in realtà non faccio che rovesciare le mie confessioni in un lungo, penoso per me e per chi mi legge,soliloquio. 

 

Le mie storie non sono destinate a nessuno. Scrivo come uno che getta un messaggio in mare in una bottiglia.

 

Se ne avessi la forza ammetterei che tutto viene dall'ossessione per l'amore. Ed è universalmente riconosciuto che nessuno quanto una persona in preda a un'ossessione sia meno in grado di dare parole e immagini alle vicende nelle quali si dibatte il suo pensiero. 

 

L'ossessione per l'amore non ha parole ma solo gemiti inarticolati. Gli occhi troppo annebbiati dalle lacrime non vedono il mondo. Vi gettano solo uno sguardo allucinato e distratto. Così io oggi vedo.

 

La poesia invece, la poesia è tutt’altra storia. Non è mai né distratta, né allucinata, né annebbiata, e anzi si sbarazza delle ossessioni trasformandole in qualcosa di totalmente umano. E rispettabile. Annientando ogni pudore libera le emozioni dalle catene che le imprigionano a terra, e le rende sopportabili.

 

Sì, la poesia è un'altra vita.

 

Milano, 28 ottobre 2013

 


 

 
 
 

Perchè io

Post n°29 pubblicato il 22 Ottobre 2013 da uomosenzaqualita

 


Non è questione di se e quante donne possano esserci dentro o intorno al mio quotidiano. E poi, a dire il vero, non credo davvero di poter essere considerato, né lo voglio, un collezionista di relazioni amorose.

 

In effetti non so nemmeno intendere il senso di quella tua domanda, “Perché io?”, che mi ha colto allo scoperto, con le difese delle mie illusione abbassate.

 

Perché?, mi chiedi. E il naufragio intravisto è immediato ed evidente, considerando che il mio gorgo, molto prima e molto più del perché, è il cosa.

Ho un’infinità di lavoro da completare, eppure sono qui, a scrivere senza una direzione, senza un senso. Irragionevolmente. Un'ansia sottile mi sforza, mi costringe.

Fuori dalla finestra vedo il cortile della casa viscontea e più in là il parco e i suoi alberi, il cui incipiente giallo-rosso autunnale è appiattito dal grigio compatto di un’acquerugiola sottile e tiepida.

Immagino che tu, abituata ai colori e ai suoni potenti della tua gente e della tua città, troveresti questo paesaggio insopportabilmente triste. 

Io invece vi avverto un fascino irresistibile: i mattoni delle mura antiche del giardino, il cancello di ferro battuto, il grande albero e sullo sfondo, i sentieri che portano al piccolo stagno. 

Tutto della cifra esatta, esattamente come dovrebbe: un anestetico delle emozioni.

 

Una donna molto desiderata e poco amata. Mi ha colpito, con la violenza di un pungo questa tua considerazione.Perché?, mi chiedi. La risposta è perché, sebbene io non abbia mai incrociato i tuoi giorni, né immagino potrà mai accadere, quella tua domanda per un interminabile e dolorosissimo istante, mi ha costretto a riconoscere tutto ciò che poteva, che potrebbe essere della mia vita, e che al contrario con cura e diligenza eviterò che sia.

Ho nelle dita la spinta prepotente della moltitudine di cose che vorrei, forse dovrei dire. Ma la frenesia con cui si affollano nella mente, la furia con cui pretendono di farsi parola scritta è troppo per le mie residue forze. 

Rinuncio quindi a tentare dispiegare, perché quella tua domanda sovrasta ogni mia speranza, la travolge e rende vano ogni tentativo di vincere l’inerzia. 

Non ho altra risposta che quellacarezza. Che sarebbe ora se tu l’avessi accettata?

