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Messaggi di Maggio 2024

 

I VERI NEMICI

Post n°615 pubblicato il 17 Maggio 2024 da carloreomeo0

 

Il dolore che permeava tutto il mio essere, dapprima spiritualmente per poi esondare nel mio corpo, non era semplice dolore, lo capivo solo ora, ma conoscenza, conoscenza di me stesso, delle mie fragilità, non era malattia ma cura, perché instillava in me gli anticorpi per essere più resiliente ad esso, temprandomi ai dolori futuri, per non ripudiarli fuggendo ma per abbracciarli senza alcun timore, per ascoltare ciò che da essi avrei potuto apprendere per crescere e migliorarmi, fortificandomi. Fino a comprendere che il dolore non era il nemico da combattere, ma l’alleato con il quale tentare di sconfiggere la paura e la disperazione che spesso dietro di esso si celavano, perché quelli e solo quelli erano i veri nemici, capaci di avvelenare l’anima e la mente se si permetteva loro di prendere il sopravvento, di soffocarci, se al loro cospetto si chinava il capo per subirli passivamente. Che l’unica efficace arma per sconfiggerli erano i loro opposti, perché se di fronte alla paura non trovi il coraggio di guardarla dritto negli occhi, di affrontarla, scrutandone gli spaventosi e profondi abissi, sprofonderai in essi senza trovare più alcun appiglio per ritornare in superficie, per riemergere alla luce. Così come se non combatti la disperazione con la speranza, con la fiducia in te stesso, nelle tue forze e nelle tue capacità, essa ti avvolgerà nel suo manto scuro, offuscandoti la vista e incupendoti il cuore, impedendoti di vedere i colori del giorno, di vedere le tue potenzialità amplificando i tuoi limiti. Se non prenderai consapevolezza di tutto questo, ti autocondannerai a una vita fatta di paura e di disperazione, di disperazione e di paura, perché l’una si nutre dell’altra e viceversa ed entrambi si nutrono di te, delle tue energie, di quella scintilla di vita che anima il tuo essere.

 
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LA CASA DEI RICORDI

Post n°614 pubblicato il 05 Maggio 2024 da carloreomeo0

 

Anch’io ho portato per tanto tempo in tasca una chiave come quella, scomoda sì, ingombrante a volte, ma allo stesso tempo importante, simbolo di casa, di famiglia, di una parvenza d’indipendenza. Ora nelle mie tasche ci sono altre chiavi, diverse, per altre porte, di un’altra casa, di un’altra vita, ma quella chiave a volte mi manca terribilmente, ne sento il peso dell’assenza in tasca. Mi manca ora che la casa dei miei, dei miei ricordi non c’è più, come non ci sono più i miei genitori, mi manca ogni volta che il peso della loro assenza, quel senso di vuoto mi divora dal di dentro. Credevo, mi illudevo forse che, una volta che quella casa non ci fosse più stata, mi sarei liberato da quel silenzio opprimente che mi avvolgeva, come un gelido abbraccio, ogni volta che vi entravo con la consapevolezza che non c’era più nessuno ad aspettarmi, eppure con la remota e assurda speranza, di ritrovarli lì, affaccendati nelle loro faccende, come sospesi in un limbo temporale in cui il passato fosse sempre presente. Pronti ancora a pormi all’infinito le stesse domande: “Come stai?”, “hai mangiato?”, “sbaglio o ti vedo sciupato?” a cui non mi sarei mai stancato di rispondere, rassicurandoli. Invece niente, tutto era insopportabilmente immobile, statico, come in una fotografia in cui anche se scattata con un otturatore lento non ci fosse traccia di movimento, dove il tempo si era sì fermato, ma nel tempo sbagliato, perpetuando la loro assenza e le loro voci, sospese, cristallizzate nell’aria, non producevano alcun suono che il mio orecchio potesse percepire, ma che solo il mio cuore era in grado di sentire, lacerandosi. La casa, nonostante fosse rimasta intatta, così come l’avevano lasciata, come se dovessero rientrare da un momento all’altro, mi appariva vuota, svuotata della loro presenza e allo stesso tempo densa di ricordi, dove ad ogni dettaglio, anche il più insignificante era legato un frammento di vita, un’emozione, una sensazione legata ad un tempo ormai andato. Alcuni particolari poi non mancavano mai di colpirmi dolorosamente, la poltrona su cui mio padre era solito riposare o l’altra poltrona, quella vicino alla finestra, su cui mia madre si sedeva per cucire o rammendare e che ora erano desolatamente vuote, ma così cariche della loro essenza, che giocando con la memoria era facile rivederli ancora seduti lì per un fugace istante.      

Mi ero inutilmente illuso che una volta chiusa per sempre quella porta, mi sarei lasciato alle spalle il dolore dei ricordi, dei rimpianti, il senso di solitudine che a volte mi opprimeva anche quando ero in mezzo alle persone a me più care, per poi comprendere che tutto questo non era rinchiuso fra le mura di quella casa, ma era parte di me, del mio essere e che avrei dovuto iniziare a lavorarci su tutto quel dolore, trasformarlo, plasmarlo, mondarlo di tutta quella sofferenza di cui esso era intriso, iniziando, come si fa quando si scelgono le fotografie da inserire in un album fotografico,  a selezionare i ricordi più belli, allontanando quelli brutti. Sollevando così quel manto grigio di nostalgica amarezza in cui avevo finito per avvolgere tutto ciò che riguardava i miei, ridandogli il colore e il calore che meritavano, iniziando a ricordarli e non solo rimpiangerli, riportando alla luce della memoria tutto quello che di bello e buono mi avevano insegnato, i bei momenti vissuti insieme, la dolcezza di certi loro gesti, che credevo di aver dimenticato. Questo, e solo questo è il giusto modo di commemorare mio padre e mia madre, l’unico modo per continuare a dirgli che gli voglio bene e che non li dimenticherò mai.

 
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POLITICA ECONOMICA A TEMPO

Post n°613 pubblicato il 04 Maggio 2024 da carloreomeo0

 

 

Qualcuno dovrebbe spiegare alla nostra classe politica che l’economia di un Paese, di uno Stato serio e credibile, non si può basare sui bonus o gli incentivi a tempo, di volta in volta dedicati a categorie e settori differenti, per richiedere i quali il più delle volte pur avendo i requisiti l’iter è così complesso e articolato che solo chi ha contatti con la mafia, l’ndrangheta o la camorra riesce indebitamente ad accedervi.

Qualcuno dovrebbe spiegare alla nostra classe politica che un Paese, uno Stato, per essere credibile e affidabile sul mercato internazionale, dovrebbe essere in grado di costruire una politica economica che non navighi a vista, ma che abbia le capacità di varare un piano economico a lungo termine, che non limitandosi al presente guardi al futuro in modo concreto, fattibile.

Tutto questo i vari governi che si sono succeduti, siano stati essi di destra o di sinistra, non sono stati in grado di farlo, per il semplice motivo che la stabilità politica in questo nostro Paese è volutamente precaria, perché il potere politico e decisionale si basa su equilibri instabili, facilmente manovrabili e ricattabili, perché i governi cambiano con troppo facilità e troppo in fretta senza che nulla sostanzialmente cambi. La verità è che siamo governati da una classe politica con delle cariche istituzionali precarie, rappresentate però da personaggi politici con il posto fisso in parlamento e/o in senato, che paghiamo lautamente senza sapere esattamente cosa stiano facendo di concreto per il bene del Paese e noi siamo lì a tifare per l’uno inveendo contro l’altro, come se davvero cambiasse qualcosa.     

 

 
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