 

Senza data, senza luogo 

 
 
 

Camera oscura - I

Post n°27 pubblicato il 19 Ottobre 2013 da uomosenzaqualita

 

 

              Lo strappo fu deciso, da un lato della foto restò una riga trasversale bianca piuttosto frastagliata, con cime e gole come un profilo di montagne innevate, la stessa forma, a rovescio, che si formò sull'altra, più slanciata (una lunga lama contorta e scheggiata come un'arma di tortura), tuttavia il risultato non sembrò sufficiente. Quella foto in cornice (da tempo là, sul piano della scrivania), l'uomo che tornava l'aveva afferrata in un attimo di rabbia. Infatti non gli era successo niente, niente di mai successo, nessun avviso, nessun particolare che non fosse un particolare snaturato che si ripeteva ormai da anni: un ritorno ad un'ora indefinita della sera o della notte (perché, con il tempo, l'ora era diventata sia la penombra che l'oscurità). L'uomo aveva persino riso tra sé nell'atto di girare la chiave. Ripensava a quel grosso cane, disteso sul sedile posteriore di un'auto, che aveva abbaiato ad un ciclista (fermo lì vicino in una sosta nel traffico) con estrema lentezza, come se gli stesse parlando; e dalla mandibola spalancata come lo sportello di una stufa doveva essergli nata certamente una parola enorme, mai ascoltata, forse addirittura insonora come una bolla di sapone (tant'è che il ciclista non si era neppure voltato). Solo questo, ed era durato un attimo. La chiave risultò infatti quella giusta del mazzo, la porta tirata solo nello scatto, un intermezzo. Non così l'attimo successivo, che ora sospendeva interminabile (o anche interrotto), una folata che si sperde superata la soglia (infatti la porta caracollò dopo il passaggio come una fenditura dopo il salto). L'uomo che tornava quella sera o quella notte si ritrovò poi seduto al computer con quel paio d'ali lisce e quasi satinate nella mano, e la mano abbandonata sul righello, sbiancata (quella luce viva in vetta al tavolo inclinato), di una amarezza disperante. Da quel momento restò lungamente a fissare l'immobilità di un gigantesco fotogramma dai bordi dissolti (con la coscienza di doverlo strappare assolutamente in qualche modo): il tavolo bianco rifulgeva, il monitor spento (in posizione del tutto casuale) mimava le lancette dell'orologio fermo da tempo, nella vaschetta (laddove l'acme del cono luminoso sembrava fondersi in pura materia) le puntine smaltate, le poche matite e una biglia verde, screziata di nero come un occhio di gatto, erano sovraesposte e sfocavano in un riflesso abbagliante. Oscurità dintorno, il fitto di un sottobosco, una pineta forse.

I-continua

 

 
 
 

Tempus fugit

Post n°26 pubblicato il 08 Ottobre 2013 da uomosenzaqualita

 

 

Dopo tutto quell'aspettare e aspettare, fantasticare ed essere ansiosi come d'un evento essenziale (importante e per certi versi ormai inesorabile), ecco l’oggetto della sua, della loro attesa che da dietro la curva rompe l'ansia e insieme la precipita, l'addensa. Possibile che tutte quelle dure ore fermo lungo una strada valgano la fulmineità quasi scialba di quella apparizione, e per di più imprevista, talmente attesa e insieme improvvisa da essere persino inattesa in quel modo, in quel momento? Tutto qui, tutto già finito? Tutto risolto in quella scia di cometa dietro all’istante , sua essenza polverosa ormai invisibile? Così avviene passino splendenti cose nell'alone loro, mentre per anni e lustri si resti a rimirarne, a ricordarne il fuggevole effetto, il seguito sciamante. E della cosa non rimane, infine, che (sua fine) la coda più che la testa. E dunque niente. Un'impressione, un barlume, un'idea. Non il fatto più, solo un'idea. È allo stesso modo che oggi il suo oggetto le è apparso (e scomparso): dopo una curva nella lieve campagna prima della città: fugace, troppo fugace per tanto spasimo; troppo fuggente e imprendibile dopo tanta febbre. Tutta qui la cerca? (Tutta qui la vita?). In questo lampo che quasi la retina neanche riesce a registrare, a fissare? In questo polverio d'indistinti segni, colori? Quello che segue (altre persone, suoni e rumori, luci e voci), anche se all'infinito sfilasse davanti a loro, non riuscirebbe a colmare la delusione per quella imprevedibile velocità nella quale s'è come bruciata, spenta tutta quanta la tensione, l'attesa.

 

 

Lui lo ricorderà per sempre, quel lampo. E saprà (ormai per sempre) che non ci sarà da aspettare nient'altro, in un evento, che l'attimo precedente e la durata seguente, il prima e il poi. L'evento non è che ciò che precede (estenuante) e ciò che segue (inutile). Tanto valgono l'aspettazione e la vista: ancora a immaginare, più che a vedere; a costruirselo come si vuole un evento (un’emozione), tanto essi poco esistono, tanto sono fugaci. Così meglio vale allenare lo sguardo a immaginarsele, le stelle mobili e fisse della propria vita. Vale meglio immaginare. E nutrire ben altro che la smania della presenza, della realtà, la smania del testimone (che crea il protagonista, il divo, il campione). Oppure sì: testimoniare (alto e forte) per una irrealtà, per un sogno, per ciò che scaturisce da un'immagine. Questo vale. Ma questo lei lo capirà solo dopo, solo a distanza, non da sua donna. E a proposito di se stessa. Sempre a proposito di sé, dei propri errori, devianze, magari dei tentativi (impossibili) di spiegarsi agli altri, di testimoniarsi. Ché non esiste testimonianza se non della effettuale storia. Della storia invisibile (propria, che non si vede) non esiste possibile testimonianza. Anche se ormai lei sa che solo la storia irreale interna può essere davvero testimoniata e che la storia dei fatti, lui, non che è un lampo, un inganno.

III- fine

Siena, settembre 2013

 

 
 
 

Tempus fugit

Post n°25 pubblicato il 05 Ottobre 2013 da uomosenzaqualita

 

 

Lui sospettava da tempo vi fossero segreti legami tra parti anche lontanissime (e all'apparenza estranee) dell'universo, rapporti fra nature e misure diverse, fra sussistenze apparentemente disomogenee e fra sé incommensurabili; nodi per lo più insospettabili e inapparenti, modulazioni feconde e pure indicibili della stessa sostanza, rimandi, richiami, risonanze.

Lo aveva sospettato del tempo. Poi aveva saputo senza capire, senza sapere. Ma lo sentiva, sapeva. Venne infine (abissale ma insieme innocente) l'intuizione del tempo come d'un sistema solare, geometrico nesso sostanziale e formale, numerica più che verbale sapienza, che tuttavia l'abbagliò come una di quelle conquiste immeritate e incorporee che non si ricordano e non si raccontano, luce che va e non si ferma, eppure che va e si ferma ed esisti appigliato alla luce, dondolato ai suoi fili, a sue fiaccole. Tempo rotondo. Sistema solare (infiniti, anzi, sistemi solari). Come? Niente serviva: sedersi sulle sedie, dormire nei letti, alzarsi, mangiare, dormire, svegliarsi. Nulla poteva arrestare la luce di quel moto, di quei moti e di come circolassero strette le lancette dei decimi di secondo e più larghe e meno veloci quelle dei secondi e ancor più lente e solenni le barre dei minuti e circolari e plantigradi i ferri delle ore, delle giornate e lentissime, poi, quelle delle settimane e dei mesi e quasi ferme quelle degli anni, dei lustri, dei secoli. Lente ed estese, veloci e strette. Orbite di asteroidi, pianeti, satelliti attorno a un sole, a un tempo, a un oltre-tempo, a un quanto e a un qui, a una quasar.

Era tutto uno sferragliare, un ruotare irreale di sfere, il circolare irruento di orbite. Il vortice epicentrico di quel moto dove risiedeva? Chi teneva il conto, il calcolo dei legami, dei fili? E in che rapporto ormai stava la terra, la testa col (suo) sole e del ruotare velocissimo e immobile col tempo? E Tempo e Spazio erano, infine, la medesima cosa?

Ubiquo e molteplice, liberato ed oppresso, il tempo come infinito sistema di sistemi solari lo padroneggiava e gli dettava i suoi cànoni che lui leggeva anche addormentandosi e proprio nel dormiveglia, allorché credeva raggiunta (e riconquistata) una ferita innocenza, lo stadio del Pieno (identico al Vuoto) e del Silenzio, l'ingovernabile.

 

 

II - to be continued

 
 
 
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